Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVII)
10. Trame settarie in Londra.
A Londra avea seggio un comitato centrale democratico europeo, dichiarantesi rappresentante di dugento milioni d’uomini; diviso in sezioni di corrispondenze, informazioni,soccorsi, giornalismo, società segrete, erario e percezioni. S’avean partiti gli stati: chi dirigea Francia, chi Germania, chi Svizzera, chi Italia. Tutti i faziosi o gonzi del mondo eran loro tributarii, e sudditi ed esecutori.
Il Mazzini rappresentava Italia, il Ledru-Rollin Francia, il Ruge Germania, il Durosz Polonia, il Kossuth Ungheria, tenevan le file d’un governo mondiale ascoso, mandavan lettere circolari a’ comitati paesani, e spedivano legati e spioni nelle città e nelle corti. Non credo mai se ne vedesse altra simile d’una cospirazione universale costituita contro la costituita umana società. Londra sciente ospitatrice era antro inviolabile di quei fabbri di ruine. Nel 1849 un Carlo Heingen tedesco fuoruscito vi stampò in un suo giornale un opuscolo, intitolato Ammaestramento della rivoluzione, ove diceva: «Questa costerà all’Europa due milioni di teste, ma esse sono olocausto lieve pel bene di dugento milioni. Essa con ispada sterminatrice deve guizzare in ogni canto della terra, a e far sue vendette su monti di cadaveri, in ogni paese avrà un dittatore, il cui principale uffizio sarà l’esterminio de’ retrogradi, il legarsi con tutti i governi rivoluzionarii, e pattuire la consegna de’ reazionarii fuggitivi, Squali non debbe esservi asilo. A questi nulla deve restare in terra fuorché la tomba.» Favella poi del rapire i beni, perseguitar principi, e altre cosiffatte, ch’abbiam poi visto con gli occhi nostri perpetrare da’ dittatori Garibaldi, Farini e loro seguaci.
Il Ledru-Rollin teneva cattedra, e a gente scelta dava lezioni di colpi di mano rivoluzionarii. Scrisse nel 1850 una pubblica lettera al redattore del Corriere Batavo, plaudendo agli sforzi di lui per propagare sensi repubblicani in Olanda, affermò egli far lo stesso in tutta Europa, e si plaudiva della unione di tutti i ribelli: «I re s’uniscono: e i popoli per liberarsi denno unirsi; i re han la lista civile, e la democrazia deve avere la lista civile.» Il Mazzini, in quel tempo stesso stampava uno scritto, invitante i liberali d’ogni terra a formare uno stato solo, per sollevarsi in un sol dì in tutto il mondo. Propone sopire ogni disparità d’opinione, per discuterla dopo la vittoria; intanto stringersi su queste basi: distruzione d’ogni autorità, progresso continuo guidato dal popolo. in novembre di quell’anno fece un progetto d’imprestito per la rivoluzione; ed egli con altri cinque dette una proclamazione minacciante la guerra; e disse all’Europa: Noi agiremo da noi medesimi. E i sovrani dorminavano, e credevan trionfare vietando ne’ loro stati ogni notizia palese di tante minacce, celandole anche a’ pubblici uffiziali; sicché sendo serpentina l’offesa, e nulla la difesa, lavorarono col loro imbelle e stolto silenzio al trionfo del comune nemico. Soprattutto nelle due Sicilie la pace profonda e l’ignoranza di tali insidie generò una sicurezza balorda e fatale: di maniera che la rivoluzione piombò come fulmine senza lampo in cielo sereno, ch’ogni persona abbarbagliò e prostese.
Londra stessa tenentesi quel fuoco ne fu scottata un poco. A’ 18 maggio 49 un James Hamilton, operaio, tentò con la pistola assassinare la regina nell’Hyde-Park. A 30 giugno 54 la regina fu percossa di bastone da un Roberto Pate, luogotenente del 16 ussari in ritiro. Disserti pazzi, ma innanzi non s’eran visti tai pazzi. Dappoi seguirono interpellanze in parlamento contro i fuorusciti, che si valevano dello asilo per turbare la società, e Lord Gray ministro dell’Interno rispose protestando contro il costoro abuso, e promise far cose grandi per rimedio, ma non si vide nulla d’efficace. Crebbero anzi i fuorusciti, e le accoglienze e i festeggiamenti. Se n’eran fatte d’eccelse all’Ungaro Kossuth, che da Turchia a 25 ottobre 1851 sbarcava a Southampton, e qualche giorno dopo a Winchester: bandiere, processioni, grida di Viva e Morte, saluti, concioni, indrizzi, banchetti, brindisi, tutto istigante il ministero. Cosi costui tenuto stretto in Turchia, e rifiutato da Francia, ora sublimato in quel paese, dove poco avanti avean fischiato il tedesco generale Haynau difensore del dritto. Poi nel 1855 il Russell si vantò in parlamento essere stato il suo amico Palmerston ch’avea fatto venire il Kossuth, e indotto Turchia a lasciarlo andare, con promessa di soccorso, dove ne venisse da altri redarguita o assalita.
