Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVI)
12. Guerra piemontese.
Cotanta boria non fu mai punita di maggiore inopportunità; perocché in quei dì stessi travarcando la rivoluzione a un tempo ogni limite di moderazione e a Palermo e a Torino, quivi appunto era prestissimamente fiaccata. Succedeva a Vienna un nuovo ministero con lo Schwartzemberg; il quale a 17 gennaio scrisse alle corti di Russia e Prussia mostrando vana la proposta mediazione di Francia e Inghilterra, sondo opposti i fini dei combattenti: i Sardi volendo scacciare i Tedeschi d’Italia, questi volendovi ritenere i loro stati. La proposta già fatta a Londra dall’Hummelauer (cioè, come dissi, del cedere Lombardia) esser seguita per proposta inglese, non però mai dalla corte imperiale approvata; volersi stare al dritto. Dall’altra il Piemonte, fatto armestizio a Milano per necessità, se n’era valuto per armarsi alla riscossa; e quando parvegli essere in pronto, cominciò a stuzzicar la guerra. Sul finir di gennaio sguainò una nota protestatrice all’Europa, dicendo violato l’armestizio pel trattenuto parco d’assedio a Peschiera, per le avanie tedesche, e le tasse in Modena, Parma, Piacenza e Lombardia. E il re aprendo il parlamento a 1.°( )febbraio favellò della Costituente, dell’esercito rifatto e in fiore; sperare nella mediazione Anglo-Francese, o in contrario ripiglierebbe l’arme con isperanza di vittoria. Poscia il Gioberti il 16 con lunga diceria in Parlamento disse la costituente da esso voluta esser diversa da quelle proclamate a Firenze ed a Roma; queste desiare l’unità repubblicana, egli volere confederazione di stati costituzionali e cacciata dello straniero; nondimeno perché tutte cose opposte egli conciliava a parole, aggiunse: l’unione di Toscana e Roma giovare nella opinione, ed ei niente desiderare meglio che stenderle la mano. Indi a poco sendo stato il Gran Duca Toscano sbalzato di seggio, il Gioberti volea ricondurvelo con le arme; benché il Duca stesso le rifiutasse; e come i suoi colleghi nol consentirono, si dimise. Surrogollo il Colli, e poco stante il Deferrari.
S’era raggranellato un esercito di centoventimila, con molti coscritti e congedati richiamati; e i generali, massime il Bava, memori della fresca sconfitta, non avrebbero voluto risicar le sorti, bensì postarsi a difesa. Ma il ministero democratico sospinto dalla setta mondiale volea correre avanti; e detto quello esser tempo d’assalire il Tedesco ch’avea la rivoluzione Ungara in casa, rimosse dal comando il Bava; e neppure credendo buono Carlo Alberto, sebbene questo re fosse di tutto il suo stato il più smanioso di guerra, andò cercando un capitano pel mondo. Prima volsesi al Bonaparte che mandasse il maresciallo Bugeaud o altro; ma quegli ch’avea sulle braccia l’eredità del Cavaignac, con l’opinione ne’ principali di Francia contraria alla causa della rivoluzione, si diniegò. La setta cavò il capitano da’ Polacchi, e chiamò a duce de’ Sardi uno Chzarnowski. Dell’esercito si fecero sei divisioni, di cui la quinta era d’esuli Lombardi; e inoltre a rappresentarvi la rivoluzione mondiale, una legione Polacca e Ungherese.
Dappoi non badando a’ consigli d’Inghilterra, che inculcavano si prolungasse l’armestizio; né di Francia che netto dichiarò non soccorrerebbe, e lascerebbe il Piemonte cader per terra cadavere abbandonato, quei ministri e quella camera (cioè la setta) vollero a occhi chiusi sospingere il paese nel precipizio. A 12 marzo intimarono un atto al Radetzki, dicente: «Il Piemonte ha adempiuto all’armestizio, l’Austria non già, ché ogni dì più né viola i patti. Parlanti violazioni sono la negata restituzione del parco d’assedio di Peschiera, la occupazione dei Ducati, il blocco di Venezia, e le immanità tedesche a dannò dei sudditi. Però il governo in nome del re denunzia cessato l’armestizio.» Due giorni dopo il Rattazzi ministro dell’Interno, nunziò al Parlamento esser giunto il giorno della riscossa, e meritò plausi infiniti. Seguì un manifesto alle nazioni civili, lunghissimo, per mostrar non valere i trattati: «valere i voti de’ popoli, valere pel re Sardo il dovere di corrispondere a tai voti. L’Austria violatrice dell’armestizio, tiranna e despota di popoli innocenti, e liberi, do versi scacciare, non poter la mediazione di Francia e Inghilterra imporre al Piemonte il sagrifizio del suo onore; e riuscire inutile, dopo che Austria avea dichiarato non voler recedere da’ trattati, né perder territorii Guerra, guerra, volersi fare, dover tutta Europa giudicare fra’ due combattenti; e valutare la violenza, l’infrazione, l’insulto da una banda, e dall’altra il rispetto, la pazienza, la longanimità di chi scende a pugnare pe’ dritti imprescrittibili de’ popoli, e per la santa causa dell’umanità.» Subito Carlo Alberto, impazientissimo di battaglia, lasciato a Torino luogotenente Eugenio di Savoia Carignano, era già il 17 a Novara per ritentar la sorte. Adunque si vede la rivoluzione, mossa da un pensiero, bravare negli stessi giorni gli avversarii; e a Palermo e a Torino del pari dichiarar finiti gli armestizii.
