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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXV)

Posted by on Dic 31, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXV)
23. Il nuovo ministero.

Le cose di terraferma si raffermavano. Le guardie nazionali, dov’eran più impure andavano or rifatte ora sciolte; l’arme si stringevano in mano degli uomini d’ordine; e i tribunali procedevano investigando i rei sommovitori. Tai giudizii voluti dal voto venerale, ebbero il vizio d’andar troppo lenti rimestando in quelle lorde acque, quando già i caporioni erano in salvo, e quando s’era data l’amnistia nella molto più colpevole Sicilia. Vedevi sul continente carcerati ignobili e bassi bricconi, e bazzicar poi tronfi per le stanze regie certi grossi bacalari, proclamatori della decadenza de’ reali; cosi due misure, due procedimenti facean diversità di governo in uno regno. Fu il primo de’ non pochi errori conseguitati: ché prolungò senza utilità il ricordo delle sedizioni; e mise in vista uomini abbietti, la cui reità coperta dalle sventure destava compatimento e commiserazione. Almeno avesser fatto giustizia pronta; ma più anni si vagolò tra forme giudiziarie, poi riuscite a niente.

Intanto la gente guardava bieca i tre colori, quale ricordo di malanni; e perché i più a svillaneggiarli, e i pochi a tenerli come paladini, ne seguivan risse frequenti. In Napoli più volte furon subugli per imbrattarli di loto, e massime a’ 12 aprile e a 19 maggio ebbe a intervenire la potestà militare: finì tutto in giugno, con l’ordine dello smettersi i colori e alzar la bandiera bianca co’ gigli. L’arcivescovo a 2 agosto pregò il re di ripristinare i Gesuiti: rientrarono nelle loro case, accolti da uffiziali civili e militari, con a capo il maresciallo duca di Sanerò, che lor volse grazioso discorso. Ebbero poi in novembre il real collegio d’Arpino. Quello di Teramo fu dato a’ Barnabiti a 6 aprile dell’anno dopo.

Volgendo indietro gli animi e le cose, ciascuno si disamorava della forma parlamentare riuscita cosi sanguinosa, e la parola costituzione diventò una paura. Non si potendo allora attuare in Sicilia, non si poteva in Napoli, dove falliti tre sperimenti, rievocarla saria stato scempiezza governativa. Impertanto il ministero che pure avea ben consolidato l’ordine, sentendosi nato costituzionale, vide non poter durare senza mancare al programma: primo il Cariati chiese ritirarsi, poi i suoi colleghi; e il re a 7 agosto esonerava esso Cariati e gli altri Torella, Bozzelli, Ruggiero e Gigli, non però senza rimunerazioni d’altri onorati uffizii. Al principe di Torella toccò il gran cordone di S. Gennaro. Solo il Ruggiero imputato pe’ fatti del 15 maggio, precedenti al suo ministero, ebbe ad esulare. La giustizia gli scoccava il mandato d’arresto, ma come avea quella colpa lavata con posteriori servigi allo stato, gli fu dato opportunità di scampare, e forse qualche altra cosa: altra prova dell’inopportunità di quei giudizii gravanti su’ soli meschini.

Sorgeva presidente di ministri Giustino Fortunato, co’ ministeri di Finanze e affari esteri: il cavaliere Raffaele Longobardi avea la Giustizia, il cavalier Pietro d’Urso l’Interno, e ’l cavalier Ferdinando Troya (fratello di quel famoso del 5 aprile) ebbe il culto, restarono il Carrascosa e È Ischitella a’ Lavori pubblici e a Guerra e marina. Poco stante, a 17 novembre il re da Caserta modificò cotai ministero. Agricoltura e commercio s’univa all’Interno, l’Istruzione pubblica al Culto, qui restava il Troya, l’Urso pigliava le Finanze; il Longobardi ritenea Grazie e Giustizia, ed eran fatti direttori di ministeri, Gaetano Peccheneda per la Polizia, e Salvatore Murena per l’Interno e ’l commercio. Restava presidente e agli affari esteri il Fortunato, giacobino vecchio del 1799, stato nel decennio acre percussore di Borboniani. Uomo volente potestà ad ogni costo, si vesti ministro di Borboni; riuscito assolutissimo, tenne sotto la mano quel ministero, stati tutti, eccetto il Troya e il Murena, uomini liberali. Si scelse il Murena, perché parente, e il Peccheneda perché gran massone, suo creato antico. Costui nel decennio già chierico, lasciato l’altare, sendo uffiziale di polizia, s’era messo, insieme a un notaio Gonza, a falsar lettere della regina Carolina, colle quali faceva carcerare e scapezzare borboniani, e fu voce costante che per tai lettere fosse impiccato il marchese Palmieri. Anche quel notaio Gonza, servendo poi i Borboni, morì presidente di tribunale. Questo ministero, salvo qualche modificazione posteriore, anche quando n’uscì il Fortunato, fu l’autore di quanto s’operò di bene e di male ne’ dieci anni che precedettero l’ultima rivoluzione.

