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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVIII)

Posted by on Gen 6, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVIII)
19. La costituzione è abbandonata.

Ferdinando non poteva tener lo statuto senza frangere la integrità della monarchia. Riconquistata Sicilia, non era possibile riconvocarvi i parlamenti e non fiaccare lo scettro; e riconvocarli in Napoli soltanto era aver due regni, non quell’uno garentito da tutta Europa; era cacciarsi fuor del suo dritto, quasi re nuovo, costretto forse a pitoccare riconoscimenti da quelli appunto che il regno gl’insidiavano. Adunque l’esempio altrui, sicurezza di regno, ragion di stato, e desio di popolo, faceangli suprema necessità di tornare all’antico.

Ma il ministero, o forse il re, non volle farne una legge. Corsero pratiche diplomatiche all’estero che restaron segrete. Si sussurrò che Nicolò di Russia interpellato rispondesse disapprovare la costituzione data, ma non consigliare a ritorla, che Austria suggerisse piuttosto abbandonarla che rivocarla. Ma Austria stessa sul principio del 52, e anche Toscana l’abolirono con legge. Credo Ferdinando non pel consiglio, ma forse per l’opposto, cioè di far l’inverso degli altri, com’era sua natura, e mostrare di essere indipendente da ogni estera pressione, non abolì ma lasciò abbandonato lo statuto. E fu grave fallo, ché tenne deste le speranze settarie, die’ presa alle calunnie, mise faccia d’illegalità al governo, e tenne il regno in un provvisorio lungo, che mise capo al 1860. Né segui governare incerto, trepidazioni negli uffiziali, un non far davvero, un aspettar gli eventi. Ma già quelli uomini, quelle cose, quei tempi erano mezzani, fiacche l’opere e le volontà, fortissimo solo Ferdinando, non bastante a tutto. I congiuratori si credettero temuti, e delle trepidanze governative fecero pro, per meglio di nascoso costituirsi. La nazione credè passato l’uragano, e s’adagiò sulle rose, facea canzoni pel re, sbeffeggiava i liberali, e poi non ci pensò più.

Le imposte si pagavano senza sforzo, le reclute con Viva al re correvano a militare, una quiete, una sicurezza piena promoveva un prosperoso incesso d’industria: aboliti i tre colori, tacenti le camere, anche il giornale uffiziale cessò d’appellarsi costituzionale a 5 giugno 1850. V’ha tuttodì chi dice per questo esser caduta la monarchia nel 1860, con la costituzione saria caduta prima, o che i Borboni avrian dovuto fare come il Savoiardo, diventar settarii e ruinare il regno e l’Italia con la fatua idea dell’unità. Ferdinando rattenne dieci anni l’Italia dal cadere in questo abisso.

20. Ferdinando era spergiuro?

La setta gridò lui spergiuro, ma voglionsi poche nozioni di morale a giudicarne. Un giuramento va mantenuto sinché si possa senza colpa: se la cosa promessa, benché prima buona, diventa mala, o impedisce maggior bene, o genera maggior male, se manca il fine della promessa, se per lo eseguimento sopravvenga pericolo altrui di morte, infamia o ruina, in tai casi è dovere non mantenere il giuro. Fu empio Iene se eseguì la promessa d’uccidere la figlia, empio Erode che pel giuro die’ la testa del Battista alla ballerina; né fu spergiuro Coriolano che non arse la sua patria Roma, né s’oserà dire che bene operassero i giuranti pugnalatoci del famoso Veglio della montagna. E Ferdinando dovea per la costituzione mettere il reame in fuoco, farvi templi protestanti, aprire scuole di lascivie, corrompere il popolo, assalire il Santo Padre, e diventar Vittorio Emmanuele?

S’era giurato supponendo il popolo volesse lo statuto nuovo, visto il vero popolo reagire, il volerlo a forza e a dispetto della nazione era un controsenso. Si supponeva portasse felicità, ma recò lotte, sangue, e debiti, si supponea chiesto a fin di bene, e si provò chiesto per far repubblica sociale, si supponeva afforzasse lo stato e il trono, e si scoperse divisore di animi, rovesciatore di trono, si sperava desse pace, e die’ barricate, proditorii e guerra civile. Qual popolo il chiese? dato, qual bene s’ebbe? vi fu più requie co’ parlamenti? Hanno oppur no i popoli dritto a star quieti, e alla guarentigia delle persone, delle robe, della morale, e della religione? Il giuramento invoca la presenza della divinità, e col nome di Dio è implicito il bene. Non si può giurare il male.