L’Austria il domani, che fu il 18 marzo, promulgò suo manifesto. Accennato alle pratiche corse per la pace, seguitava: «Sebbene vincitori, non abbiamo chiesto altro compenso che ritenere il nostro, per contrario Sardegna perdente vuole lo altrui. La sua flotta, contro il patto dell’armestizie, si trattiene nell’Adriatico, e con tal violazione fa durar Venezia nella resistenza. Il governo subalpino le manda denari palesemente, si tiene a Torino, riconosciuta dalla Corte una consulta Lombarda, per alimento a discordia nelle città soggette all’Imperatore, e ritardarne la pacificazione; accoglie mandatarii Polacchi ed Ungari per istringere fratellanze fra le rivoluzioni di quei paesi e la rivoluzione italiana. Quel re nel discorso della corona ha proclamato un regno dell’alta Italia,ora per conseguirlo si rilancia nella guerra, e l’Austria con tranquilla coscienza l’accetta.»
13. Sconfitta di Novara.
Certi generali sardi divisavano postarsi ad Alessandria; altri vollero ai Ticino, per opporsi al passo del nemico a Magenta, a Buffalora, o a Pavia. A 20 marzo posero le genti a Oleggio, al ponte sul Ticino, a Gagliate, a Verpolate, a Mortara, a Novara, a Castel S. Giovanni, e la sesta divisione a Spezia e Sarzana. Il Ramorino, già Mazziniano fuoruscito, ora comandante la quinta divisione Lombarda, avea ordine che da Stradella sulla destra del Po, quell’istessa mattina del 20, passasse sulla sinistra a Cava. Lo Chzarnowski col re e ’l quartier generale a Trecate. Il Radetzki credendo ei volessero entrar nel Parmegiano e passare a Brescello, si fe’ grosso a Pavia; e quivi sul mezzodì del 20, nel punto in che finiva l’armestizio, prese a travarcare il Ticino. Allora il Ramorino che doveva occupar Cava; supponendo i Tedeschi passassero a Spessa per dar sopra Alessandria, deviò dall’ordine avuto, disse per contribuire alla difesa di luogo più importante; però mise poca gente a Cava, che di leggieri andò sbaragliata; onde egli ruppe il ponte, e restò con la sua divisione Lombarda disgiunto dal resto dell’esercito. Questo udita la passata a Pavia, si concentra fra Vigevano e Mortara; prima combatte con dubbia sorte a S. Siro e Sforzesca, poi il 27 a Mortara, dove settemila Tedeschi entrano, e ventimila Sardi co’ generali Durando, La Marmora e il duca di Savoia, percossi escono con perdita di 1700 prigionieri e cinque cannoni. Si ritraggono a Novara. Quivi al mattino del 25 fu giornata campale tra cinquantamila Sardi e credo altrettanti Tedeschi; quelli dopo debole zuffa fuggono nella città. Avvenne che i soldati stanchi e affamati si lanciarono per le case, e fecero nefandi atti di saccheggio ed arsioni nella loro stessa terra, né già nell’ebbrezza della vittoria, ma nella rabbia della sconfitta; e si vide l’infelice Novara patire non dal nemico rattenuto, ma dal nazionale vinto e intristito. In questa breve campagna di tre giorni l’esercito sardo-di centoventimila svanì.
Carlo Alberto, rotto, e con l’esercito indisciplinatissimo, tentò salvarsi chiedendo tregua, e mandò il generale Cossato. Il Tedesco rispose non potersi fidare nella parola di quel re, consegnasse Alessandria, desse ostaggio il principe ereditario. Carlo unì i generali a consiglio, disse non accettabili quelle condizioni, dimandò se si potesse resistere. Risposero no. Allora dichiarò abdicare a pro del figlio, perché il nemico fosse più generoso al nuovo re. Tolse un passaporto come conte di Barges colonnello dimissionario, e con solo un compagno e lo staffiere partì dopo mezza notte. Soffermato da’ Tedeschi, e costretto a scender da cocchio, ebbe un colloquio col general Thurn a chiarire l’obbietto del suo viaggiare; non conosciuto, potè proseguire per Vercelli a Nizza; donde per Francia, Spagna e Portogallo giunse poi ad Oporto a 25 aprile. A Tolosa di Spagna confermò l’abdicazione per man di notaio.
