Alta Terra di Lavoro

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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIV)

Posted by on Dic 18, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIV)
15. Conseguenze della vittoria.

Sull’alba dell’8 le fregate Ercole, Ruggiero, Sannita e Archimede, postesi avanti al porto per vietar l’uscita a’ legni siculi ricovrali sotto le bandiere de’ vascelli Anglo-Francesi, significavano a’ capitani di questi li facessero scostare avendoli a combattere; seppero esser vuoti, e preserli, ch’eran sedici barche cannoniere e una scorridoia, tutte nuove, con gran munizioni da guerra. Il Roberto fregata comandata dal Marselli ch’era la sera innanzi ita alla cerca del Vesuvio, nave a vapore nostra predata da’ Siciliani, il sorprese che carco d’armati s’ingegnava a uscir da Melazzo; i quali subito scesero a terra sotto la protezione del castello, che trasse tre colpi al Roberto; con tre bombe gli rispose.

Stette pertanto tutta notte a guardia che non isfuggisse; al mattino intimò la resa; e tosto, sendo i faziosi, abbandonalo il forte, fuggiti pe’ monti, i Melazzesi con bandiere regie e gridando Viva Ferdinando, mandarono una barca co’ primarii cittadini, attestanti devozione al trono, e chiedenti soldati a difesa. Il Vesuvio, ov’era rimasta la ciurma, esso stesso si presentò. E un tenente Armenio sbarcato con pochi uomini, fu preso sulle braccia della popolazione, condotto quasi in trionfo al municipio. Dappoi vennervi quattro compagnie di fanti.

Il Ruggiero col capitano Lettieri andò a Lipari, e, anche invitato, prese l’isola, plaudente il popolo; cui fur date patenti per libera navigazione. Molti paeselli mandaron deputati, e tutte le coste sino all’acque di Siracusa avean bandiere bianche. A Barcellona si recò da Melazzo l’Armenio con quaranta soldatelli, ed ebbevi festa. S’occupò inoltre Scaletta, S. Lucia, S. Piero di Monforte, Gesso, Spadafora, Larderia e Galati, con ottima accoglienza; e una colonna mobile andò attorno sicurando cotesti paesi obbedienti. Anche Catania inviò cittadini a sottomettersi, ma gli ammiragli Francese e Inglese, nell’atto che imponean come ora dirò sosta all’arme napolitano, sfacciati condussero a Catania con l’Ellesponto i ribelli ricovrati su’ loro legni; ciò contro ogni dritto internazionale, rattenendo una parte, afforzando l’altra. Quelli presero le porte, sventarono la sottomissione, e dannarono fatalmente la città a non lontane percosse.

I regi guardavan la linea da Milazzo a Messina, e di qua a Scaletta. I Siculi ordinarci! tosto sei campi d’osservazione, a Taormina, Catania, Siracusa, Girgenti, Trapani e Palermo; così guardati i limiti della provincia messinese, teneva Patti, Castroreale e il capo Alì, e messa a difesa la linea da questo capo per S. Alessio, Taormina, Acireale e Catania. Intanto il Filangieri, sollecito di procedere innanzi, lavorò in pochi dì a rifar l’artiglierie; ché de’ dieci pezzi da montagna ch’avea, v’erano nove guasti; fe’ curare i feriti, riordinare i battaglioni, e lasciata guarnigione a Messina, spartì il resto di sue genti: Munita Melazzo di presidio e viveri, la fe’ piazza di deposito di tutte munizioni; restaurò i forti Gonzaga e Castelluccio sui colli messinesi, e l’altro S. Salvatore, rimasti malconci. Dopo cinque dì era già pronto a riconquistare l’isola; che assalita allora avria risparmiato gran sangue.

16. L’armestizio imposto.

Quantunque il parlamento di Palermo decretasse il tempio alla madonna della vittoria, invero quel cader Messina fuor d’ogni loro pensiero, fu fulmine improvviso: vedevan sé e il paese precipitato in tanta ruina; spaventavansi de’ Regi, più anche de’ galeotti e masnadieri loro difenditori. Trista condizione avea Palermo con tali ospiti padroni, tristissima le provincie taglieggiate. In ogni parte potestà dispotiche, indipendenti. Costretti a correr sempre avanti nella rivoluzione senza fermata, facevano i baldanzosi per necessità. Per lo sbandamento tra Messina e Melazzo avean perduti cencinquanta cannoni, seimila fucili, quattromila quintali di polvere, proiettili senza fine, tutto il naviglio, e più che tutto riputazione. Nunziata con tanta iattanza ai mondo la guerra del popolo, la setta era rimasta sola;la guardia nazionale non combattente, le città darsi spontanee, le popolazioni gridar Re, impetrar soldati a difesa. Se i Borboniani fosser venuti avanti, la guerra era finita.

Impertanto corsero a protettori per patrocinio. Gli ammiragli Boudin e Parker si volsero a rappresentanti de’ loro governi; e costoro, Rayneval e Napier, a 10 settembre lanciarmi noie al nostro ministro Cariati. Diceva il Napier: «Le milizie condursi con rigore eccessivo; la incontrata resistenza provar che il resto della guerra apporterebbe gran sangue e nessuna condizione di pace duratura. Tale trista alternativa tra sforzi soldateschi per soggiogare un popolo infelice a un governo contro cui a ogni occasione si rivolterebbe, aver fatto doloroso senso ad esso e al Parker; perlocché volgevasi con fermezza al re, chiedendo ordinasse la sospensione d’arme, e formasse armestizio da durare sino alle decisioni de’ governi inglese e francese.» Il Parker soggiungeva: sperare il re nol riducesse a domandare l’armestizio a forza. Né meno alto il Rayneval: dichiarava do l’ordine al comandante la flotta d’ottenere dal governo napolitano, e d’imporre la sospensione dell’ostilità. Sarei lungo a tutto raccontar quell’andirivieni semidiplomatico. Rispondevamo: «Tutte guerre far sangue, non vere le atrocità, essersi con colpi risposto a colpi; i popoli voler pace, sottomettersi spontanei, contrasto aver fatto i faziosi, ora disfatti; la sospensione dar loro tempo da ripigliar lena, la protezione straniera ringagliardirli, sospingerli a rinnovar la lotta e le morti degli uomini. Assurdo desiderare il bene dell’umanità, e far ammiserire le popolazioni da settarii sitibondi di potere e roba; paradosso voler pace, e far preparar arme e guerra. Gli stati neutri violare i diritti d’indipendenza d’altro stato, e i riguardi debiti a governo amico, usando forza per costruiserlo a decisioni di stranieri; le corone secondarie vedrebbero con sorpresa e dolore, in questo sforzare il regno delle Sicilie, il danno minacciante tutti, in tempi proclamatori di rispetto a libertà e indipendenze di nazioni.» Ragioni vere, perciò vane. Il Parker ordinò in iscritto a’ suoi capitani usassero forza contro i Regi ove assalissero Siciliani, né fu possibili ottenerne la rivoca, né valsero proteste e rimostranze. E perché sappiano i posteri quanto abbietta politica s’usi a’ tempi nostri, noto che a Parigi si dichiarava: Francia voler restar fuori quistione; e il Palmerston a Londra assicurava non opporsi a niente, in Parlamento negò esservi ordini d’opposizione alla guerra sicula, e aggiunse non aver il Parker fatto dimostrazioni contrarie. Questi piccoli grandi uomini avean bisogno di mentire.