Ridevolissima è quell’accusa di sporgi orazione in bocca a’ settarii, in frangitori d’ogni santo giuro, discioglitori de’ voti religiosi, felloni di mestiere, i quali han poi sfacciatamente plaudito alla infrazione de’ giurati patti di Zurigo dal loro re Galantuomo. Per essi va mantenuto il giuro del pigliare, non quello del tutelar lo altrui.

21. Il congresso della pace.

Eglino s’acconciano la morale col mutar nomi alle cose. Dissero guerra la pace, eia pace guerra. Mentre il mondo era quietato, disserlo in tempesta; e con gran sicumera affettarono di lavorare a pacificarlo, cioè a rilanciarlo nel sangue. Inventarono quest’altra: stabilirono annuale congresso intitolato Della Pace, intervenendovi a parlamentare su’ modi da tener pacifico il mondo personaggi noti astiosi e accattabrighe, già in opere e in iscritture chiaritisi incapaci di moderare sé stessi: il Cobden, il Cormenin, il Girardin, e fra tanti quel battagliero Palmerston gran Massone che va soffiando fuoco in ogni cantuccio della terra. Cotal congresso ebbe sede in quella Londra, dove protetto asilo hansi tutti gli agitatori dell’orbe. Costoro cicalando di pace accagionano santa Chiesa e i re legittimi de’ mali guerreschi che questi non fanno; fomentano l’eterodossia, sublimano la sovranità della marmaglia, e per aver quiete suscitano dritti falsi, pensieri nuovi, stuzzicano passioni garose, gelosie, ingordigie; ond’è poi necessità guardarsi, e star sempre con l’arme in mano. Dicono a’ re: disarmate; ma susurrano guarentigie a’ popoli; e così quelli s’hanno ad armar più, e a star sospettosi. Sciamano pace, pace! ma per disarmar gli altri ed armar sé, per infiacchire il diritto, e ingagliardire lo storto, per rovesciare la potestà dell’alto, e sublimare la supremazia del basso. In tal guisa sono pacieri.

Nel 1849 ritornando da Versailles cotesti paciferi fecero visita a S. Cloud a Luigi Napoleone. Nel febbraio 55 il congresso s’adunò in Manchester; intervenuti più che mille, con letture di bei discorsi. Frattanto tra quelle promesse d’oro Lord Palmerston armava alacremente; e avea già in terra e in mare 400 mila uomini armati; cioè 170 mila soldati, ottantamila militi, e 140 mila marinai su 158 vascelli. Preparava la guerra in Crimea.

22. Conferenze ecclesiastiche.

La Chiesa cattolica, ammortito il fuoco rivoluzionario ed eterodosso, scrutatene le cagioni, non mancò al debito suo per ispegnerlo affatto. Certa che l’irrequietezza del secolo non venisse già, come accusavanla, dalle dottrine religiose, state sempre educatrici de’ popoli, ma anzi dall’essersi negalo ad esse protezione ed ubbidienza, tentò ancora di slargarsi le braccia da quei nodi che le famose leggi Giuseppine, Leopoldine e Tanuccine le aveano tessuti: onde la morale e la tede s’eran ile col secolo scorretto pervertendo. Seguirono sinodi e conferenze di vescovi in Germania, Francia e Italia, e n’uscirono ammaestramenti al clero e a’ fedeli, e indirizzi a’ sovrani per l’abolizione di certe leggi, che fatta soggetta la Chiesa l’avean tenuta bassa e fiacca avanti al borioso avanzamento dell’empietà.

In Napoli cominciarono sotto gli occhi del pontefice a 29 novembre 1849 le conferenze episcopali nel palazzo arcivescovile. Da molto non se ne vedea: gli ultimi sinodi furono nel 1699 e 1726: quello provinciale col Cardinal Giacomo Cautelino, questo diocesano tenuto nella Pentecoste dal Cardinal Francesco Pignatelli. Però su queste conferenze insolite s’almanaccarono mille fole, e i giornali settarii d’Europa, com’era lor mestiere, vi sparsero su l’astio e il ridicolo. Intervennero oltre l’arcivescovo Cardinal Riario, il nunzio apostolico arcivescovo di Mira, gli arcivescovi di Salerno, Sorrento, Manfredonia, Gaeta, Otranto, Cosenza. Rossano, Amalfi, Chieti, S. Severina, e Traiti, e i vescovi di Sessa, Andria, Aversa, Tricarico, Molfetta, Lucerà, Alife, Trivento, Acerra, Pozzuoli, Nusco, e Melfi, co’ segretarii canonico Balzano e padre’ Spaccapietra della Missione. Il cardinale celebrò la messa nella cappella del palazzo; poi tutti, uscito il Nunzio, recitate le litanie, pronunziarono le professioni di fede, e dettero sull’evangelio il giuramento; quindi nelle stanze arcivescovili cominciarono le sessioni, compiute con religiosa pompa a 27 dicembre. Discussero triplice studio: perfezionamento morale e scientifico del clero; miglioramento del popolo; e trovar modo da far più largo e spedito l’esercizio della libertà della Chiesa.

