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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVII)

Posted by on Dic 27, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVII)
23. Giornate di Catania.

Il duce napolitano pria di muoversi mandò a Catania intimando si sottomettesse come Aci-reale; ma la forza de’ ribelli violentando il sentimento interno, fe’ rispondere con disdegno; perlocché perduta la speranza di risparmiare quella bella città, egli ordinò il mattino del 3 che le sei fregate a vapore con lo Stromboli comandate dal general Lettieri navigassero sulla costa a smascherar co’ loro fuochi le batterie erettevi dal nemico. Infatti fu tirato sulla dotta da quattro fortini detti S. Agata, Colonnetta, Palermo e Messina; i cui fuochi s’incrociavano sulla bocca del porto catanese. Dopo ciò quella tornò ad Aci-reale; e né ripartì al mattino seguente, al muoversi dell’esercito.

Di là a Catania son due vie: la nuova sulla marina, la vecchia per Acicatena, Aci S. Antonio, Belvedere, S. Gregorio, S. Giovanni La punta, e Battiati. Sulla prima si eran fatti fossi a S. Giovanni Li Cuti da impedire i cavalli, con anche una barricata; quella del monte avea pur qua e là muraglie acconce a difesa, ma meno ostacoli; anzi il nemico abbandonatala, s’era messo più avanti; dove il Polacco sperava far giornata, e in caso di sbaraglio difendersi a possa entro Catania, già con lungo studio parata a resistenza. Qui credea vincer certo, siccome luogo acconcio al vezzo dei suoi di combattere coperti. Inoltre v’avea costruito fuori porta Ferdinando alla parte opposta dalia città un campo trincierato, dove in estremo divisava correre a rifugio. Impertanto il Filangieri fatto esplorare la seconda strada, saputala libera sino a S. Antonio, vi spinse il Nunziante con la seconda divisione; e ordinò al Pronte ch’andasse per l’altra della marina, senza appiccar pugna decisiva con la batteria avversa, ma correre sino a una certa via traversa, dove voltando a dritta si ricongiungerebbe col Nunziante ad Aci-catena. Ciò subito eseguito, bastò a imbrogliare il nemico sulla via che prenderebbe; poi tutto l’esercito difilato corse su Catania.

Passava tra’ plaudimenti delle popolazioni per Aci S. Antonio, Aci Catena, Belvedere e S. Gregorio; ma uscito da questo villaggio a sei miglia da Catania, si videro i primi combattenti. Il Mieroslawski postandosi di fronte avea lanciato una grossa colonna per Belpasso, Camporotondo e Gravina, da sbucar da S. Giovanni la Punta nella dritta de’ regi; ma l’impeto di questi rese ciò vano. Era d’avanguardia il tenente-colonnello Pasquale Marra con cinque battaglioni 1°, 3°, 4°, 5°, e 6° cacciatori, con in testa un carro tutto olivi, per mostrar pace a’ sommettentisi; anche ulivi avevano a’ caschi i primi soldati. Scorto il nemico a S. Giovanni la Punta, l’investono, ch’eran l’ore dieci matutine, lo scacciano e l’inseguono. Più in là il Mieroslawski deciso a dar battaglia in quei luoghi a suo modo, piantate artiglierie sulla strada, mette a manca il 7.° leggiero, e ’l corpo detto de’ congedati, e a dritta il t.° reggimento cacciatori, con cavalleria a retroguardia, appunto al congiungimento delle due vie di Punta e Gravina, ma scacciatone retrocede inseguito. I Napolitani entrano in Battiati deserto; dentro son colpiti, ferito in viso il Marra, la superano, ardono la chiesetta donde si sonava a stormo, e vanno oltre, lasciando una brigata a oppugnar quella nemica vegnente da Gravina. Innanzi crescono i modi di resistenza; ché dietro gli argini gli avversarli coi buoni fucili inglesi son bravi a colpire e passar da riparo a riparo. Il nemico scacciato da tutte parti ripiega lento; e tenta un colpo di Banco afforzato dalla colonna ch’aspettava da Gravina. Qui al luogo detto Barriera era una barricata con fosso, e una mina, ma vuota, perché rubata dagli stessi artefici la polvere. Battonla i cannoni regi, i cacciatori su tavole passano il fosso, primo il Tenente-colonnello Francois, e sin nelle file nemiche strappan le bandiere. Si pugna corpo a corpo, ma entrando tre reggimenti di linea e un battaglione pionieri, i Siculi sopraffatti son cacciati a furia, snidati da ogni muro. L’avanguardia arriva all’altura sul largo Gioeni, che apre a tramontana la strada Etnea; donde poi dritto per rapida chinavassi al largo Etneo o Borgo, luogo sbarrato da ostacoli maggiori.

Catania, l’antica Catana, in ampia pianura a piè dell’Etna, col mar Jonio a levante, distrutta tre volte dal vulcano, e tre rifabbricata, è bellissima città di novantamila abitanti. Larga oltre un miglio, e quasi due lunga, ha tre grandi strade da oriente a occidente, e l’Etnea, lunga, da settentrione a mezzodì, che traversa quattro piazze, Borgo, Stesicore, Studii e Duomo; da quest’ultima sale a dritta per la via Ferdinanda sino a porta Ferdinanda. Altre cinquanta viuzze segan quelle in più versi; tutte abbarrate.

