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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIX)

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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIX)

LIBRO DECIMOTERZO

SOMMARIO

§. 1. Processi, condanne, e grazie. — 2. Lettere di Lord Gladstone. — 3. Assalimenti, e confutazioni. — 4. Ricchezza e bontà inglese. — 5. Echi in Francia e Piemonte. — 6. Disdette del Gladstone e dell’Aberdeen. —1. La dignità dell’uomo in Inghilterra.8. Tremuoti di Melfi. — 9 II re t’accorre — 10. Malattia delle uve. —11. Opere pubbliche. — 12. Trattati, decreti, e grazie. — 13. Nuovi pianeti. — 14. Morti. — 15. Il 2. dicembre in Francia. —16. Il secondo 2 dicembre. —17. Si mutano ministri inglesi. — 18. Si mutano in Napoli. — 19. Attentato alla regina di Spagna. — 20. Attentato in Toscana. — 21. Attentato a Milano. — 22. Attentati a’ sovrani d’Austria e Prussia. — 23. Assassinio del duca di Parma, e altre sedizioni. — 25. Scaramucce inglesi alla Toscana. — 23. Le tavole parlanti, e la cometa. — 26. Opere nel regno. — 27. Scarsezza di ricolti. —28. Tremuoti a Cosenza. — 29. Il colera. — 30. E in Sicilia. — 31. Modifiche nel ministero.— 32. La Civiltà Cattolica proibita, — 33. Richiamamento del Filangieri. — 34. Il dogma della Concezione. — 35. Grazie regie.
§. 1. Processi, condanne, e grazie.

La magistratura del regno, fatta a poco per volta, composta d’uomini di varii pensieri, guardanti all’avvenire, non ben fidanti nel presente, procedeva con grande circospezione contro i colpevoli di maestà; e sotto spezie di scrupolosa legalità protrasse tanto quei giudizii, che ne seguì poi molto rumore e poco frutto. Meglio saria stato non farli più; ma il Fortunato che farli voleva e dell’indugio vedeva la sconvenienza, sollecitava i procuratori generali, in iscritto ed a voce; e un dì a un d’essi, lamentandosi de’ giudici, gridò: «E che! neppure il boia hanno imparato a fare!» Cotesto ex liberale, che a disegno sceglieva uffiziali inscienti, volea sapessero solo impiccare. Due ampii processi compilavausi in Napoli, uno per l’attentato del Faucitano del 16 settembre 49 e la scoperta che né seguì degli Unitagli l’altro pe’ fatti del 15 maggio. Quello si compì prima, e furonvi confessioni de’ rei, testimonianze di subornazioni di soldati, e ’l rinvenuto stampato catechismo della setta. Il procuratore generale con alto del 15 dicembre 49 accusò quarantadue persone, delle quali due mancarono per infermità prima del giudizio, ritardalo con rescritto per malattia d’altri imputati, per la molta Distruzione giuridica, e per moltiplicità di prove e gravami. Cominciò a 1 giugno 50 la discussione pubblica, chiusa a 31 gennaio dell’anno dopo: ebbe 74 giornate d’udienza, furonvi 226 testimoni; il procuratore generale in tre giornate die’ sue conclusioni; e gli accusali e gli avvocati n’ebbero 25 per dichiarare le difese, e arringare. La Gran Corte speciale durò tutto il dì 31 e la seguente notte per ventidue ore continue in deliberazione; sicché al mattino del 1° febbraio emanò la decisione: a morte il Faucitano, l’Agresti e il Settembrini, a ergastoli il Barilla e il Mazza, a trent’anni di ferri il Nisco e il Margherita (benché questi accusasse i compagni), a 25 i tre Catalano, Vellucci e Braico, a 24 i tre Poerio, Pironti e Romeo, un altro a vent’anni, nove a 19, due a sei anni di relegazione, cinque a un anno di prigionia, uno a quindici giorni di detenzione, e uno a multa di 50 ducati. Per otto non costò la colpa, e uscirono liberi. Graduazioni di pene che mostrano scrupolosità di giudici e di leggi. II re sin dal 30 novembre 50 aveva ordinato ch’ove più rei fossero dannati nel capo, la Corte designasse uno o due soli più meritevoli di patibolo: essa designò il solo Faucitano; però con decreto dei 3 febbraio da Caserta si commutò a’ tre la morte in ergastolo, ma il Faucitano patì la cappella, e udì la grazia nella notte precedente al supplizio. Il Poerio con gli altri di nascita civile fur condotti a Nisita, poi a S. Stefano, Ischia, e Ventotene, da ultimo a Montefusoo, dentro terra. Poco dopo a 30 aprile dell’anno stesso molti di essi ebbero grazia.