24. Decreti per Napoli.

Seguian buoni regolamenti. Un decreto del 21 ottobre provvedeva ai maestri di qualunque arte o scienza, da approvarsi previo esame; a 6 novembre uscì il regolamento per la disciplina degli studenti, per le parti di studio e di religione; e ’l dì stesso fur vietate le stampe, le immagini e i libri osceni o irreligiosi. Venne poi a 13 agosto 1850 la legge sulla stampa con censura preventiva. Si migliorò con decreto del 6 marzo 1850 il regolamento organico della università degli studii; l’insegnamento diviso in sei facoltà: la teologia con sei cattedre, le matematiche con sette, altrettante per la fisica, nove per la giurisprudenza, dieci per lettere e filosofia, e tredici per le scienze mediche. A’ 10 maggio dell’anno stesso si riformò l’ordine cavalleresco di S. Giorgio, già instituito a 1 gennaio 1819; ora se ne fecero otto classi, secondo quest’età intenta a minutaglie. In novembre 1850 fu eretto a Gaeta un collegio pe’ figli di truppa, che poscia a 18 settembre 59 andò trasferito a Maddaloni.

25. La rosa d’oro.

Pio IX a Gaeta die’ solennemente alla regina la rosa d’oro, cerimonia sacra antica da oltre il mille. Già s’usava a tempo di Leone IX;si fa la quarta domenica di quaresima; il papa in rosee vesti, per simbolo di riposo lieto dell’asprezza quaresimale, benedice un ramo con rosa d’oro, l’unge di balsamo e muschio, benedice il popolo, e riponla sull’altare; poi la messa e ’l servigio divino. In antico se ne faceva presente al prefetto di Roma, purché non vi fosse stata incoronazione d’imperatore; dappoi si suolea mandare a qualche principe benemerito; e sappiamo che nel 1095 Urbano II la porse con sue mani a Fulcone d’Angiò. Nel secolo decimoquarto fu data alla prima Giovanna regina di Napoli in S. Giovanni Luterano. Ora a 2 settembre 49 Pio davala a quest’altra nostra reina Maria Teresa, per ricordo d’aver egli tenuto al fonte battesimale colà la neonata principessa Maria Pia, così dal suo nome appellata.

26. Pio IX a Portici.

Il mattino del 4 il Santo Padre, udita la messa nella cattedrale, lasciò Gaeta suo primo rifugio, co’ cardinali, e insieme alla real famiglia s’imbarcò su fregata regia, seguito da altri nostri navigli, e francesi e spagnuoli. Passando ebbe salve da tutti i forti e vascelli di Napoli. Prese stanza a Portici. Il 6 visitò il duomo napolitano. Seguiva la festa di Piedigrotta, dove gli antichi re suolevano recarsi con pompa a visitare la vergine del Parlo, ma aggiuntovisi da Carlo III il corteo militare, ell’è considerata come borbonica festa; e fu sempre la più gaia e splendida della città, per concorso immenso di popolo e borghesi e contadini venuti di lontano. Quell’anno 1849 vi fecero parata venticinquemil’uomini. Sperò la setta suscitarvi di leggieri subbugli fra tanta gente; però fe’ manifesti minacciosi, segreti incitamenti, chiamate d’adepti dalle provincie, e sinanche una medaglia die’ ai suoi, perché nel tafferuglio si riconoscessero; ma o mancasse lor l’animo o complici, o per la potestà vegliante, non fiatarono, e la giornata seguì festosissima. La dimane il Papa dalla loggia del palazzo reale di Napoli benedisse le milizie; e a’ 15 anch’esso andò a visitar la madonna. Ma il 16 riuscì splendidissima l’altra benedizione che dalla stessa loggia die’ al fitto popolo nella piazza. Preceduto dalla croce e da’ cardinali, con sacre vesti, quando benedisse con le parole di rito nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, tutta la cristianità, e l’oriente e l’occidente, fu universale commozione. Più che centomila voci gridarono viva il Papa, viva il Re! tra il tuonar de’ cannoni; e ‘l levarsi d’innumerevoli braccia, e lo sventolare di pannilini infiniti. Ora debbo dire lo attentato che a disturbare la festa avean preparato i congiuratori.

