Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXVIII)
LIBRO UNDECIMO
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SOMMARIO
§. 1. Pio IX chiede aiuto a quattro nazioni. —2. Controrivoluzione toscana, e interventi tedeschi. —3. Francesi contro Roma. —4. Questa prepara difese. —5. Fatto del 30 aprile. —6. Entrata de’ Napolitani—7. Scaramuccia a Palestrina. — 8. Tregua parziale de’ Francesi. — 9. Ritirata de’ Napolitani. —10. Fatto d’arme di Velletri. — 11. Giudizi! sulla ritratta. —12. Il Garibaldi ad Arce. —13. Spagnuoli e Napolitani in campagna di Roma. — 14. Presa di Roma. —15. Fuga dei Garibaldesi.— 16. Fine della rivoluzione. —17. Vantamenti. —18. Mali prodotti alla Sicilia—19. Onori al Filangieri. —20. Suo grave fallo. —2i. Reintegrazioni. —22. Riordinamento dell’isola. —23. Il nuovo ministero. —24. Decreti per Napoli. — 25. La rosa d’oro. — 26. Pio IX a Portici.— 27. La setta degli Unitarii. — 28. Allentato del 16 settembre 1849. —29 Cerimonie sacre, e meteora. —30. Incendio. — 31. Ritorno del Papa a Roma. —32. Ritorno alla pace.
1. Pio IX. chiede aiuto a quattro nazioni.
La società volea riposo, ma durava ancora Ungheria ribelle, ancora Italia nel Veneto, in Toscana e a Roma travagliava, e Leopoldo e Pio IX ospiti a Gaeta aspettavano il finir della tempesta. Sin dal 4 dicembre Pio aveva invocato il soccorso de’ sovrani cattolici; e Carlo Alberto, per in traversare, gli avea, sospinto dal Gioberti, scritto il 24, mandatogli anche legati, pregandolo venisse a Nizza, non chiedesse braccio d’oltramontani. Ebbe risposto già ita la richiesta del soccorso, il Papa a Gaeta star meglio a’ suoi sudditi vicino. Eran seguite molte conferenze diplomatiche per la restaurazione del trono pontificio. La repubblica francese, tenendo esosa quell’orgia romanesca insanguinata, dissi aver mandato soldati per debito d’onore, per non parer solidale con assassini; però succeduto al repubblicano Cavaignac il Bonaparte imperialista non potè schivare l’eredità della cominciata impresa voluta da Francia, siccome da tutta Europa. Spagna propose un congresso di corti cattoliche; Russia, benché scismatica, offerse l’arme sue a pro della potestà temporale e spirituale del pontefice; lo stesso Palmerston nimicissimo, non osando nulla contro l’opinione generale, con volpino piglio volse a’ 5 gennaio a Parigi un dispaccio, affermante che il Papa per la sua grande e vasta influenza nella maggior palle d’Europa, dovea restar sovrano di territorio indipendente, perché non fosse adoperato da nessuno stato a danno d’un altro. Il ministro Schwartzemberg tedesco a 17 gennaio scrisse al suo legato a Parigi sulla necessità «di por termine all’esilio del Papa, e sul dovere il mondo cattolico restituire la libertà al capo visibile della Chiesa. Austria e Francia cattoliche dover levar prima la voce, e ’l re delle Sicilie aver doppio dritto d’entrar terzo nella lega, e perché cattolico, e perché vicino allo stato papale, e perché solo prence italiano vittorioso della rivoluzione. Lo stesso Santo Padre, scelto asilo presso di lui, aver mostro confidenza nella fede e nelle forze di esso; rifiutarne l’intervento saria offendere Pio IX. Proporre s’intimasse al governo rivoluzionario di cessare; negandosi, Napoli e Austria volerebbero sopra Roma; una flotta francese comparisse a Civitavecchia.» Luigi Napoleone si trovava aver egli stesso combattuto nel 1831 contro la potestà papale, e più di avere stampato al dicembre 48 nel Constitutionnel che non approvava la spedizione del Cavaignac contro Roma; ora poi estolto in seggio dalla rivoluzione, non potendo darle aperto in fronte, usò artifizii a ritardare l’impresa; e per non parer di pigliarla esso, cercò di farla pigliare al Piemonte rivoluzionario. La Francia cosi cedeva ad altri l’onore di restaurare il Papa, ma egli non entrava in impegni: se le cose della setta andassero a male, l’amico Piemonte se ne facea merito con la cristianità, laddove se andassero bene esso si trovava col piede in Roma, li Gioberti corse a Parigi per guadagnar quell’assemblea; e fu allora che il Falloux rappresentante gli disse che a voler celare la Francia dietro Sardegna era come nascondere un gigante dietro un filo d’erba.