11. Opere settarie in Italia.
Come Londra era fucina della congiura mondiale, Torino l’era della italiana. I banditi di tutta la penisola cospiravanvi aperto contro i governi delle patrie, e collegati col protestantesimo e l’eterodossia, diffondevano il tossico per tutta Italia. Davan libri stampati bene a poco prezzo, da invogliar leggitori e compratori; il mistero, il pericolo aggrandivanli; figure oscene, diatribe anticristiane, accuse e calunnie contro il papa e i sovrani, satire, canzonacce, vituperii, erano arti da far cadere da’ cuori il rispetto a Roma e al dritto. Il costituzionale Piemonte, Stato modello, faceva fare, instigava, ordinava, pagava. In ottobre 1850 videsi una società d’operai, detta La vera compagnia di Gesù; perché, dicevano, Gesù stato artigiano falegname a Nazareth avervi consacralo la santità del lavoro. Affettavano lavoro, mentre volean rivolture appunto per campare senza lavorare. E quando nella monarchica Torino s’erigevano tai combriccole, quelle erette in Parigi repubblicana si scioglievano, anche prima del 2 dicembre.
A Genova, sentina di democrazia, nel 1851 fur tumulti e grida dabbasso al re. Vi s’ersero associazioni operaie di mutuo soccorso, e il tiro nazionale della carabina, per formare Carabinieri italiani. Che facesselo il governo fu provato dal veder fatto Consolo de’ carabinieri quel senatore Plezza mandato dal Gioberti legato a Napoli, e non ricevuto a corte. Stampò questi una lettera circolare dicente: la carabina costituisce il popolo civile, lo esercito permanente esser cosa da barbari. A Genova il Mazzini pubblicava il suo giornale Italia e Popolo, i confratelli gli facevano coro; aveva retroguardia e rinforzo a Capolago, con la tipografia Elvetica, venduta alla setta, per istamparvi ogni malvagità. Decretato un tempio protestante sin dal dicembre 1850, se ne poneva la prima pietra a 29 ottobre seguente, con gran pompa, e presenza de’ ministri Inglese, Prussiano e Americano.
In Toscana stanziavano Tedeschi, onde si poteva far meno: nondimeno v’agitavano il protestantesimo si che seguirono arresti e condanne. Tentarono celebrar funerali in S. Croce di Firenze pe’ morti di Curtatone; il negò il governo sciente volersi non pregare pe’ defunti ma pompeggiar vanti di rivoltuosi. Eglino presero il destro in quel di dell’ascensione, 29 maggio 1852; mentre la chiesa affollala era parata a festa, i congiurati tolsero a staccare i drappi che coprivano le iscrizioni co’ nomi de’ morti in quella zuffa; ciò col proposito di porvi i fiori. Accorsero gendarmi, seguirono busse, colpi di fuoco, contusioni, ferite, e spavento di popolo. Fu necessità farne il processo, quindi lamentanze per tirannia.
Il Guerrazzi arrestato sin dal 12 aprile 1819 ebbe lungo giudizio; la sentenza n’uscì a 1° luglio 1853, mitissima pel reato, dannatolo a quindici anni d’ergastolo, e a cinque dopo di vigilanza. Ricorse per cassazione; ma tosto cercò grazia a quel buon Gran Duca, che gliela fe’ subito, mutata la pena in esiglio. Anche a Roma su’ primi di maggio 51 fur lievi tumulti, e una rissa tra Papalini e Francesi, tosto sedata.