27. La setta degli unitarii.

Poco innanzi la Giovine Italia avea mutato nome in Unità Italiana, con più svelamento de’ suoi fini, e con modifiche di forme. Avendo a smettere il suo nome discreditato dopo il 1848, altro né prese vergine, più aperto e dichiarativo. Visto frutto dall’aver a prezzo tirati popolani e distrattili dalle fatiche, avutone le prove a’ 5 settembre di quell’anno, quando lazzari delle barracche erano scesi ad arruffarsi co’ retrogradi di S. Lucia e del mercato, risurse il pensiero carbonaresco di farsi per quella via seguenza nella plebe. Dettarono le leggi della società, informate del principio d’ubbidienza cicca: non amicizie, non parentele, non patto, non fede tenere contro l’ordine de’ superiori, premio o pena secondo i meriti, allo spergiuro certa morte, s’accrescevan con lusinghe, si nascondevan con sospetto, i renitenti schernivano, calunniavano, perseguitavano in tutte guise, e lor rendevano dannoso il vivere secondo la legge. Molti intimiditi acchiappavano, anche vecchi e nobili; poi lavoravano a corrompere soldati, a divulgare falsi trionfi, novelle di pronte mutazioni, e sì ingannare e domar tutti.

Adunque col nome nuovo, e col più largo programma, sciolte le camere s’era costituita con un comitato segreto centrate in Napoli, intitolalo Alto consiglio; il presiedeva un Filippo Agresti, che corrispondeva co’ circoli dell’alta Italia, Carlo Poerio stringea le file con le Calabrie, un Giordano con Terra di Lavoro e Avellino, altri con altre provincie. N’era segretario Luigi Settembrini anima del tutto. Cassiere né fu prima Nicola Nisco, carcerato a 15 novembre, surrogollo Michele Persico. Sovente parlamentavano in casa Agresti, sovente per vie solinghe, anche in botteghe da caffè. Eran pure circoli minori presieduti da ciascun membro del gran circolo. Di questo andò stampata una proclamazione, che tra l’altre prorompea: «Non avete il pugnale? una sola punta darebbe libertà all’Italia, e farebbe mutar faccia all’Europa: uccidete la borbonica tigre!» Sostenuto l’Agresti a 16 marzo 49, surse presidente il segretario Settembrini; messo dentro anche lui a 25 giugno, gli succedette Michele Pironti, e carcerato altresì questo a 5 agosto, i congiuratori si cacciavan sin nelle prigioni a consultare quei regoli loro. Avean cercato di far pugnalare come il Rossi quattro ministri regi, e ne vennero a posta da Basilicata i sicarii, fra’ quali un Luigi Vardarelli; poi non seppero venire al fatto. Altra fiata tentarono assassinare il Longobardi, e trovarono l’uomo, ma uno de’ loro li tradì, e nc seguì lo arresto. Anche sul finir d’agosto s’era preparata da un Torassa una bottiglia da scoppiare, sì da uccidere una persona, e l’avean data al sicario da lanciarla al Peccheneda in carrozza. Quegli ebbe anche danaro e uno stile da difendersi nella fuga, ma non osò darvi esecuzione. Si struggevano di uccidere il re; e non trovaron come. Intanto gittavan reti su marmaglia e soldatacci. e seminavan odii, sospetti e paure fra la gente.

