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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXV)

Posted by on Dic 20, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXV)

LIBRO DECIMO

SOMMARIO

§. 1. Riapertura delle Camere. — 2. Repubblica in Roma. — 3. E in Toscana. — 4. Guerra parlamentare in Napoli. —5. Sciolta è la Camera. — 6. Ministri siciliani — 1. Note e conferenze diplomatiche. —8. L’ultimatum regio. —9. Diplomazia rivoluziona ria. —10. Sicilia prepara guerra. —11. Rigetta l’ultimatum.— 12. Guerra piemontese. — 13. Sconfitta di Novara. —14. Genova bombardala. —15. Morte del Ramorino. — 16. La pace, e la morte di Carlo Alberto. —17. Proclamazioni di guerra in Sicilia. — 18. Primo scontro ad Alì. —19. Passo del capo S. Alessio. —20. Presa di Taormina. — 21. Si danno Giarre ed Aci-reale. —22. Indirizzo dei Siciliani all’Europa. —23. Giornata di Catania. —14. Fatti orribili. — 25. Si sottomettono città e provincie. — 26. Palermo brava. —27. Pratiche di sottomissione. —28. Si sottomette. —29. Tumulti. — 30. Fatti d’arme. —31. Resa di Palermo. —32. Considerazioni.
1. Riapertura delle camere.

La sera del 1.° gennaio 1849 tentarono in Napoli un po’ di rumore con grida sparute di Viva la Costituente, tosto ammortite. In contrario al Mercato dopo pochi dì furon Viva al Re. Gli uomini del dritto pigliavano spirito, e cominciavano a mostrarsi fitti e gagliardi, e come tornò l’andazzo degli ordini Mazziniani del non fumare né prender tabacco (acciò fallisser le Finanze) vedesti invece schiere di cittadini per le vie a fumar anzi grosse pipe, e farne ostentazione e risa. I congiuratori nondimeno, ingannatori ed ingannati, mentre menzogne sparnazzavan per le provincie, menzogne n’avevano; si credevan fortissimi del voto di tutto il regno, mentre eran solo co’ loro adepti. Forte sorvegliavali il ministro Longobardi, e ne carcerava i capi dirigenti la trama, ma ne salian nuovi, risorgenti come idre: arrestati l’un dopo l’altro l’Agresti, il Settembrini e ’l Pironti, i rimasti pur congiuravano, più per vendetta cicchi. Speravan nelle congiunture, ne’ fuorusciti Teramani gittatisi a servir la rivoluzione tiberina, volean mover Napoli per quantunque sforzo. A’ 29 gennaio anniversario della costituzione, fecero andare loro seguaci e prezzolati da’ bassi quartieri e disarmati (per tirare il governo a usar l’arme contro inermi) gridanti, e non più, ma questi al veder soldati deviavano, tornavano per altre parti, e rifuggivano, col buio finì quella noiosa commedia. Non però i liberaleschi erano sgomentati, ché si speravan rivincila nelle camere prossime ad aprirsi. Imperlante la onesta gente stava trepida e sospettosa, per la mala sperienza due volte fatta: vedeva esse dover servire di scalino agli agitatori; le contemporanee esorbitanze delle Camere romane e toscane levate a Costituenti, con alti ribelli alle celebrate costituzioni; si parlava spiattellato di repubblica, tutte cose terribili a chi voleva pace. Anche i ministri dubitarono un poco, nondimeno decisero si aprissero.

Al 1.° febbraio ministri p deputati insieme, dopo gli uffizii divini, entrarono nella sala delle sessioni fra mollissimi plaudimenti di spettatori, appositamente convenuti. Qualche voce dalla tribuna gridò: Coraggio! Subito fur presi i banchi di sinistra, di destra pochissimi; ma quel ai, mancando numero legale, non si fe’ nulla. L’altra camera de’ Pari fu pur quel mattino aperta senza rumore. La città non se nc curava; e le camere eran si fuor di credito, che né persone quiete, né indifferenti avrebbero osato farvisi vedere; eran piene de’ soli concitati e concitatori.

2. Repubblica in Roma.

Le cose di Roma correvano a’ fini de’ settarii. Era presidente de’ ministri a Torino l’abate Gioberti, uomo sempre in teorie ed in opere vacillante: fuorché nell’ambizione. Come aggiustava con la penna i contrarii, così volea disposar le politiche opposte, e tentava impossibili mischianze. Avea sul finir dell’anno rappresentato al Papa, ch’ove divisasse ripigliar con l’arme lo stato, meglio volgerebbesi a stati italiani che oltramontani; inoltre avea mandato a Roma e a Gaeta il conte Enrico Martini, per conciliare Pio IX co’ padroni di Roma; e promuovere la italica confederazione; e mentre questi a Roma confabulava, esso Gioberti spinse a Roma e a Firenze su’ primi di gennaio una proposta di costituente da convocarsi da’ tre Stati, e compilare il patto federale. Il Martini giunse a Gaeta l’11 gennaio; l’Antonelli uditolo rispose: «non poter per allora il Santo Padre accoglierlo qual ministro, sendosi pretermessa l’usanza del chiedere l’aggradimento di nuovo ambasciatore. Il Piemonte tener rapporti ufficiosi co’ ribelli, accogliere a Torino lo Spini e il Pinto legati di quelli; non potersi tollerare le pratiche piemontesi per la costituente.» Offesosi lo abate, scrisse al Martini ritirare l’offerta mediazione; insistesse a esser ricevuto ambasciatore uffiziale, o ritornasse indietro. I consigli di Francia indussero il Papa a udirlo benignamente a’ 23 gennaio. Allora il Gioberti, mutato indirizzo, pensò ficcar truppe in Toscana, per guadagnarvi seguito, e poi secondo l’opportunità volgersi o contro il Tedesco in caso di guerra, o nel Pontificio per riporvi Pio IX; e per l’obbietto inviò a Firenze e a Roma il Berghini per chiedere l’entrata de’ Sardi. Firenze acconsentì al passaggio, non a fermata; Roma prima ricusò d’accodierli in città; ma a 18 febbraio conchiusero patti: che guerreggiandosi il Tedesco, potesse il Re piemontese allocar truppe ne’ paesi di frontiera dello stato romano, a spesa di Roma per guarentirla dallo straniero, e per muovere ad assalirlo. Roma s’obbligava a dar per la santa guerra 15 mila uomini a’ generali Sardi; che non dovrebbero impacciarsi dello stato interno del paese. Così quegli che fea le viste di voler restaurare il Papa, contrattava co’ suoi ribelli.

