Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVI)
LIBRO DECIMOSECONDO
SOMMARIO
§. 1. La setta rifugia in Piemonte. —2. Il Piemonte fa guerra al clero. —3. Esilia arcivescovi. —4. Gerarchia ecclesiastica in Inghilterra. —5. Amore inglese per l’Italia. — 6. Il perché —7. E l’amore per le Sicilie. —8. Due Francie—9. Il non intervento. — IO. Trame settarie in Londra. —11. Opere settarie in Italia. —12. E nel regno. —13. Opere pubbliche e navigli. —14. Disastri naturali. —15. Giustizia e grazie. —16. Carceri. —17. Trame di fuori. —18. Indirizzi contro la costituzione. —19. La costituzione è abbandonata. —20. Ferdinando era spergiuro?-21. il congresso della pace. — 22. Conferenze ecclesiastiche. — 23. S’indirizzano al papa e al re. — 24. La Civiltà cattolica. — 25. Tattica de’ rivoluzionari vinti. — 26. Che fanno i re? — 27. Che si fece nel regno?
§. 1. La setta rifugia in Piemonte.
L’Italia poteva godersi la pace e rimarginare sue ferite, ma la setta con la febbrile ingordigia di tanti cuori pervertiti, stizzata dalla privazione dell’assaggiata potestà, non poteva né posare, né lasciar posare. Migliaia di stranieri stati a soldo, ribelli scacciati da’ paesi loro, anelanti l’ora di ripigliare il baccano, pasciuti di promesse, e perché inetti a ogni arte buona, necessitati a durare nell’arte del cospirare, rifugiarono in Piemonte; cioè in terra costituzionale acconcia alle congiure. Piemonte, quando Italia tutta smetteva le mal provate costituzioni, ebbe uomini dicentisi moderati; i quali si vantarono di sapersi tenere in mezzo a’ due estremi: la costituzione esser libertà, non doversi smettere per tema di tristi, eglino serberebbero la libertà con l’ordine. E restarono costituzionali. La storia fa vedere dove n’andasse quel superbo vanto; e come i tristi su quel campo d’impunità, sapessero farsi avanti a pigliar le prime sedie, e proseguire nello scopo della setta.
La lotta, il dissi, ricominciò dopo Novara, e fu necessità bombardar Genova; poi i Mazziniani perditori con l’arme, si fecero costituzionali per sospingere legalmente il paese a ruina. La nuova camera de’ deputati, quasi la stessa gente che prima, non volle approvare il trattato di pace fatto coi Tedeschi, benché questi fosser lì come sulle porte; e pretese che prima con legge fosse provveduto alla pasciona de’ fuorusciti italiani colà confluiti. Posto cosi patti al governo regio per dargli impacci, rifiutarono la pace fatta, stata tavola nel naufragio; e rifiutaronla dopo che già se n’eran pagate le spese. Perlocché il ministero dovette a 20 novembre sciogliere quell’altra camera. Allora usci il famoso proclama detto di Moncalieri, dove il ministro moderato D’Azeglio, che tendeva allo stesso ma con più logico modo, disse spiattellato agli elettori questo dilemma: 0 scegliete uomini che approvin la pace, o aboliremo lo statuto. A tanta minaccia surse una camera che non tentò l’impossibile niego; ma cominciò moderatamente il nuovo lavorio per arrivare al 1859.
2. Il Piemonte fu guerra al clero.
Ferdinando e Pio IX aveano schiacciato il 1848; però s’avevano ambi ad abbattere, ma con modi diversi. Vittorio Emmanuele in mano a settarii, infatualo dell’avere a vendicare il padre, e della mazziniana offa della corona d’Italia, stese la mano alla setta mondiale, sperando valersene per salire, e spegnerla poi; questa proponendosi col braccio di lui la repubblica sociale. La guerra più facile contro il debole papa cominciò. L’Inghilterra protestante vi gittò molto volentieri il pondo dell’oro e de’ maneggi suoi; e a turbar la cattolica fede in Italia spinse mandatarii, e libercoli, e false bibbie, e figure oscene e ridicolose. In Piemonte ogni casa, ogni castello ha un ospite anglicano, e all’ombra di finta libertà si lavora a corrompere l’italiano popolo con idee scettiche e straniere.