Riuscirono nelle provincie a spingere pochi stolti. Qualche capitano nazionale in Basilicata e in qualche contrada di Calabria gridò repubblica in piazza popolosa. Canti e grida repubblicane s’udirono in Altomonte e in S. Lorenzo del Vallo. Nel Leccese s’ostentava allegrezza faziosa e furo halli carnevaleschi con maschere a tre colori e saluti alla repubblica. Inni repubblicani a S. Elia e a Castropignano nel Sannio; e per simili canti a Campobasso si venne alle mani tra nazionali e gendarmi. Quasi lo stesso ad Avellino: quelli si postavano armati dalle finestre, questi uscivan dai quartieri pronti a finirla; e fu uno stento della potestà civile a calmar la cosa. Cotai moti qua e là sconnessi, non seguitati, detestati dalle popolazioni, mostravano la vana operosità, la impotente rabbia de’ capi della setta.

28. Attentato del 16 settembre 1849.

Riuscita quieta Piedigrotta, volean turbare almeno la benedizione popolare del 16 settembre; oltre di che sospettavano (e s’era buccinato) il popolo volesse gridar l’abolimento dello statuto; però a frastornarlo, e a farsene anzi opportunità di rumore, statuirono fare scoppiare una bomba nel più follo della calca genuflessa nella real piazza, e gittarvi vipere vive, e sì con urli e urti e fughe tumultuare. Avrebbero prodotto ferite e morti in donne e vecchi e bambini, persone innocenti e divote. Un Lorenzo Vellucci ito chiedendo vipere per le farmacie, non né ebbe, insospettendo quel cercarne vive e molte; poi sull’alba fu egli trovato sull’atto che incollava ai cantoni cartelli incitatori di rivoltura, dov’erano queste parole: «La tirannide vacilla: cadrà, ma nel sangue. Pio IX è strumento nelle mani del Borbone. Pio IX è prigioniero. Non accorrete alla benedizione, perché essa è ipocrita, è volta a far plaudire il Borbone infame e spergiuro. Viva Dio! viva Italia! morte alla Polizia!»

Venuta l’ora, mentre l’immenso popolo aspettava il Pontefice alla loggia, un Salvatore Faucitano s’era messo con la bomba nel più fitto; ma o sbagliasse il tempo, o che s’accendesse, come poi disse, col foco del sigaro, essa scoppiò pria del momento designato, sull’ore dieci e mezzo del mattino. Fu un po’ di fuggire, ma i rincuoramenti degli uomini da bene fermarono tutti. Nondimeno un sergente scorse il Faucitano annerito dal fumo mezzo abbrucciato le vesti, a fuggire senza cappello; l’agguantò, e lui indarno gridante innocenza, e indarno coadiuvato da’ suoi, dette nelle mani della giustizia. Trovarongli addosso la pezzuola arsa, ov’era stata la bomba; avea l’indice della manca scottato, rossa la mammella sinistra, e lui tutto pulente di nitro e zolfo. Negò prima, confessò poi la colpa, la cospirazione, la setta e i complici. A casa sua e in quella del Vellucci trovaronsi i segni settarii, polvere, arme, e proclamazioni scritte dal Settembrini; dove in una era stampato cosi: «Non pietà, non misericordia, ma uccidete, ferite, bruciate. Morte al tiranno, alla polizia, agli amici del tiranno!» In altre case di complici si trovarono arme, polvere, molti libri tristi, e proclamazioni virulenti a’ popoli, a’ soldati, quelle del Ribotti e de’ Siciliani a’ Calabresi, e lo stesso catechismo della setta stampato, e le notizie de’ segni e delle parole di riconoscenza e di soccorso. Dirò poi del giudizio che né seguì.

29. Cerimonie sacre e meteora.

Il papa a 20 settembre vide nel duomo il miracolo di S. Gennaro; lasciò Portici a 30 ottobre per visitare la sua Benevento, e né tornò il due novembre. A 29 di tal mese cominciarono nel palazzo arcivescovile di Napoli le conferenze episcopali per cose di chiesa, ma a lungo di esse dovrò parlare appresso. Il giorno dopo il pontefice a dimanda del re concesse con decreto che il giorno della presentazione al tempio della Vergine fosse festa comandata. A 8 dicembre disse messa solenne a S. Francesco di Paola per le milizie regie, che secondo il consueto avrebbero dovuto udirla al campo di Marte in onore dell’Immacolata; invece s’adunarono nella piazza della reggia, sendo presente alla messa anche il generale francese Baraguay comandante in Roma, venuto a ossequiare il papa. Questi a’ 25 accoglieva i legati del clero romano, che supplicavanlo a tornare nel suo stato.