La notte stessa della battaglia i Sardi lasciarono Novara; v’entrarono al mattino i Tedeschi, e il Radetzki potea l’altro dì pigliar Torino; ma richiesto di tregua dal nuovo re, gli concesse abboccamento il 24: stabilironvi i patti d’altro armestizio, sottoscrittolo il 26, con poco gravose condizioni. Il ministero autore dell’infelice guerra cadde; risurse il Gioberti, con colleghi che s’andaron pure ogni dì rimutando sino al finir dell’anno. Fu osservato che quando i Tedeschi eran per entrare in Torino, i deputati al parlamento fuggivano a spavento per la porta opposta; poi udita la convenzione, rientraron pettoruti per la porla stessa, a insultar nella camera il moderato vincitore; e a porre ostacolo al governo, cui avean ridotto al mal passo, e al nuovo ministero che a quella trista eredità in momenti di tanto pericolo s’era sottoposto. Quando a 27 il ministro Tinelli nunziò in parlamento il convegno concluso ebbe fischi; molti deputati né proposero la riprovazione; un Mellana proruppe che non potendo la camera sagrificare l’onore della nazione, invitava il governo a radunare tutte forze avanti Alessandria, e dichiarata la patria in pericolo, tutt’uomo atto all’arme convenisse a Genova. Plauditissima e adottata tal proposta, presentaronle al re; ma come più di tai tantaferate eran terribili le vicine arme vincitrici, in risposta andò la camera sciolta.
14. Genova bombardata.
Il proporre Genova non era a caso. I repubblicani che già l’anno prima aveano sfuriato dopo l’armestizio di Milano, ora dopo Novara rifacevan lo stesso. Sembra anzi certo avessero da primo preparata la ribellione, e sperassero spalla dal confratello Ramorino, comandante la divisione de’ volontarii Lombardi. Il danno e lo scorno della patria, e la stessa gravezza della sventura, facendo lor credere fiaccato affatto il governo, spinserli a far presto. Ragunati a Genova i più arrabbiati, gridarono obbrobrioso e infame l’armestizio, tradita la patria; sonaron campane a stormo, raccozzaron popolaccio, e occuparono i forti Sperone e Begutto. Le poche soldatesche s’accentrarono nell’arsenale allo Spirito Santo. Poi sparsa la notizia della proposta del Mellana adottata dalla camera, a’ 29 sforzarono il municipio a dai arme alla plebe, poi volsero un indirizzo a’ deputati, chiamandoli a Genova in sostegno della causa del paese e della libertà. Come Firenze e Roma crearono il triumvirato, col deputato Rota, l’avvocato Morchio, e primo un ex notaio Giuseppe Avezzana da Chieri, già nel 1821 condannato nel capo e graziato, ora soldato della setta, tornato dal Messico, intitolantesi generale. Questo capitano con quell’orde assalì al. aprile lo Spirito Santo, la notte si fe’ capitolazione, per la quale il generale Azarta al mattino sloggiò co’ suoi. Il domani la canaglia afferrò il conte Ceppi maggiore di Carabinieri, mentre da paesano fidato alla capitolazione si partiva, e lo trucidò. I Triumviri alzato governo provvisorio, proclamarono nullo l’armestizio, e invitarono tutti i Lombardi esuli in Piemonte ad accorrere a Genova, per difenderla dal Tedesco e da’ traditori della patria. L’Avezzana preparando alla patria ferro e fuoco, giunse anche a metter su una commessione per gl’incendii (interpetrata nel fattone processo per incendiare), e dappoi la potestà trovò suoi brevetti al presidente di essa, dati a 8 aprile, cioè nel momento che si fuggiva.
Il generale Alfonso La Marmora che riedeva con la divisione da Parma, ebbe ordine d’accorrere a Genova: s’avanzò il 4, occupò i forti Belvedere, Crocetta e Tanaglia, bombardò la città, e il domani l’assaltò con quattro colonne. Si pugnò in più luoghi, massime al palazzo Dona, a sera l’ebbe tutta. I soldati, e anche certi uffiziali saccheggiarono; e, dopo presa la città, seguitò più ore il bombardamento, disse u duce, per ispaventare. «Con noi siete prodi? — stamparono i Genovesi — Fuggite da’ Tedeschi e date addosso a’ fratelli? ci avete venduti allo straniero, e ora volete legarne le braccia? Se volete combattere, combattiamo; ma congiunti voltiamo il viso al Radetzki.» Il La Marmora gittava bombe. Però intramessisi gl’Inglesi ancorati nel porto, segui armestizio, acciò una deputazione andasse per grazia al re. In tal guisa Vittorio Emmanuele col bombardare la seconda città del suo regno inaugurava j! regnar suo; e il Piemonte collegato alla rivoluzione fu nel tempo della sventura dalla rivoluzione percosso; e due vergogne opposte in quindici giorni sopportò: la sconfitta dallo straniero, e la vittoria co’ sudditi. Felice esso e Italia se dalla doppia lezione avesse tratto emenda
A otto aprile lu concessa amnistia, salvo che a dodici, fra’ quali i triumviri. L’Avvezzana fido al suo re Mazzini, andò a servirlo in Roma; s’imbarcò su nave americana con 450 seguaci; e da triumviro genovese si contentò di fare il ministro di guerra in repubblica romana. I dodici esclusi ebbero in contumacia condanna di morte, meno due a lavori forzati a vita.