12. E nel regno.
Nel regno, con le popolazioni reazionarie, la setta non osava niente; non potendo meglio, gittò fra’ suoi adepti il ridicolo ordine del non fumare, per impoverire l’erario; di che tutti beffandosi, vedevi gentiluomini e popolani vagolare contro l’usanza per Toledo con lunghe pipe. Meglio potevano in Sicilia. Già in marzo 30 s’era preso un Maltese latore d’opuscoli e bandi mazziniani; e a’ lagni del governo nostro il governatore di quell’isola die’ ordine a quei negozianti di pensare al negozio non a congiure italiane. A 6 luglio a Palermo s’ammutinarono i fornai. Questi a tempo della rivoluzione avean troppo alzato il prezzo della mercede, il che gravava sulla popolazione, laonde il municipio rifatti i saggi lo moderò al giusto; allora i panettieri che volean quella usata cuccagna, anche di segreto i[istigati, il mattino del 6 non lavorarono, pensandosi pigliar la città per fame. Ma il governo che l’avea preinteso fe’ fare il pane da’ frati e monache e artigiani delle ville; poi ghermì 74 de’ più sediziosi, e tenneli alla Favignana qualche poco, sinché lor passò il grillo delle cose passate.
Nelle Calabrie dove son boschi e monti solinghi, s’eran rifugiati chi non voleano tornare a vita civile; e da masnadieri n’uscivano alle rapine e ai ricatti. Il maresciallo Nunziante ito colà comandante territoriale cominciò con editto del 14 gennaio 1850 a porre in istato d’assedio il distretto di Cotrone, e altri due circondarii. A’ 24 die’ altro editto da Cosenza, e altro da Corigliano a 24 febbraio, invitando i delinquenti a presentarsi; e prometteva perdono, minacciava pene, e ponea taglie. Se ne presentarono molti, molti furon presi, pochi caddero uccisi; sommarono a 407 in febbraio, altri 47 dopo, in aprile se ne presentarono 131, n’erano aggraffati 49, ne perivan 13 nelle zuffe. Le guardie urbane in breve quasi nettarono quei luoghi. A 27 settembre si fecero quattro squadriglie per assicurare i banditi alla giustizia, ciascuna di trenta armigeri ed un capo; le quali resero di buoni servigi. Si promosselo l’opere pubbliche, si cominciava la nuova strada da Cosenza a’ casali S. Mango.
13. Opere pubbliche e navigli.
Il governo a quel tempo spregiando le premeditate calunnie intendeva da per tutto alla sicurezza e all’opere pubbliche. A’ 15 ottobre 50 s’inaugurava nel Teramano un ponte a battelli sul fiume Pescara; un altro se n’era fatto a Triflisco sul Volturno. Da Potenza a Tricarico si lavorava a un tratto della strada Lucana. A Maddaloni in Campania si costruiva un gran quartiere di fanti, e un edilizio pel collegio militare del regno. A’ 22 gennaio 51 si poneva la prima pietra d’un opificio reale per arme bianche. Saria lungo enumerare gli edilizii nuovi, le strade, i ponti, i fari, le arginazioni che da per tutto si promovevano.
Un decreto del 3 agosto 1850 instituì un consiglio d’ammiragliato per la flotta, con presidente (infausta scelta) il conte d’Aquila Luigi fratello del re. Molto si spese per recare all’armata le novelle invenzioni su navigli. A 5 maggio s’era varata a Castellammare di Stabia il Monarca, vascello da ottantaquattro cannoni; e subito a 15 novembre si varò l’Ettore Fieramosca fregata piroscafa della forza di 300 cavalli, di cui anche la macchina era costrutta nel nostro opificio di Pietrarsa.
14. Disastri naturali.
In Napoli a’ 16 giugno crollarono di botto certe ampie volte nel quartiere de’ Granili; e benché subito si volasse al soccorso, pur vi perirono 43 soldati, 13 galeotti, un garzone ostiero, una donna e una fanciulla. È da accusare d’ignavia chi doveva approvare i lavori a quell’edifizio, già reclamati dagli uffiziali dell’arte. Ma enorme sciagura sorvenne a Palermo ne’ dì 12 e 15 marzo 1851. Orribili uragani infierirono: straripan fiumi, franati monti, crollan ponti, si rompono le strade, e tutto s’allaga, campagna e città. La piena cavalcando le strade palermitane, empie le stanze terragne sino a sei palmi. Sebbene all’improvviso, la potestà fe’ suo debito. Si fecero arginazioni, si deviarono l’acque, si strapparono dalle case le famiglie pericolanti, si porsero vettovaglie a quelle circoscritte nell’acque, né mancarono limosine grandi. Tosto si raccolsero quindicimila ducati per gl’infelici restati senza lavoro o dispogliati della roba; il re fe’ darne dodicimila dalla Tesoreria reale, ne mandò altrettanti di sua borsa, e altri seimila in altre parti dell’isola guaste dallo stesso flagello. Prelati e gentiluomini andarono distribuendo i soccorsi; solerti l’arcivescovo, il luogotenente, e tutti uffiziali militari e civili; egregiamente i soldati Pionieri con fatica e pericolo operarono.