Indirizzarono a 7 dicembre due lunghe e dotte lettere a’ fedeli e al clero delle loro diocesi. In quella, citali i grandi mali del secolo, e l’acerbissima congiura contro la fede e la morale, inculcavano si stessero avvisati, riformassero i costumi, osservassero la legge di Dio, adempissero a tutti i doveri, massime areligiosi. L’altra lettera al clero snudava gli errori de’ preti, ben più profondamente e aperto ch’io nol feci nel terzo libro di queste storie: «Delle sedizioni popolari nel mondo non fu ultima cagione la vita scorretta de’ sacerdoti. Siate uomini di Dio, pronti al bene, solleciti della riputazione, degna della vocazione divina. Si sia oculati sulla iniziazione degli ordini sacri (e qui né davano le norme). La Chiesa ha bisogno non di molti ma di buoni sacerdoti: si riformino i seminarii, già scaduti dalle regole inculcate dal tridentino concilio, viziati nell’ordine e nelle maniere, incapaci d’inspirare le ecclesiastiche virtù. I preti han necessità d’esser dotti, per esser maestri al secolo, valenti a scoprire e a combattere l’errore e l’ignoranza. La Chiesa già lunga età tenne lo scettro del sapere, oggi è menomata, e develo ripigliare con i studii armonici fra lo spirito e il cuore. Siate insieme uomini di Dio e di lettere e scienze, e fate tutto per Dio. Studiate scienze, storia, filosofia, eloquenza e diritto canonico e civile. Tutte le massime rivoluzionarie vengono dalla dimenticanza del principio d’autorità. Migliorale gli studii, miglioreranno i costumi, e i sacerdoti domineranno non gli uomini ma i vizii.» Proponevano un seminario modello in Napoli; nelle provincie congregazioni di spirito per ecclesiastici come le quattro già in fiore in Napoli; ed esercizii spirituali annuali in case religiose. Stabilirsi conferenze a quando a quando in città grosse da trattare scienze sacre; metter biblioteche sacre nelle parrocchie. Dettavan norme per predicatori, confessori, parrochi, per l’istruzione dei fanciulli, pel viatico, pe’ matrimoni, per l’amministrazione de’ beni patrimoniali, e su’ doveri de’ canonici. Da ultimo inculcavano a’ sacerdoti a coadiuvare l’opere pie, per infermi, ospizii, e trovatelli; visitassero le prigioni e gli ospedali, a recarvi i conforti della religione e i soccorsi della pietà.

Il più di tai cose eran da antico in atto a Napoli; sendovi il clero in gran parte operoso, dotto e morigerato. Ma nelle provincie il male era troppo vecchio perché a sradicarlo bastasse quella pia lettera. Tutti l’ebbero, pochi la lessero, sol qualcuno qua e là n’approfittò; e i preti provinciali in buona parte non fattisi bianchi né rossi, durarono si mondar nell’ozio, o negl’interessi mondani e ne’ vizii; anzi inacerbiti contro i vescovi che li chiamavano a dovere, si contaminarono di sette; e li vedemmo col Garibaldi spretarsi nel 1860, e mescolar crocifissi e pugnali.

23. S’indirizzano al papa e al re.

Oltracciò le conferenze volsero loro voci al pontefice e al sovrano. Sollecitarono il Santo Padre a pronunziare la dogmatica definizione dell’immacolato concepimento di Maria Vergine, sendo questa credenza antichissima della Chiesa napolitana. E supplicavonlo di largire a re Ferdinando sì pio verso la santa Chiesa il titolo di Piissimo.