Il pontefice a 14 febbraio con nota solenne a tutti gli stati d’Europa chiese aperto il concorso morale della cristianità, e lo intervento armato di Austria, Francia, Spagna e Napoli, siccome nazioni che per positura di territorii potean presto operare. Non s’oppose Inghilterra, anzi a 9 marzo con dispaccio confermò ch’avendo essa molti milioni di sudditi cattolici, volea il Papa esercitasse la sua sovranità con indipendenza. Russia e Prussia aderirono, e confortarono. Allora, volente Iddio che nazioni eterodosse, scismatiche e cattoliche s’accordassero tutte a restaurare il Papa, il Piemonte s’ingegnò d’ottenere almeno di concorrere con gli altri; e Napoleone propose i Francesi sbarcassero a Spezia, e uniti a’ Sardi entrassero per Toscana nelle legazioni; ma Pio IX temente i disegni de’ Sardi agguantatori, non volle. Altri propose i Francesi sbarcassero a Gaeta, e co’ Napolitani assalissero Roma, ma noi volle Napoleone, che pe’ suoi fini non si volea stringere a’ Borboni. Da ultimo fu risoluto che le quattro richieste nazioni, quali rappresentanti dell’Europa cristiana,concorressero insieme a riporre in seggio il vicario di Cristo. Subito Francesi e Spagnuoli da occidente, Napolitani da mezzodì, e Tedeschi da settentrione si mossero.
Avvenne in queste consulte che sendo a Napoli il senatore Plezza come ministro di Sardegna, il nostro governo tenevalo a bada, senza riconoscerne la qualità, mentre si recava a Parigi il nostro ministro Cariati. Di questo il Gioberti sospettò andasse a dimostrare voler i Piemontesi lanciarsi inmezzo per aggranarsi le Romagne, di che forte indignato gridandola indegna calunnia richiamò il Plezza, interrompendo le relazioni col reame. Oh che calunnia!
2. Controrivoluzione toscana, e intervento di Tedeschi.
La lega contro Roma mise il senno in capo a’ Toscani. Gli uomini del dritto né presero ardimento, e lor si unirono quei più astuti liberali che viste le cose in naufragio s’afferravano alla tavola del fingersi Leopoldini, per trovarsi in seggio a tempi migliori. Erano state all’aprile certe zuffe in Firenze per indisciplinatezza di quelle milizie, e la gente non ne potendo più avea gridato il Gran Duca. Alla dimane il municipio e altri cittadini a capo di gran popolo gridante Viva Radetzki, morte a liberali, invasero Palazzo Vecchio,a scacciarne il Guerrazzi dittatore. Questi chiamato a morte la scampò con la mano de’ restauranti liberali, che gli dettero pur mille lire per farlo andare; ma crescendogli il pericolo nel viaggio, fu fatto ascendere sul forte Belvedere, dove poco stante ebberlo a tenere, per non farlo accorrere a Livorno ribellata. I Fiorentini sonando le campane atterrarono gli alberi della libertà, e dettero il governo al municipio con cinque cittadini, fra’ quali il liberale, allora retrogrado, poi famosissimo traditore baron Bettino Ricasoli, uomo ch’ha più facce che camice. Costoro abolirono la costituente, sciolsero la guardia di sicurezza, proibirono i circoli, fecero un ministero, e chiamarono in città le guardie nazionali del contado. L’altre città di Toscana aderirono alla controrivoluzione, salvo qualche protesta a Pisa e Pistoia. Livorno protestò il 18, e s’armò, e ricetto i ribelli fuggenti da tutto il ducato.
I cinque della potestà volendo serbare il lievito per l’avvenire, si maneggiarono prima per un intervento di Piemontesi, poi di Sardi e Napoli, tani misti, e sin di Francia e Inghilterra ch’occupassero Livorno. Ma Torino dopo Novara avea pattuito col Tedesco di non mescolarsi in Toscana; Napoli aveva Sicilia sulle braccia; e gli Anglo-Francesi per gelosia l’un dell’altro preferirono la neutralità; sicché l’unico possibile intervento era l’Austriaco, il solo che facesse paura a quei pseudo-legittimisti; perlocché costoro, che senza scrupolo avean chiesto l’intervento inglese, mandarono a Gaeta il Cempini presidente del Senato con altri sei a pregar Leopoldo tornasse a Firenze, risparmiasse l’intervento straniero. Recò questi un indirizzo di quei reggitori nel quale insidiosamente dicevano al principe aver promesso a’ popoli ch’ei tornerebbe costituzionale. Il Gran Duca vide la trappola; sapeva la precarietà di quella transazione in quel paese, dove la stessa setta taceva e rifaceva a tempo mutazioni pro e contra; rispose conciso: avrebbe preso da sé le redini del governo.