Il Piemonte avea intrigato per riporre il papa in seggio; ora che v’è riposto, piglia l’attitudine avversatrice e ostile. Il Siccardi ministro di giustizia a 25 febbraio 1850 propose una legge pel Foro ecclesiastico, l’immunità locale, l’osservanza delle feste, e altre cose contrarie al concordato con la Santa Sede nel 1841; e mandò un marchese Spinola a parteciparla al pontefice, ch’era a Portici, dichiarando boriosamente aver il governo sardo su di essa fatto decisione immutabile. Seguiva così Sardegna il vezzo di disfar da sé sola i patti convenuti con altri. Sua Santità fe’ rispondere il 9, citando i concordati de’ due Benedetti, XIII e XIV, e quello ultimo di Gregorio XVI; protestò contro quell’atto lesivo al clero, per antichi dritti goduti tant’anni in pace, fondati su canoniche sanzioni, e su trattati guarentiti dalla stessa costituzione sarda; né potere una camera legislativa farsi arbitra di diritti altrui, senza riguardo al supremo gerarca della Chiesa. Ei forse sarebbesi calato a nuovo concordato; ma il ministero moderato sardo volle far solo, per mostrar d’aver coraggio con un vecchio pontefice profugo ed inerme. Ricusò ogni trattativa; la camera approvò la legge a 9 aprile, e il nunzio apostolico lasciò Torino. Questa legge Siccardi fu il primo passo in avanti della rivoluzione, dopo la sforzata sosta di Novara, e fu attentato alla costituzione. Sin’allora avean detto la costituzione è la libertà; allora dissero la costituzione è principio di libertà. E qual né sarà il fine?
Sanzionata da Vittorio la legge, monsignor Franzoni arcivescovo di Torino dava a’ 18 di quel mese una enciclica: inculcava al suo clero di stare a’ canoni e a’ concordati; non essere obbligato all’osservanza della illegale legge, e dava norme del come contenersi; cioè: 1.° chiedere alla curia arcivescovile il permesso di far da testimone avanti a giudice laico; 2.° che citati a tribunale laico per cause civili, che per concordato s’aspettavano alla curia, si volgessero al vescovo per averne direzione; 3.° che procedendosi contro di essi in via penale da magistrato laico, protestassero, e andassero al vescovo; 4.° simile protesta dai parrochi e rettori di chiese, per qualsisia atto contrario all’immunità locale; 5.° che in caso di liti fra privati e luoghi chiesastici anche si volgessero a’ vescovi; e 6.°( )che tali disposizioni s’intendessero provvisorie sino alla decisione papale. Altri vescovi fecero lo stesso; tutto l’episcopato piemontese protestò; l’arcivescovo e i vescovi di Savoia a 8 maggio dichiararono adottare l’enciclica del Franzoni.
Subito sequestrata l’enciclica, fatte perquisizioni domiciliari al prelato, citavanlo a 29 aprile avanti a giudice istruttore, e negandosi egli, appoggiato al concordalo e al concilio Tridentino, arrestavanlo in casa co’ Carabinieri a 4 maggio, e chiudevanlo in cittadella. Allora ebbe indirizzi stampati da tutti i vescovi del regno, e pubbliche preghiere a Dio per lui. I ministri tementi le popolazioni Savoiarde, lasciarono tranquillo l’arcivescovo di Savoia reo di colpa simile, finsero ignorare gl’indirizzi degli altri pastori; e tutta l’ira contro il Franzoni concentrarono. Fu giudicato da un giuri dove intervennero un oste, un sartore, e un falegname, i quali condannarono il primo prelato del regno a un mese di carcere e a cinquecento lire, e gli fecero subire la pena, sendo uscito di prigione a 2 giugno, dopo trenta giorni di carcere. Egli guadagnò fama grande, ed ebbe doni da tutta Italia e da Francia. I Napolitani fecergli un anello, recatogli poi in novembre 1851; e fu uno smeraldo fra grossi diamanti, con datati indiamantini la mitra, il pastorale, la stola e un libro, e sullo smalto bianco del cerchio era scritto in oro EUSEBIO REDIVIVO.
Mentre sartori e osti condannavano a carcere qual malfattore un insigne arcivescovo, la camera assolveva due deputati duellanti, dicendo aversi per questi a sospendere la legge, perché i lumi di essi eran utili alla camera.