Intanto s’era fatta a 5 febbraio in Roma l’assemblea costituente; quasi tutta schiuma di birboni, tale che La Pallade giornale rivoluzionario stampò che parecchi di quei deputati fosser meglio acconci al remo che alla tribuna. V’era tra gli altri il poi famoso Felice Orsini; v’era il Garibaldi. E questi e il Canino volevano issofatto proclamare la repubblica; ma fu differita pochi dì. Cotesta gente decretò, nella notte tra l’8 e l’9, la decadenza del papato, e la repubblica; perché, dissero, riconosciuta la sovranità del popolo, quest’è la sola forma di governo conveniente. Videsi aperto il perché predicar tanto le Costituenti.

3. Repubblica Toscana.

Con temporanee le stesse cose in Toscana. Aperta a 10 gennaio a Firenze l’assemblea legislativa, subito cominciarono i circoli la loro parte. Proclamarono dittatori d’Italia i Montanelli, Mazzini e Guerrazzi, con Ayala, Cattaneo e Saliceti ministri loro; e che si recassero a Roma per inaugurare l’unione degli stati Romano, Toscano e Veneto. I ministri del Gran Duca volean fargli firmare una proposta di legge per mandar trentasette deputati all’assemblea romana, cui sendo riprovata dal Papa, ei non poteva, riconoscere. Lo stesso dì, che fu il 21, il circolo popolare tumultuando gridò necessario proclamar subito la costituente, cantò il Te Deum, e fuggito l’arcivescovo Minucci, né ruppe gli stemmi; poi la sera avanzò la petizione per la costituente come a Roma; perlocché il Gran Duca spaurito firmò quel progetto di legge, che incontanente venne dal consiglio generale approvato. Ma non osando Leopoldo ratificarlo, si recò il 31 a Siena, dove la popolazione retrograda con bandiere bianche e rosse andò gridando: Viva il Gran Duca, abbasso la costituente! Di là a 7 febbraio, scrisse a’ ministri (Guerrazzi e Montanelli) non poter convalidare la legge, per non toccar la scomunica; non tornare a Firenze, per non perdere la libertà del voto; andarsene anche da Siena, per non far sangue cittadino. Subito l’8 febbraio (lo stesso della proclamazione della repubblica a Roma) il circolo decretò; la fuga del Principe infrangere la costituzione; il popolo solo sovrano di se stesso nominar governo provvisorio de’ cittadini Gius. Montanelli, Doni. Guerrazzi, e Giuseppe Mazzini; questo aversi a unire a quel di Roma per fare stato uno. Mentre nell’assemblee si concionava per lo adottamento, seguì gran tumulto. Era un Giambattista Niccolini, romano, grande schiamazzatore, avventuriero di ribalderie, il quale per laido guiderdone di quaranta scudi avuti dal Guerrazzi, avea quel dì tumultuato con la canaglia per le strade; allora per mostrar di meglio meritarsi il soldo, entrò con seguito lurido e bieco nella sala, e come spiritato grida non portar petizione ma ordini del popolo; di che anche si nauseò il Guerrazzi, il quale non avendo bisogno di tanto, volea far lo stesso con più blandi modi. Parte de’ deputati andò via, l’altra in soli 55 approvarono tutto in un attimo; e anche il senato con codarda pania approvò. Quei buoni de’ Toscani tollerarono, per non pigliar rischi e fastidii.

Il Guerrazzi, di ministro fatto triumviro, supponendo il Gran Duca a Portoferraio, mandò ordine il cacciassero non meritando egli ospitalità;, poi saputolo a S. Stefano, spinsevi il bravone La Cecilia colonnello, con 650 uomini e due cannoni, forse per pigliarlo. Intanto Leopoldo dopo protestato a 12 febbraio ordinava al generale De Laugier di ristabilire il principato costituzionale; e questi scrisse una proclamazione, che giunta il 8 a Firenze die’ pretesto a gran rumore. Arringò il Mazzini giunto già da dieci giorni di Francia, arringò il commediante Gustavo Modena: a 19 febbraio proclamarono repubblica con luminarie, campane a stormo, rotture di stemmi ducati, e pali di libertà inalberati in piazza. Il De Laugier posero fuor della legge, e decretarono gradi superiori a’ soldati traditori (fedeli alla patria). Costui adunque, uomo da Arcadia, con forze indisciplinate e discordi, niente fece, e si ritirò a Pietrasanta. Allora il Gran Duca, riprotestato il 20, si partì al 21 sur un legno inglese, e rifugiò a Gaeta. In quei tumulti arsero in piazza gli stemmi austriaci e napolitani. Ve’ caso! il papa e il granduca, primi iniziatori di riforme, primi sono sforzali all’esilio, appena il Piemonte s’erge a campione d’Italia.

4. Guerra parlamentare in Napoli.

In mentre trionfavan così nell’Italia centrate, quei giornali predicavano i destini pendere da’ due parlamenti di Torino e di Napoli; che ove anche questi riuscissero a Costituenti, una saria stata la Costituente repubblicana dall’Alpe a Pachino. Ma la camera de’ deputati napolitani surta con miserie di voti, irrisa dalla nazione, odiata dall’esercito, combattente con ministri del paese, non era in gambe da fare le prodezze romane e toscane; né potè più che dare in grette manifestazioni dire impotenti.

Per tenere il campo cominciò con iscaramucce. Prima compilò un indirizzo al re, cui credea modello di moderazione, perché coperto di frasi ossequiose, ma acerbe al ministero, cui imputava arbitrii e funesta politica generate. Certo era politica contraria a quella delle costituenti, propugnatrice d’autonomia, vincitrice di Messina, sicuratrice di quiete; e ciò era colpa funesta. Ministri non imitatori del Montanelli e del Mamiani, ministri che non si facevan pugnalare come il Rossi, che non capitanavano ribelli come il Guerrazzi, retrogradi da non dare pecunia a’ faziosi, non progressisti da far debiti e carta moneta, e uccider prelati. Ma che importava a chi si dicea deputato del reame la prosperità e la quiete della patria napolitana? Si doveva far l’Italia del Mazzini.

Cominciaron con proposte di legge strane, sempre col fine d’ingiuriare e affievolire il governo. Volevano abolir le verghe a’ soldati; sì mostrandosi più liberali degli antichi Romani, e de’ nuovi Inglesi, ma per guastar gli ordini della milizia, e accusar di barbarie la potestà con quel zimbello d’umanità. Fischiarono il Bozzelli, che per ingraziarsi, ricordava il da lui patito per la libertà. Fischiarono il Ruggiero quando pronunziò parole graziose all’Italia; e quando egli presentò lo stato discusso dell’entrate e delle spese fu tempesta maggiore. Noi volevano approvare per torre i nervi a’ governanti. Il deputato Scialoia a 14 febbraio concionò tacciando quello stato d’arbitrii e illegalità; onde la camera a’ 17 votò contro il ministero. Poi al 10, per interpellanza del Baldacchini, dimandava al ministro di Finanze: perché non essendo sorretto dalla camera seguitasse a stare in sedia? e quindi a proposta del De Blasiis si dichiarava non sodisfatta della risposta del ministro.