Ciò visto dall’altura di Gioeni il capitano regio ordina al 4.° di linea d’occupare i molini sulla sua dritta dovea parea volgersi il nemico. Poi saputo che la popolazione s’era rifugiata ne’ giardini detti di Daniele e Salvatore e nelle selve de’ padri Carmelitani, a lasciar illese tai contrade a occidente della città, fa investir dal Pronio la prima barricata sulla Etna; e intanto la divisione di lui combattente all’ala dritta cambiar la fronte in obbliquo a sinistra, tenendo come perno la batteria vinta; che di fatto assalita di fronte e di fianco, abbandonata da’ difensori, è presa. Infrattanto la flotta cannoneggiava le batterie di costa, si da non esser colta, ma da tenervi in moto gli artiglieri, che non accorressero in città. A questa i Napolitani s’accostavano percuotendo alle reni i battaglioni avversi con la scaglia e le baionette: vincitori e vinti v’entrarono mescolati. Gli uffiziali non potendo tenere i soldati, i primi corpi, fanti e cavalli, dan dentro ciechi; e fu per riuscir funesto, sendo tutta la via da un cannone nemico d’infilata seminata di morti. Cominciò il maggior contrasto della vittoria: ogni casa è fortezza, ogni via vomita palle; si spaia da finestre, da tetti e da sotterranei; ed è necessità con l’arme e anche col foco conquistare palagi e barricate. Superatane una, sforzansi per una vietta a fare sboccare un obice dalla parte opposta, e i pionieri sotto ferale grandine lavorano a sbarrare il passo a’ cannoni, e a’ cavalli; apertolo, le compagnie scelte del 3.° e 4.° di linea comandate dal capitano Martino, e due cannoni seguiti da cento Lancieri vi si lanciano, e scorrono sin quasi a Stesicore nel centro della città, staccati dal resto della colonna procedente sulla Etnea. I Lancieri non potendo per seminati triboli procedere co’ cavalli, s’ammassarono in un vicolo, ma percossi da una casa, feritone il Capitano Anione e molti soldati e animali, i cacciatori del 3. di linea atrocemente si vendicarono; arsero h casa, e i difensori indarno con orribili grida chiedendo mercé fecero morire. Nondimeno in lotta disuguale, scoperti contro coperti, pochi contro molti, non cedono ma cadono uffiziali e soldati, e già dopo sei ore di pugna mancano di munizioni. Ferito a morte il capitano Geci, chiede aiuti per tre uffiziali alla fila, il Bellucci, l’Echanitz e ’l Torrenteros. Caduto intanto l’aiutante maggiore Ritucci, i Siculi Uranio con uncini in un vicolo, e vivo vivo sotto gli occhi de soldati il mutilano infamemente a membro a membro, il che si questi inferocì che quel giorno mai non si saziarono di rappresaglie. A rafforzarli, la prima compagnia granatieri del 3. di linea entra baldanzosa, col capitano Bosco, ma perduto in un botto ventisette uomini dà indietro. Sopraggiungeva il 6. cacciatori con in testa il comandante Grossi, questi prima cadeva piagato mortalmente, poi ferito il bravo aiutante maggiore Raffaele Maddalena. E in quella, empite, scoppiano due casse di munizioni, e ammazzano chi dattorno, la vampa, il fragore, le morti danno a’ fantasiosi soldati sospetto di mille, odono d’altre preparate a inghiottirli, e succede quella trepidazione fatalissima nel momento decisivo. Cominciano a rinculare; e il nemico se ne vale.

Poco prima il Mieroslawski, vista la rotta, era còrso al campo trincerato, ordinando a’ fuggenti di seguirvelo per riordinarli; ma trovatolo affatto deserto, era tornato indietro a togliere il 5.° battaglione dalla barricata a Li Cuti, rimasto inutile per la diversa strada fatta da’ regi. Erano accoltellanti, appellati da’ Siciliani Spadaiuoli e dalla rivoluzione Squadra de’ Corsi. Li mena per la via Sciare, e sboccato al Renazzo, li lancia co’ coltelli alle mani incontro a’ regi, appunto in quello sgominamento per lo scoppio. Gli balena in mente un raggio di speranza, e si fa assalitore con seconda battaglia. Il Filangieri a decider la cosa mandava battaglioni l’un dietro l’altro a ripigliare il terreno perduto, e sì combattendo già si travagliavan danove ore, co’ corpi stanchissimi e trafelati. Era tempo d’usar le riserve. Fu Ordinato al general Nunziante mandasse un reggimentodella sua divisione ch’era intatta. Venne il 4. svizzero col colonnello Muralt, e una batteria d’obici da montagna; il quale sceso a passo di carica dall’altura Gioeni, appiccò la zuffa in piazza di Borgo. Andarono in testa due obici col capitano Polizzi, e un pezzo da sei col tenente Bondonno che forte pugnava dai mattino, a percuotere il nemico in fronte, mentre gli Svizzeri in due file sotto le mura delle case percussavano i balconi delle case opposte. Gli ultimi raggi del sole scoloravano alle vampe dell’arme. I Siciliani all’urto di gente fresca balenarono: e mentre il duce Polacco andavan raggranellando cadde ferito alle spalle, menaronlo a’ Benedettini, indi ad Adernò. I suoi uffiziali tentarono altre resistenze, ma snidati da tutte bande, da ultimo con la fuga finiron la giornata. Li andò perseguitando sulla via Ferdinanda il Tenente-colonnello Costanzo, ch’eranl’ore nove di sera; ma il cannone ancora tutta notte tuonò, ché la retroguardia avversa valendosi dei cannoni di porta Ferdinanda, accennava al mattino ricominciare. Né mancarono assassinio; ché gli Spadaiuoli vinti, gittate le vesti militari, seminudi con brocche d’acqua entrarono come a dissetare i soldati giacenti stanchissimi e sitibondi in piazza Duomo; e mentre quelli bevevano lor davan co’ coltelli. Fu zuffa iniqua al buio, e più trista per sospetti e colpii sinché con molte morti d’ambe le parti, e fuga di quei manigoldi finì.

Si dormì sulle vie tra la distruzione e la morte: gemiti di moribondi, cadaveri stesi in feroci atteggiamenti, mozze o arse membra in ogni parte, cannoni arrovesciati, cavalli giacenti, armi rotte e peste, case fumicanti, e vampe qua e là sollevarsi in vortici spirali. La vittoria fu bruttata da un po’ di saccheggio, con vergogna di qualche uffiziale massime alla cassa della ricevitoria generale. N’era regio ricevitore Benedetto Paternò-Castello, marchese di S. Giuliano, stato ribelle e recidivo; il quale s’era fuggito in campagna, e fu voce né portasse via l’argento, lasciatovi rame. Eppur costui perdonato e serbato nel lucroso uffizio, ebbe anche bonificati quarantaduemila onze dal real governo, per quella rame saccheggiata.