Intanto si preparava l’altro giudizio, ben più grave, siffatti del 15 maggio, dove si compilarono 250 volumi scritti. Difficile giudizio, perché sendo in quel dì funesto i soli rei padroni delle strade, anche i testimoni eran forse correi, e rispondevano a ingarbugliare la verità, gl’innocenti non volevano impicci, eran fuggiti i caporioni, e il tempo avea fatto succedere all’ira la pietà. Gl’imputati si scusavano l’un l’altro, davan testimoni a discarico, premeditatamente contraddittorii; e i testimoni per paura o corruzione si ritrattavano. Nondimeno di 326 imputati soli 46 ebbero l’accusa. Cominciò la discussione a 9 dicembre 51, e fini a 8 ottobre seguente. La Gran Corte speciale ritenne in agosto l’accusa per soli 37, cinque messi fuori causa, e tre mandò a Corte d’altre provincie, perché là d’altri misfatti inquisiti. Gl’imputati ricorsero per incompetenza alla suprema Corte, poi si sospese per malattia del presidente Navarro, quindi lentezze che prolungando il ricordo de’ passati malanni, davano al governo aria di crudele, mentre era legale e circospettissimo. La Gran Corte stettevi ottantotto tornate, cioè 71 per interrogatorii, tre per la requisitoria del Procurator generale, 14 per arringhe d’avvocati, e 19 ore in deliberazione. Ne uscirono condannati ventisette, cioè: sette a morte, Giuseppe Bardano, Saverio Barbarisi, Silvio Spaventa, Luigi ed Emmanuele Laenza, e Girolamo Palumbo, venti a pene minori. Il re da Tiriolo il 14 fece a’ sette grazia di vita, ad altri scemò la pene de’ ferri, commutò allo Scialoia la reclusione in esiglio. Gli atti de’ due giudizii fur messi a stampa.

La grandezza del misfatto, la moderazione del numero de’ condannati, e le grazie, certo eran prove di mite governo, ma fu a chi aveva interesse d’infamarlo argomento da gridar tirannia. I ministri esteri presenti alle udienze, eran serviti a spaurire i giudici, a inanimare i colpevoli. I graziati pagarono la regia clemenza, con più fere congiurazioni, le pene durarono poco, e tutta quella mostra risolta in rumore, servì a ponte di rivoluzione. I condannati atteggiali a martiri, furono poscia nel susseguito trionfo implacabili flagelli alla misera patria.

§. 2. Lettere del Lord Gladstone.

Da tai giudizii s’ebbe opportunità da trarre a re Ferdinando uno strale, nuovissimo nella storia internazionale. Lord Palmerston alle ragioni settarie, all’interesse contro la prosperità del reame, all’odio personale, aggiungeva la stizza per la sua induzione del 1818 abbattuta dal re, e per l’aiuto al Santo Padre; e né pensò una non più intesa. Come nel 47 avea mandato il Minto a rivoltare l’Italia, nel 50 mandò in Napoli un altro messere col segreto onorevole ufficio di spiare e calunniare, e divulgar poi per Europa Ferdinando boia de’ sudditi. Il baronetto W. E. Gladstone venne in dicembre; non vide il re, non i ministri, non un uffiziale, ma sempre insieme con settarii, vide o finse veder tutto male. Vero è altresì che il Fortunato nol curando punto, neppur tentò d’abbonirlo, e ’l fe’ fare. Egli tornato a Londra parlò al Castelcicala nostro ministro colà, svelandogli avere scritto sulle cose del regno, ma nol pubblicherebbe dove il re iniziasse riforme; quegli scrissene al Fortunato; il quale né rispose, né al sovrano né fe’ motto. Bentosto il Gladstone adirato scocca due lettere famose al conte Aberdeen a 11 e 14 luglio 51, su’ processi di stato del Napolitano; orazioni patetiche, lodate a cielo dalla demagogia, e veramente di tai lodi degne. Tra l’altre così si scagliava: «non descrivo severità accidentali, ma la violazione incessante, sistematica, premeditata delle leggi umane e divine; la persecuzione della virtù, quand’è congiunta a intelligenza, la profanazione della religione, la violazione d’ogni morale, sospinte da paure e vendette, la prostituzione della magistratura per condannare uomini i più virtuosi ed elevati e intelligenti e distinti e culti; un vile selvaggio sistema di torture fisiche e morali. Effetto di tutto questo è il rovesciamento d’ogni idea sociale, è la negazione di Dio eretta a sistema di governo.» Menzogne e ingiurie premeditate. La punizione de’ rei è dritto insito alla sovranità; punire i ribelli è debito di chi sta per tutelare le leggi contro uomini ch’attentavano (come pur troppo s’è visto) alla vita, alla libertà, e all’indipendenza di milioni di cittadini.