15. Morte di Ramorino.
Un decreto del 5 aprile ordinò una commessione d’inchiesta pe’ fatti dell’ultima guerra. Lo Chzarnowski si difese dicendo la guerra essersi deliberata da’ ministri contro il suo parere, denunziate le ostilità senza sua saputa; i ministri dimissionarii negaronlo e dimostrarono l’opposto; onde né durò polemica tutto l’anno; da ultimo senza apporglisi colpa vergognosa, si difinì aver egli mal provveduto stabilendo il campo a Novara anzi che ad Alessandria. Il Ramorino reo di trasgressione d’ordine, chiamato a Novara, né fuggì in posta, subito dopo la battaglia, ad Arona, per iscampare in isvizzera; ma dalle Guardie nazionali agguantato fu messo nella cittadella di Torino. Costui nato a Genova, stato caporione in molti moti di rivoluzioni, avea pur con lo Chzarnowski pugnato in Polonia; però si disse egli in vendetta di vecchie gelosie, e pel rovello di veder lui non egli duce supremo, gli disubbidisse; altri ha scritto aver egli, settario vecchio, macchinata la sconfitta del re, per menar poi i suoi volontarii a Genova a proclamare la preparata repubblica, come già s’era fatto a Roma e a Firenze. Subì consiglio di guerra; e come gran liberale non gli mancarono aiuti, né la difesa del Brofferio; ma provata la trasgressione all’ordine, e però facilitato il passo di Pavia al nemico, fu sentenziato a 3 maggio. Ricorse per cassazione; e questa corte a’ 21 del mese, consideralo non soggette a cassazioni le sentenze militari in tempo di guerra, rigettò l’istanza. Egli invocò la misericordia del re, né ebbe risposta: sua madre, vecchia d’ottantaquattr’anni si gittò a piè della regina; ma fu moschettato il 22. Mentre Ferdinando despota faceva grazie, Vittorio liberale cominciava suo regno fucilando.
16. La pace e la morte di Carlo Alberto.
Pe’ patti dell’armestizio ventimila Austriaci tennero il paese tra ’l Ticino, la Sesia e il Po; tremila a 24 aprile entrarono in Alessandria; si sciolsero i corpi franchi Lombardi, Ungari e Polacchi. Di questi corpi molti commessarii sparirono con le casse, restati i militi morti di fame. Poi, mediatori gli Anglo-Francesi, seguì trattato di pace a 6 agosto. Il Piemonte restò qual era uscito dal trattato di Vienna, rinunziò a qualsi fosse titolo su’ paesi oltre i confini suoi, e pagò settantacinque milioni di franchi per spese di guerra. Al trattato accedette il Duca di Modena il 12, e quel di Parma il 15. E il ministro Azeglio con lettera del 21 rendeva grazie al governo di Francia, che pe’ suoi buoni uffizii avea fatto ottenere patti cui l’onore permetteva di sottoscrivere. Rinunzia ed onore cui re Vittorio rinunziò. quando dopo dieci anni si sentì per l’arme francesi gagliardo.
Carlo Alberto fievole, malaticcio da anni, gravato dal precipitoso viaggio e da’ patemi, intristì, e mancò poi per colpi apopletici a 13 luglio; ché inesorabile carnefice è l’ambizione delusa. Il cadavere condotto in patria riposò a Superga, nella tomba degli avi. Era nato a 2 ottobre 1798.
17. Proclamazione di guerra in Sicilia.
Sul continente napolitano tutto senza sangue volgeva a quiete, e il governo provvedeva all’amministrazione e alla sicurezza. Un decreto del 27 marzo instituiva a Bari una camera consultiva di commercio. A’ 29 per frenar la stampa che lavorava a calunniare ogni cosa, usciva decreto prescrivente norme a’ giornali, responsabilità a’ gerenti, agli autori, ai venditori, con pene e ammende. Altro decreto del 27 faceva i consigli di guerra e non più le commessioni militari competenti a giudicare i borghesi che con doni, minacce o promesse tentassero corrompere i soldati, per farli disertare o sollevare.
Ma il governo, stornato il continente, teneva gli occhi a Roma che minacciava fuoco, e stendeva il braccio in Sicilia. Italia ed Europa in marzo erano in questo stato: repubblica insanguinata in Roma, repubblica posticcia in Toscana, ambe proclamanti costituenti per progredire a unità, Carlo Alberto a dar l’ultima battaglia; fuggiti i duchi da Parma e da Modena, Venezia combattente per democrazia; Ungheria, alle mani con Austria; questa in risico di guerra con la Prussia cui poteva adescare l’offerta della Dirti di Francfort; Prussia e Danimarca nemiche per l’Holstein; Francia non repubblica, non impero, titubante tra ’l passato e l’avvenire, vicina a cadere nell’aquila Bonapartina; Inghilterra all’erta per trar partito da qualunque partito, e attizzarli tutti. E sopra ogni lite la causa religiosa, non solo italica od europea, ma questione vitale del cattolico mondo. La diplomazia che già ipocrita, fingendo risparmiare il sangue, avea suscitati tanti guai per creare la rivoluzione, ora impotente a protrarle il latte, era costretta ad aspettare tacente la sentenza della forza contro i sofismi usurpatori. In questi bilici d’eventi re Ferdinando compieva la riconquista di Sicilia.