Al sovrano volsero dimande con riservatezza. Dimostrato non potersi avere buoni sudditi se non si faccian buoni cattolici, chiedevano: 1.° Che alle ordinanze e rescritti esistenti contro certe colpe, succedesse legge o decreto con sanzione penale contro l’inosservanza delle feste, concubinati, fughe da casa paterna, e meretricii; maggiori facoltà a’ parrochi da unire sposi, anche senza precedere il contratto civile, e però abolirsi la pena ch’è nelle leggi contro i parrochi benedicenti nozze senza quel contratto. 2.° Darsi all’autorità ecclesiastica la revisione della stampa, e de’ libri vegnenti dall’estero. 3.° La correzione de’ sacerdoti sia del vescovo, le chiese sieno asilo contro l’arresto per causa civile, al paro delle case private; si concedesse qualche privilegio alla Chiesa, e che le chiese e i luoghi pii nella partizione delle imposte non fossero più che altri aggravati. 4.° Abolirsi l’obbligo del sovrano beneplacito agli acquisti della chiesa e a’ legati e donazioni. 5.° Libertà a’ vescovi di unire o dividere parrocchie e benefizii, a’ sensi del concordato, senza venia sovrana. I comuni compiessero le congrue alle parrocchie povere; s’abolisse l’ordine ministeriale ch’obbligava il parroco a mantenere la chiesa. 6.° Lasciarsi piena al vescovo l’amministrazione diocesana. 7.° Liberi i luoghi pii e le chiese per alienazioni e altri contratti secondo le ecclesiastiche particolari prescrizioni. 8.° I tribunali più prestamente e con minori spese dessero i documenti della pertinenza e libertà de’ fondi di patrimonii sacri per titolo d’ordinazione. 9.° Che sempre s’invochi l’autorità apostolica, non il magistrato laico, per la soppressione delle decime sacramentali, nell’interesse delle parroccnie, e chiese collegiate e ricettizie. 10.° Che reintegrandosi beni di chiesa usurpati, si concedano a istanza de’ vescovi le franchigie delle tasse fiscali. 11.° Libertà ai vescovi per adunare i sinodi e pubblicarne gli atti e i decreti, senza il consenso del consiglio di stato. 12.° Darsi alla commessione esecutiva del concordato, non a lettere ministeriali o ad altri, lo interpetrare e modificare il concordato. 13.° Il ministero non s’impacciasse di religione, in quanto a comandar preci e digiuni e predicazioni, quasi a ledere il dritto de’ pastori. 14.° Enumerati gli abusi de’ consigli degli ospizii, ritornassero sotto la dipendenza episcopale i conservatorii, ritiri, cappelle e monti di pietà e del sacramento. Restituirsi al potere ecclesiastico il giudicare della separazione corporale degli sposi. Non più il Consiglio e la consulta di stato, ma la Chiesa decida il cambiamento delle ultime volontà de’ testatori spezialmente intorno a pii obbietti. Non più la consulta giudichi della natura di qualche fondazione, se ecclesiastica o laicale. Che sia il vescovo coadiuvato nella esecuzione dalle cause ecclesiastiche. Non più la Consulta decida di cause ove vuoisi sentenza del romano pontefice. Finalmente vietar gli abusi nei campisanti; l’autorità ecclesiastica vi vegli, e vigili alle scritte su’ monumenti.

Il re con lieto viso accolse a Caserta questo indirizzo, portogli da’ cardinali di Napoli e di Capua e da’ vescovi a’ Aversa ed Acerra. Tante domande aveano fondamento nel dritto canonico; alcune meritavano pronto eseguimento legale; e certo nel pensiero de’ prelati eran tutte intente a slacciare la Chiesa da’ ceppi, e renderla più capace d’indirizzare il clero e le popolazioni al cattolico incivilimento. Inoltre posavano su consuetudini vetuste del reame, abolite con le leggi del Tanucci. Nondimeno a me sembra che dopo ottantanni non era lieve né molto opportuno il tornare in un botto all’antico dimenticato, volevasi modo e garbo a slargare il concordato concluso con Santa Chiesa, in tempo che altri, massime il Piemonte, tendeva ogni concordato a conculcare. Oltre a questo sendo il clero già in parte guasto, parmi saria stato consiglio accordare insieme il miglioramento dei preti con la libertà ecclesiastica, in guisa da render quelli e questa acconci al fine. Il ministro Troya e ’l direttore Murena, studiato l’affare con tre de’ vescovi, restrinsero le dimande e le proposero in consiglio di Stato, ma suoi ministri quasi tutti ex liberali non potean sorridere alla libertà della Chiesa. Il presidente Giustino Fortunato gran Massone, ex repubblicano, ora assolutissimo, l’udì con ira. Con sovrane risoluzioni del 15 luglio fu negato tutto, salvo quel poco intorno a esecuzione di leggi esistenti. Il Fortunato non pago a questo, fe’ stendere le domande in succinto a suo mollo, e misevi a riscontro i rescritti risolutivi, con acre stizza dettati, quasi tutti ricisi così: Sì stia alla legge! Osta il concordato! quando appunto si dimandava modificare la legge e il concordato. E a crescere la durezza del rifiuto, se ne fe’ pompa in apposito libretto stampato. Sconcia ira, irriverente il modo, inopportuna tanta pubblicità, perché l’indirizzo porto con riservatezza, ben si poteva almanco coprire di silenzio. Quello strombazzato rifiuto a cardinali e arcivescovi fu dardo al sacerdozio, colpo di frusta massonica all’altare e al trono, sorriso alla rivoluzione. Infatti i filosofanti il portavano in cielo.