Inoltre il Gladstone ne affastellò da romanziero: disse farsi processo per la costituzione, mentre se ne facevan due, per gli Unitarii, e pel 15 maggio; e quando i deputati costituzionali spasseggiavano sicuri per via Toledo, disse non sapere quanti stessero carcerati per maestà, credersi fossero 15, 20, o trentamila! e potea leggere il documento uffiziale, attestante i detenuti in tutto il regno esser 2024, numero non grande dopo tanta ribellione. Disse gli accusati pel 15 maggio esser quattro o cinque migliaia; e l’atto d’accusa pubblico ne dava 57. Favellò di confische, e v’erano stati cinque sequestri di rendite a fuorusciti, tolti subito per ordine regio. Tacciò di schiavi i magistrati perché amovibili e pagati poco; eppure far anzi troppo rarissime le destituzioni d’uffiziali, ed eran poi pagati in proporzione del prezzo delle vettovaglie più che in Francia. L’essere stati sì pochi condannati fra tanti poi vantati rei dimostra che i giudici avean paura più della setta che del re. Malignò le condanne, malignò le grazie reali, scontorse, falsò le leggi. Disse l’usanza d’incatenare a due i condannati a’ ferri essersi inventata pel Poerio, e sta ne’ codici. Lamentò che la polizia nelle visite leggesse lettere private, ma come giudicare gli inquisiti senza saperne i fatti? e non posson quelle lettere provare l’innocenza? Fingeva orribili le prigioni, dicendo averne viste le migliori, e citava la Vicaria, peggiore, perché per ladri e assassini giudicabili. Le carceri napolitane quell’anno stesso 50 erano state visitate da M. Baillie Cochrane, non trovate triste. E il Gladstone ch’avea sotto gli occhi le luride case degli artegiani di Liverpool e Birmingham, e le cave di Manchester osava parlar del lezzo della Vicaria? né gli dava al naso quel maggior lezzo degli artegiani inglesi? Asserì il Settembrini straziato atrocemente; e il Settembrini stesso nella sua difesa, stampata di nascoso, dichiarò essere stato ben trattato. Parlò di non so qual catechismo usato nelle scuole napolitano, dove è notorio insegnarsi quello del Rosini. Spesso accusava il governo con le parole degli avvocati de’ rei, spesso con quelle stesse de’ rei, massime del Poerio, del quale egli e la setta vollero fare un tipo di martire. Ma quel lord non era poi sicuro di quanto asseriva; usava frasi incerte: Odo dire. —Si dice. —Come m’han detto. —So da fonte rispettabile, ma non sicura. —Io dubito. —Né son convinto, secondo mi fu detto. In tal guisa infamava un re e un regno, scrivendo bugie con arte da non poter esser detto bugiardo.

§. 3. Assalimenti e confutazioni.

Il Palmerston per dare a quel libello aria d’uffiziale, uscì affatto dalle usanze diplomatiche, e ne mandò esemplari a tutti gli stati d’Europa, col che mostrò esser cosa sua. Nessuno gli rispose, fuorché il Tedesco, dicendogli esser dritto sovrano il tutelare l’ordine, e niuno aver facoltà di sindacarne il modo, meno poterlo Inghilterra, severa punitrice de’ suoi ribelli sudditi d’altro emisfero. Di fatto l’Inglese, tiranno in Irlanda, oppressore nella Jonia, autore di roghi in India, operatore in tutte terre d’arsioni, fucilazioni e torture vere, accusava Napoli di torture supposte. Non però il Palmerston, membro del congresso della pace, si stette. A 9 agosto 51 volse una nota al nostro Castelcicala, dove accennò a metter fuoco a tutta Europa, e proclamare aperta sollevazione. E fattasi fare interpellanza in parlamento dal suo amico Sir Lacy Evans, rispondeva lamentando le condizioni tiranne del Napolitano, e citate le lettere da esso fatte scrivere al Gladstone, dichiarava il nostro governo oltraggioso alla religione, all’umanità, alla civiltà e alla decenza.

Il dì stesso di questa commedia nella camera inglese usciva un manifesto mazziniano all’Italia, un manifesto Franco Ispano Italiano del Lamennais, e un’altra famosa lettera del demagogo Scoelcher. Cotali furono le foglie d’alloro di quel ministro.