Adunque gli ammiragli operando di loro testa significarono al Filangieri aver ordine d’impegnarlo a non mover passo avanti, sinché loro governi riuscissero a pacificare le parti. Rispose rapporterebbe al sovrano. A’ 13 settembre un legno brittanno nunziò a Palermo l’Inghilterra offerir mediazione; e subito quel parlamento l’accettò; anzi mandò il Peloro, vaporetto a Messina, proponendo patti; cui il generale disse voler sommissione non patti. Invero s’avria potuto continuar la guerra dentro terra, fuor dalle molestie de’ vascelli stranieri; ma Ferdinando saldo sulla quistione del dritto, volle mostrarsi cedevole su’ modi; però non accettò formalmente la mediazione, per non sopportar quasi dritto l’intervento estero nel reame indipendente; ma a schivar controversie non mandò ordine di ripigliar l’arme. Così benché a parole si fingesse non ubbidire, pur di fatto s’ubbidiva alle illegali intimazioni de’ due ammiragli, e si venne a contraltare una specie d’armestizio. Il capitano Roob del Gladiatore per parte del Parker, e ’l contrammiraglio Trehouarl pel Baudin, determinarono una zona di terra neutrale, tra regi e ribelli. Si disse linea napoletana la congiunzione delle strade di Barcellona e Patti, compreso S. Antonio e ’l telegrafo, Barcellona, Contineo, Pozzodigotto, e per le vette de’ monti di Rosimanno ad Artalia e a Scaletta sino a mare. La linea siciliana fu dal capo Tindaro a Taormina, con dentro Casalnuovo, Tripi, Noara, Graniti e Molo. Neutrale dichiararono la contrade in mezzo, dove nessun armato entrasse, o che l’armestizio s’intendesse rotto; ministrarvisi giustizia a nome di Sicilia; la guardia nazionale guardarvi l’ordine, non mostrarsi bandiera sicula in qua da quindici miglia dalla linea napolitana. Firmarono il Filangieri, e il Torrearsa. Ma costui stampando quell’atto a Palermo misevi con mala fede due patti: non riprendersi le ostilità se non dieci giorni dopo fattane denunzia a Palermo pel mezzo de’ comandanti Anglo-francesi; e lo armestizio esser garentito da Francia e Inghilterra. Contro ciò protestò il Filangieri, perché ledeva la dignità reale lo intervento estero in fatti interni. Infine dopo un po’ di polemica, gli ammiragli dichiararono avere bensì Palermo proposto quei due articoli, ma eglino non averli presentati al duce napolitano, perché dal re non accettata la mediazione.

17. Mala fede de’ protettori.

Dopo questo, non si può seguir senza noia lunga il laberinto delle uraliche corse tra Palermo, Napoli, Parigi e Londra. Queste due accoriate a favorir la rivoltola, non concordavan sul fine. Londra non volea repubblica, Parigi vi s’acconciava. Il ministro Bastide dava speranze a’ legati siculi Amari e Friddani; il Cavaignac, alla soldatesca li mandava via. I legali proposero la repubblica al Bastide; questi rispose: Fate presto che v’aiuterò: proposerla al Cavaignac, questi disse; Aggiustatevi col Re. Un momento sullo scorcio di settembre parvero Francia e Inghilterra convenire nella costituzione del 1812, con viceré mandato dal re, e amministrazione, parlamento ed esercito separato: ma come Francia allora stava su’ trampoli, e Londra agognava ad avere un regno siciliano col suo protettorato, nulla si fece. Ferdinando sollecitava indarno che non s’impacciassero dei fatti suoi, e passò l’inverno.

Per mostrar co’ fatti i Siciliani non esser rivoluzionarii fur messi su battaglioni di volontarii, e il capitano Armonio e ‘l tenente Cosenza in pochi di ne feron cinque, un colle stanze a Scaletta, gli altri a Buso, circa mille. Armati e vestiti vennero poi il 21 gennaio seguente a Messina per la benedizione delle bandiere, fatta con pompa, presente la guarnigione, e gli ammiragli Parker e Nonay. Oltre a questa gran prova, la mala fede de’ protettori risfavillò pel buon governo de’ vincitori. Messina presto rividesi in calma e in maggiore prosperità. Si creò una commessione severa investigatrice e restitutrice degli obbietti derubati in quei subbugli; si rianimò il traffico interno, né solo con la contrada neutrale,altresì con tutta l’isola, per non impacciare l’industria, e mostrar moderazione. Libertà ampia di commercio, abolizione dell’imposta addizionale per la rettifica del catasto, ridotta a metà anche la tassa fondiaria risultante dal nuovo censimento. Vietate le vendette reazionarie, sicurati tutti, lo stato d’assedio, rimasto per ispauracchio a faziosi, non turbò l’esecuzione delle leggi, rinacquero l’ordine, la fidanza e la giustizia.