Quando poi cadde il Fortunato, il ministero fu più cedevole, e Ferdinando stesso nel 1857, ritornando sulla cosa, parecchie larghezze decretò, di cui dirò a suo luogo.

Quasi consimili risoluzioni s’ebbero le Conferenze di Sicilia, aperte a 2 giugno 1850, nel Duomo di Palermo, per provvedere al riordinamento del turbato ordine ecclesiastico nell’isola. Colà sendo il vizio radicale nel tribunale della monarchia, tenuto come gran progredimento civile, v’avria voluto animo di gran lunga maggiore a uscire da quei ceppi secolari, su di che surte fra quei vescovi difficoltà e difformità di sentenze, non si potè altro che dimandare s’eseguisse la moderatrice bolla Fideli di Benedetto XIII. Ebbero risposto; la bolla essersi sempre eseguita, e del resto niente di meglio.

24. La civiltà cattolica.

Un’altra frustata massonica toccò a’ padri della Civiltà cattolica. Tornando il gesuita Carlo Curci da Parigi a Roma a mezzo novembre 49, avea proposto un disegno di giornale cattolico, non accolto, ond’ei disseto al cardinale Antonelli a Portici, e il santo Padre a 9 gennaio 50 quasi né ordinò l’esecuzione al padre generale de’ Gesuiti. Sondo Roma non tranquilla ancora, si cominciò in Napoli. Idearono un giornale a fascicoli ogni quindici dì: cosi gli articoli eran pensati, e le notizie vagliate, opera partecipante del libro e del giornale, cori la pronta diffusione di questo, e la gravità di quello, destinata a restaurare le idee sul dritto sociale. sulla scienza cattolica, sull’educazione giovanile, sulla civiltà cristiana. Allocata una tipografia in fretta nel cortile di S. Sebastiano, n’uscì il primo quaderno a 6 aprile 1850. Ebbe titolo La Civiltà Cattolica,

Sin da principio mostrò quanto valesse: ebbe in tutta Europa sino a quattordicimila associati, cosa non più vista di libri d’Italia; e si poteva a buon dritto dirla opera napolitana, perché ideala dal napolitano Curci, elaborata da esso e da’ pur Napolitani padri Piccirilli, Liberatore, Berardinelli, ed altri, e perché in Napoli nata.

Sendo scritta per tutta Italia, dov’erano sette stati di varii pensieri e forme, s’era nel programma accortamente dichiarato non parteggerebbe per forma speciale di governo, né riverirebbe tutti i legittimi, solo prenderebbe a rialzare il principio d’autorità col pensiero cattolico, già molto scaduto dalle menti per idee sovversive e antisociali. Onesta generalità di concetto non andò a sangue a chi avria voluto del giornale servirsi a strumento di governo. Si cominciò a instillar sospetti in testa al re, ma i padri parlarongli, e ’l persuasero, e n’ebbero anche franchigie postali e altri favori. Uscito in luglio il decreto della censura preventiva alla stampa, cominciò nuova insidia. Era prescritto i libri s’approvassero dalla pubblica istruzione, i giornali dalla Polizia; la Civiltà era insieme giornale e libro, perché anche numerato sino a pagine 720. I padri chiesero sottostare alla pubblica istruzione, siccome a censori più istrutti; e il presidente di quella monsignor D’Apuzzo cosi avvisava; ma la Polizia tenne duro, e volle censurar essa. Immagina un Peccheneda vecchio massone, ex leguleio, ex chierico, ex Murattino, censurare in nome di re Borbone gli scritti de’ Gesuiti! Esso stesso vi squadronava sopra; quindi ritardi, stenti, intoppi. Ricorsero al Fortunato; e questi più volteriano del suo creato, dichiarò secco e con modo plebeo la polizia esser la sola censura per la civiltà cattolica. S’accorsero i compratori l’aria di Napoli non far per loro; e a mezzo settembre, mandati a Roma torchi, macchine e carta, si recarono al re in Gaeta per congedo; il quale benigno li accolse, li confortò a continuare l’opera e lor concesse le stesse franchigie postali, e più quelle di dogana.