All’alba pochi colpi d’obici sloggian da parta Ferdinanda gli ultimi più pervicaci nemici; gli Svizzeri piglian le quattro batterie di costa con poche schioppettate a solo quella S. Agata; donde i difensori rifugiarono alla nave inglese Bull-dog, che li menò a Palermo. L’esercito rivoluzionario dissolto si ridusse e Castrogiovanni inseguito, perduti mille uomini, e molto più prigionieri. I regi presero cinquanta cannoni, dodici bandiere, fra cui quelle di Siracusa e Caltagirone, e prodigioso numero d’arme; ebbero morti il tenente-colonnello Grossi e i Quattro capitani, Ritucci, Ceci, Salvatori, e Bloest; feriti quaranta uffiziali, e morti e feriti molte centinaia di soldati. Quel dì 7 aprile celebrarono la Pasqua nella città conquistata.

24. Fatti orribili.

Tredici ore di pugna, le patite offese, le morti e i disagi avean sì invaso di furore i soldati, che non valean capitani a rattenerli. Alle case onde partían colpi sfondavan le porte, ragunavanvi paglia e panche e altri arnesi, e vi davan fuoco, senza pietà, con fumo e vampe i percuotitori abbruciando. Talvolta non perdonavano a sesso e ad età; libidine di sangue e vendetta acciecavanli; non ammettevn prigioni; e dove uffiziali a salvarli serravanli in camere e cantine con guardie, queste stesse poco stante se ne spacciavano. Ire grandi contro i Siciliani. Eran fuggiti il più de’ cittadini; ma le robe, pria manomesse da’ Siculi stessi, e usate a percuotere nella battaglia, cadevano infrante e stracciate e rapite con rea vicenda da’ vincitori e da’ vinti. Il cavalier Tedeschi Francica, cattedratico e fedelissimo al re, avea in casa una figlia diciottenne bellissima, e un parente Giorgio Amato Barcellona, stato sottintendente. Entrati Svizzeri, dando a tutti alla cieca, Giorgio uccidono, la figliuola lasciano boccheggiante. Accorre un uffiziale Nicoletti, scaccia i soldati, salva gli altri, e quanti si potessero soccorsi volge alla fanciulla: indarno! ella morente, grata al bell’atto di lui, gli porse a ricordo il suo anello. Fatto miserevole e tristo, servito a lunghe recriminazioni. Certo l’ubbriachezza del sangue, il furore del dare e ricever morte fa ciechi di ferina rabbia gli uomini combattenti: ma non è forse infamia barbarissima questo moderno vezzo rivoluzionario del far di pacifiche città campi da battaglie, e provocare assassinii d’innocenti?

Dall’altra i vinti, accozzatura d’ogni nazione e mestiere, eran grassatori, galeotti, mediconzoli, curiali, giornalisti, Polacchi, Ungari, Inglesi, Francesi, Greci e anche Mori, avventurieri senza patria, sterminatori delle altrui. La bella Catania tutta lezzo e sangue vedea fatti atrocissimi. Talora i ribelli infierivan tra sé stessi. Nel caldo della zuffa, sendo respinti, e sparpagliandosi, un loro colonnello poco discosto dalla barricata, appellando! traditore, freddaron sul colpo. Era Francesco Lucchese Palli, già maggiore nell’esercito reale, che sendo figlio del principe di Campofranco ministro del re, avea lasciato il vecchio padre, per servire (come credeva) la sua patria; così con cruda morte rimeritato. Ma come tutti narrare i casi d’incredibile ferinità? Pochi dì prima era venuto a Catania con milizie un capitano nazionale, uomo titolalo, e v’avea pur menato la ancor vezzosa consorte, e tre vaghe figliuoletto, l’ultima non passava gli anni dodici, Fai tre più grandicelle;una era fidanzata sposa al tenente della compagnia. Avvicinandosi i regi, e sospettandosi reazioni a Castrogiovanni, quel capitano vi fu mandato co’ suoi, però anche con Io sposo tenente. Restava la famiglinola; una sera visitavanle altri uffiziali compagni del consorte e genitore, i quali alle graziose accoglienze imbestialendo, le ghermirono, le derubarono d’ogni arnese; e poi che furon nude, sospinti da iniquissima lascivia né fecero aspro governo; né della madre sola e delle zitelle, ma pur della fanciulletta. Cotal patria ricompensa s’avea quel capitano che fuor di sua casa credea per la patria spender la roba e la vita. Il Filangieri udito il caso, fe dar vesti e denari, e scorta per ridurle al natio tetto.

25. Si sottomettono città e provincie.

Catania caduta fu morte alla rivoluzione; i popoli incuorati, le guardie nazionali stesse levata la voce, rialzavano i gigli da per tutto. Né il Filangieri lasciò passare quel vento; tenne consiglio, e al mattino del 9 le stabilite cose fea seguire. A perseguitare il nemico, a confortar le popolazioni, a pigliare i forti d’Augusta e Siracusa, mandò il Lettieri con la flotta a queste due città, e il Nunziante con tre battaglioni,i carabinieri a cavallo ed otto obici sopra Adernò. Quegli ad Augusta trova la bandiera bianca; i cittadini non più intimiditi, disprezzavano gli ordini bellicosi venuti da Palermo, e viste navi e soldati pronti a difenderli da’ rivoluzionarii, mandano deputati a bordo. Sbarca il capitano Armonio con due sole compagnie del 5.° di linea; e con gran festa vi riman di guarnigione. A Siracusa s’eran ridotte il più dell’arme e munizioni, come in luogo di sicurezza, per paura delle minacciarti reazioni; v’eran settantadue cannoni sul porto, e tutto era parato a difesa. Il Mieroslawski da Misterbianco, ove l’avean portato, vi mandava gli avanzi del 7 e 8.° leggieri già fuggiti a Lentini; sicché con questi e co’ cannoni del porto si pensava menarla in lungo. Ma i Siracusani né sbuffarono, e al grido della rotta Catanese reagirono e alzarono bandiera regia a 9 aprile. Pertanto la fregata Guiscardo entra franca in porto, vede accorrere cittadini con olivi, sbarca quattro compagnie del reggimento marina; e mescolati borghesi e soldati fra’ viva al re, entrano in città. Il polacco Wuerenski che vi comandava capitolò, e con altri de’ suoi riparò a Malta. Il Nunziante arriva il 10 ad Adernò, stende un po’ di soldatesca fra Castrogiovanni e Nicosia, a impedir la ricongiunzione de’ corpi avversi là ritratti; egli tarversa Bronte, Maletto, Randazzo e Piedimonte attorno l’Etna, guarda la via consolare, e spia i passi del nemico. Altri soldati da Messina van sopra Patti costa costa, con due fregate; occupano S. Stefano, Cefalù e Termini capo-distretto, altre fregate navigano a Terranova, Licata e altri luoghi marittimi, che s’arrendono. In breve è sottomessa, tutta la provincia catanese. Quella di Noto alzava i gigli la sera del 9. Da tutte contrade accorrevano deputazioni a Catania, sollecite d’inchinarsi al generale, cui mancava il tempo d’ascoltarle, e anco gente da guardare i paesi.