Seguiva ne’ primi di febbraio 1850 la cerimonia della coronazione alla Madonna de’ sette dolori. Era un’antica statua, stata d’un contadino, adorata per miracoli sin dal 1411; tale che la popolazione con sublime semplicità l’appellava S. Maria Ogni bene. La città l’avea proclamala protettrice nel 1703, e vi mise annua processione. La solennità della coronazione cominciò con un triduo, e al terzo di 3 febbraio il Santo Padre, presente la real famiglia nel duomo, mise sul capo del simulacro una ricchissima corona, frutto di regie e private offerte; poi Te Deum e benedizione papale. Il domani la coronata statua fu ricondotta in processione alla sua parrocchia. Luigi Arnaud napolitano scolpi una grande medaglia commemorativa, con la madonna fra due angioletti, e a rovescio le arme del pontefice e del re.

Va notato che la sera del 17 novembre 1849, poco innanzi a un’ora di notte, apparve in aria a settentrione di Napoli una meteora, a forma di gran trave ardente, che trascorse ver l’occidente, e s’ascose al guardo dietro S. Elmo. Ebbe varia luce, prima paonazza e violacea, quasi elettricità di cento stabili lampi, poi più rossa e rancia, e sì viva da parer l’alba venuta da occidente. Durò cinque minuti secondi, e sparve in tenebre fitte. Dicono tai meteore venire da corpuscoli o asteroidi mobili nello spazio, che attratti dal nostro globo, cadono nell’atmosfera, dove s’incendiano, o disperdono, o precipitano giù in forma d’aereoliti. Videsi anche in Toscana, a Malta, a Tripoli, e altrove.

30. Incendio.

Era stato comprato prima della rivoluzione molto carbon fossile per le navi a vapore; arrivatone dugentomila cantaia in sul cadere del 48, il fornitore si protestava pei danni del ritardo dello scarico, perlocché il governo noi volendo spartire come per lo innanzi ne’ magazzini in città, trovate vecchie grotte, sotto le rampe del Gigante, a stesa di braccio dal porto militare, colà tutto lo allocò. Quelle grotte restate ascose più secoli, eran fonde quasi dugento palmi e larghe e alte, cavate forse dall’architetto Fontana, per la fabbrica della reggia. Stettevi il carbone tredici mesi, ma sul finir di gennaio 1850 cominciarono di sotterra a trapelar fumee fetide; e qualche sciocco muratore s’avvisò murare gli spiracoli; onde n’uscì uno scoppio che spezzò i vetri del palazzo del principe di Salerno, con altri danni. S’accorse, sfondaronsi muraglie in vie traverse per giungere presto al luogo della combustione; trasscsi in fretta il carbone freddo, e s’arrivò allo acceso, ch’era dal bassissimo fondo sino a tre palmi, e più dove toccava le pareti, e più negli angoli reconditi e bassi. Molto maggiore si trovò nel fitto della gran massa. Lavorarono a rovesciare il freddo sull’infuocato, oppressero le vampe con arena, e cacciavan poi fuori ogni cosa con pale e cofani di ferro, per lunghe catene di soldati, per luoghi bui, e orrendi per fumo, calore e gas micidiale. Lavorando notte e giorno, non si potò cavar più che duemila cantaia ogni dì, e né occorsero anzi ventisette per trarre quarantamila cantaia di carbone acceso da quei disagevoli antri. Fu ventura che niuno pericolò. La gente sbottoneggiava sul ministro di guerra, ch’avea voluto ficcar colà tanto combustibile sotto quasi la reggia. Quel mese parve il tempo del fuoco: simultanea si vedeva una grande eruzione del Vesuvio.