Di quelle lettere uscirono centinaia d’edizioni, con commenti e cantafere, e lamentazioni e invettive. La setta ne tolse l’assunto. Ma non mancarono confutazioni in Italia e fuori. Nel regno il Mandarini mostrando i fatti e i numeri, mise a nudo le fallacie e gli errori del Lord. Né scrisse il francese Giulio Gondon, e anche il visconte Lemercier deputato al parlamento di Francia, che venne a posta a veder nel regno le prigioni di stato, e scrissene forte il pubblicista inglese Macfarlane con sue lettere allo stesso Aberdeen. Il nostro governo mandò allora parecchi esemplari di queste al Palmerston, perché gli distribuisse alle stesse corti cui avea prima mandato le lettere accusatrici, ma egli non peritò dallo snudarsi parziale, restituendole indietro, e anzi riconfermando le offese, appellando il governo napolitano selvaggio, brutale, fedifrago, e irreligioso. Ministro straniero s’intrametteva a sentenziare d’amministrazione interna d’altro stato indipendente, ministro di stato amico parteggiava co’ ribelli dello stato amico, e afforzava le accuse d’un uomo privato contro un re ed un regno. Ciò perché Napoli era piccolo: l’audacia del codardo.

§. 4. Ricchezza e bontà inglese.

L’Inghilterra piagnucolante noi, qual mai s’aveva condizioni? Regno di diciassette milioni avea più che un milione e mezzo di mendicanti, scritti ne’ ruoli dello stato, cui lo stato facea limosina perché non morissero: ciò significa i poveri starvi in proporzione d’uno a undici. E fra questi undici certo v’era di pur bisognosi per vergogna non iscritti. In Londra vedi sovente morti per le vie di mera fame. E che d’Irlanda? Dagli atti uffiziali sappiamo che nel 1812 vi morirono di fame 187 persone, 515 nel 45, 2011 nel 46, 6058 nel 47, e 9595 negli anni 48 e 49: nel decennio dal 41 al 51 i morti per fame sommarono a 21770. Però la gente è costretta a sloggiare a schiere per America. Lo statistico Robinson novera tre milioni d’Irlandesi usciti d’Irlanda per questo, dal finir del 46 al marzo 51. Se dessi credere al Beaumont l’Irlanda in vent’anni dal 41 al 62 ha perduto cinque milioni di figli; cioè un milione morti per fame, e quattro fuggiti alla cerca di pane in altre parti di mondo. Questa è la ricchezza inglese.

Inghilterra piagnucolava pe’ processi di Napoli, dove neppur uno lasciò il capo; ed essa in Cefalonia, isoletta protetta da lei, per le sommosse del 48, figlie di quelle suscitale da lei in Italia, puniva di morte 25 persone, a 19 commutava la pena, e a 180 dava le battiture su cavalletti in piazza. E noi chiamava selvaggi! Nelle isole Ionie e in Ceylan, costa da rapporti uffiziali che faceva da’ preti suoi cagnotti scomunicare i rivoltosi e chi lor dava asilo; metteva taglie di mille scudi sopra ogni capo di ribelli; frustava la gente, e poi l’esiliava, frustava i parrochi in faccia a’ filiani. E noi diceva irreligiosi! Ardevi le case per temperamento di polizia, fucilava, e anche dopo le sentenze assolutorie cacciava in esilio la gente, e senza giudizio relegava i giornalisti. E questo Palmerston, che tai cose faceva fare ne’ paesi soggetti a Inghilterra, provocava i libelli del Gladstone accusatori di tirannia a re Ferdinando! Il parlamenti inglese nel 1851 sanciva la pena della flagellazione a’ malfattori minorenni; e s’eseguiva la prima volta a 27 febbraio 52 su tre giovanetti a carni nude. E noi chiamava brutali! Giuste trovavano tai punizioni a’ sudditi loro, giusto l’ateismo, gl’incendii, e le fucilazioni, strombazzando noi irreligiosi e selvaggi; perché Inghilterra ha simpatia con le rivoluzioni non in casa sua ma nelle altrui.

§. 5. Echi in Francia e in Piemonte.

Altresì a Parigi furono voci nell’assemblea; a 7 agosto 51 i rappresentanti Arago e Favre, con in mano le lettere del Gladstone si scagliarono contro Napoli. Rispose il ministro Baroche esser quelle scritture in più parti esagerate. I giornali Sardi n’andavano in gloria. Il risorgimento giornale del Farini, mediconzolo romagnolo, stampava interminabili filippiche contro il re nostro; così preparandosi a usurparne il seggio; come dopo dieci anni il Signore permise che la nobile Napoli n’avesse l’onta a sopportare. Egli anzi traducea in quel suo foglio le famose lettere. Ed è da notare che il Gladstone avea già tradotte in inglese la storia d’esso Farini sullo stato romano. S’erano accordati nel fine del dettato, e nelle traduzioni, e nelle lodi scambievoli. I confratelli facevano il coro, rumoreggiante sulle carceri napolitano; perché volevano non ve né fossero.