Nella tornata del 14, discutendo la legge per le imposte, riteneva per sé il dritto di votar prima; e che i Pari non avessero facoltà d’estendere la quantità delle imposizioni da essa votate. A ciò s’opposero i Pari. Laonde i deputati proposero una conferenza di commessioni delle due camere, per la votazione delle leggi finanziarie. I pari acconsentirono, purché non s’ammettesse menomamente la discutibilità delle facoltà cui i deputati s’attribuivano; potersi solo tentar conciliazione, non lesiva dei poteri concessi alla camera de’ Pari con lo statuto. La conferenza seguita provò viemmeglio il disaccordo delle due camere. Solo concordarono a votar le imposte, con patto che quella de’ deputati desse con articolo addizionale facoltà al governo di provvedere a’ tributi indiretti sino a 30 aprile.

Cosi odiando acremente il ministero, i deputati impazientissimi presero il partito di combatterlo di fronte, con altro indirizzo al re, concludente a richiesta che lo destituisse. Fu tra loro chi vedea quell’atto esser fuor dell’uso parlamentare, e stolto; quindi discussioni acerbe, ire magne, e male parole; più la tempesta, e più le tribune plaudivano. Alcuno mise il dilemma: o far quello o rifiutar le imposte. Né paghi a gridar colà, s’univano in case private, e più iracondi. Credean coraggio e politica il tirare il governo a sciogliere le camere, incaponiti si che si fecero arte il suicidio. A’ 20 febbraio riconfermarono il voto di sfiducia; a’ 28 compilarono il progetto d’indirizzo, che, sebbene poi moderato dalla commessione, accusava i ministri d’usurpata potestà legislativa, di non composta pace, di violato statuto, di vedovate famiglie, di barbare carcerazioni ed esilii; e conchiudeva che volgendosi al re davan solenne prova di temperanza civile. Quel dissennatissimo alto a 5 marzo era approvato. Ma il re nol volle ricevere. Cosi senza far leggi la camera legislativa perdeva tempo in irose strida, per rinfocar gli animi e le cose, in tempo quando la rivoltura ungarese e l’intervento Russo desolavano Germania; quando principi e Papa esulavano da’ loro stati, fatti repubbliche in Italia; quando imminente era la guerra lombarda, e la pervicace Sicilia voleva con l’arme esser liberata. Per contrario la camera de’ Pari dignitosa provvedeva; e un dì anzi con gagliardi sensi rimbeccò le accuse menzognere contro al nostro esercito per la vittoria di Messina, lanciate dal parlamento e dalla stampa inglese.

5. Sciolta è la camera

Il ministero a 12 marzo con lungo indirizzo al re enunciava lo impossibile accordo di esso con la pluralità de’ deputati, però o quella camera o essi dover mancare. Non aver voluto il sovrano accedere al desio di ritirata del ministero, quando che gli stati vicini versavano in tristi vicende, e che mene sovversive pur nel regno si tentavano; dunque esser necessità disciogliere la camera avversa. E seguitavano: «La Maestà Vostra primo inaugurava l’era delle costituzioni in Italia; plaudivan le popolazioni, ma un pugno d’audaci, avidi del danno della patria, ne ha con immonde passioni avvelenata la gioia. Turbolenze e tumulti rovesciarono il primo ministero; e allora straripato il torrente rivoluzionario, profanali doveri, proclamati nuovissimi dritti, milizie cittadine istituite per l’ordine com battere pel disordine, ambizioni, brogli, avidità private fecero memorando il 15 maggio; quando una camera, eletta con regole sovversive, si fe’ sovversiva anche prima d’esser costituita. Questo ministero surto in momenti supremi, quando saria stato viltà rifiutare, ha combattuto la rivoluzione Calabrese, e tenuto alta la bandiera liberale del dritto contro le arti liberalesche, che voglion la costituzione abbattere per progredire a rivolta. Però non per colpa del Ministero la Costituzione non ha dato i suoi frutti; esso l’ha sostenuta, è stato in mezzo fra la corona e i perigli che a lei attentavano, di tutti colpi ha patito bersaglio. Esso ha richiamato di fuori nel regno le soldatesche, perché a gloriose pugne straniere si preferisse la gloria di pacificare lo interno. Esso ha sparso l’obblio sulle colpe, e ha plaudito al magnanimo cuore di V. M. ponendo in libertà rei presi con l’arme il 15 maggio, luridi, e fumanti di guerra civile; esso in ogni guisa è stato blando e temperante, per menare a concordia gli animi e i pensieri; esso, chetato il continente, s’è volto a domar l’anarchia sull’isola sorella, e con forti e buone milizie ha vinto a Messina; e postala in pace, ha lieto ceduto a due grandi nazioni che s’eran fatte in mezzo. Nulladimeno i faziosi non vogliono deporre l’ire e l’arti ree; e abusato della lealtà governativa che nessun argine mise alla libertà de’ suffragi, brogliarono nell’urne elettorali, ne allontanarono gli elettori con menzogne e frodi, ed eglino stessi con pochissimi suffragi s’elessero deputati. N’è frutto questa camera; la quale, salvo pochi, sta per dimostrare al regno la impurità dell’origine sua. Dessa con la verifica dei poteri ha intruso uomini senza legali requisiti, né avvertita dell’errore l’ha emendato, cosi un consesso eretto per far leggi, ha cominciato col conculcarle. S’è costituita in assemblea senza dare il giuramento, quasi nulla dovesse potere la virtù sul cuore de’ rappresentanti la Nazione laddove il re, la potestà governativa e lo esercito han la costituzione giurata. Ella nello indirizzo al trono ha manifestato lampi d’impazienza contro il ministero operatore di pace, percussore della se dizione, sostenitore dello statuto, e della indipendenza del regno avanti allo straniero. Ora trascende ad accuse maligne, esce dalle attribuzioni sue, violenta i poteri regi, spera collisioni in piazza, e minaccia vietare al governo le sorgenti del pubblico tesoro, se non è nelle sue voglie soddisfatta. Impertanto ove la M. V. fidi ne’ suoi ministri, deve tosto sciogliere la camera, e chiamati ai veri principii le leggi elettorali, provocare altre elezioni.» Firmavanlo i ministri Cariati, Torella, Ischitella, Carrascosa, Gigli, Ruggiero, Bozzelli, e Longobardi.

Con decreto reale del 12 marzo la camera de’ deputati era sciolta, riserbata la convocazione de’ collegi elettorali. La pace pubblica non fu più turbata.