18. Effetti dell’armestizio.

Il parlamento sicuro di non essere assalito decretava a libito: a’ 18 settembre dichiarava nemico della patria chi accettasse uffizio dal governo legittimo in Messina, ma pochi ebbero paura della vendetta impossibile. Fu visto il vincitore usar idiligenza somma, e 1 perditori trascendere sino a minacce di morte. Dalla legittima potestà si lasciava libera l’entrata e l’uscita, dalla ribelle partian commessarii inquisitori d’ogni corrispondenza, per tradurre i colpevoli a consigli di guerra. Quella col benefizio dell’ordine intendeva dissuggellar gli occhi agl’ingannati, questa tirannissima voleva imporre quella libertà a forza. E mentre tanto rigore contro la reazione, rilassamento pieno a pro de’ nemici della società. Mancando nell’isola ogni sicurezza, questa confidavano a ministro speciale; e non meno di sette ministri alla fila vi sedettero ne’ sedici mesi della rivoluzione, tutti soccombenti sotto l’impossibilità dell’uffizio in quell’anarchia. Non cosa né persona sicura; né in campagne né in città, più popolo, e più misfatti; società segrete di malfattori s’organarono, per furti, uccisioni e catture. Acchiappavano personaggi danarosi, e a prezzi alti liberavanli. E più tai delitti spesseggiavano ov’era più forza pubblica, ché questi stessi armati a difesa maciullavano a offesa della società. La camera dei pari ne’ 8, 9 e 10 ottobre volle ridurre a sole seicento le squadriglie palermitane, e per obbligar all’esecuzione, decretò che l’erario non né pagasse di più. Allora diventarono grassatori scoperti. Però la statistica penale ne’ sedici mesi die’ ottomila cinquecento delitti, de’ soli denunziati a’ tribunali, che per la generale paura erano i meno. A Palermo si proibì con editto lo uscire dalla città; e in tanta libertà non s’era libero a uscir dalle mure.

La protezione straniera lor valse per armarsi a oltranza, comprando tutte maniere d’arme in Francia e Inghilterra col permesso uffiziale di quei governi. Il Cavaignac fe’ più, che ordinò lor s’aprisse un piccolo credito per arme e munizioni, e ’l suo ministro Bastide disse a’ legati: «Non possiamo darvi uffiziali attivi, ma non impediremo a’ dimissionarii o ritirati d’andare in Sicilia; arme e munizioni ve ne daremo.» Il Palmerston a 16 settembre die’ facoltà in iscritto di darsi ventiquattro cannoni di ferro dell’artiglierie reali. Tai fatti patenti, e altri molti che taccio, mostrano qual sorta di filantropia movesse quei due umanitarii governi a dar ferri per la guerra civile, quando imponeano l’armestizio a forza. Ben è vero che il Palmerston a’ 26 gennaio 1849 scrisse al Temple ministro in Napoli, ch’ove il re si lamentasse, rispondesse essersi dato il permesso de’ cannoni per inavvertenza, né, interpellato in parlamento, seppe trovare scusa migliore. Avea già detto in settembre a’ legati siciliani: «La mediazione nostra è un favore alla Sicilia, per sottrarla al pericolo.» E il Bastide in novembre; «Noi continuando la mediazione, sapremo avviluppare il re di Napoli d’ostacoli tali che non si concluderà niente, che gli sarà impossibile d’accettare, che si manterrà l’armestizio, e così si continuerà sino a primavera.» Ciò han palesato gli stessi legati ne’ loro dispacci.

Intanto gl’isolani rifacevano l’esercito, ponevanvi uffiziali francesi, inglesi e d’altre nazioni, reclutavano militi in Francia, Svizzera, Alemagna e altre parti; cavavan arme da’ porti di Francia e Belgio, fortificavano loro posizioni, e si preparavano a nuova lotta. Ogni dì esercizii e riviste. Strappavan cancelli, candelabri e spranghe di ferro da’ pubblici edifizii per farne ventimila picche pel volgo; chiamavano I preti e i monaci a unirsi in ischiere per difendere le città, quando uscissero i nazionali a combattere; ordinavano a’ predicatori di correr l’isola, per muovere co’ sensi religiosi gli spiriti a guerra. Il parlamento decretava un progetto di prestito nazionale; ma non riuscendo farlo all’estero, bisognò smungere il paese il più possibile, sospendere i pagamenti de’ banchi, crear carta moneta subito per diecimil’onze; e poi sino a tre milioni e seicentomila ducati; imporre a’ denarosi un prestito forzoso in ventiquattr’ore, cui appellaron volontario: vendere a precipizio beni nazionali e chiesastici, impadronirsi delle argenterie e gemme di monasteri e chiese; e su questi conquistati pegni cavar danari a forza da’ mercatanti. Dappoi concludevano col banchiere Blanqui di Parigi un debito di quattro milioni e mezzo.

Il parlamento, messo a’ 15 settembre in vendita i beni nazionali, avea dato, in aspettazione del prezzo, facoltà alle finanze d’emettere trecentomila biglietti, ciascuno di quattr’ouze, portanti interessi del 4 per cento, comandando che pubbliche casse e privati fossero obbligati a pigliarli come moneta. Più tardi a 20 dicembre prescrisse un mutuo nazionale di cinquecentomil’onze fra quindici giorni, da pagarsi da’ comuni; e altro decreto del 17 crebbelo a un milione, da ripartirsi fra’ personaggi opulenti. Fu calcolato né riscuotessero 890 migliaia.

Davan gli argenti de’ monasteri in pegno anche all’estero. Con essi ebbero munizioni da guerra caricate a Livorno dal Peloro; altre da Marsiglia con l’Amari dal Bosforo nave francese; e l’altro pur francese battello l’Ellesponto portava a 14 settembre quattordicimila fucili a Palermo, sotto gli occhi della crociera napolitana. Simiglianti cose accadevano ogni dì. Intanto le faccende colavan nelle mani dei più concitatori. Lo Spedalotto ministro di guerra fu quasi per essere ucciso; rinunziava la sedia, pigliavasi il congedo da colonnello, e si fuggiva in Toscana. Surrogavalo il La Farina buono a tutto, già ministro d’istruzione pubblica, uomo non militare; l’Amari afferrava l’Interno. Appresso il parlamento a’ 14 novembre decretò che seguirebbe sue sessioni sino alla venuta del re nuovo, e sin dopo ch’avesse giurato lo statuto. A’ 18 dicembre proclamava l’adesione alla costituente italiana, della quale parlerò or ora; e il domani riconfermava con decreto quello del 13 aprile sul decadimento de’ Borboni. Così rispondeva alla conciliazione proposta da’ pacificatori Anglo-Francesi.