La polizia se la legò al dito, e dirò appresso che facesse. Tal fatto mostra come s’iniziasse da Massoni camuffati da Borboniani lo scalzamento della monarchia in nome del re, ch’avria dovuto tenere a utilità la libera parola nel reame di quelli ingegni sostenitori di morale e di dritto. I Massoni son dannosi dovunque han governo, perché vogliono arbitrio e ateismo sostituire alla legge e alla Fede; ma son più dannosi assai a’ governi legittimi, cui prima infamano e poi danno il crollo.

25. Tattica de’ rivoluzionarii vinti.

Pareva la rivoluzione vinta e schiacciata nel reame; la sicurezza piena facea tener per passato ogni pericolo, chi stava alla potestà e sul continente e sull’isola, sendo i più uomini mascherati di realismo, e ingordissimi d’autorità, paghi de’ grossi soldi, e del loro presente buon pro, non avean l’occhio all’avvenire, o ve l’avevano per lavorare a trovarvisi bene. La setta si rannicchiò, si fe’ piccina, e ripigliò sua tattica vecchia. A dichiarar questa non si può errare; ché fu sempre una, dopo il 99, dopo il 20, e dopo il 48. Comincia col lamentare gli eccessi della rivoluzione caduta, poi si van distinguendo i principii buoni e veri dalla esecuzione mala ed esagerata; che questa non può negli animi intelligenti danneggiar quelli; che la verità sempre è buona, e solo si deve mondare dagli eccessi. Questi sono colpa de’ vincitori, che li avean preparati prima col mal governo, poi con insidie e danari, e con la negazione di fare il giusto. I liberali non sono rei di nulla, sono illibati, i più chiari cittadini per morale e ingegno, malvagi sono gli accusatori, nemici personali i testimoni, ladri e dal re compri e corrotti i giudici; sono assassinii le condanne, sevizie, torture le carceri, tarda giustizia le grazie, anzi insulti dopo il martirio. I vincitori realisti sono più eccessivi de’ rivoluzionarii; ambi sono sette, nemici della patria, soli patrioti sono i moderati, quelli cioè de’ sani principi che stanno in mezzo a’ due scogli del dispotismo e dell’anarchia. Giurano inoltre che la rivoluzione è morta e seppellita; non più da temere, pentiti i cospiratori; e di fatto li vedi ingobbiti e genuflessi, e mangiar particole avanti gli altari. Che buona gente! che modesta! che talentasi! Subito chi fu liberalissimo tel vedi santo, ubbidiente, leccatore, serviziario, sinché arriva a pigliarsi una sedia. Allora se uno di cotesti pentiti fa un ette, ne senti meraviglie, miracoli d’ingegno e d’onestà; per contrario se altri fa qualche bell’opera, si finge ignorarlo, s’attenua, si storce, e se cade in fatto crucifigatur. Con arte pongonsi a parallelo dotti liberali con ignoranti conservatori; e si conchiude questi tutti scemi, quelli tutti ingegni. Dategli croci cavalleresche, titoli, cattedre, magistrature, ministeri, ché se Io meritano; questi stupidi lasciateli stare, un tozzo di basso impiego, che ubbidiscano e tacciano. E se un valoroso non è liberale ei non ha scampo, resta indietro, depresso, non promosso, calunniato, e peggio.