6. Ministeri siciliani.

Ora in Sicilia. Le pratiche andavano in lungo a disegno, per dar tempo a’ ribelli di prepararsi a guerra in favellando di pace. Però mentre Francia e Inghilterra facevan note da conciliare, i Siciliani davan solenni decreti da mostrare animi inconciliabili. A 2 gennaio quel governo stabiliva esser giorni di festa civile nazionale i 12 gennaio e 20 marzo di ogni anno, perché restasse la rivoluzione gloriata nella posterità. I decreti del mese precedente pel mutuo forzoso del milione di onze, trovavano difficoltà nella esecuzione, la commessione de’ ventiquattro deputati era divisa: volevano i più allargare il numero de’ prestatori, i meno sostenevano aversi a fare l’opposto, per restringere a pochi i malcontenti. Però il Cordova ministro di finanze si dimise, perché non avrebbe voluto quel mutuo: combattutolo in parlamento, perché gravoso, ingiusto ed esiziale al credito nazionale. Dopo pochi di tutto il ministero si rifaceva: Raeli a Finanze, De Marco a Intemo, Cali a giustizia, Ugdulena all’istruzione, Pisani agli esteri, e l’Orsini alla guerra. Ma vi stettero pochissimo, ché a 14 febbraio sorgeva altra composizione: De Marco al culto, Cerda alle Finanze, Catalano a Interno, Turrisi a Istruzione: e due giorni appresso un maggiore Giuseppe Paulet, disertore napolitano, ministro di Guerra. Né tampoco passarono il mese, ali marzo i ministri Cerda, Paulet, e Turrisi dimettavansi, e con decreto di Ruggiero Settimo il De Marco dal Culto passava all’Istruzione, il Torrearsa saliva ministro di Finanze, un Pasquale Calvi pigliava il Culto, e Mariano Stabile la guerra. Lo stesso di il Torrearsa rinunziava, e surrogavalo il deputato Matteo Raeli, il quale ricusava anche. E il portafoglio delle finanze rigettalo da ogni persona andava in provvisorio al De Marco. Cotesti ministri discordi in tutto, concordavano nel rifiutare ogni conciliazione, e nel preparare arme e guerra.

7. Note e conferenze diplomatiche.

Francia e Inghilterra avean lavorato a pigliar tempo per la quistione siciliana; ultimamente di accordo i loro ministri in Napoli Rayneval e Temple, con note quasi consimili, a’ 16 dicembre dichiararono al nostro ministro Cariati quei governi aver approvata la condotta degli ammiragli Baudin e Parker, che nello interesse umanitario avevano imposto l’armestizio desiderar la pace prestissimo, dando all’isola instituzioni, parlamento, amministrazione, ed anche flotta ed esercito di Siciliani separato; dimandare se su tai basi volesse il governo del re cominciar con esso loro le trattative. Adunque in dicembre si tornava alla stessa difficoltà, dell’esercito separato ch’avea fatto abortire le pratiche in marzo. Il Cariati rispose: il re non poter accedere a una combinazione di cose che non farebbe né sicura né stabile la condizione di Sicilia; ciò solo con l’unità dell’esercito si otterrebbe; che chiarito tal punto principale, il re accetterebbe i buoni ufficii (non la mediazione) delle due nazioni; ma dove elleno meglio ponderando sui modi da ristabilir veramente l’ordine, si persuadessero della necessità del l’esercito uno, e risolute l’altre quistioni accessorie, convenissero in un ultimatum, laddove questo da’ ribelli si rifiutasse, che farebbero mai? Ricordando la forza minacciata dagli ammiragli in settembre, dimandava se al cospetto de’ rivoltosi fossero eglino disposti a risolver la questione con la forza?

Intanto Spagna dimandava intervenire alle conferenze, in nome dei dritti eventuali della dinastia ibera al trono delle due Sicilie, perché trattandosi di impedire o di provocare la revisione delle due parti del regno, non poteva rassegnarsi a restar di fuori a una quistione cardinale su’ dritti suoi. Pertanto il Cariati con altra nota a 21 dicembre riconfermando le sue dichiarazioni precedenti, chiese fossero ammessi nelle sessioni lo ambasciarore spagnuolo richiedente, e quello di Russia, pe’ legami e parentela con quel sovrano, e perché segnataria la Russia del trattato del 185. Inoltre avvisavali il re aver designato il Filangieri per discutere con esso loro le concessioni onde Sicilia tornerebbe al legittimo signore, siccome quegli che sciente delle cose dell’isola, renderebbe le negoziazioni più facili e brevi. A questo il Temple e il Rayneval controrisposero: «Deplorare il dissidio sul punto essenziale della divisione dell’esercito, e sperare persuadessesi il re. Soldati napolitani in Sicilia, se molti, sarebbero di tema agl’isolani per lo abbattimento di loro franchigie; se pochi, inutili al re; sempre sorgenti d’eccitamenti e gelosie. I soldati esasperati pei recenti fatti sarebbero padroni di vendicarsi sul paese inerme, necessità non mandarvene. Fatta la pace, chi estero oserebbe aggredire l’isola, guarentita dalle grandi nazioni? Bastare alla quiete interna la guardia civica, che già dato avea prove di serbar l’ordine. Quando a usar forza per obbligare i Siciliani a sottostare alle decisioni delle conferenze, sendo scopo di Francia e Inghilterra non versare il sangue ma impedirlo, elleno nulla farebbero sinché durar l’armestizio. Già aver lasciato correre Napoli su Sicilia; ma le barbarie de’ Regi a Messina averle dovuto cavar di neutralità. Ora ottenendo condizioni e guarentigie sufficienti a sicurar l’isola, oprerebbero non forza, ma ogni persuasione a farle accettare; non le ottenendo, Londra e Parigi risolverebbero il da fare. Non potere accedere a discutere co’ ministri di Spagna e Russia, perché incerti i dritti spagnuoli per la legge salica, perché mancare eglino di facoltà per trattare col Russo.»

Ma il ministro plenipotenziario di Pietroburgo conte Chreptowitehe, a 26 dicembre in nome del suo sovrano dichiarava al Cariati: «aver con sorpresa udito essersi proposto il suo intervento; egli non ammettere in nessuna guisa le conseguenze della sua cooperazione, sendo noto ch’avrebbe seguito ben altra via che la intrapresa da’ ministri di Francia e Inghilterra. Non mai nessuna forza né ammiraglio Russo avrebbe osato arrestare i progressi dell’arme regie in Sicilia, nello esercizio de’ dritti incontestabili della sovranità. Estraneo a tai fatti, voler perseverare nell’astegnenza d’una mediazione, che benché officiosa, era infetta di vizio radicale e indelebile, cioè d’obbligazioni non volontarie imposte dalla forza; però l’Imperatore riprovando il principio dell’intervenire ne’ fatti di stato indipendente, non approverebbe lo associarsi a pratiche di conciliazioni.» Da ultimo il pregava manifestasse tai cose a’ legati di Francia e Inghilterra. E fu fatto.