La rivoluzione mondiale che degl’indigeni sospettava, vollevi anche i suoi generali a comandare. Andò pel mondo il Modenese Mazziniano Fabrizi, e prima volsesi al Garibaldi, poi all’Antonini, questi venne con un Mieroslawski polacco, ambo creati marescialli. Rafforzarono Taormina, trincieraron Catania, v’accrebbero la guarnigione, vi ripigliarono i lavori ne’ tre forti Armisi, Palermo e S. Agata, compraron cavalli, muli, vesti, arnesi militari, e ingrossaron l’esercito con uomini di tutte lingue e nazioni, educati a ribellamenti, e a sperar ne’ garbugli fortuna e quattrini. La rivoluzione in Sicilia e in Lombardia procedeva equabile. Percossa qua e là fa imporre armestizii, mediazioni e interventi stranieri, per aver tempo da riprepararsi e sul Ticino e sotto l’Etna a più feroci falli. Una è, benché sembri voler cose opposte: indipendenza in Sicilia, unità in Italia, far la monarchia a Palermo, scacciar la monarchia dal continente. Mai non cede; con doppie divise ha una idea motrice; stesse finzioni, diversi lamenti, uno Podio implacabile al. dritto, una l’ingordigia, e la baldanza della colpa.

19. Congresso per confederazione italiana.

Nell’Alta Italia si procedeva così. Il Gioberti con programma del 7 settembre proclamava un comitato per la italica confederazione, e fra gli stati da confederare enunciava il regno di Napoli e il regno di Sicilia distinti; |K>i subito cominciate le sessioni pubbliche del comitato, a’ 23 vi protestò alto contro la guerra siciliana. Uomini privati, senza veste uffiziale, trinciavano a modo loro l’Italia. Proseguì con lettere circolari a invitare i uomini della penisola ad assembrarsi a Torino in congresso federativo. Il Manin l’avrebbe voluto a Venezia, ma seguì in Torino, più sicuro luogo, con intervento di trecento nel teatro nazionale, aperto il 10, chiuso il 30 ottobre. Sapemmo allora che l’Italia aveva trecento uomini sommi; che Sicilia poverella n’avea solo due, Perez e Barrara; e Napoli appena sei, Pieragnolo Fiorentino, Giannandrea Romeo, Giuseppe Massari, Silvio Spaventa, Pietro Leopardi e Giuseppe Ricciardi, gente innanzi chi ignota, chi poco nota, de’ quali nostri il Gioberti concionando disse: nomi eroici e cari, da movere ammirazione e tenerezza. Cotesti congregati dicentisi cima d’Italiani, invece scimmie di stranieri, copiata Francia, copiavano Inghilterra del 1638, perché quest’ultima servitità non mancasse all’Italia.

Nella prima adunanza del 40, dopo il discorso inaugurale, sorgeva il palermitano Perez con una diceria; dicente Sicilia voler dar uomini e denari, appena il Borbone fosse cacciato dal mal occupato seggio, e tutti proruppero: Viva Sicilia! poi protestarono contro la guerra sicula, invocando principi e popoli a pro de’ ribelli. In quell’orgia i sedicenti costituzionali di Napoli propugnavan Sicilia divisa, riluttante allo statuto, plaudivan tronfii a una designata decadenza di re patrio, a eletto re straniero servilmente sulla terra a lui soggetta facevano osanna; e sendo Napolitani beffavano i soldati napolitani, e spregiavanli, quasi lo spregio fosse vittoria. Cotali congressanti sceltisi da sé, senza mandato di persona, assembratisi illegalmente cicalarono molto, e qualcuno propose costituente alla maniera tedesca di Heidelberga. Contrassegnarono tre già belli e preparati progetti: uno di legge elettorale per convocare l’assemblea costituente degli stati italiani, per asservirseli tutti; uno schema d’atto federale compilato dal Mamiani presidente e relatore; e un indirizzo a’ principi e a’ parlamenti di Italia; dove della fallita guerra accusavano i governi, ma questi poter riparare il fatto col pronto aderire all’assemblea costituente. Nell’atto federale stabilivan fra le tante un potere legislativo indipendente e sovrano, e un potere centrate permanente, rappresentato da un presidente eletto dal corpo legislativo, e da un consiglio di ministri con esercito, armata, erario e rappresentanza all’estero; statuivan le facoltà del congresso, bandiera una, e massime une di dritto in tutti i territori!. Da ultimo dicevan costituente il congresso. Ciò era repubblica unitaria, con peggio dualità di governo, conflitto e guerra civile.

Tali atti con data del 30 ottobre, preparati molto prima, rappresentati come in commedia, eran firmati da tre presidenti,Terenzio Mamiani, Vincenzo Gioberti, Giannandrea Romeo, da’ vicepresidenti Francesco Perez, Don Carlo Bonaparte e Pietro Leopardi, e da tre segretarii. Indi a poco questi stessi firmanti della confederazione si fecero campioni della costituente italiana promossa in Toscana, che accennava netto a unità. Il governo di Torino permetteva questo in casa sua, sperando cavarne frutto in casa d’altri. Poi quando quel Leopardi, che ministro di Napoli avea lavorato pel Piemonte, ebbe pel fatto appunto dell’illegale congresso la condanna d’esilio, meritò dalla corte savoiarda in guiderdone la croce de’ SS. Maurizio e Lazzaro, designata da’ cieli a diventar insegna di traditori. Sebbene quella congrega non partorisse effetto, pur le copie delle dicerie e de’ progetti sparse a migliaia risoffiavan nelle passioni; ma nel regno nostro non facevan breccia.

20. La costituente di Toscana.

Per la fievolezza del Gran Duca Tosco, la rivoluzione colà s’ingagliardiva. V’eran circoli politici, presidente il Guerrazzi, che governavano il governo. Già a’ 30 luglio s’era gridato Abbasso la dinastia; né la forza pubblica fe’ cosa di momento; per aver tregua si concedette Guardia nazionale mobile. Mentre la guerra era perduta, si parlava sempre d’armarsi per iscacciare il Tedesco, veramente per iscacciare il sovrano. Se il Tedesco li avesse aiutati a ribellare si sarian congiunti ad esso, come poi si congiunsero al Francese. A’ 18 agosto era surto il nuovo ministero Capponi, e fu più disordine. A Livorno giuntovi lo sfratato Gavazzi in settembre seguirono tumulti e scaramucce, armamento di canaglia, cacciamenti di soldati, e anarchia. Il Montanelli v’inaugurò governo democratico e la costituente italiana. Leopoldo calò a far ministri suoi i caporioni Guerrazzi e Montanelli; i quali a’ 28 ottobre proclamarono la costituente;e a 7 novembre invitarono gli altri stati della penisola a rispondere a tre quesiti: se convenisse iniziar la costituente per provvedere alla guerra dell’indipendenza; se i deputati s’avessero a scegliere con suffragi universali; e se volessero aggiornare la quistione d’ordinamento sino alla cacciata dello straniero. Napoli e Roma non risposero; Torino rispose volervi battaglie non assemblee; e sul finir del mese propose lega. Inoltre quei toscani ministri permisero che il legato siciliano alzasse stemma in Firenze; perlocché il nostro governo ruppe ogni relazione con quello stato.