Il duce Filangieri, certo che l’andata de’ ministri Temple e Rayneval a Palermo riuscisse vana, s’imbarcò lo stesso di sullo Stromboli, e andò a Gaeta a prendere commiato dal re. S’ebbe esso e parte della sua gente la benedizione di Pio IX. A 26 marzo era a Messina, dichiarava finir l’armestizio la notte del 29 al 50, guarniva Melazzo, Messina e i forti Gonzaga e Castelluccio, poneva queste due città in istato d’assedio, e il 27 rassegnava i soldati. Eran quattro reggimenti di linea 3. 4. 6. e 7. il 3 e il 4. svizzeri, cinque battaglioni cacciatori,1. 3. 4. 5. e 6. sette compagnie pionieri, due pontonieri, tre batterie da montagna, una da campo, e una d’obici da montagna; in tutto quaranta cannoni, 437 uffiziali 12104 soldati, e 633 cavalli tra Carabinieri e Lancieri. Li ordinò in due divisioni a’ marescialli Pronio e Nunziante, in cinque brigate a’ brigadieri Busecca, Rossaroll, Zola, e a’ colonnelli De Murali e Caracciolo. La truppa schierata sulla via della marina dava in Viva al re; rispondeva da mare la ciurma della flotta, eh avea tre frega le a vela, sei fregate, due corvette e sette battelli a vapore, con diciassette piccoli navigli. A’ 28 die’ due proclamazioni: una a’ Siciliani nunciava le concessioni regie, e ‘l rifiuto di quei che aveano usurpata la potestà, assicurava pace a’ cittadini onesti; sue genti onderebbero contro i promotori della guerra civile e devastatori della patria, i soldati sarebbero protettori a’ buoni, punitori a’ tristi. L’altra a’ soldati di terra e di mare ricorda a’ Siciliani esser fratelli, doversi non punirli, ma liberarli dal giogo settario che da quindici mesi sbrana la patria; smentissero le calunnie, dessero all’Europa altre prove di valore e disciplina, e moderazione dopo la vittoria.
Ruggiero Settimo altresì avea dato a 24 marzo una infuocata proclamazione, compiacentesi delle preparate difese e delle vicine offese: «Il despota che ci combatte è ben infelice. Gli gravano sul capo le maledizioni di due milioni d’uomini, e gl’imbratta la taccia il sangue di migliaia di martiri.» E ’l giorno dopo esso e i suoi ministri con altra scritta nunziante la guerra pel 30. diceva: «L’ultimatum regio significa la distruzione della risoluzione, un sostituire a sette secoli di libere instituzioni la volontà assoluta e mendace del tiranno. Evidente è la nostra vittoria, ma sempre fia meglio seppellirsi sotto le rovine ardenti della patria, che mostrarsi co dardi avanti all’Europa che ci ha ammirati. Ancora si vede il fumo di Messina; per noi la guerra è simbolo di vendetta, è modo di liberazione d’una città, siciliana gemente sotto le orde del comune nemico. All’arme, vincere o morire.» Ma nessuno di questi proclamanti né pugnò, né si seppellì; spingevano i gonzi a guerra, essi non temevano di chiarirsi codardi, fuggendo nel momento del periglio a rifugio su’ preparati legni inglesi.
18. Primo scontro ad Alì.
Ove, presa appena Messina, si fosse incontanente proceduto avanti, qualunque disegno di guerra era buono, perché rotte colà tutte le genti ribelli, non potevano altrove far testa; ma dopo sei mesi di preparazioni, e accrescimenti d’arme e d’armati era da ponderar bene dove e come assaltare. Il duce regio tentennò tra due disegni: correre sopra Palermo, vincer là nel suo centro la rivoluzione, e aver poi senza guerra tutta l’isola; ovvero pigliar prima le terre sulla costa orientale, e di là gittarsi in dentro, sino all’ultima tana de’ sommovitori. Pel primo occorreva aver Termini e farne base di operazioni, andarvi per mare in quella stagione burrascosa, condurvi la gente in più volte, sbarcarle al cospetto del nemico, e poter esser vinto alla spicciolata, e anche mancar di munizioni e vettovaglie. Il perché, ponderato pure aver poche forze, s’attenne al secondo; cioè tener Messina a base, e farsi avanti protetto dall’armata da mare.