Le popolazioni la notte stessa del sabato santo davano addosso a’ fuggiaschi ai Catania. Stampato ha il Mieroslawski la numerazione de’ tradimenti delle città sicule; e né fa sapere ch’egli ferito e i suoi, benché scortati dalle truppe di S. Rosalia, risicarono più volte d’esser da’ contadini trucidati o consegnati a’ Regi perseguenti. Infatti Sicilia tutta tartassata e premuta sedici mesi, sollevavasi a vendetta contro gli autori o strumenti di tanti mali. I vinti disciolti a drappelli, perseguitati perseguitavano, briganteggiando, rubando, uccidendo, e fuggendo. Conseguenza questa dell’infrangimento de’ nodi sociali, e dello sprezzato principio d’autorità, unica salute dell’umana famiglia.

Adunque primo pensiero del duce vincitore fu il pronto ordinamento del governo. Anche ad 8 aprile die’ un’ordinanza minacciante sentenza sommaria e militare a qualunque saccheggiasse le case degli assenti. Il patrizio di Catania, e i sindaci dell’altre città con editti sicuratori invitavano tutte persone a ritornare a’ tetti loro. Il 9 s’ordinò il disarmamento nelle tre sottomesse provincie. L’11 un’ordinanza richiamò i sindaci e i capi urbani antichi, ripristinò le guardie urbane con persone oneste, armate con l’arme tolte. Nuovi intendenti e sottintendenti. Non mancò la soave parola del perdono, una proclamazione del 22 invitava a rientrar nelle case qualunque avesse servito la rivoluzione: «Grande esser la sovrana clemenza, necessità l’avere dovuto usar la forza a strugger l’anarchia; ma il re non voler vendetta de’ sedotti e de’ spaurili da’ feroci tiranni della patria. Solo i capi congiuratori andar dal perdono esclusi, e i dilapidatori delle casse a pubbliche e de’ beni privati, sendone la punizione reclamata dagli stessi oppressi e derubati cittadini. L’arme regie non esser venute a terrore, ma a difesa de’ buoni, a tutela delle leggi troppo vilipese e calpestate.»

Nondimeno, quantunque fiaccato il nerbo della ribellione, pur l’avanzo delle forze rivoluzionarie s’andava raggranellando a Castrogiovanni, soccorsi ogni di da Palermo, atteggiati a durar nella guerra; perlocché il capitano regio avendo le genti sparse per guarnigioni a Taormina, Siracusa, Catania ed Augusta, ebbe a chiederne altre da Napoli, che non prima del 20 gli arrivarono. Furon tre reggimenti l’8 e 9 di linea, partiti da Gaeta, il più reclute, nuove al fuoco; però misele in quelle piazze, e trassene i soldati agguerriti, co’ quali a’ 21 si spinse avanti.

26. Palermo brava.

Intanto s’eran mutate le cose di Palermo. La perdita di Catania, che supponevano invincibile,costernò i faziosi agglomerati in quella città capitale; e ’l ministero tolse a intrattenerli di bugiarde speranze. A 10 aprile misero a’ cantoni cotesti bullettini ufficiali. «Gloria a Dio! Stamane è giunto un corriere, e ne fa sapere che dodicimila angeli Palermitani han ripreso Catania dalle mani infami de’ vili satelliti del tiranno, che vi han trovato la tomba. Rallegratevi, rallegratevi!» Altra scritta diceva: «Questa gloriosa nostra vittoria riempie ogni cuor siciliano di ardor marziale, ricordandosi che un popolo compatto non può esser vinto da vilissimi manigoldi dei terribile tiranno. Dio protegge la nostra causa santa.» Altra carta nunziava certo ballettino di Leonforte dell’8 aprile, dicente ottomila Siculi aver battuto i regi. Ma il parlamento sciente del vero, non fiatava, né pur né volgeva una minima interpellanza a’ ministri. Quando non fu poi possibile il silenzio, prima il Settimo, poi suoi ministri sparsero editti confortatori; il ministro de’ culti chiamò i preti a unirsi in compagnie civiche suppletorie; e ultimamente un decreto del parlamento concesse salvacondotti a’ delinquenti che si recassero al campo di Castrogiovanni, dove pur due deputati si recarono. Tosto ripigliavan le bravate: i giornali nunziavano starsi a quel campo ottomila uomini pronti all’offese, e che non s’imporrebbero nuovi armestizii da assicurare al nemico larghe basi d’operazioni. Con tai sciocchezze fingevano stato lor dannoso quell’armestizio che li avea fatti debaccare altri sei mesi. E aggiungevano: «Che fa ai regi il tener qualche piede quadrato di terreno che lor nega l’acqua ed il foco? tenganlo pure, vivi o morti co’ loro cadaveri; ma non mai domineranno Sicilia, perché non pure una voce risponde agli appelli sediziosi d’una vecchia e svergognata tirannia.» Simiglianti fole stamparono in tutti i paesi ch’ancora tenevano; e le popolazioni aspettavano la comparsa d’un soldatello reale per dare addosso a quei cicalatori.