3. Esilia arcivescovi.
Moriva a Torino la sera del 5 agosto di quell’anno stesso 1850, il ministro Santarosa, senza sagramenti, perché avea ritardata la ritrattazione dalla sua complicità alla legge Siccardi, e quando sul finire dichiarò volerla fare, gli mancò il tempo del Viatico. Al mattino la gazzetta del Popolo stampò contro il parroco poche righe, accusandolo di non aver ministrato il sagramento, e fatto morire come un cane il cristiano ministro. Più tardi il governo temente si negasse sepoltura nel sagrato, né cercò l’ordine all’arcivescovo, rispose farebbe il parroco suo dovere. Questi annuì alla sepoltura, perché sapeva il pentimento del defunto. Ma nel mortorio vedesti baccanali; e il misero parroco, sebbene in vesti sacerdotali, ebbe insulti, contumelie e busse; campò la vita a stento; e il domani unitisi piaz2egianti e scheranaglia assalirono il convento dei Padri serviti (dei quali il parroco era frate), e tutti scacciaronli dal luogo e dalla città, percossi e presi a sassate anche in mezzo alle guardie. Così onorarono la memoria del Santarosa.
Quel ministero moderato ch’avea fatto professione d’ostare alla rivoluzione, si fece cosi violentare! anzi si mise sotto i piè ogni apparenza di legalità, lanciando ordine d’arresto a monsignor Franzoni reo di niente. In mezzo a otto carabinieri il mandarono a Fenestrelle; né per via fecero dimenticare i fischi e le imprecazioni, consueto concerto de’ commedianti di libertà. Questo fatto portò l’esaltazione di Camillo Benso conte di Cavour, scrittore del Risorgimento, dove approvò le misure extra legali operate contro l’arcivescovo: il ministero aver egregiamente operato, e dover fare così, sinché ci sarà una religione nello stato; e conchiuse: Ciò varrà a porre in chiaro i miei sentimenti. Dopo cotale dichiarazione di fede contro la religione sinché vi fosse, ci fu chiamato ministro in luogo del defunto; quasi manifestazione di guerra al culto di Dio, quasi guanto di sfida, quasi programma dell’avvenire.
L’arcivescovo fu serrato in una camera, senza libri, senza il conforto d’una voce umana; tosto sequestrali i beni della mensa, poco stante a 25 settembre, per sentenza di magistrato ebbe confisca e bandimento. Richiesto dove volesse andare, rispose: «Ho dritto di stare nella mia diocesi, ubbidisco alla forza, andrò dove mi menerete.» Offertegli quattromila lire, le ricusò. Usci il 28 dal carcere, e senza saperlo arrivò a Brienson di Francia, ov’ebbe orrevolissima accoglienza; ché mentre in Italia sì vedevan quelle vergogne, Francia s’abbelliva dell’opposto, con tali ricevimenti, e con incrementi d’ospizii e d’ordini religiosi. Stettero altresì prigioni altri molti vescovi per le proteste. Monsignor Marongiù-Nurra arcivescovo di Cagliari anch’esso aveva in giugno patito un mese di carcere, poi per essersi opposto alle ricerche governative su’ beni ecclesiastici, fu la sera del 23 settembre, fra le ventiquattr’ore dopo l’accusa, menato a Civitavecchia. E la nave veniva a prenderlo a Cagliari prima del decreto d’esilio, presagendo la sentenza. Ciò era giustizia in paese modello di libertà! Il governo allora non si diceva rivoluzionario, ma creava la rivoluzione in piazza, si accozzava un popolaccio a suo modo, e si faceva sforzare. Circolo vizioso che ponea ridicolo velo di popolarità a tirannide ferina.
Pio IX nel concistoro del 1.° novembre, lamentando quei fatti citava il concordato del 27 marzo 1811, dove già s’erano scemate le immunità della Chiesa, durate tanti secoli in quel regno, ricordava la legge Siccardi contro esso concordato, le pene date agli arcivescovi di Torino e di Cagliari; e come i civili tribunali avean giudicato della ministrazione de’ sagramenti. Notava l’altra legge del 4 ottobre 1818 ch’avea sottratta alla potestà vescovile la pubblica istruzione; e aver egli respinte le dimando sarde per approvazione a quelle lesioni al concordato. Lamentava il danno morale e materiale di quelle novazioni al clero, al popolo, alle coscienze; e finiva protestando contro quanto colà s’era fatto a danno della Chiesa.