Intanto l’Austriaco general d’Aspre entrava per Pietrasanta, con quattordicimil’uomini; occupava Lucca e Pisa a 5 maggio; e il 10 volse a Livorno. Con esso era l’arciduca Carlo, e ’l Duca di Modena ch’avea strenuamente combattuto a Novara. L’Aspre da Eboli die’ una proclamazione, e disse l’Imperatore intervenire cedendo al desiderio del gran Duca; ma a me par certo questi noi chiedesse, benché non disdicesse quell’editto, e non s’opponesse: e come il poteva? Il domani aperte due brecce nelle mura di Livorno, die’ l’assalto; i difensori gente ragunaticcia, resistettero un po’ dalle case,poi fuggirono alle navi; ma sessanta presi andaron moschettati. A’ 25 i Tedeschi entrarono in Firenze. Subito contro il Guerrazzi sursero cause e querele pubbliche e private; onde il magistrato n’aveva ordinato detenzione; però dal forte Belvedere fu stretto in quel di Volterra.
Altri Tedeschi, varcato il Po, facevano a 6 maggio da Castelfranco una proclamazione agli abitanti degli stati papali,dichiarante ricondurre il governo legittimo, ed entrarono in Ferrara. A Bologna andò il general Wimpffen; la fazione vi si difese. Accorrevan da Imola quattromila volontarii con un Pianciani, e un battaglione Zambeccari da Ancona; saputolo i Bolognesi, fanno una sortita per porre il nemico in mezzo, ma a’ primi colpi fuggono; quei del Pianciani si sbandano. I Tedeschi han Bologna per accordo il 16; investono Ancona, stipulando patti col municipio a’ 19 giugno, e v’entrano a’ 21, terzo anniversario della coronazione di Pio IX. Lo stesso dì gliene mandan le chiavi pel tenente-colonnello Korber.
3. Francesi contro Roma.
I governanti di Roma a stornar l’uragano s’erano aiutati coloro adepti in tutta Europa. Inviarono a Londra un Macarty, Inglese, all’amico Palmerston per protezione. Costui oltre i segreti legami e le simpatie pel Mazzini, non vedea volentieri correr Francesi nel cuor d’Italia, de’ quali non si potea dire quando né partissero; ma vi s’ebbe ad acconciare, perché noi poteva impedire in niuna guisa, e perché, come scrisse, se non eran Francesi a restaurare il papa, sanano stati Tedeschi.
Spendevano un tesoro a sostenere il loro partito nell’assemblea Parigina. Quivi a’ 6 aprile furono rumori molti, chi pel Mazzini, chi pel pontefice; e parecchi repubblicani di là eran retrogradi per qui. Chi paventava per la religione, chi temea non iscendessero Tedeschi ad abbattere tutte franchigie; e il generale Lamoricière sostenne che la Francia andasse a Roma, se non per salvarvi la repubblica, almeno a salvarvi la libertà. L’assemblea a’ 17 assentiva alla spedizione; e incontanente il generale Oudinot veniva con quattordicimil’uomini, cioè sei reggimenti di Tanti, un battaglione cacciatori, tre d’artiglieria, due compagnie del genio e cinquanta cavalli. Avea seco un segretario di Legazione, Signor Latour d’Auvergne. Cotesto generale stato allora comandante l’esercito dell’Alpi, e speranza della rivoluzione che scendesse in Italia, ora invece la Provvidenza faceval venire a fiaccarla. A lui il ministro Drouyn de Lhuys da va scritta la proclamazione da promulgare e istruzioni dicenti: La Francia venire a combattere il governo che grava sugli stati della Chiesa. Giunse a’ 24 aprile a Civitavecchia, e mandò il Tenente colonnello Leblanc con la proclamazione a Roma, per invitarla a posar l’arme; ma v’aggiunse altri uffiziali per iscrutar gli animi de’ Romani;seppe la città starne in balia di stranieri, i cittadini volere il papa.