Ma quali erano le carceri Piemontesi? Quel ministro Bastogi a 8 giugno 51 in Parlamento si fe’ sfuggir da’ denti: «Le nostre carceri son troppo anguste; quelle di Torino son capaci di cinquecento detenuti, e né n’han più di novecento!»Il deputato Salmone lamentava la grande mortalità nelle prigioni d’Alessandria; e notando 104 carcerati mortivi nel 1853, a ragione del 15 per cento, né accagionava l’angustia del casamento pel numero de’ reclusi. Costoro sì mal condizionati in casa loro volean riformare la casa altrui.

§. 6. Disdette del Gladstone e dell’Aberdeen.

Ma troppo divampando il vero, i calunniatori per salvare almeno una i»arie delle calunnie, s’andarono qua e la ritrattando. Il Times giornale che seconda l’opinione di Londra, e ch’avea già accusato re Ferdinando d’aver inventate le colpe a’ rei, dichiarò non potersi negare le colpe; alterate essere l’accuse del Gladstone, doversene sospendere il giudizio. Lo Aberdeen ch’aveva accettata la dedica delle lettere, quell’anno stesso ne rigettò la solidalità, e si confessò ingannato. E più tardi in aprile 52 il Gladstone medesimo si disdisse di molte cose, e confessò onestamente essere stato in parte abbindolato. Favole le torture e i ferri al Settembrini, favola i diciassette ammalati uccisi a Procida, favole confessioni svelate da’ preti, e altre cosiffatte fandonie. Per contrario aggiungeva accuse nuove. E convenendo aver errato prima, meritava fede in quest’altre?

§. 7. La dignità dell’uomo in Inghilterra.

L’offese anglicane eran simultanee contro Ferdinando e il papa. Facevano feste a Bristol, e con programmi stampati dichiaravano aversi a portar in giro i ritratti del Papa, del Cardinal Wiseman e della Vergine Maria, a maniera grottesca, e durante la processione doversi frustare questi tre infami. Niuno maravigli di tai saturnali in paese cristiano che noi tassava irreligiosi e barbari, perché ciò sta bene a gente che non ha costume pubblico, là dove la donna, questa tenera metà dell’uomo, non ha culto di cortesie. Nel 55 a Nottingam uno di nome Kart mise la moglie a incanto per uno scellino. Il 5 dicembre 49 a Lancastre un marito espose venale la donna sua per tre pences, cioè trenta centesimi, e la die’ al maggiore offerente per cinque scellini e nove pences, che son sette franchi e 25 centesimi. In agosto 57 Tommaso Middleton vendeva a Filippo Rostini la moglie Mary a Worchester per uno scellino e una misura di birra, per man di notaro. Ciò narrano i loro giornali, e ve n’ha di consimili moltissimi. E il filosofante Gioberti stampò gravemente: L’Inghilterra essere il paese del mondo dov’è più in pregio la dignità dell’uomo!

Questo paese che vende le mogli con le funi al collo, e frusta la SS. Vergine per le strade, e tien la donna in tale schiavitù, soffia foco in America per l’affrancamento degli schiavi Negri, e gridò la croce per piccoli processi in Napoli. Voleva in America l’esterminio, e in Italia la guerra civile, perché là e qua la prosperità ne fosse distrutta. Oggi è amico del Piemonte fucilatore senza processi, e distruttore di arti. Il Piemontese gli faceva la scimmia; e in marzo 52 vedeva in tempo carnevalesco a Leva portar processione l’immagine della Madonna, e insozzarla di lordure. Fattosene processo per querela, i profanatori n’uscirono impuniti: ciò quando carceravano i vescovi. Il Gioberti non vide cotali effetti della dignità dell’uomo, perché già era morto in ottobre 1851.

§. 10. Tremuoto di Melfi.

Sono memorabili i tremuoti calabresi, né n’eran mancati regnando Ferdinando. Senza notare i minori, ne fu uno a 12 ottobre 55 nel Cosentino, che malmenò Castiglione, e Rovito, mortivi cinquanta persone, oltre i feriti. L’anno dopo nel distretto di Rossano a 24 agosto quasi ruinò Paduli, Scala, Cropalati, e gravi danni fe’ a Rossano. Crosia fu abbattuta, morirono 265, mal conci 182. Negli anni seguenti il reame or qua or là sentiva commovimenti di terra. Questo suolo non riposava.