Il napolitano governo proponendo Spagna e Russia aveva inteso a dare alle discussioni certa solennità di congresso di potentati; dove le intenzioni occulte non potessero manifestarsi. Non gli riuscì; ma ottenne per isbieco l’udir la Russia biasimar forte l’opera Anglo-Francese, piantar nella quistione il peso morale della giustizia, e condannare in principio le conferenze, effetto d’obbligazioni imposte da forza straniera.

Entrato dunque il Filangieri, cominciava a 25 gennaio 1849 con lo scrivere al Rayneval queste cose: «I dritti della corona vietano al re di porre in quistione la forma, la estensione e la politica interna del suo stato, senza chiamarvi le corti segnatane del trattato del 1815, ch’ebbero appunto lo scopo di guarentir l’Europa dalle guerre civili e internazionali ch’avean desolata la terra. I fatti del 1848 han rinnovato già sanguinosi esempli; e già da per tutto la reazione verso l’ordine mostra il provvidenziale ritorno alla ragione ed alla luce, perlocché è utilità di tutti il contribuire all’opera cristiana della pace. Spagna ha ragione d’intervenire nelle consulte per la sorte di Sicilia, per triplice dritto d’eredità, di vicinanza, e di segnataria del trattato di Vienna; Russia si niega, ma certissimo s’opporrebbe ad ogni accordo da guastar l’equilibrio d’Europa, stabilito nell’interesse de’ suoi Stati.» Poscia. recatosi a Napoli, dettava a 31 gennaio lettera al Rayneval ed a Temple, dove alle note da costoro mandate al Cariati rispondeva, con queste ragioni: «Il re concederà franchigie costituzionali, ma non mai potrebbe acconsentire ad esercito ed armata distinta di soli Siciliani in Sicilia. Temete che in presenza di soldati napolitani potesse Sicilia restare spoglia della costituzione; ma che forse l’esercito suo la conserverebbe? Questo esercito pieno di galeotti e di venturieri stranieri, tende al rovesciamento d’ogni ordine; dove per l’opposto, ove il re promessa costituzione riederebbe in Sicilia, sarebbe si buono a mantenerla, per quanto Francia e Inghilterra dovrebbero essere incapaci di contrario sospetto. Sicilia dilaniata da’ suoi difensori, con facinorosi e rapacissimi felloni armati e comandanti, ha sommo bisogno di truppe regie, sole capaci di schiacciar l’anarchia. Di cotal verità voi siete in debito d’aver certezza, e l’avrete sol che il vogliate. Se in buona fede volete proteggere quel popolo, v’è necessità discernere i voti, i bisogni, e gl’mteressi della sua maggioranza immensa, non quei di pochi faziosi, mercanti di ribellioni, avidi di potestà e di moneta, ch’han bisogno di torbidi e tempeste per farsi pro delle ruine altrui. Le regie schiere, dove pur sono tanti Siciliani, non sono a Sicilia minacciose, ma tutelatrici. Rifatto quai danni in quattro mesi s’ebbero Melazzo. Biancavilla, Pozzodigrotto, S. Lucia, Spadafora, Scaletta e l’altre terre riconquístate? Non un insulto, non una percossa; e il soldato, alloggiato in ca se di privati, per mancanza di caserme, n’è diventato membro di famiglia piuttosto che ospite gravoso. Non paventa il re d’armare Siciliani, ma nega Farine a chi lui combattendo vuol asservire il paese, con parole di libertà e fatti di tirannia. Messina vide grande esempio di contento il 21 di questo mese, quando cinque compagnie di 150 cittadini già armati di arme proprie vennervi a ricevere avanti l’altare le bandiere de’ primi cinque battaglioni siciliani. Essi non eran soldati, ma cittadini, eppure gridavano unanimi: viva il re! vogliamo il re nostro! Ecco solenne mentita al declamato odio siciliano. Volontarii difensori della patria in nome del re, eppure abborrenti d’esser soldati, sono prova di spontaneo amore al sovrano e all’ordine legale, e di avversione al disordine ed alle idee sovversive d’audaci impostori, che vorrebbero tener servo di loro volontà esercito di galeotti.

«Se gli ammiragli Baudin e Parker per umanità imposero a forza lo armestizio, fecero atto contro la intenzione loro; perché sendo allora già disfatto l’esercito rivoluzionario, io sarei già in men d’un mese entrato a Palermo, senza colpo ferire. Invece lo intervento ostile di due forti nazioni ha risvegliato tai speranze e illusioni ed errori funesti, ch’ora sarà necessità nuovo sangue. Di questo sangue, della ruinata amministrazione, della disseccata prosperità siciliana eglino sono responsabili; dappoi che eglino con le loro forze, dirette proteggitrici della anarchia, impedirono al real vessillo di stendere la legittima potestà sui sudditi, la cui grande maggioranza vuol tutela e pace e riposo. Eglino imponendo armestizio per negoziar la pace, dovevano alle due parti, e non ad una sola, imporre come patto di tregua l’obbligo di sottostare alle decisioni de’ negoziati. Ora dite non usereste forza per costringere i ribelli ad accettare la pace che proporreste; ma dunque quai sono i buoni uffizii che Francia e Inghilterra vogliono praticare? toglietevi la corteccia d’urbane parole, resta chiaro tutte le benignità a’ ribelli, e fermo proposito di rattenere il sovrano dal fare il debito di re, ch’è il liberare i sudditi dal giogo de’ tristi. Dite i due ammiragli aver operato per metter argine alla barbarie dei vincitori. Cotai rapporti di menzogne e calunnie, armi famose e vecchie della setta, non dovevano far presa in chi conobbe me vecchio uffiziale sin dal 1797, e credere me Duce, dopo mezzo secolo di esperienza militare, insciente o negligente de’ principali doveri di chi comanda soldati nella civile Europa. Pertanto fo appello all’imparzialità degli animi vostri, perché, prese buone informazioni, tocchiate la calunnia con le mani. Spero da ultimo vogliate presto dar fine alle negoziazioni; ché gravissimo pregiudizio è il tempo a’ popoli oppressi ed a’ dritti del re. Il quale dove avesse a ripigliar l’arme, vedrebbesi costretto a non poter più largire quella costituzione ch’ora offre di buon grado. E se persiste a non concedere separato esercito e flotta, è appunto perché convinto, e tutto con esso il regno, che ciò invece di terminar le discordie, farebbele eterne, e darebbe conseguenze fatali e sanguinosissime nello avvenire.»