21. Fatti di Napoli.

In contrario le cose di Napoli retrocedevano a ordine, non ostante gli sforzi della setta. Visto il popolo avverso, s’erano ingegnati a farsi un popolo. Col denaro, onnipossente in plebe, assoldarono come dissi i camorristi tornati da Tremiti non solo, ma anche facchini e vagabondi. Né aveau riempiute le tribune della camera; sciolta questa, restarono a spasso, e tennerli come scherani e bravacci a comprimere, a svoltare, a indirizzare il popolo, e più sovente a simularlo. Vi davan la mano alquanti uffiziali civili surti con la rivoluzione, tementi di cader con essa, interessati a tenerla viva per restare in piè con essa. Laonde sendo patente la voglianza popolare a gridar monarchia e re, si prepararono a contradirle; ne’ popolani eran tradizioni e sentimenti, ne’ contradicenti eran moti compri, e voglie di scellerati guadagni.

A 5 settembre uscivan dal rione S. Lucia gente inerme, marinai, artefici, donne e ragazzi, gridanti per Toledo viva il re; e mentre accorrevan pattuglie per rimandarli indietro, sopraggiungevano in frotta gli assoldati camorristi della piazza Barracche con pietre, stocchi, bastoni e coltelli, a percuoter quelli inermi. I soldati giunti in punto volean far giustizia, ma rattenuti dagli stessi uffiziali di polizia che li guidavano ebbero a star per poco frementi testimoni della sconcia zuffa; se non che arrivando da via S. Giacomo altra pattuglia, questa con pochi colpi all’aria fugò i ribaldi. Allora vennero arrestati il San Donato e Filippo Cappelli. Dopo poco d’ora i popolani del Mercato e di Porto s’assembrarono in aiuto di quei di S. Lucia, ma furo da uffiziali regi acchetati. Impertanto, disarmato il quartiere Montecalvario, uscì ordinanza vietante qualsivoglia grido o tumulto in piazza, sotto qualsisia bandiera,con severi ordini da non far rinnovar quei suhugli.

Non pertanto i congiuratori volendo a ogni modo soccorrere i Siciliani, in quel dì appunto che si combatteva a Messina, spinsero disperatamente loro seguaci a far capannello qua e là la sera del 7, con l’egida della bandiera de’ tre colori, al Largo delle Pigne, Toledo e Montecalvario. Qualcuno in veste di guardia nazionale trasse archibugiate da una finestra in via Fiorentini; ma al comparir di soldati svani tutto. Tentaron di simiglianti disordini ne’ paesi vicini, attorno Caserta e altrove, risolti in nulla. Quella stessa sera del 7 il telegrafo nunzia Messina presa.

Era tempo che il governo aveva a mostrar forza e alacrità: guerra in Sicilia, Ungheria ribelle, Savoia rifornendo arme nuove, il Mamiani tutto in Roma, il Montanelli in Firenze. Quel giorno il Bozzelli passò a ministro d’istruzione, lasciando l’Interno; dove andò il cavaliere Longobardi, stato Massone in gioventù, poi buon prefetto di polizia nel 1828, allora avvocato generale in Corte Suprema di giustizia. Fu scelto prefetto un altro massone, vecchio creato del famoso Saliceti pel decennio, certo Gaetano Peccheneda; il quale la imparata dalla setta arte poliziesca usò contro la setta. Celebrandosi l’8 settembre la consueta festa di Piedigrotta, a impedir radunamento di moltitudine, quell’anno il re senza pompa andò per mare alla Madonna. Indi a pochi dì carcerati i camorristi, fur rimandati a Tremiti, e con essi i più protervi de’ compri plebei, chi in prigione, chi confinato; Napoli tornò quieto. Si sciolsero con decreti le guardie nazionali di Vallo, Pozzuolo, Greci, Orsara, e Lavignano. Ultimamente un’ordinanza del 13 proibì bastoni con entro stocchi, e pistole e tutte arme ascose.

In quel di 13 periva sull’ore undici matutine Isabella Borbone madre del re, nel palazzo di Portici, per lunga malattia umorale scesa alle viscere. Nata da Carlo I di Spagna, figlia, sorella, consorte, suocera, madre ed avola di re e regine, temprò spesso la maestà con la pietà. Presi i conforti della religione, benedetto la nuora, i figliuoli e i nipoti nell’ultima ora, finiva col coma vigile, nell’età d’anni cinquantanove. Mancavano per mal sottile Cesare Malpica poeta di bell’ingegno, ma di falsa scuola, e Giuseppina Guacci buona poetessa, nell’anno quarantesimo di vita;questa a 25 novembre, quello a 12 dicembre.

22. Operosità del ministero.

Il ministero fu a quel tempo operosissimo e forte. A 21 settembre si sospese il dazio d’un ducato a cantaio su’ grani esteri, perché scarso era stato il ricolto. A’ due del seguente mese creossi una rendita di ducati seicentomila, pari al capitale di dodici milioni, per colmare i fossi fatti dalla rivoluzione nel tesoro, e col decreto s’ordinò non si ponessero gravezze nuove per pagar l’interesse di tal debito nuovo, ma si supplisse dal milione e seicentomila che la Cassa d’Ammortizzazione pagava ogni anno in estinzione del debito pubblico, perché il riprovalo governo assoluto pensava a levare i debiti al popolo. Altresì in ottobre uscì altro ordinamento pe’ giovani pensionati a studiar arti belle in Roma, cresciute le piazze, e la dote annuale da ducati 3781 a 4960. S’instìtuiva a’ 2 altro uffizio di scrittore di lingue orientali, oltre i tre che v’erano,col carico di continuare le stampe e le illustrazioni de’ codici del museo. E provvedendosi alle finanze, all’arti e alle lettere, pur si pensava a sicurar la cosa pubblica. Scioglievansi in quel mese certe guardie nazionali mal connesse a Spinazzola, Andria, Avella, Pietrafessa e altri paeselli; e si mandava in Calabria il generale Enrico Statella a tutelar le proprietà dalle aggressioni de’ masnadieri, che dalle Sile sbucavano alle arsioni e a’ ricatti.