27. Pratiche per sottomissione.

L’edifizio di menzogne cadde a’ 16 aprile, quando i ministri ebbero a nunziare alle camere che il comandante della fregata Vauban e il consolo francese, per mandato dell’ammiraglio Baudin, offrivano buoni uffici per pacificare le cose siciliane. Dissero aspettare le decisioni delle camere, ma come essi eran surti per far guerra, così scenderebbero ove s’accogliesse l’offerta francese. Autori dello spavaldo manifesto del 4 aprile, dopo già provate le prime rotte, eran responsabili del tanto sangue versalo; ed ora si credevano giustificare col dimettersi, ovvero minacciare le camere per indurle a guerra, e spietati lanciar Palermo nelle calamità di Messina e Catania. Riuscì vano l’artifizio. Nella camera de’ Pari, l’abate Vagliasindi rispose: «Alla camera non importa che duri il ministero.» E la mediazione fu accolta a unanimità. Accolsela quella de’ comuni a maggioranza di 55 contro 31. Era passato il tempo delle illusioni e delle paure ch’avean gittalo in demagoghi gl’interessi vitali del paese. Alla dimane nuovi ministri nunziarono al Baudin l’accolta mediazione, e le camere sentendo non aver più da far nulla, a’ 17 unanimi prorogarono le sessioni. Il Baudin e il Rayneval ministro a Napoli navigarono a Gaeta. Il re disse non volersi ligare, aver già con indulgenza accolte tutte le terre sottomesse, similmente accoglierebbe Palermo. Desiderare che il municipio a esempio di quel di Firenze (avvenuto appunto di quei dì) pigliata la potestà nelle mani, mandasse deputati al duce Filangieri. In effetto il governo palermitano calò nel municipio; e questo mandò sul battello il Palermo una deputazione a Catania con bandiera bianca, giunta il 24, due giorni dopo che il duce n’era partito per ricominciare la guerra.

28. Si sottomette.

Questi disegnava avanzassi per doppia linea, che partenti da Catania e Augusta e Siracusa quasi parallele, assalissero poi da fronte e da tergo Castrogiovanni luogo allo e aspro, e centro dell’isola. Il perché spinse il Nunziante con la seconda divisione un po’ ingrossata su Leonforte, a guardar la via attorno l’Etna, per Brente e Randazzo, e poi sulla strada che mena a Palermo per Regalbuto, Argirò e Nissoria; egli con la prima divisione corse a Piazza, indi a Caltanissetta, donde poi su per la traversa di Villarosa uscir alle spalle di Castrogiovanni, rimanente così in mezzo fra le due divisioni. Inoltre mandò mezza Botta a bloccar Palermo, e l’altra mezza a pigliar Licata, paese marittimo il più vicino a Caltanissetta, onde averne viveri e munizioni in caso di lotta lunga.

A Castrogiovanni s’eran ridotte l’ultime forze ribelli: l’artiglierie da montagna, la legione straniera, gli avanzi de’ corpi di linea scampati dalla rotta, e quelli stati di guarnigione in Siracusa ed Augusta. Da Palermo v’era corsa la legione universitaria con ordine d’ingrossar via via con quanti incontrasse uomini armati,o che trovasse in drappelli per quei monti. Che che né strombazzasse il suo comandante, e che tutta Sicilia accorresse, certo essa non che crescere mancò, si che potè esser passata a rassegna in una chiesa a Vallelunga. Oltracciò stavano a Palermo quattro battaglioni fanti, uno di guardia, una brigata d’artiglieria, altro battaglione era a Trapani, e si trovavano ben fortificate Trapani, Termini e Palermo Le popolazioni non secondanti ma tenute a segno dal terrore. Ma il dimesso ministero e la proroga spontanea delle camere erano stati come l’abdicazione della rivoluzione, di sorte che i ministri nuovi, sentendosi non essere i figli primogeniti della rivoluzione, come quei primi si vantavano, ordinarono alla legione universitaria retrocedesse, ciascuno si restituisse al focolare, anche chiamarono a Palermo le truppe di linea postate a Castrogiovanni; e ciò fu segnale di pieno smembramento.

Impertanto il Nunziante avanzandosi da Leonforte occupò a 25 aprile senza colpo Castrogiovanni e Caltanissetta, e qui alla dimane arrivata la prima divisione, tutto l’esercito si trovò congiunto colà e a S. Caterina. La popolazione die’ in una gioia sopragrandissima, e forte chiedeva arme per combattere ribelli, ma non occorrevano lotte fratricide. I deputati palermitani erano monsignor Ciluffo arcivescovo d’Adana, Giuseppe Napolitani, il principe Palagonia, il Marchese Rudini e ’I conte Lucchesi Palli; accompagnavali un uffiziale francese, sendosi l’Inglese negato. Incontrata nell’acque di Patti l’armata, dissero al Lettieri l’obbietto del viaggio; e volean persuaderlo a non portar le navi a Palermo, per non commuovervi gli animi, persuaderlo (orante il tenente-colonnello Alessandro Nunziante) a starvi almeno alla larga senza ostilità. Lo stesso Nunziante accompagnò i deputati a Caltanisetta, e presentolli il 27 aprile al duce Napolitano. Avean per via molti segni d’affetto avuto dalle popolazioni, e d’incitamento a presto finirla. Presentarono un atto così: «Palermo ha conceduto a noi l’alto onore d’umiliare a Vostra Eccellenza la sua piena sottomissione al re nostro augusto padrone, cui Dio voglia proteggere in eterno. Quest’atto è inspirato dal dovere, perché la fa tornar nell’ubbidienza del principe dato dalla Provvidenza, del quale la religione e la clemenza sono le principali virtù, ma essa v’aggiunge l’attestato del suo dolore pe’ traviamenti ch’han conturbato l’animo di Sua Maestà, e fatta deplorevole la condizione delle genti da bene. E invero gli atti reiterati della clemenza sovrana mostravano la prodigalità delle sue grazie, ma la sventura di questo paese, acciecando gli spiriti di quei ch’avevano usurpala la potestà, tolse ai buoni il benefizio delle affettuose cure del loro re, e costrinseli a crudeli e lunghi sagrifizii. Ora se resta una speranza alla città infelice, ell’è nei sensi magnanimi del cuor paterno del re, nel ricordo ch’ei v’ebbe la culla, nella sua religione, e nella sua inesauribile clemenza.» Il Filangieri lo stesso di con editto all’esercito enumerava le fatiche, i disagi, i pericoli sfidati, la vittoria catanese che avea fiaccata la ribellione, Palermo sottomessa, e Trapani e tutta Sicilia; e l’invitava a continuare nella fratellevole concordia con le popolazioni innocenti.