Cotai lettere, che ho fuse in una, chiamavano i diplomatici dal campo delle ipotesi a quello de’ fatti. Certo era nota l’avversione sicula al militare servizio; la rivoluzione profondendo tesori non aveva armato che ribaldaglia; creare esercito buono in quelle condizioni rivoltuose, e da quelli rei elementi non era da tentare; ed intanto il re avrebbe dovuto acconciarsi a lasciare la conquistata Messina e la ben difesa cittadella in man di quella gente, e restare impotente a vedere il nome regio coperchiare tutte nefandezze. In ciò non si poteva convenire; ché il cedere significava insieme col regno perdere il senno e la fama. Il Filangieri nelle conferenze meglio ribadì questo chiodo. Mostrò Napoli e Sicilia non sarebbero più uno stato, ma due, mal confederati, gelosi, opposti, guerreggianti l’un l’altro. Sicilia debole non poter bastare a respingere estera invasione; il re ligato dal patto non potervi mandar soldatesche dal continente; né salverebbe l’isola, né il continente sarebbe sicuro. Divider le forze era moltiplicar le gelosie. Due eserciti ambo fievoli, non valere a difendere nessuna parte di regno. Cotai verità non pativan danno da motti ipotetici d’idee astratte; però convinsero l’animo interno degli opponenti diplomatici; l’attitudine della Russia, le cose mondiali che volgevano a reazione, convalidavate. Inoltre la caduta del Bastide dal ministero di Francia, e la salita del Drouin de L’Huys col Bonaparte, era anche colà un retrocedere della repubblica e delle idee. Se ne avvide il Palmerston; e uso sempre a precorrere innanzi alla pubblica opinione, comprimendo l’ira personale allora, fece con maraviglia di tutti ordinare all’ammiraglio Parker che in caso di collisione tra le milizie regie e le siciliane, non istesse più agli ordini precedenti, cioè non impedisse le ostilità con la forza. Con ciò, parendo egli giusto, rovesciava l’odiosità dell’ingiustizia sopra Francia. Ma questa avvedutasene modificò la politica sua nelle trattative della conciliazione. Nulladimeno il Palmerston si rifece della condiscendenza vomitando dalla tribuna in parlamento improperii contro Napoli e i suoi soldati; favellò una certa guarentia data dall’Inghilterra alla costituzione sicula del 1812; e pur concluse sperare la mediazione assicurando la libertà costituzionale apportasse pace diffinitiva con l’unione delle due corone sul capo dell’istesso monarca. Eppure egli stesso in quell’anno medesimo con una lettera (poi in dicembre stampata) a lord Normanby, si sbugiardò ufficialmente, che non mai alla costituzione del 1812 fosse stata nessuna guarentigia inglese, né dimandatane offerta.

Anche nell’assemblea di Francia si dibatté la quistione sicula; e il Drouin de L’Huys diceva: La Francia prosegue l’opera sua nello scopo della indipendenza di Sicilia, e della pace. Non ostante tai parole di indipendenza, non si fe più motto del patto impossibile dell’esercito distinto. Allora il Palmerston, rimasto solo, scrisse anche con bel garbo al Temple che non più insistesse sull’esercito uno, punto essenziale della controversia. Così cotesta lotta diplomatica fatta per crear difficoltà al governo napolitano, riuscì a sua vittoria; e le conferenze, sciolto quel nodo finiron presto a concordare il resto.

8. L’ultimatum regio.

Conseguentemente il Filangieri a 28 febbraio volse a’ legati Anglo-Francesi una nota con entro l’ultimatum del re, concedente alla Sicilia: 1. Istituzioni politiche e parlamento separato, e viceré con attribuzioni e potestà da determinarsi da! Monarca. 2. separata amministrazione interna, né più promiscuità d’impieghi co’ Napolitani. 3. separate Finanze le spese comuni alle due Sicilie, fissate a tre milioni di ducati, a proporzione delle anime; quelle straordinarie fatte per l’ultima rivoluzione fissate a un milione e mezzo, e molto sotto al vero. Cotal somma aggiunta all’altre già debite all’erario napolitano farebbe debito da iscriversi sul Gran libro di Sicilia. 4. Amnistia piena; salvo che pochi notati s’allontanerebbero alquanto, sino al repristinamento dell’ordine. 5. I soldati regi terrebbero guarnigioni, oltre a’ luoghi già occupati, a Siracusa, Trapani e Catania, con isperanza non nuovi torbidi gli sforzassero a squadronare altrove. Palermo per ora fidata alla Guardia Nazionale, la quale ove non mantenesse l’ordine anderebbe disciolta. Le cose dette ne’ primi tre articoli eran fuse ampiamente nello statuto che il re con la stessa data del 28 febbraio da Gaeta prometteva ai Siciliani. Dichiarava voler dimenticare e tener come non avvenute le colpe politiche della ultima ribellione, ritornassero a coltivare loro campi, alle industrie, alle faccende della pace e della proprietà, ripigliassero il commercio e la navigazione, chiudessero gli orecchi a chi volea tenerli in sedizione, per far pro dell’anarchia. Ch’egli ponderati i bisogni loro e i voti da potersi con ragione utilmente soddisfare, ritenendo nulle di diritto e di fatto le seguite opere rivoluzionarie, concedeva all’isola uno statuto avente a base quello del 1812, salvo le modifiche chieste dalle mutate condizioni e dalle vigenti leggi. Questo ei si serbava dettare per la fine di giugno; ma ne indicava allora le basi nettamente in 56 articoli: religione romana, libertà individuale, fondiale e di stampa, potere esecutivo al re solo, legislativo al re e al parlamento, viceré, ministero siciliano responsabile, un ministro presso la persona del re, il re disporre delle forze di terra e di mare, magistrati inamovibili, due camere, Pari e Comuni, al re il placet e il veto, i pari creati dal re, i deputati da’ ventiquattro distretti, dalle tre università di Palermo, Messina, e Catania, e da’ comuni; elettore di distretto e d’ogni altra città chi avesse rendita di 18 once annue, elettori di Palermo chi n’avesse 50, nessun censo abbisognare a’ professori delle tre università, eleggibili pe’ distretti chi avesse rendita annuale di trecento once, di cinquecento per Palermo e di 150 per gli altri Comuni, nulla pe’ professori d’università eletti a rappresentarle. Finiva dichiarando tai concessioni come non avvenute, dove l’isola non tornasse incontanente sotto il legittimo scettro, e s’avesse a ricorrere alle arme.