S’erano gli avversarii agglomerati nella contrada neutrale della spiaggia di Cefalù, quasi minacciami Messina; però il Filangieri a tenerli in sospensione e sperperarli,moveva il 29 per brigate a scaloni sulla via consolare marittima, sola adatta all’artiglierie, e rafforzava gli avamposti a Scaletta. Dall’altra il 30 imbarcava su quattro fregate a vapore la brigata Busacca di oltre a tremil’uomini, a simulare lo sbarco avanti Cefalù, o in altra parte della spiaggia settentrionale,costeggiando Patti, S. Stefano, Cefalù, sin presso Palermo, per mover sospetti in quelle parti. Inoltre spingeva dalla cittadella certe truppe in colonne mobili con dugento volontarii siciliani e ’l Tenente-colonnello Salzano su’ paesi occupati, cioè Milazzo, Barcellona e Centineo, per mascherar le mosse dell’esercito, e vietare al nemico un colpo di mano alle spalle.
La via da Scaletta a Giardini ha da manca il mare, da destra monti frastagliati di valloni e torrenti; laonde l’esercito doveva avanzarsi con ale stese sulle alture per evitar l’offese dalla dritta. Giunta adunque a Scaletta la brigata Zola d’avanguardia di 3400, fu scompartita in due; una seguitò la strada, e due battaglioni, 1.° e 3. cacciatori, col Tenente-colonnello Pianelli volsersi al villaggio Scaletta superiore e alle creste sovrastanti. Presero la via di Carada, Monticello e Pietralunga, sino ad Itala. Il Zola trovò ad Ali molta massa di nemici e due battaglioni di linea, uno di Siciliani, altro di Francesi, parati a contrastare il passo; ma investiti con impeto, come quei si vider combattuti sin dentro le case ove s’erano afforzati, fuggiron pe’ monti. Ciò mostrò gli avversi non aver smesso il vezzo del combatter coperti e schifar la campagna rasa, benché condotti da duci esteri pratichi di guerra. Perdevan morti, feriti prigionieri e qualche Cairo; e si gittarono nelle montagne, credendosi voltar l’offese dall’alto, su’ fianchi de’ regi; ma trovarono il Pianelli che di vetta in vetta li scacciò, sicché rotti ripararono a Fiumediniso. Su quella spiaggia si raccozzavano alla dimane le due colonne, e altresì v’arrivava la brigata Rossaroll, resto della divisione Pronio. Sull’alba di questo stesso dì 1 aprile moveva da Messina il Nunziante con la sua divisione, e lasciato a Scaletta due squadroni Carabinieri, anche sulla costa di Fiumediniso con l’altra s’accampò.
19. Passo del capo S. Alessio.
Il Filangieri imbarcato a 30 marzo sullo Stromboli, fe’ un’aggirata pelle coste sino al capo Schisò di là da Taormina; e navigando era colto dalle batterie della riva cui rispondeva. il mattino del Smossesi la prima divisione, e trovò i Siculi postati da’ monti al mare sullo sbocco della valle avanti Fiumediniso, con in mezzo il battagliane francese. Incontanente gl’investì; ma eglino colpiti anche dallo Stromboli, presto, con seco strascinatisi i Francesi, rifugiaron ne’ monti. Restò aperto il passo a capo S. Alessio,luogo forte naturalmente, dove era da temere battaglia, perche la via nel macigno aperta con arditezza romana, infossata, tortuosa, co’ canti tagliati a picco, e dominata da irte alture, è di facilissima difesa a chi contrasta, che percuote senza poter esser né colpito né raggiunto. Il Pronio avea spinti sulla dritta cacciatori verso Forza d’Agiò villaggio quasi inaccessibile, chiave di quel passo; intanto procedeva sospettoso e riguardato, mentre lo Stromboli da mare spazzava dalle torri e dalle batterie i postati difensori. Vide sorpreso i cacciatori ascendere su’ più alti greppi senza colpo. Eppure i tagli fatti alla via ne’ più brutti punti significavano i Siciliani esservisi preparati a contrasto, e il subito abbandono provenir da mutati ordini di guerra.
Il capitano polacco avea disegnato assalire i Borboniani a Messina, e già sino a Barcellona avea spinto una colonna; ma lo stratagemma della rigata Busacca, accennante sbarcare a Cefalù alle spalle di lui, miselo in pensiere, che non restasse, andando sopra Messina, tagliato fuori. Da prima volse un nerbo di battaglioni a Taormina, per occupare i sentieri trasversali, e lanciarsi al bisogno su’ due lati dell’appennino; poi ingannato dell’udir l’altra colonna del Salzano cavalcare sulla costa Tirrena, tenne per fermo i regi procedere da due parti per la spiaggia Tirrena e per la Ionia; però anch’egli mandò due colonne in quei due versi, e tenne gente anche sulla costa neutrale, il che troppo gli divise le forze. Appresso si avvisava pigliar parte offensiva sugli avamposti a Scaletta, ma prevenuto dal proceder ratto del Zola, e poi rotti anche gli aiuti mandati da Ali come ho detto, e sloggiato, pe’ colpi dello Stromboli dal passo S. Alessio, si trovò sgominato, con lo esercito a pezzi qua e là, non in istato di tentar nulla.