29. Tumulti.

A 29 aprile l’esercito si rispinse avanti per S. Caterina e Vallelunga, sempre per via festeggiato, sicché a’ generali mancava tempo da accogliere le deputazioni da ogni villa accorrenti. Termini mandò a chiedere soldati per prevenire certe bande scorrazzati ch’accennavano a occupare la città; corsevi da Vallelunga per Montemaggiore la brigata Zola, e v’entrò l’avanguardia col Pianelli a 4 maggio; sì salvandola dalla ruina cui i ribelli l’avrebbe o esposta. Il Del Re con le navi veleggiando da Licata a Girgenti accogliea gl’indirizzi delle popolazioni marittime. A 5 maggio il Filangieri, procedente per colonna, entrava in Villafrate, e il Nunziante in Mezzoiuso ed Oliastro; il Pronio si stendeva a Misilmeli. Parati a battaglia s’avanzavano; perché Palermo, malgrado la sottomissione, sendo tutta in arme e in mano di facinorosi, questi non si potevano acconciare a quiete. Inoltre v’entravano tuttodì i fuggenti dalle provincie capi ribelli, tementi le vendette popolari, i rubatoci delle casse pubbliche, i galeotti evasi, gli stranieri, e ogni sorta micidiali e grassatori, come in estrema tana fortificatala tentarvi l’ultima disperazione. La cittadinanza voleva a ogni costo stornarla lotta,dove,o vincendo o perdendo, sarian caduti preda o de’ soldati furibondi, o de’ difensori terribilissimi; ma questi non aventi case ne robe volean subugli e peripezie. Come comparve la flotta in rada,costoro presero a strillare: i napolitani non tener patti, avanzarsi ostili senza rispondere alla mandata deputazione. Laonde il municipio a calmarli stampò una lettera del consolo francese, assicurante i soldati verrebbero pacifici, voler il re tenessero i Palermitani a fratelli. Ecco gridan tal lettera offender l’onor nazionale, e fu uno sforzo della Guardia nazionale quella sera del 29 aprile a non farli sbizzarrire; ma sbuffavano, e sì al mattino strepitarono che fecero mutare il municipio. Il consiglio comunale accolta la rinunzia del pretore marchese Spaccaforno e dei sette senatori, fe’ pretore il baro né Riso, e altri senatori. La notte entrando in porto il battello recante il tenente-colonnello Nunziante con l’alto d’amnistia, ebbe cannonate dalla batteria Mondello. Al mattino, I. aprile, il pretore pubblicò ch’ei si recava sul battello a parlamentare, e stessero cheti. Di fatto chiese l’amnistia per tutti, anche pe’ rei di colpe comuni; perché sendo questi appunto i più non lascerian l’ame per tornare in carcere. Ma mentre il Nunziante andava a provocare anche questa grazia, il fermento ribolliva in piazza;e fu mestieri il consolo francese assicurasse non si vedrebbe soldato se non terminate le conferenze.

Il Filangieri mancando di facoltà per perdonare i delitti comuni, mandò esso Nunziante al re; e sendo il re allora in campagna romana trascorsero giorni. Intanto gli schiamazzatori palermitani non posavano; dicevano illusorie le promesse, impostura l’amnistia, il fermarsi de regi esser paura, tradimento il posar l’arme, tutto inganno: volean far sangue e sacco a ogni modo. Indarno il municipio, indarno i Nazionali mettean buone parole, già uscivano a insulti contro i maggiori cittadini. S’aspettava con ansia il giorno 6, che doveva venir l’amnistia piena; trascorso quel giorno, eccoti i turbolenti rumoreggiare parole di tradimento e impostura, atti biechi, luccicar d’arme, minacce e braverie: tanto che in quello spavento, anche la Guardia nazionale si lasciò sforzare al grido di guerra. Questo motto terribile echeggia per la città tutta; e tutti armati si lanciano a migliaia per le porte a combattere i Borboniani sulla via da Misilmeli a Belmonte.

30. Fatti d’arme.

Palermo era stata forte munita; ma non sendosi preveduto i Regi s’avventurassero a traversar per terra tutta l’isola irta d’armati con naturali e artificiali difese, s’erano ingegnati a contrastar gli sbarchi da mare; e molto aveano afforzate le coste. Avean posti grossi cannoni sull’acque dei Corsari, a S. Erasmo, al Foro Borbonico, alla Garìta, a Castellamare, al molo, al castelluccio del molo, all’Acqua santa, a Mondello e a Sferracavallo. Presso Solante alzarono forti isolati, avanti la pianura detta delle Ciaculle, e dietro altra linea di fortificazioni con fossi larghi e fondi, poggiati a dritta su’ monti S. Ciro, e a manca sulla spiaggia, sino alla ben munita batteria del Sacramento. I bastioni poi della città rafforzati, spezialmente quei d’oriente, e due barricate con fossi chiudean le porte; il tutto a prolungar la difesa dal mare sin sotto le mura di Palermo.

Ma tai provvedimenti riuscivano quasi vani, pel disegno seguito dal duce napolitano. Giunto per terra a Misilmeli per Belmonte, sforzando il passo di queste alture, s’arrivava al luogo detto Scala del Mezzagno, tra i monti Chiarandò e S. Ciro, donde scendendo a’ piani di S. Maria del Gesù e di Guadagna pigliava di rovescio le fortificazioni. Come udì il tumulto scoppiato il 6 nella città e che non era da sperar d’averla senza sangue, mandò il mattino del 7 la divisione Pronio da Misilmeli a Belmonte, a incontrar le masnade avverse. L’avanguardia, cioè un battaglione del 15 e uno del 7 di linea, travarcate le prime creste, stila sull’altipiano appellato Stoppa, e scorto il nemico sulle vette, l’investe; il Pronio l’afforza con quattro obici, il resto del 13 e un squadrone di carabinieri a cavallo; e in tre colonne le spinge al monte Gibilrosso, chiave di quel passo. Quelli respinti a poco a poco perdono le vette S. Caterina e Montagnola, e lascian libera la via di Belmonte. Mentre i soldati girano attorno a questo villaggio s’alza sulla chiesa bandiera bianca; accostatisi, vengon da case e tetti colpiti da invisibili moschetti. S’appicca altra lotta; a sera il 13° è padrone di Belmonte, son guadagnate le alture circostanti, e già s’è fatta mezza la via che mena al Mezzagno. L’altra divisione aveva occupalo Marineo, cosi assicurando il dorso alla prima combattente.