Il Temple e il Rayneval rispondevano a 4 marzo avrebbero inviato i due ammiragli a Palermo, a recare l’ultimatum, e a farvi ogni possibile a persuadere i Siciliani dell’utilità delle concessioni, e de’ gravi mali che il rifiuto chiamerebbe su di loro. Aggiungevano il re stesso aver promesso che le liste di momentanea esclusione dall’amnistia non s’eseguirebbero con rigore. E fu buon concetto l’inviar latori di pacifici patti quelli ammiragli medesimi che per umanità avevano imposto l’armestizio. Giunsero a Palermo il 6 marzo, scontati da vascelli d’ambe le nazioni.

9. Diplomazia rivoluzionaria.

Ma le proposte non potevano accontentare chi volea piuttosto veder ruinata la Sicilia che lasciare in potere di malmenarla. Lo stesso di gli ammiragli inviando al governo siculo l’ultimatum, dicevano: aver le forze navali Franco-Inglesi, per mero sentimento di compassione cristiana, fatto cessare le ostilità a danno di Messina e della Sicilia, essersi dappoi le due nazioni, per benevolenza a questa, impegnate a ottenere una riconciliazione da assicurarle una libera costituzione, tant’anni desiderata; averla ottenuta, e con essa piena amnistia. Ora convinti ch’essa farebbe il bene del reame, mandavanla, speranzosi che tai concessioni onorevoli e ragionevoli, fossero accolte, senza far versare altro sangue. I ministri della rivoluzione cominciarono dimandando agli ammiragli se Francia e Inghilterra proponendo l’ultimatum di Gaeta intendessero di far soltanto da mediatori tra il re di Napoli e la Sicilia. Risposero non trattarsi d’intervento, ma di composizione amichevole; non userebbero forza contro la Sicilia, ma ove non valendo loro travagli avessero rifiuto, egli non potevan più che notificare la cessazione dell’armerstizio. Seguirono lettere e controlettere e lunghe conferenze, gli ammiragli studiando dar pubblicità all’atto sovrano, e i ribelli ministri a negarlo, perocché questi non solo il volevan tener celato al pubblico, ma neanche parteciparlo al parlamento. Inventarono molti e fecondi pretesti, specioso fu quello che il governo, messo per semplice esecuzione di leggi, farebbe atto di fellonia a presentare al corpo legislativo un decreto di potestà non riconosciuta, anzi già dal parlamento stesso condannata. Miserelli, temevano esser felloni! Gli ammiragli vistisi delusi di loro speranza, sforzatisi indarno a sciorre quei dubbii con le parole, ammendando le precedenti condiscendenze, minacciarono di mandare una nave a vapore per le coste a tutti i loro consolati, con ordine di spandervi l’atto del re, e veramente v’andò l’Ariel piroscafo francese. Allora i capi del potere usurpato, non più sperando di evitare la pubblicazione, lavorarono a distruggerne le conseguenze: a 16 marzo sparsero lettere circolari in ogni paese a’ loro uffiziali, inculcando curar lo spirito pubblico, sì da far respingere le sediziose e perfide concessioni del re di Napoli. Eppure le popolazioni già malcontente, benché imbavagliate da terribili arme, si agitavano; parecchi luoghi si rivoltavano; non bastando a Partanna gli accorsi battaglioni di linea, il commissario di Trapani cercava moneta per andarvi in forze maggiori; a Siracusa scopersero una cospirazione borbonica, si tentò di bruciare il telegrafo a capo Calavà. Pertanto da Palermo scrissero in fretta per telegrafo si creassero consigli di guerra subitanei, e s’eseguissero tosto le sentenze, anche di morte; e poco stante imponevano ai loro giudici facesser presto i processi a qualunque lavorasse a far gradire l’ultimatum di Gaeta. Tosto in Palermo da’ loro scherani fecerlo lacerare e ardere in piazza; e i giornali stampavano: «aversi a ricusare, non solo perché non poteva approvarsi runica corona, né anche perché conteneva franchigie minori di quelle che godevansi allora, ma soprattutto perché bisognava con la guerra tener contrabbilanciate le forze del Borbone, e impedirgli che con sue baionette si lanci sullo stato romano a colpir la rivoluzione.» E veramente questo era il cenno della setta mondiale. S’aveva a insanguinare la Sicilia per far pro al Mazzini triumviro a Roma. Facean pertanto da’ loro cagnotti discreditare le concessioni regie, e talvolta pur dagli agenti consolari brittanni; del che pompeggiavano poi ne’ giornali. Cosi i capi di Girgenti avendo fatto stampare nel 24 con errore, che Francesi ed Inglesi fosser venuti con l’Ariel a recar colà l’ultimatum, subito il viceconsole inglese, signor Gates, smentivate dicendo che nessuna persona con la divisa della regina d’Inghilterra si sarebbe prestata a propagare condizioni sì disonorevoli, giustamente rigettate dal popolo siciliano. Anche a Catania e nelle altre città marittime, gli agenti inglesi s’astennero dall’accoppiarsi a’ Francesi nel divulgarle; e fu provato che l’uffiziale inglese imbarcato sull’Ariel non fu mai visto a dar pubblicità a quel documento, benché mandato a posta dal suo ammiraglio. Doppiezza che afforzò la pervicacia settaria ad una guerra, dove ancora si credevan protetti.