23. Turbolenze nelle provincie.

La setta in Napoli s’era ricostituita di nascoso col nome d’Unitaria, dì che meglio narrerò appresso. Essa in tutte provincie mandava novelle false di trionfi imminenti, e sì spingeva a fatti di sangue. Ne’ boschi di Cosenza si rapinava, ricattava e stuprava; un Domenico Falco rumoreggiava in quel di Corigliano. Presso Spezzano in giorno di fiera un trozzo di tristi, traendo schioppettate, gridò repubblica; e ’l medesimo lo stesso dì presso Castrovillari; acchetati gli uni e gli altri da pochi soldati. In Oria nel Leccese fur canti repubblicani, senza più.

Mali maggiori negli Abbruzzi, soffiati dal Saliceti da Roma, e da’ fuorusciti da Ascoli. I faziosi di Teramo al vedervi entrar soldati n uscirono occulti, fecero numero a S. Angelo ov’era popolo per festa del santo, né riusciti a muoverlo, tornaron sull’imbrunire in due bande per vie diverse nella città, dando grida sediziose. Una sparpagliarono i soldati, imprigionato il capo. I capi dell’altra, fra’ quali uno reduce di Lombardia, furiosi corsero all’intendenza chiedendo la libertà di quello; e scontenti d’udir solo buone parole, ridiscesero in piazza, e sostennero il comandante dell’arme. Però le milizie temendo colpir lui, non fecero fuoco; e si scese alla dappocaggine di rilasciare il capo prigione. Ma il generale comandante gli Abruzzi accorse presto e severo: i congiurati volean far lesta, poi vistisi soli, e anzi il popolo guardarli biechi, non aspettarono; e a Fano Adriano, indi nel Pontificio ripararono.

Grande ostacolo alla potestà era la forma costituzionale per porre la quiete, veder tessere le sedizioni, né poterle impedire, veder i macchinatori tronfii, e non ghermirli prima dello scoppio, il governo in tale vicenda era costretto a star coll’arme al braccio per dopo punire, così obbligato a vincere sempre, o cadere.

24. Altra proroga delle camere.

Appressandosi il 30 novembre fermato al ricominciamento delle sessio ni legislative, e sendo la camera de’ 164 deputati incompiuta, per pronunziate esclusioni, e morti e rinunzie e mancanze d’elezioni in più distretti, si decretò a’ 14 ottobre che a’ 15 novembre si convocassero i collegi elettorali da elegger trentasei deputati, cioè sei per Napoli e trenta per le provincie. Subito gli usati brogli. La nazione stomacata, e per la sentita mala prova abborrente d’altra sperienza, si tenne da canto, e i collegi fur preda della fazione, vistasi però allora quanto piccola fosse. Ad Aversa sendovi 2822 elettori, v’intervennero 185. Nel distretto di Lagonegro di 5448 v’andarono 654. A Catanzaro di 5855 soli 140. A Nicastro di 5625 appena 425. A Lecce di 5568 soli 508. A Bari, di 9652, 2175. Ad Altamura di 2801, soli 178; e così di altri. E nel distretto di Napoli ov’eran 9584 elettori, votarono 1491, né concordi. Pertanto da quell’urne uscirono i più famosissimi: il Pepe disertato a Venezia, eletto con appena 477; Aurelio Saliceti profugo, né scritto nelle liste, n’ebbe 659, il farinaio Ignazio Turco 687. Soltanto Luigi Settembrini ne raggranellò 708, e fu il più alto. Ciò mostra quanta popolarità s’avessero cotali archimandriti della rivoluzione; ché non poteron trovare più di sette centinaia d’adepti e infatuati nel popolosissimo distretto di Napoli. Or questi pochi non paghi di turbar la pace di tutti, a compensar la pochezza con pompa d’offese al governo, mandarono a 14 ottobre una spada al Pepe. Gliela recò in Venezia un certo Montuoro schiamazzatore di strada, cui in premio fecero colà tenente delle milizie repubblicane.

Il Ministero da cotai lampi, vide che con le camere s’aprirebbe altra porta alle turbolenze allora con sangue attutite; considerò Sicilia da domare, masnadieri nelle Sile, Alemagna in foco, Francia scandalo di repubblica, Lombardia prossima a nuova guerra. Genova e Toscana apprestar costituenti, il romano rumoreggiar repubblica, e fra noi surti deputati i barricatori servi del Mazzini. Seguitava la nefanda uccisione del Rossi dentro Roma. Con decreto del 25 novembre si prorogò il parlamento pel 1 febbraio.

25. Morte di Pellegrino Bossi.

Pio IX avea sperato con le grazie vincere le fazioni, e i faziosi sperarono ci fosse rivoluzionario come loro. Sue concessioni accolsero plaudendo; e come ei si fermò giuraron vendetta, e ’l gridarono traditore. Giunta a Roma a 51 luglio notizia della sconfitta a Custoza, deputati e plebe dimandarono minacciando arme, soldati, volontarii e denari per far guerra; e come il Papa rispondeva guerra difensiva sì, d’offesa no, gridarono avanti al Quirinale Morte a’ preti, viva il governo provvisorio. Si depose il Ministero Mamiani, e né sorse altro pur col Galletti. Ma il pontefice non potendo fidare in costui sempre perdonato e sempre fellone, fece nuovo ministero. Pellegrino Rossi Carrarese, nato a’ 3 luglio 1787, pubblicista succeduto al Sav nella cattedra d’economia al collegio di Francia, perche amico del Guizot, era stato dal 1844 ministro di re Luigi Filippo alla S. Sede; caduto in febbraio quel re, ei cessato d’uffizio si vivea privato a Frascati. Volle Pio valersi di lui, e fecelo ministro di Finanze d’Interno e Polizia. Il Rossi provvide all’esercito, all’amministrazione civile, all’erario, e mosse pratiche per lega italiana difensiva, secondo il pensiero del papa; onde venne da Torino a Roma l’abate Rosmini. Ma ciò accennando ad ordine scontentava chi per via di disordine volea repubblica unitaria; né un ministro costituzionale, non istrumento ma avversatore di setta, potea piacere a questa.