31. Ritorno del Papa a Roma.

Pio IX avea ritardato il ritorno in Roma, perché Napoleone tentò d’imporgli un programma con riforme governative: amnistia, codice Napoleone, e governo secolare, ciò significava rigettarsi nella fatai via sdruscevole della rivoluzione, e a diventar mero vescovo. Protestò voler perdonare sì, ma governar da sé, o meglio durerebbe nell’esilio. Di quel programma pel quale si menò gran rumore, non si parlò più, ma restò lievito di futuri guai. Sicurato alquanto, il Pontefice fe’ a’ 20 marzo nunziare a’ ministri esteri il suo vicino ritorno a Roma, e quelli vel precedettero. Fece a Portici la lavanda il giovedì santo, e pranzò a Pasqua col re. Prima di partire largì croci cavalleresche a’ nostri uffiziali, e fe’ coniare una medaglia da fregiare quanti combatterono per la Santa Sede, Napolitani, Austriaci, Spagnuoli e Francesi. Da una faccia era l’arme sua; dall’altra: PIUS IX PONT. MAX. ROMAE RESTITUTUS CATHOLICIS ARMIS COLLATIS. AN. MDCCCXLIX.

Lasciò Portici a 4 aprile co’ cardinali Antonelli e Dupont (questi a posta venuto di Francia). Alla stazione della strada ferrata di Caserta trovò il re co’ reali principi, sul vestibolo del palazzo la regina e la sua corte, indi alla cappella. Stette co’ reali a mensa, passeggiò nel bosco, a S. Leucio orò nella parrocchia della Madonna delle Grazie. Al mattino dopo la messa, benedì dalla gran loggia del palagio la folta popolazione accorsa da’ dintorni. Parti con corteo di sette cocchi, tenne nel suo il re col principe ereditario, e in mezzo a doppia fila di soldatesche passò a Capua. Quivi alla cattedrale ebbe la benedizione, e dal palazzo arcivescovile impartita al popolo, visitò il monastero delle Salesiane, e ripartì per Sessa, dove all’episcopio passò la notte. Il 6 per mattino rimessosi in via, volle passare a piedi il ponte di ferro al Garigliano, in mezzo a gran popolo accorso. A Mola parata a festa, riposò un poco, e tirò a Gaeta su nuova strada improvvisata a posta per lui sul lido del mare. Aveva il dì innanzi mandato in dono alla cattedrale un ostensorio gemmato tutt’oro con raggiera perle e diamanti, valente assai più il lavoro, aveva quella chiesa elevata a basilica, la sede ad arcivescovile, e conferito a’ canonici la cappa magna in coro, e l’abito prelatizio nella diocesi. Trovò il sobborgo tutto a festa, a festa l’istmo di Montesecco, gremito di barche e vascelli il mare: drappi, archi, iscrizioni, viva, fiori, popolo, bandiere, soldatesche, dolci lagrime e saluti. Pregò nel duomo; all’episcopio accolse al bacio del piede clero, militi e borghesi. Era il quarto pontefice che perseguitato avea riparato a Gaeta. Dopo il meriggio riparti per Itri e Fondi, dopo die’ la benedizione agli accorrenti popoli. Fu a Portella sulle quattro vespertine, indi all’epitaffio, ov’è la colonna limite degli stati postavi a tempo di Filippo II. Il re e il giovanetto prence scesi di carrozza, volean baciare il piede al Pontefice, che noi permise; anzi discese anch’egli e abbracciò il re. Chiesto della benedizione, gli disse: «Il cielo pel mio labbro vi benedica. Non ho parole da esprimere tutta la gratitudine della cristianità per l’asilo splendido che deste in tempo di pericolo al Vicario di Cristo; abbiatevi i ringraziamenti miei e di tutti i fedeli, per l’alto generoso e pio, che farà la pagina più bella della storia. Ve né rimuneri il Signore, e ricolmi Voi e la vostra famiglia e ’l vostro regno d’ogni bene e felicità.» Disse il re: «Padre Santo, io feci quanto era debito di cattolico; e ringrazio Dio, che mi die’ opportunità d’adempiere a tal dovere.» Pio lo riabbracciò; poi preso nelle mani il capo del giovine Francesco, lo baciò, e implorò su quella testa che dovea cingere corona la benedizione celeste. Da ultimo il re, il principe, e l’altro D. Sebastiano di Spagna, prostrati gli baciarono il piede.