Nel 1851 s’avvertirono più frequenti trabalzi. Da parecchi mesi n’avevamo in Abruzzo, Basilicata. Calabria, a Sora, a Messina e a Catania, con poco danno, ma frequenti. Il 14 agosto s’ebbe a Napoli una scossa ondulatoria da sud-est a nord-ovest, durata dieci minuti secondi, replicata più fiacca dopo un’ora e un terzo. Presto sapemmo i mali gravissimi patiti da tutto il regno, e più in Basilicata, dove infuriò, sendone centro il Vulture, cratere di spento antico vulcano. Melfi già sede di Normanni, famosa per concilii, e per le costituzioni di Federigo Svevo per man di Piero delle Vigne, che fu il primo codice europeo, Melfi ebbe le ruine maggiori. Sull’ore due e mezzo pomeridiane, sendo grave l’aere e infiammato per lunga siccità, s’udirono due rombi, come si squarciasse il cielo, e subito la scossa. Prima da su in giù, poscia ondulante, durò dieci minuti secondi. Crollano le volte delle case, il campanile si rovescia sulla cattedrale, e la schiaccia; e mentre chi sentesi illeso sbalza dal letto, succede la seconda terribile, durata quasi un minuto, che rende la città pari a mucchio di rovine. Più fiate nel dì stesso replicò, e ne’ due seguenti, e sino alla fin del mese, e poi anche in ottobre, novembre e dicembre si fe’ sentire. Vi perirono intorno a cinquemila persone in quel distretto; Melfi, non più Melfi, pianse da settecento morti, e dugento di mal conci; Barile fatta macerie ebbe cento morti e trecento feriti, Rionero poco meno, Venosa distrutta mezzo; Rapolla, Ripacandida, Alella, Lavello, Acerenza ancora patirono assai. L’ora canicolare fe’ della gente agiata, che riposava in casa, sprovveduto scempio, ma salvò il più della popolazione agricola uscita a’ campi. Né pur sempre giovava l’aperto, ché talora il suolo s’apriva e inghiottiva. Famiglie a migliaia vedevi fuggire da’ tetti cadenti, e cercar piazze e campagne, senza vesti, senza arnesi, strascinando malati, vecchi, fanciulli feriti, alla cerca di ricovero sotto qualche alberello, anzi sotto la volta delle stelle. Felice chi ha una tenda o una coperta! Chi il fratello, chi il padre, chi il marito o i figliuoli rimpiange, rimasti indietro sotto l’arrovesciate case, forse non spenti, forse smembrati, e pria che morti sepolti. Piangesi il sangue o la roba, l’amico o l’amata; chi accorre, chi fugge il periglio; altri muore per salvare altri; chi si lamenta, chi lavora a disterrare, chi chiede aiuto, chi cerca pane, tavole e vesti, e invoca Dio, la madonna e i santi: miserando spettacolo.

Accorse la carità de’ privati, e del governo. Il re sul primo botto die’ quattromila ducati, mille la regina, cinquantamila per ordine regio dettero le Finanze, altrettanti i fondi provinciali, e mille il fondo dell’opere pubbliche, ottocento il Consiglio degli ospizii, mille il vescovo. Si disotterrarono i pericolati, s’inumavano i morti, si stremavano i morenti, si restituivano alla luce i vivi sepolti, i feriti in improvvisati ospedali s’allocavano. Lavorò ogni persona, uomini e donne, religiosi e militari, ogni età, v ogni grado; e anche i carcerati, messi in libertà per non farli restar sotto le sconnesse muraglie, invece di cercar la fuga si dettero a soccorrere. Seguirono collette in tutto il regno; s’ebbero e non poche offerte volontarie; si prese dalle casse comunali e da beneficenze locali; in Napoli, ne’ teatri, nelle accademie, ne’ circoli si fecero musiche e rappresentanze a pro dei danneggiati. Il governo nulla lasciò indietro; mandò vesti, camice, coperte, letti e lenzuola; mandò da ogni banda medici, chirurgi, salassatovi, labbri e ingegneri; accorsero da Napoli i padri ospitalieri di S. Giovanni di Dio, padri Gesuiti, e suore della Carità. Gli ospedali napolitani inviarono tele, farmaci, mignatte, filacciche, fasce, strumenti di chirurgia; carra di pane e farina venian da paesi men discosti. Tavole si cercavan da per tutto, comprate, requisite, segate ne’ boschi propinqui, fatte venire di lontano; sicché in breve sorsero migliaia di baracche in campagna, a ricovero di tanto popolo rimasto senza tetto.

§. 9. Il re v’accorre.