Era il nodo de’ congiuratori nel circolo popolare, al palazzo Fiani. presidente lo Sterbini, assistente fra gli altri il Canino. Anche con lo Sterbini manovrava una commessione segreta; e certi dipendenti dal circolo stavano in altre conventicole, dov’eran Masanielli il Ciceruacchio, e altri tornati di Lombardia, più atti a garbugli che a schioppettate guerresche. Il già ministro Galletti avea favorite cotali adunanze, il Rossi si studiava a comprimerle. Impertanto fermato d’uccider lui, si cominciò a infamarlo: straniero, retrogrado, traditore; e nell’orgoglio del premeditato colpo minacciavanlo, né gittavan lampi ne’ giornali, dove aperto gli profetavan morte. Lo Sterbini riedendo da Torino, passando per Firenze a sera del 5 novembre, presiedeva col Canino e ’l Garibaldi al circolo popolare di là e vi si decise a cassare dal ministero romano il Rossi. Tornò il IO, e nella sera del 13 die’ al circolo di Roma contezza della sua missione; poi fu visto andare al Ciceruacchio in un fienile; dove si distribuirono mezzo sendo a testa e pistole agli astanti. La sera seguente nel teatro Capranica, presenti essi Sterbini e Ciceruacchio, s’estrasse a sorte lo assassino, anzi ne cavaron sei, de’ quali uno fu Luigi Brunetti di Ciceruacchio figlio.

Doveva il Rossi recarsi alla Camera a’ 15 a far un discorso di liberale e conservatrice politica; avvisato non andasse, sovrastargli gran rischio, tratto da suo misero fato, volle. Il parlamento era nel palazzo della Cancelleria, sul luogo ove già fu l’antico senato di Roma, là dove Cesare venne pugnalato; i congiurati vi presero la corte e le scale. Ei giunse snll’ore due pomeridiane, in carrozza, tra folta gente; scende in cupo silenzio, sale i primi scalini, certi uomini lo intorniano, e uno col coltello gli taglia la carotide a dritta. Cade, e senza dir verbo spira nelle stanze superiori. La camera, col presidente Sturbinetti, senza scomporsi seguitò sua tornata. Gli assassini non presi né puniti, anzi da sé celebrandosi, andaron con le nude coltella per Roma, e sin sotto la casa dell’ucciso a insultar la famiglia. La setta celebrò siccome Bruto quel meritevolissimo di capestro. A sera con torce accese e bandiere i manigoldi andavan cantando: Benedetta quella mano — Che il ministro massacrò! E con questi versacci semi-francesi, gridavan viva Italia. Seppesi dal processo che se ne fè poi esservi stati de’ primarii complici un Bomba Chietino, e un Vincenzo Carbonelli pugliese, fuggiti da Napoli dopo il 5 maggio. Il misero Rossi avutone sentore li avea scacciati da Roma la vigilia; ma eglino uditasi a Civitavecchia la uccisione, ottennero di tornare indietro. Credo per tal merito poi nel 1860 il Carbonelli fosse fatto generale dal Garibaldi rimuneratore di regicidi.

§. 26. Pio IX a Gaeta.

Il domani quanto v’era di lurido e infame, raccozzati dal Canino e dallo Sterbini, s’avviarono al Quirinale, con anche un cannone; esser pagliaroli le vie, gridaron repubblica, assediarono il papa, gli uccisero guardie e qualche prelato. Campò la vita, pria concedendo quanto vollero, e protestando, poi fuggendo con modeste vesti la notte del 24 alla volta del reame. Toccando il confine napolitano sull’ore sei del mattino, intuonò il Te Deum. Riposò a Mola alla locanda detta di Cicerone, ove trovò il cardinale Antonelli e TArnau segretario della legazione di Spagna; a sera, come già Costantino IV, riparava a Gaeta, in misero albergo. Mandò il conte Spaur ministro di Baviera con una lettera al re, chiedente ospitalità breve, per non porre a rischio la quiete del reame. Ferdinando ebbela a mezza notte; e allora allora, tolte biancherie, vettovaglie e altri arnesi, navigò con alquante compagnie granatieri della guardia, e col fratello conte di Trapani e lo Spaur e ’l nunzio apostolico a Gaeta; ove giunse a un’ora dopo il meriggio del 17. Non dirò quanta festevole gioia prendesse il sovrano e la popolazione a sentir libero e salvo in amiche e devote braccia il vicario di Cristo. Il re pregandolo il distolse dal recarsi, come voleva, all’isole Baleari; né fu risparmiata magnificenza. L’esercito napolitano fe’ battere un medaglione con l’effigie del pontefice e di Ferdinando, e questa scritta: PIO IX. P. O. M. FERDINANDO II, RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE. 1848. — e al rovescio il forte di Gaeta, e L’ARMATA NAPOLITANA A MEMORIA DELL’ESULE PIO IN GAETA SACRAVA AL SUO AMATO RE. 26 novembre. Né furono battute due in oro, molte in argento; moltissime in rame dorato e bronzo.

27. La costituente italiana in Roma.

Fuggito il papa, il Montanelli ministro in Toscana mandò il La Cecilia detto colonnello (forse promosso dopo le barricate di Napoli) a recare in Roma l’ordine dell’andare avanti, abolire la sovranità papale, proclamar la costituente, e fare del pontificio e di Toscana uno stato. Al Bargagli ministro toscano in Roma scrisse: «Bisogna che cotesta città diventi centro del movimento nazionale. La Cecilia dirà le nostre idee. Se Roma convocata la Costituente vota presidente Leopoldo, avremo ottenuto doppio effetto: primo la fusione di due stati d’Italia centrate; secondo un centro Italiale, cui Piemonte ed anche Napoli dovranno concorrere. Del Papa si dica bene; dire che ha fatto bene, ch’è il vero restauratore del popolo evangelico; dire che l’allontanarsi in tempo di ricomposizione politica fu gran prudenza, affinché non si fosse visto il capo della chiesa a soffrir violenza; e dire non esser possibile che un Pio nono ricorra ad arme straniere.» Con simiglianti ipocrisie questi uomini che si davan aria d’ingegni volean fare grande l’Italia. Il Mamiani rimasto ministro del Papa, si sforzò con lettere a’ legati esteri dimostrar suo ministero legale, la purezza de’ divisamenti, e la giustizia della sollevazione; cosi pensandosi ritener le diplomatiche relazioni. Ma nessuno stato volle saperne, e men di tutti Francia repubblicana, per non s’affratellare a repubblica assassina. il Cavaignac, udita appena la sedizione del 16, mandò 3500 soldati a Civitavecchia con un De Crocelles legato per difendere il pontefice, liberarlo, e pregarlo di riparare in Francia; ma sendo giunti a 4 dicembre, dopo partito il papa, retrocedettero. Il De Crocelles tirò a Gaeta, e v’arrivò lettera del Cavaignac; cui Pio rispose a’ 10 ringraziando, ma non voler torsi da quell’asilo, dove senza suo proponimento la Provvidenza l’avea condotto.