E ve’ contraddizione! mentre il Piemonte guerreggiava Santa Chiesa e pur gl’insidiava i suoi domini, più si stringeva in amistà con Napoleone che teneva soldati a difendere il Papa a Roma. Più gridava Italia, e si distaccava dagli altri prenci italiani, e più si appoggiava a Francia. Vecchia italica colpa del volere asservare la patria con arme straniere.
4. Gerarchia ecclesiastica in Inghilterra.
La Chiesa travagliata a pie’ dell’alpi, stendea le braccia in altre regioni. Lo scisma d’Errico VIII, coronato dalla rivoluzione del 1688, avea messo i cattolici inglesi fuori legge; costrettili con fiera persecuzione a nascondere i loro atti religiosi. Ma l’opera de’ missionarii cattolici die’ larga messe, e sì crebbero i cattolici che potettero con legge ottenere la libertà del culto. Sorsero molte chiese e tanti fedeli che il pontefice stimò conveniente riporre in Inghilterra la gerarchia episcopale. Con lettera apostolica del 21 settembre 1830 ristabilì i vescovi co’ nomi delle sedi: due nel distretto di Londra, una in quella del nord, una a Jork, due nel Lancastrese, due nel Gallese, una nelle contee meridionali, due nel distretto occidentale, una nell’orientale; stabilita così una provincia ecclesiastica in quel regno, con dodici vescovi e un arcivescovo. Quest’atto, benché riguardasse tutte cose spirituali, e sol desse nomi di vescovi a cittadini che prima eran vicarii apostolici, pure spiacque fol te agli Anglicani. Usi da secoli a imperar soli, s’eran visti assottigliar le file dall’operoso clero perseguitalo; e che farebbero ora questi all’aperto? Non per religione, ma per tema di calare in minoranza nel maneggio governativo, allo si risentirono. Sfringuellarono coi giornali, sino a dir l’atto papale esser crociata contro l’imperio brittanno. Regimarono orde di certa gente ch’a Londra non ha quasi coscienza di Dio, e a 5 novembre menarono in turpe processione i ritratti del papa e de’ vescovi, e fra gl’insulti e le imprecazioni gli arsero in piazza. Ventisei vescovi anglicani si volsero alla regina perché s’opponesse alla papistica invasione, eppure i loro vescovi di Saint-David e d’Exter non vollero firmare l’indirizzo; anzi l’Exter contro esso protestò. Anche deputazioni del municipio di Londra e delle università d’Oxford e Cambridge con grande apparato andarono alla regina; la quale rispose riciso voler mantenere la libertà religiosa voluta dal popolo inglese.
Alla opposizione mancò anche l’ausilio degli uomini illustri della nazione. Ben Lord Russell capitanava l’odio per Roma; però gl’Irlandesi abbruciarono i ritratti di lui a furor di popolo. A Londra soffiavan nel fuoco i fuorusciti italiani; il Gavazzi, il Mazzini, l’Achilli, il De Sanctis; e nelle conventicole bestemmiavano rabbiosamente, dicendo il bene della patria star nello abbattimento della sua religione. Si strepitò tanto che fu proposto nella camera de’ comuni un Bill, cioè una presa in considerazione di legge contro i cattolici; puniva con multa di 106 lire sterline ogni assunzione di titolo della gerarchia romana; dichiarava nullo ogni atto di giurisdizione sottoscritto con quei titoli; e confiscava lasciti e donazioni fatte a pro di chi quelli assumesse. Ottennero maggioranza di 395 voti su 458 votanti. Ma nella discussione fur poi cassi tre articoli del Bill, solo restato il quarto riguardante la multa; il che fu uno smacco a’ ministri. Inoltre contro esso Bill si presentarono 217 petizioni, con 556,095 firme; e conseguitò che neppur lo articolo approvato ebbe esecuzione, non si osando affrontare la opinione che ne scorgeva la ingiustizia.