Coll’alba si ricominciò. Avventandosi i Siculi rabbiosi da tutte bande, i regi respintili, trascorsero al villaggio Mezzagno, che assai né patì. Restava Gibilrosso con solo una compagnia del 3.° di linea e pochi del 4 entro il convento già diserto, e colmo di morti e feriti del giorno innanzi; però i nemici, speranti pigliare quel luogo, per tagliar a mezzo le forze regie, guidati dagli esteri pratichi di guerra, girati pel monte, prendono il picco allo di S. Ciro, e col battaglione francese in testa percussan fieramente quei pochi. Arrivati in quella stretta due battaglioni, il 3 e il 4 cacciatori, comandati da Gaetano A fan de Rivera tenente-colonnello, e bravamente dalla dritta scacciano i Francesi; ma questi a risuscitar la fortuna più volle tirandosi appresso i più feroci, riassaltavano quella posizione, dove molto si combatté. Laonde il Filangieri a finirla trae soldatesche da Misilmeli, cui surroga con altre da Ogliastro. Fra esse un battaglione del 3.° svizzero arrivò a Gibilrosso e forte vidi tenne. Due cannoncini menati dall’alfiere Magie fecero gran male al nemico, sicché venne fatto scacciarlo da tutte le alture al piano delle Ciaculle, quivi pure i regi lo assalgono, respingono cariche di cavalli, lottano corpo a corpo fanti contro cavalli, ed entrano combattendo nel villaggio Abate; il quale e l’altro Ficarazzi, e altre casine patirono guasti ed arsioni. Una compagnia del 4 di linea con alquanti del 4.° comandata dal capitano Auriemma, perduti per ferite ì tre uffiziali, spintasi oltre nello ardor della pugna, né udendo la chiamata, restò a sera staccata dall’esercito, ferma sul guadagnato campo.

Il terzo di, 9 maggio, i faziosi soccorsi da Palermo ritentano gli ultimi sforzi, assalendo i regi verso l’ore otto del mattino su tutta la linea da Gibilrosso per Belmonte alle alture sovrastanti la città. Il più fecelo la legione straniera, benché stanchissima e morta di fame, ed ebbe danni di morti e feriti. I Borboniani vincitori potean la sera entrare in Palermo, ed anzi alquante compagnie giunte a vista delle porte furono da ordini severissimi rattenute.

31. Resa di Palermo.

Mentre si combattea, Palermo fra terribili rischi fluttuava. Da tutta l’isola vi rifuggivano montanari e grassatori, col pretesto del difenderla. Grida eterne, bestemmie, minacce, tamburi, male parole, bandiere rosse parean cose da sacco e fuoco. Il municipio con questi batticuori fe’ ogni possibile. Già i curati con editto a’ fedeli cittadini avean predicato religione e quiete; i consoli delle arti con altra scritta avean raccomandato al popolo non istessero a sentire eccitatori; e il mattino del 7 il pretore a nome de’ senatori minacciò gastighi severi a chi volesse pescare nel torbido, raccomandava a’ buoni e a’ Nazionali l’ordine materiale, e comandava niuno uscisse in istrada armato; ma la città tutta era arme. L’8 giunse Alessandro Nunziante latore dell’amnistia; la quale era un atto dato il 7 dal Filangieri da Misilmeli, in nome del re, dichiarante perdonar tutte colpe, e politiche e comuni, salvo per pochi capi congiuratori, (solo 43) la cui presenza era incompatibile colla pubblica quiete; e che s’intendesse nulla per qualunque non posasse l’arme, o perpetrasse altri delitti. Il Pellisier consolo francese la trasmise, e fu pubblicata, insieme a un manifesto del Nunziante che assicurava inoltre i Borboniani non entrerebbero in città; ma di accordo col pretore occuperebbero i forti e i quartieri di fuori. Ciò non ispense il fuoco: chi sperava avanzar fortuna con le peripezie, soffiava; e la Guardia nazionale spiritò appunto in quel gran rischio, e si serrò in casa. Quella schiuma di ribaldi gridavanla traditrice, nimica del popolo, e minacciavano i nobili e il municipio. N’eran capi i due banditi Miceli e Scordato, cui per minor male i signori con gran promesse guadagnarono, ed eglino con vanterie e arti galeotte, or facendo i bravazzi ora i prudenti, li andavan trattenendo. Né mancarono cittadini, fatti per ispavento baldanzosi, ch’osarono mostrare il muso. Due parti per le vie, chi per la guerra chi per la pace, minacce scambievoli, fracasso d’arme e voci: si gridava tradimento, bugiarda l’amnistia; i più trassero con impelo diecimila fucili dall’armeria del castello, e strombazzavano difenderebbero a morte la città.