4. Roma prepara difese.
Intanto v’era entrato il fuggito da Genova Avezzana, il Mazzini, e migliaia di fuorusciti di tutta Italia; i quali respinti dalle patrie terre, correvan là a tentarvi l’ultime prove. Il Garibaldi che n’aveva a Rieti una legione di 1500 con 90 cavalli, accorse, ed entrò in Roma sul tramonto del 27 aprile. Questi avea trista fama; e la gazzetta uffiziale di Torino a’ 17 agosto 18 raccontò di lui che avea rubati ad Arona settemila franchi, e fatto fucilare tre ostaggi con violazione di patti e offese alla disciplina e all’umanità. Venne anche un Luciano Manara Milanese con una legione Lombarda a Civitavecchia, cui l’Oudinot interdisse di sbarcare; sbarcò a Porto d’Anzio a’ 27 aprile; e di là in Roma al 29. L’Oudinot sequestrò anche diecimila fucili, e tenne prigioni da 500 Bersaglieri romani col loro duce Pietro Melara che trovò a Civitavecchia; ma si fe’ persuadere da’ regoli di Roma, e per isperanze d’evitar guerra li lasciò passare. Cosiffatti ospiti senz’arte, fuorché quella del servire a prezzo, alzarono gli spiriti de’ rivoltosi, e gl’incaponirono a resistenza. Il Garibaldi in tunica rossa facea passeggiate teatrali; il Saliceti napolitano energumeno presiedeva l’assemblea; eran triumviri il Mazzini Genovese, il Saffi Forlivese e l’Armellini romano, beneficatissimo da’ papi. L’Avezzana notaio genovese ministro di guerra, eruttò ordini del giorno ridicolosi per gonfia orientalità; e subito creò generali il Garibaldi, il Roselli, e il Marocchetti, uomini stranieri. I tre facevan decretoni, co’ formola, In nome di Dio e del Popolo. Si dibatté se accogliersi o no i Francesi, il solo Armellini, volea pace, i colleghi vollero guerra, dissero, per salvar l’onore; egli per la pace perorò, ed ebbe fischi nell’assemblea, la quale decretò: I triumviri salvassero la repubblica, respingessero la forza con la forza. Quindi proclamazioni di fuoco: appelli a Nazionali, chiamate all’arme le popolazioni del contado, una legione Polacca, commessioni di barricate, asserragliamenti di strade, abbattimenti di case, creati capipopoli e capimasse, soprassoldi di campagna a’ soldati, comitati d’ospedali; pertanto nuovi debiti per sei milioni di scudi, carta moneta quanta se ne volle, moneta falsa, denari tolti a chiese e monasteri. Inoltre toglievan bardamenti e cavalli a forza da tutti, e davan ricevute, fean requisizioni di quant’arme fossero in città, e davano buoni, cavavan contanti a privati, e davano quietanze, pigliavan con decreto tutti gli argenti lavorati de’ cittadini, e davano pagherò. Per far questo spaurimenti, minacce, busse; la gente era presa e carcerata, investite le case, frugate, spogliate; a’ retrogradi vituperii, ferite, motti di fucilazione, per cavarne danari e roba.
Ciò non serviva tutto alla guerra materiale; molto restò nelle tasche liberalesche; molta moneta navigò in Francia a confortare la mordagna nell’assemblea, e a pagare il partito socialista, che scoppiò poi nella sedizione del 13 giugno a Parigi. Dall’altra il triumvirato a pasteggiar la plebe stampava decreti. Tolse i dritti pe’ gradi accademici, abolì le tasse sulle patenti e mestieri, e rifece le leggi de’ Gracchi per ispartimenti di beni nazionali. Zeloso di religione, mise predicatori al popolo; e die’ celebrità al barnabita Ugo Bassi Bolognese, ch’avea poco innanzi inneggiato a Pio IX. Confiscò i beni ecclesiastici e de’ luoghi pii§. abolì i voti religiosi, invitò religiose a pigliar donne, e volle che in caso di periglio le campane sonassero a stormo. Tra l’altre decretò magnificamente il Po esser nume nazionale; e mostrò animo umano proibendo la caccia delle quaglie.
5. Fatto del 30 aprile.
L’Oudinot duce di repubblicani, credendo i repubblicani l’accogliessero a braccia aperte, s’avanzò con fidanza sopra Roma: a’ 28 aprile fu a Palo, ai 29 occupò Castel di Guido, e poi Ostia e Fiumicino, per vietare il transito delle munizioni e tener aperti i passi da comunicare co’ Napolitani vegnenti da Terracina. Tentò il mattino del 30 entrare nella città; vi si spinse poco ordinato, e vi trovò preparata battaglia. Il Garibaldi co’ fuorusciti d’Italia messo in agguato fuor delle mura a S. Antonio, lo salutò con moschettate e scaglie; però la furia francese, combattendo con isvantaggio più ore, non fe’ frutto; e respinta fuor d’ogni aspettazione, lasciò dugento morti, e 230 prigionieri con un maggiore Picard. L’Oudinot allora cominciò l’investimento regolare, e si mise sulla dritta del Tevere, da porta Portese alla strada di Civitavecchia.