Tai mali cui l’umanità è soggetta, o ch’abbia monarchie o repubbliche, servirono pur di leva a’ settarii; e dov’era da lodar la sollecitudine governativa, si biasimava; la stampa si faceva arma d’ogni evento; perché nessun governo può esser buono se non è approvato dalla setta, cioè che per esser buono non dev’essere governo.
§. 15. Giustizia, e grazie.
Umanitarii quando congiurano, sanguinari dopo vinto, congiurando maledicono la pena di morte e quella a’ ferri, arraffato il potere, colman le galere e fan di fucilati rossa la terra. A quel tempo infamavano il reame ed il re: re bomba, magistrati carnefici, soldati sgherri, spie i buoni cittadini, imbarbarito il paese, spogliato, tartassato. S’altri dicesse il vero, eccolo schifoso reazionario! Errore fu del governo, e ’l notai, l’aver dilungato i giudizii di maestà; ma invero allungavali la nostra procedura legale, lenta e circospetta. Ancora duravano quelli del 15 maggio e per la setta unitaria, de’ quali parlerò appresso. In marzo 49, scoperti alcuni di Gragnano in cospirazione, il fisco chiese per quattro la morte, e per undici il terzo grado de’ ferri; la Gran Corte in febbraio 50, dopo la pubblica discussione, condannò i quattro a 24 anni di ferri, uno a 22, due a 20, e mandò liberi il resto. In aprile dell’anno stesso la corte giudicando d’altri tredici imputati, disse per nove non costare, a quattro die’ pene correzionali. In Catanzaro anche per maestà uno ebbe sentenza del capo, due a cinque anni di prigionia: il re graziò quello della vita, a questi condonò la pena. Due soldati a Trapani assolveva. A sei pur di Catanzaro con decreto del 25 maggio moderò le pene, la maggiore a cinque anni di prigione, la minore a un anno. E a’ 30 maggio suo onomastico fe’ grazia a 1275 carcerati, piena per molti. Dell’altre grazie speciali saria dir lungo.
16. Carceri.
Stampavano vituperii delle carceri: sozzure, sevizie, busse e tormenti. Sendo luoghi di penitenza, certo non erano gradevoli, e abitate da trista gente non potean durar nette a molto. In Napoli eran le carceri vigilate di continuo da uffiziali, religiosi, e pur dame. La congregazione degl’Incurabili spesso scorrevate per dare a’ bisognosi. In febbraio 1850 te dame napolitano dettero un pranzo alle detenute di S. Maria Agnone; in aprile ‘il cardinale arcivescovo visitava le prigioni di S. Francesco e Castelcapuano, vi spargea danari e panni, vi lacca gli esercizii spirituali. In novembre dava pranzo a 59 detenuti poveri a S. Maria apparente. A 22 febbraio 51 vestiva 66 giovanetti chiusi in S. Agnello, vi celebrava messa, e assisteva alla mensa lor preparata da’ Gesuiti. Nelle provincie non mancava vigilanza d’alte persone e d’appositi uffiziali. Le prigioni provinciali erano ampie, ben ordinate e nette, io scrittore le visitai talora, men buone le circondariali, siccome carceri il più di passaggio: a tutte vigilavano per legge probi cittadini, sovraintendenti alla nettezza, al vitto, al costume, alla disciplina e al culto. In tutte era il padre spirituale, l’oratorio, una corte da passeggiare e stanze separate per donne, giovanetti, proli, e debitori. V’eran di prigioni, come quella muliebre di S. Francesco di Paola, d’Aversa, rette da monache, si ben ordinate che pareano claustri ed opificii, non luoghi di pena, onde si vide chi dopo averla scontata piangea per rimanervi. Ma i giornali settari stampavano da Londra e da Torino le infamie e le torture delle carceri di re Bomba! Dappoi la gente onesta ha provato il lezzo e le vergogne delle carceri del Garibaldi e del re Galantuomo.