10. Sicilia prepara guerra.

Gli ammiragli avean come dissi presentato a 7 marzo l’ultimatum, e il governo ribelle senza punto rispondere facea scorrere con vani pretesti i giorni, a solo fine d’afforzarsi per la resistenza. Sebbene i loro giornali in febbraio avessero stampato essere in Sicilia diciannovemila soldati armati, pur non li credendo bastevoli, cominciarono il 9 marzo a render mobile un quarto della guardia nazionale durante la guerra; e lo stesso di dettero decreto di coscrizione di sei su mille; la dimane proclamarono la leva in massa di tutti i Siciliani da’ 18 a 30 anni, detter salvacondotti a’ malfattori, e anzi piena amnistia con decreto del 13, purché combattessero; fecero un appello a tutte le classi de’ cittadini d’accorrere a S. Ciro, al Sacramento, a Mondello, e in tutti i dintorni di Palermo, per lavorare alle fortificazioni. Costruivano fossi, barricate, mine, parapetti e fascinate. Un fosso lungo quattro miglia dall’est al sud-ovest, largo e fondo dieci piedi, con controscarpe di cinque piedi cingeva la città. I forti erano in punto d’armatura; quello di Castellammare avea cento cannoni. A Palermo stabilirono fonderie di cannoni. A Catania, dove presentivano comincerebbero le pugne, mandaron arme assai, e letti e coltri ed arnesi militari. Dal rapporto di quel ministro di guerra dato ad 8 settembre, si sapeva che dopo la rotta di Messina restavano in Sicilia quasi quattromila uomini di linea, e mezza brigata d’artiglieria di campagna, senz’arme e senza danari; nei cinque mesi seguiti sino a 8 febbraio aveano uniti 14339 uomini, oltre altri cinquantamila di truppe semi regolari; avean tratti da Inghilterra 1891 fucili, da Francia 14567, e da ambe le parti molte migliaia di pistole, sciabole e lance, venti cannoni, ottanta obici alla Paixant, tre mortai, 30 cannoni da 36, due batterie, una di campagna e altra da montagna, e munizioni infinite. Dopo l’8 febbraio n’ebbero assai più. Comprarono in Inghilterra tre fregate, delle quali due nomate Bombay e Vectis della forza di 450 cavalli ciascuna, con grossi cannoni obici, uffiziali e cannonieri inglesi, comandate da un commodoro e due luogotenenti; e con patto che a loro rischio fosser condotte a Palermo. Ma mentre predicavan pel mondo l’unanimità dell’odio siciliano a’ Borboni, e decretavano leve in massa, la popolazione restava inerte aspettando la punizione; e le truppe stesse dimandavano il congedo, dicevano per tempo compiuto. Il comandante del campo ad Olivieri scriveva a Palermo: Minacciano disertare nel momento della pugna. Tai cose sapevano; però avean chiamato di fuori ogni sorta di stranieri a soldo; e accorrevano da tutte parti avventurieri. Anche raccozzarono un battaglione di 800 Francesi, di quei che avean guerreggiato in Africa; e a tutti avean messi comandanti esteri. A uno di nome Frobriand dettero il titolo magnifico di Maresciallo di Sicilia, Il Mieroslawski duce supremo, faceva ogni dì rassegne ed esercizii ed arringhe a Catania, e a Palermo nel foro italico, con sempre plaudimenti e banchetti. Messo fondo ai danari, ed esaurite le sorgenti del farne altro, il Parlamento in sulle strette a 21 marzo ordinò certo mutuo testatico di seicentomila onze, pagabili fra un anno. E per non penuriare d’apparenze buone, fecero comitati ecclesiastici, per la predicazione, pe’ sagramenti, ospedali, limosine, e simiglianti.

11. Rigetta l’ultimatum.

Sendo tai cose note a Napoli, perché la molta parte borbonica dell’isola s’affrettava a mandarne avviso, il Filangieri a 18 marzo e nei dì seguenti scrisse più lettere a’ ministri Temple e Rayneval; notificando come i ribelli senza rispondere alle inchieste degli ammiragli, sciorinavan decreti, chiamavan leve in massa, e preparavan tutte armigere cose, il che significare non sottomissione ma guerra. Enumerò l’arme e le fregate comprate all’estero, gli stranieri accorsi, l’esercito dopo Messina ridotto a quattro migliaia, ora salito a venti. Mostrò i sei mesi trascorsi in pratiche aver partorito pervicacia e resistenza; l’intervento Anglo-franco aver troppo inneggiato la parte regia, non prolungarsi senza grave danno, e senza quella effusione grandissima di sangue che s’era creduto con l’intervento evitare. Finisse l’armestizio; abbandonassero gli ammiragli e le squadre loro le coste siciliane, e lasciassero alle arme invocate da’ ribelli la decisione più persuasiva e pronta d’una controversia d’impossibile conciliazione.

In quella il Baudin, stomacato del vedere i rivoluzionarii corbellarlo con difficoltà di varie forme per non rispondere alle interpellanze, lo stesso dì 18 scrisse al Butera ministro siculo ch’ei con dolore terrebbe l’armestizio come finito, e che ove fra dieci giorni i ministri mediatori non presentassero al re l’accettazione di sue concessioni, dovrebbe attendersi la ripresa delle ostilità. Parve i capi Siciliani non desiderassero meglio, per sospingere gli eventi, e troncare nel popolo ogni velleità di reazione; perocché il dimane il Butera baldanzoso riscrisse: quel suo governo aver l’onore di partecipargli altamente di tener già lo armestizio come denunziato, e serbarsi il dritto però di ripigliar l’arme all’alba del 29 marzo. Dopo questa spampanata, si fecero laudare da’ loro giornali, come essendo quel termine comune ad ambe le parti, non volevano Ferdinando fosse arbitro dell’accettarlo o del prolungarlo ancora, bene con magnanima baldanza e dignità di governo, avere statuito irrevocabilmente il giorno 29 per la ripresa della guerra. Pertanto il 20 il Butera presentò in parlamento le lettere corse fra esso e gli ammiragli, si vantò dell’aver discusso la ferma senza entrare in materia, sapere tutta l’isola aver risposto con viva avversione alte concessioni propagatevi dagli ammiragli, e fini nunziando il rotto armestizio. Fragorosi plausi dagli stalli e dalle tribune il premiarono; la sera la città ebbe luminarie, e una moltitudine corse per le vie delira di gioia, ripetendo guerra! guerra! Ciò era preparato per mostrare agli esteri l’avversione popolare alla pace.

Eppure i rappresentanti Anglo-Francesi, non volendo far cadere il frutto di loro fatiche e della fatta rivoluzione, tentarono ultimo sforzo. Fra gli altri pretesti i ministri di Sicilia avean rifiutato di presentare al parlamento l’atto reale sotto quella forma, perché atto partente del re; e che lo avrebbero proposto dove venisse dalla Francia e dall’Inghilterra. Però i ministri Temple e Rayneval, fingendo trovar buono cotesto scrupolo, dettero altra forma all’ultimatum di Gaeta, accompagnandolo con un memorandum segnato da entrambi; dove pur dissero non aver mai re Ferdinando cessato d’essere agli occhi de’ loro governi il re legittimo di Sicilia; vi ricapitolarono le cose già dette dal Filangieri, e finirono ch’ove il rigettassero, comincerebbero le ostilità. E per sovrabbondante compiacenza eglino stessi si scomodarono a recarlo a Palermo il 25 marzo. Come udirono il loro arrivo, i ministri siciliani fecero accorrere una turba alla marina, avanti a’ vascelli de’ mediatori; prorompente in invettive ed ingiurie, gridando guerra! guerra! ora, ora 1 e sino a mezza notte ripetevano guerra, briachi d’ardor bellicoso. Al mattino i giornalisti stamparono quella grande e sublime manifestazione essere stata la prova del buon senso del popolo. Il ministero presentò l’ultimatum la mattina del 24 alle due camere; le quali preparate e spaurite dalla sublime manifestazione della sera, non osarono neanche porre in discussione la regia offerta. ma ambe ad una voce quel dì stesso la rigettarono. I ministri Anglo-Francesi stettero ancor nella rada il tutto il giorno a parlamentare co’ ministri siculi, vanamente sperando vincerli con argomenti. Il domani lasciata qualche nave sulle coste per asilo a chi si fuggisse, eglino e le flotte abbandonarono la Sicilia.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMO

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