Se il sovrano rilutta tel piglian pel suo verso. S’è uomo sospettoso gli dicon male di quello che vogliono innalzare, e lodangli chi voglion basso; e così a rovescio tel fanno servire a’ loro intenti; se vede chiaro, van susurrando egli non essere all’altezza de’ empi, circondarsi di sciocchi, non sapere scegliere; e in un modo o in un altro sei mettono in pugno. Tutti i monarchi in tal guisa diventarono strumenti della ruina loro. Intanto si stampano storie dove i fatti s’aggiustano alle idee; pinti eroi i ribelli, tristi i fedeli, scambiate all’incontrario le idee semplici di vizio e di virtù. E si sono così impiastrate le storie antiche e le moderne; e se ne stesero di posticce per tutte le contrade d’Italia, i cui autori dalla trionfata rivoluzione furono poi alzati a semidei. La falsa storia inoltre si scrive con poco; a trovare e a dire la verità ci vuol mente, fatica e coraggio. Quelle false storie si fan poi rumoreggiare fra mille echi all’orecchie de’ governanti e de’ governati; e te le intronano sì che niuno sa od osa levar voce e braccia a difesa del vero, per non restarne infamato.

Quando la macchina è compiuta, vedi sorgere magnanimi ardimenti. Si cominciano a gittar le maschere, a inventare motti che sembran dir molto e non dicon nulla, a ricantare la vecchia canzone di progresso, opinione universale, bisogni sociali, secolo, guarentigie, e riscosse; onde rivedi baldi rivoltuosi quei convertili mangiatori di particole. I cortigiani diventano Bruti e Catoni. E quei moderati dicono aver sopportato troppo, più moderazione saria tradire la patria, prudenza a far rivoltura, non potersi sconoscere i santi principii dell’89. Quelli che han fruito della potestà e l’han fatta odiare co’ loro soprusi, si dicono martiri di dispotismo, martiri d’aver dovuto mangiare un pane odiato,martiri d’aver patito a fare i grandi attorno a un trono dispotico. Ecco gridano Italia una; e in nome della libertà ripongono più grave il piede su chi già in nome del principe tennero bassi e prostrati. Eglino tirannissimi, mutata veste, accusano puntelli a tirannia chi mai non mutò, e fu sempre sotteritore. Ecco li destituiscono, carcerano, esiliano, uccidono; ché la setta trionfatrice vince in ferocia cento Neroni.

La rivoluzione ha tutte forme: ora a nome del sacerdozio, ora de’ principi, ora del popolo; è municipale, autonoma, nazionale, repubblicana, regia, imperiale, e sociale. Ora ’vuole separazione, ora federazione, ora unità: ipocrisia e violenza, adulazione o calunnia, servitù o tradimento, sempre procede a pigliare la potestà, per arricchire e comandare. Combatte Cesare e Cristo, perché vuol esser principe e Dio.

Questa commedia lurida l’abbiam riveduta rifatta quattro o cinque fiale in mezzo secolo, e sempre la stessa. E non è vergogna pe’ sovrani a farsene canzonare ogni volta?

26. Che fanno i re?

E che fecero i re per tutelare la società? Han più volte vinto, perché son sorretti dall’interesse sociale, e perché la Provvidenza non ha permesso ancora il finimondo. La maggioranza della nazione dedita a sue faccende lascia fare, ma quando si sente scottare, s’alza a sorreggere la percossa macchina legale, e finisce col vincere. Passato il trionfo, si riaddormenta. I governanti dopo un po’ di stentata giustizia, s’abbandonano alle vertigini del potere, ritornano a’ capricci, al beneficare i peggiori, e lasciando a questi il carico della cosa pubblica, s’adagiano nel dolce comandare a bacchio, nella facile virtù del non fare, e nel blandire i nemici e dimenticare gli amici. Intanto la setta solleva il capo, prepara nuove congiure, e ripercossa risorge sempre, ch’ogni sua caduta lascia più seme nell’avvenire. Le idee liberalesche che attuate si dimostrano tiranne, in promesse suonano generose, e pigliano le fantasie di chi non le vide in pratica, i giovani né restano abbarbagliati, dan dentro, né n’escono più. Così gran parte di popolo con esca di falso bene si gitta nel male, e di generazione in generazione l’errore s’allarga sulla terra. E che debbono fare i prenci a difesa dei soggetti lor fidati da Dio?

Che debbono fare? Dare a’ popoli in fatto quello che i faziosi promettono a parole; perdonare a’ rei qualche volta, ma non alzarli a potestà; trovare il merito vero, non onorare gli abbietti, promuovere gl’ingegni, e chiamarli a fare, non temerli e sforzarli a nimistà; gli uffiziali, i cortegiani scrutarli nella loro vita passata, nella famiglia, e tener per tristo strumento chi fu tristo in casa sua e immorale. A’ sudditi appagarci voti legittimi, dar lor pace e prosperità con poco, mantenerli tutti uguali avanti alla legge, e sopratutto giustizia a chi tocca. L’umanità è di giustizia sitibonda.