Egli per non abbandonar le nave dello stato, anche di fuori provvide. Avea pubblicato a 27 novembre un Motu-proprio dichiarante aver già protestalo a Roma il 16, non esser libero nello esercizio della suprema potestà; riconoscere nell’ingratitudine de’ suoi figli la mano del Signore che percuotendo lui vuol soddisfazione de’ peccati di esso e del popolo; protestare anche allora d’aver patito violenza sacrilega; dichiarar nulli tutti gli atti seguiti; e nominava una commissione governativa per tutela de’ sudditi e del trono. Intanto i ministri felloni volendo ipocritamente coprirsi del nome di Pio, niente sapendo di tal motuproprio, mandarongli un messaggio, dicendosi lasciati a custodir l’ordine, assicurandolo manterrebbero la quiete, pregandolo manifestasse sua volontà. In riposta ebbersi il motuproprio; onde rescrissero dimandar la dimissione; ma non ebber riscontro, per non dar loro appicco a dirsi costituiti con legalità. Allora si volsero a’ deputati che dichiarassero il motuproprio non aver faccia d’autenticità, né forma costituzionale, e sfrontati restarono in sedia; se non che giovando a far la rivoluzione il nome del papa, molto si maneggiarono per indurlo a rivocare il motuproprio, e fidare in essi; ma il trovaron fermo.

Già era concorsa a Roma la schiera de’ concitatori e ribellanti di tutto il mondo. Poco mancò la sera del 5 dicembre non v’uscisse proclamata la repubblica. Ma il giorno 8 un atto de’ deputati nominò cinque per provvedere insieme col ministero al modo di vincere la difficoltà per l’assenza d’uno de’ tre poteri; e tal commissione rapportò l’11, dicendo il motuproprio mancar di forme, i commessarii del Papa non esser iti al posto (e come andarvi dopo il Rossi?), lo Stato non poter stare senza governo; e propose tre deputati a esercitare la sovranità. Subito fatti, il Galletti, il conte Camerata, e il conte Corsini. Protestò Pio IX a’ 17: «Ricordava suoi benefizii lo sgozzato ministro, lo assalito Quirinale, l’aver dovuto fuggire per impotenza d’impedire tanti eccessi; la Provvidenza menatolo a Gaeta, ove pienamente libero aver rinnovate le proteste, provveduto al governo, protratte le sessioni parlamentari; eppure i congiuratori proseguendo in fellonia averlo impedito, e anzi creata una giunta di governo. Egli dover serbare intatti i diritti di S. Chiesa, e sì trasmetterli a’ successori; protestare innanzi a Dio e all’universo contro il sacrilego attentato. Nulla esser la giunta, nulli gli atti, nulla l’autorità usurpata».

Il Mamiani dimesso, eppur a forza ministro d’un sovrano che gli avea nominato il successore, salì in ringhiera a 1.° dicembre, e propose la Costituente italiana in Roma, per compilare il patto federale, che rispettando l’essere e la forma degli stati, valesse ad assicurare l’indipendenza. Ma i deputati mai non furono in numero. Allora la caduta del Cavaignac percussore della setta mondiale nelle vie di Parigi, e la salita di Luigi Napoleone, come dirò, giunse in punto a rinfrescar le speranze ne’ settarii d’Italia; e vantandosi lui esser opera loro, e dover dare aiuto, con più boria procedettero. Concorsero uomini privati a Forlì. rappresentanti de’ circoli di venti città papaline, i quali preseduti da Aurelio Saffi fecero un indrizzo a’ deputati, incitandoli a creare il governo provvisorio, e proclamar la Costituente. Altro n’uscì a nome della Guardia Civica, il più di essa ignorandolo, e lo Sterbini da una loggia nunziò al popolo ed a’ Civici sarebbero soddisfatti loro voti. Ma i deputati abborrenti dal trascendere a tanto, chiusero le sessioni; ed i tre, anzi i due Galletti e Camerata (sendosi dimesso il Corsini) proclamarono ai 29 l’assemblea costituente romana. Intanto anarchia, omicidii, demolizione di fortezze a Perugia, ruberie all’erario, debiti, carte monetate e miserie.

Contro essa costituente protestò forte il pontefice a 1.° gennaio con proclamazione a’ sudditi suoi, e poi meglio a’ 14 febbraio avanti a cardinali e al corpo diplomatico.

28. Fine del 1848.

Intanto seguendo in Napoli conferenze co’ legati di Francia e Inghilterra per conciliar le cose di Sicilia, questa dominata da chi abboniva da qualunque pacificazione, pativa l’armestizio come prolungamento d’agonia. A 28 dicembre vi si dimetteva il ministero del 13 agosto, e il Settimo a stento riusciva ad avere altri ministri, che pure alla dimane si dimettevano, ond’ebbe necessità di pregare i precedenti a tornare in seggio. Restavan così Torrearsa, Ondes, Marano, Errante, Cordova, e la Farina, i quali a’ 29 ringraziarono con proclamazione il popolo, la camera e il Settimo della fiducia messa in loro dal potere legislativo, legittimo rappresentante della sovranità popolare. E là dove unico sovrano era il popolo, andavan cercando un re pel mondo.

In Francia, promulgata a 4 novembre la costituzione repubblicana, si procedette il 10 dicembre alla elezione del Presidente, per suffragio universale. Uscì eletto Luigi Napoleone Bonaparte figlio di Ortenzia Beauharnais e di Luigi fratello del primo Napoleone, con cinque milioni di suffragi, tra sette di votanti. Esaltato lui, credette trionfare la rivoluzione già compressa dal Cavaignac, e pur credettero trionfare gli uomini tranquilli speranti riposo, e il clero. Il quale era stato di quell’esaltamento di lui sopragrandissima cagione; perché, sospettoso della repubblica, e abbonante gli Orleanesi ch’avevano col Guizot protestante accolto il protestantesimo in Francia, lui favorì, sperandolo sorreggitore della Chiesa. Ma la maggioranza di tutti gli ordini andò a lui, credendo ei chetasse le convulsioni sociali. Congiuratore vent’anni, prigione due volte, profugo, stretto con tanti congiuratori, afferrava pur nelle mani la terribile spada di Francia. Però con le costituenti in Italia, tra presentimenti vani di timori e speranze, e col ritorno de’ Napoleoni sulla scena del mondo, si chiudeva il tempestoso anno 1848.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_NONO

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