20. Presa di Taormina.
Restava aperta Taormina, ultimo baluardo della rivoluzione in provincia di Messina. I Borboniani fecero alto sul lido di Letoianni; spiaggia ampia, seguita da due catene di monti, una alberata, nuda l’altra. Si sale prima a S. Andrea irta sul mare, poi a Guardiola altissima, dove avevan piantata una batteria; quindi il monte da oriente è quasi inaccessibile, con su gli avanzi dell’antico teatro; s’abbassa un pò da occidente sino a Taormina, che pur domina altri monti. S’era afforzato il paese con batterie: quella della Guardiola tirava al mare, altra da canto spassava la strada, che rotta con solchi profondi s’era fatta impossibile a’ cavalli e a’ cannoni; e vi s’aveva a salire co’ fanti percossi a scaglia. Inoltre i difensori avean facili ritratte verso Mola e Monte Venerella.
Il Filangieri disegnò assalire quell’aspro luogo con tutte forze da più bande; cioè con l’esercito da Letoianni pel settentrione e occidente, e stendersi dietro Mola per vietar la ritratta al nemico: ed egli sboccando di li dal capo, sulla spiaggia di Giardini con la brigata Busacca, s’avanzerebbe per l’erta strada che da quel villaggio va a Taormina da mezzogiorno. Cosi volea dar nel cuore, e far vane le preparate difese. Ma come la brigate avea simulato lo sbarco a Cefalù, né potea tornar prima di sera, risolveva assalire alla dimane. Intanto a numerar le batterie di costa prese a cannoneggiarle con le fregate Roberto, Carlo 3.° e Archimede sino all’ore vespertine, quando il Busacca entrato nell’acque tra Taormina e Schisi, aspettava il comando di sbarcare.
Accadde che mentre l’esercito posava a Letoianni, s’eran latti stendere gli avamposti di cacciatori sulle propinque vette, e sin sul monte Lapi, li più alla incontro Taormina. Il nemico prese a scendere il monte come per assalire; però indignati i regi battaglioni 1.° e 3.° s’arrampicano pe’ greppi, si precipitano per burroni, afferrati le creste in viso a’ Siculi; e gli imi e gli altri con lontane moschettate e male parole si salutano. Gl’isolani incalzati, sentono le cannonate della flotta sulle batterie del capo, temono d’esser circuiti, e tentennano. In quella venticinque soldati di più corpi coll’alfiere Michele Bellucci, tratti da impeto più che da consiglio travasano il monte Minutelli, superano l’altro Porretta, si cacciano in Taormina alle spalle de’ difensori, e dan fiato a una tromba. I ribelli a udirsela ri vicina e a’ dorsi, veggendo i due battaglioni avventarsi e l’ resto dell’esercito giù, supposero una grossa colonna venir loro a tergo; e presi da panico terrore fuggirono essi e i comandanti Gentile e Benoit su Mola e Venerella, e con seco la popolazione atterrita. Eppure eran soli venticinque! Per la tromba squillante corre in un lampo la voce di vittoria: Taormina è presa! gridasi da ogni parte. Prima il 5° battaglione più da presso, poi l’altro occupano la terra, e dan dietro sulla via di Catania a’ fuggiaschi. Questi piglian lena a Granili, indi a Linguagrossa, e si riducono a Piedimonte, retroguardia del Mieroslawski.
Facevasi allora consiglio d’uffiziali sulla flotta pel modo da sbarcarli brigata, quando la squilla della tromba nunziante il pericolo de’ pochi occupatoci, decise il duce ad assicurare la presa; e issofatto sbarcò sulla spiaggia Letoianni, tutto l’esercito gridante Viva, il re! Fur trovati per quei luoghi ogni maniera d’arme e munizioni, che sur un trabaccolo a Napoli s’inviarono.