Oggi s’agita nell’orbe una lotta suprema tra la società e i suoi percussori. Questi con mendacio alzan la bandiera della libertà, e costringono i buoni a parer di pugnare per la tirannia; ma la pugna è pel possesso. Diroccare l’antico per farne conquista, calpestare il dritto per porvi la forza, cancellare l’ideo di Dio, per deificare l’ingordigia, per questo si combatte. Non mai in nessun tempo i monarchi ebbero più pericoloso agone e più pugnace; ed eglino cullati da’ loro nemici, van con errori cumulando le sterminatrici arme nelle mini de’ loro stessi avversarii. Credono rimediare, concedendo mutazioni di forme governative; ma quelli piglian le forme per abbrancarsi il governo.

La libertà ch’è pretesto alle sette è bisogno essenziale al vivere civile; e i veri re denno tutelarla con forte scettro e magnanimo cuore contro quelli appunto che invocandola tendono a schiacciarla. La libertà non sta ne’ nomi, sta nell’ordine legale; lo scettro è un bastone: percuotete chi si dice cristiano ed è ateo, chi s’appella fabbricatore e distrugge, chi promette ricchezze e s’avventa all’altrui, chi conciona di virtù e va depravando costumi e cuori. Fate voi e davvero quello che i congiuratori dicono e non fanno; operate si che niun onesto n’abbia danno, che niun perverso né guadagni, che nissun settario n’abbia fortezza, e sì che l’umanità restaurala nelle idee del vero trionfi senza lotta.

27. Che si fece nel regno?

Nel regno molto si fece per restaurare le cose, poco per le idee. Caduta materialmente la rivoluzione, non si pensò gran fatto a conquiderla nelle menti. Ferdinando primo operatore della reazione mondiale, però odiatissimo e segno a tutti strali della setta, credè bastargli il fatto; poco lavorò alla vittoria della reazione morale, quella che non con arme di ferro, ma con la face della verità si consegue. Non molto curò a sorreggere l’opinione, e a guidarla, e a tener vivo negli onesti, che molti ve n’era, il sentimento del dritto, e l’amor della patria. V’era il giornale il Tempo propugnatore del trono, e ’l tolse, parendogli miglior consiglio dissimulare le offese che combatterle. Quel ch’avvenne alla Civiltà Cattolica ho detto, e dirò. Sdegnò di far difesa contro la guerra continua, implacabile, malvagia che da’ giornali Sardi, Elvetici, Francesi e Inglesi gli veniva; oppose il silenzio, né gran fatto permise si rispondesse. Pago d’aver vinto, godente incontrastata potestà, plaudito da’ sudditi, suppose quello stato non poter mancare, non pensò all’avvenire; non ricordò che gli uomini composti d’anima e di corpo, vogliono pascolo di verità come di cibo; non considerò che più la frazione è prospera, e più sente sua dignità, più n’è colma la borsa, e più ha spiriti e desiderii, e che oltre i ponti, le strade, gli opificii e i banchi, per sentirsi felice, vuol sentire d’essere all’altezza del secolo e della civiltà, e sentirselo dire. Parve consiglio tenere il regno chiuso dal Tronto e dal Liri, con cancelli puerili; consiglio tacersi i fatti contemporanei, e dormire su’ fiori. Mentre i parti del napolitano ingegno non andavan fuori, ed eravamo tenuti uomini da nulla, entravano clandestini ogni sorta mali scritti, che come vietati frutti agognati, guastavano senza rimedio le passioni e le fantasie.

Né meglio si provvide all’interno. Temuti gli uomini di testa, s’andò cercando la mediocrità, perché più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porti ai primi seggi. E come tutto si tirava alla potestà, i ministri volean parer di fare essi tutto, e però anche del bene che facevano non trovavan merito. Fur messi a una spanna amici e nemici, dotti e ignoranti, operosi e infingardi; e per non fidarsi in nessuno, e non aver bisogno d’intelletti, fu ridotta a macchina l’amministrazione e il governo. Si credeva cosi non s’avesse mestieri di pensare; e una certa forma d’architettura moveva il tutto. Ma gli uffiziali stessi, usati a mo’ di strumenti, se ne ridevano, 0 sbottoneggiavano, e profetavano l’impossibilità della durata. La nave dello stato non provveduta di piloti andò in tempo di calma più anni barcollando; poi al primo buffo, non trovandosi mano esperta al timone, senza guida affondò.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOSECONDO

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