Ferdinando, benché avesse un figliuolo malato (e gli morì) volle col principe ereditario e col conte di Trapani recarsi sulla diserta contrada. L’ultimo tratto del viaggio fece a cavallo e con dirotta pioggia; bagnato giunse il giorno 15 settembre a Melfi, circondato dalla popolazione grata e plaudente; e sebben di sera, volle con le fiaccole senza pigliar pria ristoro, accorrere sulle rovine a vedere i provvedimenti usati dalla potestà civile. Dormì in baracca. La mattina die’ udienza, visitò gli ospedali e ogni tugurio ove fossero feriti e malati, racconsolando con limosino e buone parole i sofferenti. Poi visitando gli altri paesi, passò una notte a Rionero, e condonò tutta la pena a quei carcerati che liberi appena s’eran dati nelle macerie a salvare il prossimo. A quei di Melfi che si ri presentarono condonò due anni. Tolse il sottintendente, uomo dappoco, e vi chiamò altro di più levatura. Dalla provincia tolse, degradandoli, il Colombo funzionante intendente, e il Longo segretario generale. Dovunque passava grazie e largizioni. Mandò gli orfanelli all’Albergo de’ poveri di Napoli, all’ospizio di S. Ferdinando in Palermo, e in altri luoghi di carità. Fe’ crescere le baracche, le coperte e le vesti a’ poverelli, e instituí una commessione di soccorso col vescovo presidente. Oltre le limosine lasciate di sua mano negli abituri, die’ altri cinquemila ducati di sua borsa; e ordinò strade con danari del Tesoro, per dare lavoro a’ bisognosi artegiani.

Subito si riedificarono le chiese e le case principali; al resto provvide il tempo. S’elevò di pianta in Avigliano apposito ospizio col titolo Madonna della Pace, per gli orfani di Basilicata, il quale già con decreto del 31 agosto s’era instituito. A tutto gennaio 1852 i soccorsi della pubblica pietà raccolti sommarono a ottantottomila ducati. In quest’altro anno il re fé nuovo viaggio in Basilicata e Calabria, accolto con festa in ogni luogo.

§. 10. Malattia delle uve.

Questi anni seguiti alla rivoluzione furono fecondi di flagelli: tremuoti, uragani, allagamenti; e quasi fosse poco, venne nel 1851 la malattia delle uve, già l’anno innanzi apparsa in Francia, della quale non era negli uomini altra memoria. Una muffa lanuginosa a natura di fungo pigliava le foglie e i grappoli, e questi faceva o cadere arsi in fiore, o immaturi crepolati, o disseccati e anneriti. Gli anni seguenti infierì peggio. L’industria provò molti rimedii, sinché lo zolfo gittato in polvere su’ grappoli fu efficace; ma si deve dar più volte nell’anno stesso; e oggi ancora la malattia, sebben combattuta, dura. Fece al regno incalcolabili danni, sendo i vini l’entrate nostre principali; restò d’un terzo scemata la ricchezza privata. Si vendeva a un grano la caraffa, ed era agli artegiani gaudio e alimento; mancato, s’ebbe a supplire con altre civaie, però s’alzarono queste di prezzo, con noia universale. Sul vino suolava gravare il dazio comunale; che non sentilo dava pingue prodotto, sì da sorreggere i pesi municipali; bisognò surrogarlo con altre tasse minute e molle, che costringevano il contadino a pagare sopra quasi ogni capo minuto di vettovaglie; e oltremisura lo scontentavano. Peggio quando i dazii non si trovavano a fittare; ché s’aveva a fare un ruolo di transazione ordinato si dalla legge, ma che riusciva a testatico, dove sovente l’arbitrio e ’l capriccio gravava con varia misura ogni classe di persone. Ciò era grand’arma a’ settari per mettere in odio governo e governanti; e giunsero a spargere pel volgo la malattia esser comparsa per la maledizione del venuto papa. Delle tasse vessatorie, della gravezza testatica, e sin delle scemate opere pubbliche accagionavano la mala amministrazione o le ruberie: cose credute sempre da chi deve pagare.

§. 11. Opere pubbliche.

Non però l’otre pubbliche mancavano, benché necessità, le scemasse. In Napoli quell’anno ricominciavano le strade Mergellina e Toledo, quella de’ Fossi tra Porta Capuana e Foria, e seguitato il bel pubblico cimitero con opere di mano e di arte dell’Angelini e del Cali. Al 1.° settembre fu messa in azione la prima linea telegrafica elettrica tra Capua e Caserta. Il resto sino a Gaeta fu inaugurata a 31 luglio dell’anno seguente 1852. Sospesa per la rivoluzione era l’opera del porto a Catania, né v’eran denari; e intanto il mare procelloso, dalle coste di Siria battendo, era per abbattere i lavori interrotti; però furono dal Tesoro dati ottantamila ducati per compiere l’opera presto. Fu elevata inoltre quella chiesa a Metropolitana. E una deputazione della città si recava a Caserta a 7 febbraio 51 per renderne grazie al monarca. Non parlo dell’opere minori in tutte provincie.