L’arcivescovo cardinale Wiseman ascese la prima volta sul trono pontificale nella cattedrale di S. George il 6 dicembre 1850, e la pompa riuscì quieta; anzi a’ 21 di quel mese molte centinaia di Lordi e gentiluomini cattolici volsero indirizzo ad esso Cardinale, ringraziandolo della ristabilita gerarchia. Tre anni dopo, nel concistoro del 7 marzo 1855, il pana nunziava anche la gerarchia ecclesiastica instaurata nel regno d’Olanda e Braganza, in cinque diocesi, con l’Utrech metropolitana. Là pure i protestanti strepitarono, e accusarono il ministero, che né cadde, ma dopo molte paure e soprusi, la cosa s’acchetò; e quel re riconobbe le autorità cattoliche costituite.
5. Amore inglese per l’Italia.
Lord Russell, rimasto di sotto, n’ebbe rinfocolate l’ire contro il papato e l’ordine di cose stabilito in Italia. Cominciò allora la serie continua di moltiformi strali contro il papa e i prenci italiani. Volle contrapporre alla fronda cattolica in Inghilterra, la propaganda anglicana protestante e rivoluzionaria in Italia; ma come quella ch’è il vero procede con persuasioni e virtù mansuete, cosi questa ch’è il falso non può usar altro che corruzione e forza. Era lega naturale tra protestantesimo e setta; la medesimezza degl’interessi e dello scopo strinse però insieme i due grandi nemici d’Italia, dico Inghilterra scismatica e Piemonte ateo ch’agognava asservare gl’Italiani; perlocché ambi appuntarono l’arme contro i troni e la religione, per far ribellare le popolazioni contro i principi nel temporale, e contro il papa nello spirituale.
Torino dopo la legge Siccardi non si fermò: nel 52 propose legge sul matrimonio civile, approvata da deputati, respinta da’ senatori; e un’altra più draconiana sul far secolare il clero regolare, benché forte modificata dal senato, pur pubblicata a’ 29 maggio 1855, soppresse oltre a trecento conventi, venduti o sequestrati i beni. Inoltre fabbricarono templi protestanti, ignoti già all’Italia, sede della fede, misero scuole pubbliche di protestantesimo a giovanetti, profondevano bibbie anglicane, opuscoli eretici e tutte cose immorali per corrompere il costumerò mentre con mille arti sorreggevano quella turpe propaganda, tutte astuzie usavano a sfiaccare la difesa della religione. Da Torino poi partivano i dardi avvelenati in tutta la penisola. Lo Stato Sardo così strumento d’Albione, n’ebbe altresì il ministro, quel Camillo Cavour venduto allo interesse inglese. Costui nato al. agosto 1810, tenuto a battesimo da Camillo Borghese cognato di Napoleone, era d’una famiglia di Chieri; l’avolo aveva avuto il marchesato di Cavour in provincia di Pinerolo. Sendo secondogenito, fe’ prima il militare, poi visto misero quel mestiero, n’uscì per farsi ricco, e infatti datosi alle risaie e alla mercatura, era già uomo da quattro milioni, fatti con quella stessa morale con cui fece poi l’Italia. Entrato nel 49 in parlamento, e poi nel ministero, i milioni gli piovvero in tasca più alla grossa. Esaltato dall’Inghilterra, si disobbligò col fare approvare il libero cambio, e n’ebbe in contracambio aiuto a poter fare d’Italia un gran Piemonte protestante.
Altra cagione d’ira brittanna fu la reclamala indipendenza de’ principi italiani dalla sua interessata protezione, cui sdegnavano per decoro, e ripulsavano per tutelare la prosperità de’ soggetti. All’Inglese giova un Pie monte malversatore, non un’Italia oculata ed economa. L’Inglese vuol comandare qui, come già fece in Portogallo, Spagna e Grecia, però fomenta scismi e ribellioni, pasce i fuorusciti,paga giornalisti per infamare con calunnie i resistenti, e sostenere il dissolvitore Piemonte a tentare l’impossibile unità, ch’è certissima mina. L’Inglese ama Italia come il libertino le donne, per prostituirla.
Lanciato il primo fuoco dal Mintho, come si chetarono le cose, la Gran Brettagna pretese da Toscana e da Napoli ristoro di danni patiti da mercatanti britanni,sicché i paesi sofferitori di quella guerra misleale, dopo tante percosse, dovean per giunta pagare gli operatori de’ loro malanni. Re Ferdinando forte stette al suo diritto, e dimostrò come la denunzia delle ostilità in Sicilia toglieva ogni pretesto a’ mercanti d’esser risarciti di danni per robe pericolate, cui non avean curato di mettere al sicuro. Toscana più fievole fece arbitro il Russo, ma il costui ministro Nesselrode, mandò a 5 maggio 30 una nota a Londra, dimostrante la pretensione tendere a dare a’ sudditi inglesi una condizione eccezionale superiore a quella de’ paesani, da non potersi tollerare da nessun governo indipendente; però la disapprovava, e dichiarava non accettare l’arbitrato, per non darle implicita sanzione. Cotesta sentenza del Cosacco sulla uguaglianza de’ dritti, spiacque alla liberale Inghilterra, che fa professione d(v)uguaglianza a suo modo.