17. Trame di fuori.
Oltre Londra e Torino, altro nodo di congiuratori macchinava sotto lo stendardo elvetico, protetti dal partito radicale, che avea là ghermita la potestà. Eran riusciti nel 1849 a far decretare dal consiglio federale la rescissione delle capitolazioni militari fatte in Europa, per torre a’ governi quei bravi soldati svizzeri, ma più per torli a Napoli. Rescindevano di loro autorità i contratti bilaterali. Ma i reggimenti svizzeri di Napoli si vollero restare; né per allora fu altro.
Quello stare in mezzo all’alpi i caporioni della gran setta die’ sospetto a vicini e lontani. Anche Napoleone se ne lamentò con la repubblica, ma ebbe sol tìnte e transitorie riparazioni. Costoro prezzolando scrittori, da quel centro spiccavano la propaganda rivoluzionaria ed eterodossa. Libri, foglietti e opuscoli davano quasi per niente, dove in poche pagine eran nugoli di sentenze ed erudizioni storte, citazioni false, argomentazioni speciose, le più traile da testi o sconforti, o spiegati a rovescio, onde scorrevan con un dettato alla leggiera, con la presunzione dell’ignoranza, con l’audacia dell’errore. Questo scrivere moltiplice, saltellante e sputacchiante abbindolava le menti giovanili, e rendeva malagevole la confutazione, cui si volea tempo, pazienza, e volumi. Entravano tai scritti in Napoli di soppiatto, e pel sentenziare tenuti da’ furbi e dagl’incauti per quintessenza di sapienza. Il governo, contento al proibirli a parole, nel resto si turava gli occhi.
Pertanto segno a tutti strali, s’avea passivo una guerra di diffamazione non più vista. I congiurati sempre all’erta, usavano quest’atti: discreditare, voltare a male tutto, diffamare uffiziali, o corromperli, o sforzarli, o spaurirli; se manca una derrata, dire mandatasi fuori, essersene fatto monopolio da’ potenti della corte; se abbonda, dire che il commercio boccheggia; se si fa una strada, gridare volersi abbatter case per farle mancare a’ poveri; se non si fa, maledire all’indolenza, all’oscurantismo; se si fanno limosino, il governo paga sue spie, se non si fanno, esso si mangia tutto; se punisce i rei è tiranno, se grazia è temente, se parla è imprudente, se tace sente il torlo; se fa feste, gitta polvere agli occhi, insulta al pubblico dolore; se non ne fa, è presso a cadere, teme la moltitudine. Che che avvenisse si percuoteva, mentendo, calunniando, invernando guai, destando nel popolo ubbie e paure. Ogni minimo fatto storcevano: in dicembre 50, otto banditi presso Corleone in Sicilia fur cresciuti a ottocento rivoltosi, e vincitori. Presi, passò quella, e n’inventarono altre.
18. Indirizzi contro la costituzione.
Tai mene poco attecchivano nel paese, dove i fatti parlavano agli occhi; all’estero si credeva a quelle cantafere. Sogliono gli uomini giudicare delle cose altrui con idee proprie. Gl’Inglesi tengono per vangelo che niuno possa aver libertà senza parlamenti costituzionali; e il lavorio fitto di cento anni ha divulgato tal credenza in Europa; e benché se ne sien fatti più mali sperimenti, pur non è ancora caduta tal fantasia dell’età, che pretende dare una forma di governo per tipo a tutti i popoli. Posto adunque che solo le costituzioni dien libertà, restava di conseguenza chiarito tiranno il governo delle Sicilie, che non richiamava i parlamenti. Oggi abbiamo cento esempi di tirannidi costituzionali, riuscite oligarchie pugnaci e rapaci. I Napolitani, popolo pratico, visti i guai del 20 e del 48, e i debiti fatti, voleano piuttosto restar ricchi con re assoluto, che impoveriti co’ deputati; ma la volontà popolare strombazzata sovrana quando spingesi a rivoltura, perde ogni simpatia deliberali quando chiede ordine e quiete.