Ferdinando aveva invero realmente accolto per sedici mesi il pontefice e la sua corte; ma anche larghi segreti soccorsi di moneta, che a moltissime migliaia sommarono, largì ad uffiziali e prelati papalini esulati e in bisogno; né di tanto che fu onore alto al reame, volle d’un obolo a questo gravare; tutto esso spesò, mentre i settari gridavanlo tigre, ipocrita e infame. Or chi ha anima napolitana sprezzi i calunniatori. Il Pontefice fu anche di là dal confine sino a Genzano accompagnato da ussari della guardia reale. Non narro la festa grandissima nella città sua, né la verace gioia de’ Romani, tuttodì ogni anno all’anniversario rinnovata. Egli nel concistoro del 20 maggio con allocuzione encomiava e ringraziava la pietà di Ferdinando, lodava Francia, Austria e Spagna, e volgeva un paterno rimprovero al Piemonte. Questo e la setta fremettero; e cominciarono loro assalti pria nascosi, poi palesi al Papa-re, intenti a mostrare ingiusto lo intervento cristiano a pro di lui, dove non s’era fatto mai a pro d’altri sovrani, che pure eran negli stati loro capi delle religioni. Ma il Papa capo della Chiesa cattolica, solo perché eletto papa diventa principe; invece altri principi si fan capi delle loro Chiese; cioè nel Papa il principato è effetto, in quelli il principato è causa; onde conseguita che tutta Cristianità in tante nazioni sparsa ha interesse a mantenere nel suo pontefice il dritto principesco.

32. Ritorno alla pace.

Col finire del 49 il reame avea ripigliata la primiera pace. Era ita a 27 settembre a Venezia la fregata Ruggiero; e né riportò la batteria là trafugata dal Pepe, cui graziosamente l’Imperatore restituiva. In Napoli a lavar l’onta fatta all’arse arme austriache, queste a 18 decembre si rialzarono sul palazzo d’Austria con solenne pompa militare. A 6 gennaio seguente nello Spirito Santo si celebrarono funerali a’ morti ne’ conflitti per a causa dell’ordine; fece l’elogio il padre Grossi gesuita; die’ la musica il cavalier De Liguoro. Anche la real casa fu allietala di nozze, celebrale a 10 luglio, fra la principessa Carolina sorella del re col conte di Montemolino D. Carlo Maria Borbone, che per legge salica saria stato re di Spagna.

Il censo della città di Napoli a tutto dicembre die’ 416,475 abitanti, dei quali 203,485 maschi e 212,992 femine, con diminuzione di ventiquattro persone dall’anno precedente.

Tornarono le cose e gli animi alla vita civile, alle industrie, al commercio, alla religione, alle scienze e alle arti. Ne’ due anni trascorsi una febbre politica avea preso tutti: non teatri, non accademie, non opificii, non lettere, non più socievoli brigate, tutto era stato schiamazzio in istrada. Tante ordinanze, tant’arme, ed esercizii militari, e risquilli e tamburi, tante grida e dimenari e vanti non avevan saputo sicurare le strade, le case, e i dritti legali: ora i ladri s’assottigliavano, o si davano a un mestiere onesto; tornava la legge. I tribunali ridettavano sentenze, il foro ripigliava sua maestà. La stampa libera non avea dato un bricciolo di sapienza, né un diletto pudico, né un pensiero di domestica letizia; ora i torchi ritornavano a opere d’intelletto, i teatri a scuole di costume; rifacevansi le cerimonie religiose, i sagramenti, le prediche, le pompe della Chiesa; lo scultore ripigliava lo scalpello, il pittore la tavolozza, l’artigiano la pialla. Riaperti i licei, gli studenti lasciatala piazza tornavano alle cattedre; rivedevi oneste ricreazioni, cene, passeggi, corse in villa e a’ santuarii, musiche, poesie, e quelle pie feste popolari,antiche tradizioni, avanzi di greco costume. Raffermati in sedia i magistrati, la cosa pubblica progrediva sulla via della civiltà.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_UNDECIMO

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