6. Il perché.
Colà sono due partiti: Wig progressista e Tory conservatore. Questo fece la guerra al primo Napoleone, quello aiutò il terzo Napoleone a salire sul trono di Francia; però seguono politiche opposte, con tal contradizione da maravigliare il mondo. Ma tutti e due si contrastano il governo con la maggioranza in parlamento, laonde vedi or l’uno or l’altro piegare, dissimulare, concedere e travestire loro sentimenti con atti opposti, a seconda del vento di piazza. E qui debbo addentrarmi un po’. Molti dicono la potenza d’Albione venire dalla riforma religiosa, quasi non fossero al mondo paesi cattolici e prosperosi. Certo quella potenza posa sull’industria e ‘l commercio; questi da una banda danno incrementi subiti e grossi, dall’altra sono precarii e incerti, ché vengono da cause esterne, e dalle condizioni dell’altre genti. Stando il bene inglese tutto sulle manifatture e ’l loro spaccio, conseguita che il suo massimo male è la concorrenza delle manifatture altrui ne’ mercati. E in ciò ha svantaggio cardinale, ché sendo là caro il vitto più che altrove, l’opera costa più; onde dovrebbe vendere più caro che altri, che sarebbe sua rovina. Rimediò con leggi su’ cereali per far sopportevole il prezzo delle vettovaglie agli artegiani, ma così attentò alla proprietà, scemò d’un quinto il valore de’ terreni, scontentò gli agricoltori, e fe’ il primo passo nella via del socialismo, che le intorbiderà l’avvenire. Impertanto rosa nell’ossa dal reo principio utilitario, non blandita da soavità di religione, retta co’ trampoli da un caos di leggi d’opportunità, sta come in miracoloso equilibrio sull’abisso, con sempre in prospettiva la fallenza, la quale sarebbe certa, se i popoli del mondo potessero voltar le braccia al lavoro. La temenza maggiore vienle da Spagna, Italia, Grecia e la Francia, dove feraci terre, uomini ingegnosi, e spiagge mediterranee e portuose le son terribili rivali, che se stessero in pace, basterebbero a manifatture non solo per sé, ma anche a mandarne fuori per poco prezzo, a rapirgli antichi scali ad Albione, e anche a mandargliene in casa.
Cotal fatto è l’ultima cagione dei garbugli di tutti i ministeri inglesi, Wigs o Tory che si sieno. La ricchezza loro sta nella miseria altrui; onde suscitano guerre e fellonie da per tutto. La pace sul continente è fuoco per l’isola britanna, però deve trafficare di rivolture, come di cotone e piatti. Per questo un ministero Tory guerreggiò Napoleone imbrigliatore dell’idra rivoluzionaria, autore del blocco continentale, per questo un ministero Wig abbatté pria Carlo X, poi Luigi Filippo, prosperatori della pacificata Francia; e dà sgambetti al suo stesso protetto Napoleone III se vuol fare il savio; per questo ricetta imbroglioni d’ogni paese, li protegge, li pasce, gl’imbecca, e li scatena a tempo qua e là sul continente altrui. Quel paese è in sì trista condizione che non può riposare, se non sulle sventure dell’umanità.