Richiamare i parlamenti nel reame a quel tempo era abdicare; il popolo il vedeva, né volea sentirne. Il ministero retto dal Fortunato ben sel sapeva; ma non so bene chi consiglianle, provocò o sopportò un fatto che fu grave errore. Un Doria di Cervinara (stato carbonaro nel 1820) e forse qualche altro si vide misteriosamente per le provincia a sussurrare sull’opportunità di chiedersi l’abolizione dello statuto. Questa scintilla bastò. La gente stracca di politica volea riposare; nauseata de’ frutti costituzionali correva volonterosissima. Dall’Agosto 49 al marzo 50 fu sul continente uno scrivere indirizzi al re di quasi tutti i municipii, e collegi giuridici ed amministrativi. Sommarono a 2285, di cui molti dettati avanti notai, con dichiarazioni d’esser voti volontarii universali; solo municipii furono 1599. Primo fu Abruzzo ultra in agosto, seguitò Capitanata in settembre. Terra di lavoro e Basilicata in ottobre, e cosi l’altre. Pompose deputazioni presentavanli al sovrano. I firmanti furono centinaia di migliaia, sariano stati milioni se avessero fatto entrare i contadini. Era un abborrimento de’ tre colori, uno stomacar di brogli elettorali, un deridere le spavalderie de’ Nazionali. Massime ne’ paeselli quei dimenari, quei strascici di sciatole, quei spallini d’oro di capitani posticci, quel cicaleggio e rumore inconsueto, quello star sempre sull’arme, ’l doversi guardare il suo da’ tanti scarcerati ladri, erano incentivi all’antico. Pure è vero che molti s’astennero, e anche alquanti de’ sottoscrittori facesserlo per paura o interesse. Chi mal s’era portato credea con quella firma cancellare il passato, e anzi sollecitava altri; perche la malizia umana si fa arma del bene e del male. Fur di questi parecchi liberalissimi dell’860. Pur si vide qualche ufficiale publico, qualche gentiluomo di camera del re, pur di qualche municipio a ricusarsi; il che mostra non pativan forza.
Fe’ rumore il fatto del arcivescovo di Napoli Cardinal Sisto Riario Sforza. Richiesto da parrochi se avessero a firmare quelle petizioni, rispose no, dovere i sacerdoti stare intenti a’ sacri uffizii. E quando un uffiziale di ministero gliene tenne discorso, gli replicò: «Quando il sovrano die’ lo statuto ebbe in consiglio militari, magistrati e amministratori, non ecclesiastici; questi ubbidirono alla nuova legge, e ubbidiranno all’abolizione; ché per essi è buono ogni governo cristiano che dia modo alla Chiesa di operare il bene; ma non denno mescolarsi in cose estranee al loro santo ministero.» E al mattino ito a Caserta, le stesse cose ridisse al re, il quale benignamente le approvò. Subito su tal fatto se ne strombazzarono di grandi, e tra l’altre che il cardinale ordinasse con lettera pastorale a’ preti la ricusa. In quanto agl’indirizzi fu un coro di tutti i giornali liberaleschi gridanti allo scandalo, al sopruso. Poche centinaia ragunaticce a 27 gennaio 18 avean chiesto lo statuto a Toledo, ed erano in dritto; ora quasi tutti i Municipii del regno ne chiedevano la rivoca, e non n’avean dritto. Le provincie avean subita una rivoluzione voluta da un cantuccio di via d’una città, e ora non potean levare la loro voce contro quella tirannia liberalesca che distruggea la loro prosperità. Fu stampato i voti strapparsi con baionette, e guai a chi ricusasse; e anche oggi qualcuno ha detto quella richiesta essere stata una maniera d’imposto plebiscito,
Parmi i ministri non avrian dovuto riconoscere ne’ municipii e ne’ privati, e meno negl’impiegati, cosiffatto diritto di petizione. Lo statuto dato spontaneamente dal re, senza richiesta di costoro, ben poteva ritrarsi senza loro istanza. Scopo speciale è la prosperità umana, le costituzioni sono forme variabili e sperimenti; e chi può mutarle una volta, può anche rimutarle, massime quando né va di mezzo la pace e il sangue dei soggetti. Quando una fazione tendente a scardinare la potestà, si valea delle franchigie per farsene leva, era carità, era dovere lo abolirle. Le costituzioni del 48 caddero tutte per questo; né solo in Napoli, ma in Francia, a Vienna, in Toscana e a Roma, perché impossibili con la pace, supremo bene. E come negarlo se Torino solo che la serbò divampò tosto in tanto incendio a danno di sé e degli altri?
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