Molto si lavorava al bacino da raddobbo, che mancava a Napoli. Il principe d’Ischitella ministro di marina facevalo presso la Darsena, incontro la reggia, ma in principio andò male, perché il mare gravando sul portone della enorme cassa di legno, entrò nel vuoto; e tutta l’opera costata tante migliaia in un attimo ingoiò. Forse colpò lo stesso ministro ch’aveva il ticchio di far l’ingegnere; ma non è da dire quanto il lacerassero, e come ne pigliassero opportunità a vituperare il governo. Il lavoro si ricominciò in maggio 50, e fu compiuto in luglio dell’anno appresso. È una gran vasca ellittica fabbricata in mare, con porta a battello chiusa, e macchina idraulica per estrarre l’acqua; è lunga 512 palmi, larga 84, tonda 50; le pareti son grosse 54 palmi sopra, più in basso, con iscalini sino al fondo; la macchina da estrarre l’acqua fatta a Pietrarsa ha la forza di dodici cavalli. L’opera costò 500,627 ducati, meno che in altri paesi; ma non si può dire che riuscisse molto buona. Fu benedetta a 15 agosto: il re, la sua famiglia, i ministri esteri, e molte migliaia di gentiluomini udirono sul vascello Vesuvio la messa detta dal Cappellano maggiore; migliaia di spettatori, musica apposita del Mercadante, e vascelli francesi allietarono la festa. Ferdinando la compié graziando di sei anni i mille e cento condannati che v’avean lavorato; onde sul momento n’uscirono liberi 559, tra plausi e benedizioni infinite. E pur questa grazia fu malignata: dissero scatenarsi i ladri sul paese.

§. 12. Trattati, decreti, e grazie.

Si pubblicava un trattato di commercio del 5 marzo 51 con la Porta Ottomana, di venti articoli; cosi rinnovellato, a seconda del cresciuto commercio, l’antico del 1740. A 1 settembre si stipulavano due articoli addizionali al trattato di commercio e navigazione del 5 ottobre 46 con l’Austria. A l’11 maggio il real collegio di Chieti s’elevava a liceo pe’ tre Abruzzi, il che dava a’ genitori opportunità d’educare i figliuoli avanti agli occhi loro; ma né lamentò la setta che volea studenti in Napoli, per ammaestrarli a congiurare. Con decreto del 4 ottobre sostituiva a Marcianise un asilo di mendicità; con altro del 21 agosto da Gaeta s’era ordinata una Commessione di statistica generale del regno. Sin dal 1816 il museo Borbonico s’era dichiarato essere del re, indipendentemente da’ beni della corona; ora con decreto del 17 gennaio 52 s’ordinò che il palazzo degli studii, e tutte le collezioni e monumenti, e gli scavi d’Ercolano e Pompei, cessando di far parte del ministero d’istruzione pubblica, andassero alla dipendenza di Casa reale.

Innumerevoli grazie facevansi a condannati: nessuno ebbe morte. In novembre del 31 ottobre nelle provincie fur salvi dal capestro, e ben quaranta ebbero diminuzione agli anni di ferri. Il reame tendeva a rimarginare le ferite rivoluzionarie; e i giornali esteri sbizzarrivano sulle cose nostre: dicevano tutti malcontenti, generali morti di veleno, reggimenti di Guardie reali scostati da Caserta perché liberali, destituzioni d’uffiziali e magistrati, e altre simili. In verità tutto componendosi allora a quiete, l’esercito si diminuiva di ventimila; si rifaceva la gendarmeria abolita nel 18, nella quale ripullulò la mala semenza, stata tarlo del reame.

§. 13. Nuovi pianeti.

Il nostro Annibale de Gasparis negli anni 51 e 52 scopriva cinque nuovi pianeti. Nomò i primi quattro: Igea Borbonica, Partenope, Egeria Ferdinandea, ed Irene. Laonde meritò dalla società astronomica di Londra la medaglia d’oro, con l’effigie del Newton, e ‘l rovescio col nome d’esso scopritore e ‘l millesimo 1851. Poi scoperto a 29 luglio l’altro astro, l’appellò Eunomia, cioè la dea figliuola dell’Equità e sorella della Pace, col simbolo d’un cuore sormontato da una stella: simboli e modi indicanti l’equa tranquillità del paese.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOSECONDO

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