7. E l’amore per le Sicilie.
Le Sicilie erano un antico emporio d’Inghilterra, che ne traeva fiumi d’oro, massime quando la nostra condizione viceregnale n fea bisognosi di tutti, e obbligati a mercar da fuori ogni agio di vita. I Borboni fecero mutar faccia al reame; l’ultimo Ferdinando ne portò a quasi non aver mestieri dell’estero, salvo che per inezie di lusso. Razze di cavalli, migliorati armenti, buona agricoltura, opificii d’ogni cosa, panni, tele, cuoi, carte, sete, feltri, guanti, ferri, arme, dolciumi, paste, unguenti, mobili ed ogni arnese costruivansi in casa; macchine d’ogni sorta, vascelli, bacini, cantieri, porti, commercio ampio, capitali molti, indipendenza politica vera, crescente popolo, forza materiale e morale; tutte eran cose ostiche alle borie e alle borse inglesi. Bisognava arrovesciar tanto edifizio di pace, e restituirne al misero stato viceregnale. Comprarono traditori della patria, calunniarono re e magistrati, il bene dissero male, promisero beni falsi, scatenarono il Mazzini e Vittorio Emmanuele, collegarono la repubblica con la monarchia, inventarono la parola unità, e subissarono ogni cosa.
I fatti che succederonsi, e che narrerò, dichiarano senza rettorica questo gran vero. E quando poi s’è visto Piemonte distruggere alla vandala istituti d’arti e scienze, opificii e cantieri, far chiese protestanti, sfratar monaci, scacciar suo re, e strugger via via ogni cosa napolitano, si vide se Piemonte potea volere la ruina d’un paese che credea fatto suo, ovvero anzi ubbidire a comandi anglicani, per far bisognosa ed eretica l’Italia. Cosi, o Italiani che v’appellate liberali, plaudiste al cadere de’ principi vostri, ch’alzarono la patria al più allo grado di prosperità che s’avesse dopo i tempi di Roma; e fate dallo straniero devastare questa terra arricchita dai sudore de’ vostri padri. Pagate l’ingordigie d’angli mercanti con lagrime di più generazioni di fratelli.
8. Due Francie.
Per la ragione stessa Inghilterra stende sue branche in Francia; ma perché questa è grossa, ell’usa più arti. Francia è da considerare nazione doppia, con due popoli l’un contro l’altro da ottant’anni combattenti. Uno è anello di Carlo magno e S. Luigi che campò l’Europa da’ Saracini, e francò Gerusalemme e imbrigliò i barbareschi; popolo di grandi imprese, della fede e del dritto e che può perder tutto fuorché l’onore; l’altro è quello degli enciclopedisti, che si vanta di dare la civiltà al mondo, adora la bea ragione ch’è la nuda prostituta sull’altare, alza patiboli con Marat, sguaina pugnali con Robespierre, proclama col galeotto Babeuf l’abolizione della famiglia e della possidenza, e arriva nell’orgia trionfatrice a gridar Viva l’inferno! Abbasso Dio! Fra tai due popoli cozzanti non può esser pace; e la sua lotta si stende al mondo, vi fa proseliti, e vi suscita la guerra universale, per risollevare la umanità a Cristo, o abbrutirla nell’ateismo. Non parlo di quei che son di mezzo, pronti a ubbidire. Quindi nelle industrie, nella letteratura, nel governo, nella religione, nelle guerre e nelle paci, la Francia opera secondo la parte vittoriosa; onde è benedetta o maledetta, amata o temuta, odiata o invocata, se l’una o l’altra impera. Ebbe un gran popolo, ora ha un popolo numeroso.
Posta nel mezzo del mondo moderno, cavalcante due mari, con gente armigera e spiritosa, dominata men da ragione che da impeto, con molte fonti di ricchezze e facilità di commercio e linguaggio, ell’è di necessità benefattrice o percuotitrice del mondo; però sempre guardata con isperanza o sospetto, giusta la vicenda di quella sua interna lotta, che dividela nelle strade, negli uffizii e sin nella famiglia. Una barricata, una elezione, un banchetto, un libro, un vento, un motto ridicolo le scambiano la sorgente del comando; e quell’arme stesse che in tempo di repubblica ripongono il papa in Vaticano, quelle in tempo imperiale tel vanno in Vaticano a carcerare. Adunque quel paese saltella sopra mobili basi, fra due parti opposte; freme o sorride, edifica o distrugge, crede o discrede, percuote o sorregge; perché qualsisia il governo deve sempre blandir tutti e rispettare in uffizio i suoi nemici stessi; gli uffiziali mutan con facilità il giuramento, ubbidiscono alla potestà dominante, combattono e muoiono per principii contrarii, aiutano chi abborrono, percuotono chi amano, solo concordi nel dir Francia! Per questo oggi i suoi governatori tremando fan tremare, studiano l’opinione, parlan sibillino, brogliano in istrada; ingannati ingannano, sospinti sospingono, e son varii, e doppii, facitori e infrangitori di trattati e alleanze come il torrente gitta; di nulla più solleciti che del restare in bilico sul vertiginoso seggio. Per queste condizioni è arena d’ambiziosi, dove Inghilterra trova di leggieri a mestare, e a strascinarsela appresso, non ostante gli indipendentissimi spiriti nazionali; perciò Inghilterra stanza della rivoluzione mondiale, quando vuol questa sbrigliare le fa dar l’arme dalla Francia, con le quali poi subissa l’orbe e la Francia stessa. A tutto è pretesto la libertà. Han fatto sinonimo di libertà la democrazia, la quale fa impossibile il vivere liberale, e tende alla tirannia infinita del numero. Oh Francia! nazione di crociati, difenditrice degli oppressi, perché dimentichi la tua storia? perché sconosci la gran parte a te dal Signore largita fra’ popoli moderni? perché non torni ara stabile di vera grandezza, sendo della fede, spada del dritto?