Dall’altra i buoni correvano al Filangieri. Il municipio al vedere i feriti e i fuggenti dalla pugna, tremebondo che le soldatesche inviperite entrassero combattendo, mandava ordini sopra ordini a’ capi de’ corpi cessassero dalla guerra, non ubbiditi, perché la lotta cessò colla disfatta e a sera; e fu mera pietà del duce vincitore il rattenere i suoi, il che veramente salvò Palermo dall’ultimo sterminio. Il municipio e i curati al mattino del 10 mandarono a Misilmeli una deputazione, e furono: il curato Faija, il cappellano Giovanni de Francisci, il cav. Giuseppe Atanasio, Raffaele Tarai. Michele Artale, Salvatore Piazza, Giovanni Corrao, Vincenzo Grifone e Giuseppe Auriemma. Costoro bene accolti, seppero ottenere una lista dei nomi delle persone eccettuate dall’amnistia piena, stretta a soli quarantatré, cioè: Ruggiero Settimo, Serradifalco, Spedalotto, Scordia, Verdura. Giovanni e Andrea Ondes, Giuseppe La Masa, Pasquale Calvi, marchese Milo, conto Aceto, abate Vito Ragona, Giuseppe La Farina, Mariano Stabile, Vito Beltrani, Torrearsa, Pasquale Miloro, Giovanni S. Onofrio, Andrea Mangerua, Luigi Gallo, cavaliere Alliata (quello ito in Piemonte) Gabriele Carnazza, principe di S. Giuseppe, Antonino Miloro, Antonino Sgobel, Stefano Seidita, Emmanuele Sessa, Filippo Cordova, Giovanni Interdonato. Piraino di Molazze, Arancio di Pachino, Salvatore Ghinderai di Catania, barone Pancali di Siracusa, Giuseppe Navarca di Terranova, Francesco e Carmelo Cammerata pur ambi di Terranova, Gaetano Bianchi, Mariano e Francesco Gioeni, Giovanni Gramitto, Francesco de Luca, tutti e cinque di Girgenti e Raffaele Lanza di Siracusa.

Tornati pubblicarono la lista, lasciaron campo a’ quarantatré di svignarsela, e per torre ogni pretesto agli armati masnadieri, fu dato a chi il volle un salvacondotto per ritrarsi sicuri a casa loro. Molti vi si adoprarono gli stessi capi banditi Miceli e Scordato; e sì riusciti ad assottigliare a poco a poco quei tristi ospiti, si potè chetamente al mattino del 14 nunziare che la dimane i regi entrerebbero. Il pretore finiva dicendo: «I soldati del re non verranno da conquistatori o nemici; ma da fratelli, e tali gli accoglieremo.» Di fatto il domani, 15 maggio, entrarono in ordine e in pace; occuparono Castellammare, l’altre posizioni fortificate e i quartieri; il resto si sparse a Monreale, Roccadifalco, S. Margherita, Sferracavallo, Baida ed Olivuzza. Degli stessi quarantatré sbanditi, lo Sgobel ebbe grazia di restare, agli altri di mano in mano fu riaperta la patria. Ritornava dopo sedici mesi nuova pace. L’abbattimento della rivoluzione cominciato a 15 maggio da Napoli, compievasi a 15 maggio dell’anno dopo a Palermo; principio nell’una e fine nell’altra città del doppio regno; quasi la provvidenza, coincidendo fatali giornale. mostrasse agli umani la forza del suo dito possente.

32. Considerazioni.

I soldati medesimi fatti uscire dal traditore De Sauget da Palermo inerme, ora con capitani fedeli avean conquistata tutta l’isola attelata a guerra: né pigliavano vendetta de’ patiti scorni; perdonavano i furti, gli stupri, le infamazioni, il sangue, il disonore, e abbracciavano i Siciliani. Anche la legione straniera, corsa a combattere in terra altrui contro il dritto, provò magnanimo il vincitore, potè andar libera, tenute l’arme sino al di della partenza; perlocché il suo comandante maggiore Jerk-Manour e diciassette uffiziali i soli che non avean nella sventura abbandonato la legione, resero larghe grazie nell’indirizzo che fecero al Filangieri, promettendo divulgare cotanto nobile atto di lui nel popolo francese, giusto apprezzatore di cose grandi e generose. Dodici anni dopo lo straniero Cialdini a Isernia bestialmente appellava assassini i generali regi non traditori, e fucilava i cittadini che con l’arme difendevano la patria. Cosi l’onore e la magnanimità, cose ignote a’ settarii, van sempre con la causa onorata e giusta.

Adunque Sicilia sola in Italia era pacificata con forze indigene, allora quando interventi stranieri riponevano l’ordine nel resto d’Italia e in Germania. Prima ad alzare i tre colori, prima fu a vederli abbattuti, e l’avria visti anche prima cadere, se alla lotta interna non fossesi aggiunta la diplomatica, che quella ingagliardì e prolungò. La mano inglese evocò la rivoluzione, Francia la nudri; ambe le furon larghe d’arme, simpatie, danari, consigli, uomini e protezione. Ferdinando trionfò delle due lotte: sui campi con pochi soldati, nel diplomatico agone con la proclamazione alta del diritto. Signore di piccolo stato, uno spicchio d’Italia, solo in Europa non fu soccorso da nessuno, solo domò con fioco la setta mondiale. Rattenuto da ingiusto intervento di forti stati stranieri, seppe invocare il principio vero del non intervento per riguadagnare la pace. Tanto potè, perché avea con seco il suo popolo. La rivoluzione importata da fuori, famelica e tiranna, abborrita da’ regnicoli, fu abbattuta dalla nazione, ché nazionale era l’esercito pugnace (meno ottomila Svizzeri) coscritto in tutte classi sociali? nazionali i municipii reazionarii, nazionali i marinari e gli uffiziali civili e militari che trionfarono, da’ quali la rivoluzione siccome cosa straniera fu calpestata. Napolitani erano i duci regi che vinsero; i duci rivoluzionarii eran Polacchi, Francesi, Nizzardi, o settarii ch’han la patria per caso. Questo vero tremendo a’ reggitori di Londra e a’ loro protetti congiuratori, fu con grande astuzia dissimulato dagli scrittorelli d’oltremonti e d’oltremare; appellarono nazione i pochi ribelli soldanti stranieri d’ogni nazione, e dissero mercenarii i soldati regnicoli, e gli stessi napolitani e siciliani loro duci ch’avean debellata la rivoluzione. Ben però sapevano che i nomi da lor mutati non mutavano il fatto; laonde lavorarono altri dieci anni con seduzioni, corruzioni e sin col veleno a dislegar l’esercito e a suscitar ire e brogli nel paese. La storia disvelerà loro nefandi sforzi impotenti: si, impotenti, perché allo scoppio del 1860 non poterono trionfare la rivoluzione che con forza di arme straniere. Trionfo vacillante sorretto a mala pena da centomila baionette nemiche.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMO

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