21. Si danno Giarre ed Acireale.
Colmati da’ pionieri i fossi alle strade, il domani tutto l’esercito passava il capo S. Andrea, e scendeva nel bel paese di là. A Giardini,primo villaggio, si fe’ quartier generale. La strada vi si scosta dal mare per entro fertili giardini, al ponte Calatabiano si sparte; un ramo va dritto a Catania, per Giarre, Aci reale, S. Giovanni la Punta e Battiati; l’altro pe’ monti di costa all’Etna passa Piedimonte, Linguagrossa, Randazzo, Bronte e Adernò; ito velina via traversa mena a Catania per Biancavilla. Licodia, e Paterno. Così tai due strade serran l’Etna co’ tanti suoi villaggi. Il duce polacco avendo la retroguardia a Piedimonte, disegnava raccozzarvi sue sparte genti, e porsi tra gli assalitori e Catania; ma fu prevenuto dal Filangieri che sbarcò al mattino-dei 5 la brigata Busacca ad Acquicelle, un po’ su da Giardini, e spiasela a Piedimonte. I Siculi sorpresi pria d’aver gli aiuti, come videro i regi, sbiettarono; e questi v’entran senza colpo, padroni della via di Linguagrossa e Randazzo, a sicurezza del fianco dritto dell’esercito. Di questo ìa aera del 2 c’era mosso il prevosto capitano Maniscalco, con carabinieri e due compagnie del 4.° di linea a Giarre, ricevuto in festa dai popolani, e forniti di viveri alla larga. Vennevi il 4 il Filangieri con tutta la sua gente, plauditissimo; fu. un trionfo da Giarre ad Aci-reale, paese di ventiquattromil’anime, giuntovi al meriggio del 5. A torme i contadini accorrevano; i cittadini mandarono avanti il municipio col clero e i principali possidenti, a protestar realismo, e contro la rivoluzione ira; ma entrando i Borboniani, tutto il popolo addoppiato da quei de’ villaggi, d’ogni sesso ed età, da logge e finestre, da vie e da usci, gridanti viva il re, sventolanti bandiere e fazzoletti bianchi, fra lo stormir delle campane e fuochi di gioia, lanciavan fiori e benedizioni a’ soldati. Soldati e. popolani s’abbracciavano. La setta che strombazzava Sicilia alzarsi com’un sol uomo contro i Borboni, rimaneva soia. E Aci-reale non paga di tanta festa mandava al re la bandiera rivoluzionaria ricamata d’oro, e la spada con l’elsa d’oro, doni di Catania. A sera luminarie infinite.
Il Palmerston, presa Messina, avea scritto a Lord Napier a 11 settembre 48: «Quest’ultimi fatti han creato fra il re e il popolo siciliano sì larga breccia, che questo avrà gran repugnanza a ritornargli suddito.» E il Napier avea scritto a lui a 2 agosto: «Contro Sicilia unita gli sforzi del governo napolitano saranno inani; le informazioni che ho da più parti provano esservi poche eccezioni al sentimento generale.» E simiglienti e maggi ori pappolate sciorinavano i consoli inglesi. Il Goodwin scriveva a 9 agosto: «Quindicimila uomini possono impadronirsi di Catania o di Siracusa, e tenervisi un poco; ma proseguir poi a Palermo saria pericolosa impresa. V’han paesi dove un pugno di bravi potrebbe arrestarli, v’han due o tre contrade, dove l’aria è si micidiale, che solo a passarvi l’esercito s’infetterebbe di mortali malattie.» Invece si videro le popolazioni intiere repristimre spontanee i gigli, anche prima di cader Catania, dopo seguirono restaurazioni a furia, e Palermo stessa capitolò. Delle profezie inglesi nessuna s’avverò. Il Mieroslawski nelle sue memorie stampò: «Alla prima apparizione della squadra napolitana avanti Riporto, tutta la popolazione delle coste si ritrasse a’ monti, o tradì la causa rivoluzionaria, affratellando col nemico. Così questo istruito de’ nostri crudeli imbarazzi, s’affrettò a sbarcare il mattino del 3 aprile, e occupar la doppia via che mena a Catania tra l’Etna ed il mare.»
22. Indirizzo de’ Siciliani all’Europa.
Ma la rivoluzione boccheggiante, benché vedesse mancargli il popolo, e i gigli avanzarsi trionfati, pure come poco prima il Piemonte e poco dopo Roma, sbardellava iattanze, atteggiata da vincitrice. Il ministero di Palermo a 4 aprile, sendosi già versato il primo sangue ad Alì, spargeva un indirizzo alle nazioni civili. Numerava la aspirazioni siciliane e di quella rivoltura, la decadenza de’ Borboni dichiarata, l’elezione del duca di Genova, il riconoscimento di tai fatti dalle flotte francesi e brittanne, la costoro cooperazione ad essi, la ripigliata guerra, le fiamme di Messina, l’armestizio offerto per umanità dagli ammiragli, durato sei mesi, le facilitazioni del governo francese per comprar l’arme, le simpatie brittanne, e poi l’ultimatum. E seguitava: «Questo ultimatum non può accogliere Sicilia, già indipendente, abborrente i Borboni; né può essere accettevole, perché larva di costituzione, perché compilato dal solo re nella pienezza de’ suoi poteri, perché la camera saria consiglio provinciale, illusorio il potere esecutivo, apparente il legislativo, esercito nemico in casa, debito di milioni, niuna guarentigia tutelata. E ciò con una dinastia decaduta. L’ultimatum, sarcasmo crudele, rifiutammo. La Sicilia ha moderazione politica, e n’ha dato prove; e se ripiglia l’arme contro il tiranno, è perché ei non vuol lasciare il vecchio mal vezzo di darle martoro. Sua è la vittoria. Le nazioni apprezzeranno le ragioni della guerra, l’Italia né valuterà la importanza, e quanto essa valga a fiaccare il nemico comune. Già ricominciata è a 31 marzo, giorno memorabile, anniversario del vespero del 1282, ora col cannone della spiaggia d’Alì fatto più solenne.» Firmaronlo Ruggiero Settimo preside del regno, poi Scordia, Stabile, Di Marco, Calvi, Catalano ed Errante, ministri.
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