9. Il non intervento.
Narrai come inventato sin dal 1830 il non intervento, cui parecchi lodano quasi ritrovamento di nuovo mondo. Vestonlo d’apparente giustizia, dicendo ciascun popolo debba vedersi le cose sue, senza ch’altri se ne impacci. Ciò è assurdo, ché suppone falsità naturale e storica, che cioè gl’interessi umani sieno slegati, e i popoli disgiunti da muraglie, e stranii l’uno all’altro, ma in natura e in società gli uomini han legami di passioni, interessi e diritti, nella famiglia, nello stato, e fra gli stati. Certo ciascuno dee badare a sé, ma se il fuoco del vicino viene a bruciarmi ho dritto d’accorrere a spegnerlo. Quel motto è impossibile, perché a far rispettare cotesta sentenza del non intervenire si deve intervenire armata mano. È antisociale, perché tende a far perire la società assalita da tutti i tristi del mondo, e perire uno stato dopo l’altro, senza aita. È iniquissimo, perché lascia alla sola rivoluzione il diritto e ‘l campo d’intervenire che si nega agli stati costituiti. Ed è grido di selvaggi perché lacera tutti i trattati, e fa vani i patti fra le nazioni.
Il non intervento mena a sciogliere la società, ed abolire la possidenza e la famiglia. Se non si può intervenire nello altrui stato, non lo si potrà nelle case altrui, entrandovi masnadieri, s’impedirà l’entrarvi a’ gendarmi, e si tutte case saran saccheggiate impunemente. Casetta s’è costituita con una forza sotterranea in tutto il mondo, ch’è minima in ciascuno stato, ma unita è più forte di ciascuno, però quando aduna tutte sue forze, interviene da tutte parti contro un sol paese, e grida non intervento; cioè intervento di masnadieri e non di gendarmi, cioè impedimento agli assaliti d’aiutarsi a vicenda. Ed essa neppur nasconde la universalità sua, che anzi né pompeggia, e dove arriva mostra battaglioni d’Ungari, e Polacchi e Inghilesi, e capitani e soldati d’ogni lingua e nazione.
In questo secolo, quando telegrafia e vapore, tolto di mezzo i mari i fiumi e i monti fra’ popoli, fanno dell’umanità una famiglia, s’avrebbe anzi a creare un tribunale sopra le nazioni, e una forza federale della civiltà per eseguire le sentenze fra le liti de’ popoli, siccome il magistrato sentenzia de’ privati; e così vietar per sempre le guerre e le ambizioni, non-intervento fa l’opposto, arrovescia indietro il progresso sociale a disertar le genti, a disgiungerle e a farle solinghe e selvagge, siccome si figurano le prime famiglie ne’ primi secoli dell’età. Il non intervento che vorria isolare i popoli fa il contrario del cristianesimo che li stringe in un amplesso. La setta con quel grido vuole al cristianesimo sostituire sé.
Ma l’Inghilterra se ne serve per minare le prosperità del continente; proclama quel motto, e sa obbligare Francia Cattolica a far eseguire cotal precetto rovesciatore della cattolicità. Intanto essa interviene senza bandiera, sguinzagliando la setta, e aiutandola con milordi mandatarii, note minacciose, libelli famosi, vascelli costeggiami, danari e giornali, da trionfar le rivolture, che ruinano l’un paese dopo l’altro.
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