Quell’avvisaglia i triumviri nunziaronla all’asiatica come gran vittoria che consolidava la fondazione della repubblica, e toglieva alla Francia ogni influenza politica su di loro, e avea fatto perdere ogni dritto alle loro simpatie. Gran danno!
6. Entrata de’ Napolitani.
Re Ferdinando non potea menar grosso contingente, ché allora ancora si combatteva in Sicilia, e dovea guardarsi il continente, donde la setta potea dargli nelle spalle, ma alla pochezza delle forze, aggiunse la regia presenza. Fu questo più atto magnanimo che prudente, avventurarsi di re Borbone con poca gente, per cooperar con l’arme d’una repubblica francese e d’un Napoleone presidente Quello non era esercito bastevole, né composto con giuste proporzioni: pochi i fanti, molti i cannoni e i cavalli, ingombro non difesa in terreni inadatti; recavali per fornirli a’ Francesi che n’avean difetto, si credeva stare in leale accordo con essi, né aver solo senza quelli occasione di battaglia.
Sullo scorcio d’aprile rassegnò sue genti sulla frontiera: eran due brigate, una di tanti 6738 col brigadiere Lanza, l’altra di 1777 cavalli col brigadiere Carrabba; poi sei batterie di 52 cannoni, cioè una da dodici, due da sei, uno d’obici da dodici, e due di montagna da quattro. A tutti comandava il general Casella, vero duce il re. Accompagnavanlo i conti d’Aquila e di Trapani suoi fratelli, il cognato D. Sebastiano infante di Spagna, e tre aiutanti generali: il Saluzzo, il conte Luigi Gaetani e ’l principe d’Ischitella, ministro di guerra. Il 28 da Fondi mandava all’Oudinot un dispaccio per un uffiziale della legazione francese, notificante la sua entrata in campo, la dimane travarcava a Portella il confine, e per Terracina e Velletri giungeva a’ 5 maggio ad Albano, e occupava Castelgandolfo e Marino. Lo stesso dì vi arrivava il brigadiere Winspeare ch’era entrato il 30 da Ceprano e Frosinone con altra mano di truppe. Fu posto il campo sì da non poter essere sorpresi, né costretti a combattere con isvantaggio; posero indietro ad Ariccia trentamila razioni, artiglierie e carriaggi, e a Porto d’Anzo la somma delle munizioni da bocca e da guerra. Il seguente dì,6 maggio, andava a Palo il colonnello d’Agostino, per concertare il da fare col duce francese fu stabilito l’occorrente, anzi l’Oudinot con foglio del 7 confermavalo al re, lodando l’armonia che nello interesse religioso degli stati cattolici era fra le differenti soldatesche.
Il monitore romano così a 5 maggio avea nunziata la venuta de’ Napolitani: «Il re bombardatore mena suoi carnefici. Questi han distrutta Messina, devastata Catania, scannati fanciulli, violate donne, saccheggiate chiese, e se tanto danno fecero alla loro patria, che non furiano a paese altrui? Sanno che in Roma son ricchezze, guai se li fate entrare. Romani! bisogna pagare a questi cannibali i passati misfatti, il conto è pieno, si deve saldare; all’arme! Ciascuno brandisca un ferro e ferisca, ciascuno né uccida uno. Ogni casa sia baluardo, ogni finestra feritoia, ogni siepe agguato, ogni arnese un’arma. Non li contate, né conterete i cadaveri. Beato chi uccide il suo! La patria di Bruto non accoglie Borboni ladroni altro che spenti. Coraggio: il Campidoglio aspetta glorie nuove; il nome romano si fe’ grande a’ 30 aprile, domani diverrà gigante! Colpire! ferire! uccidere!….» Scimierie di borie pagane. Ma gli antichi con modesti detti operavano grandi fatti; eglino con tai spampanate coprivano le rapinazioni; e mentre allora avean rapito a’ cittadini cavalli armi argenti ori. tassavano ladrone re Ferdinando. L’odio di costoro non avea limite. In questo medesimo tempo il Pepe, avendo a lasciar Venezia aspirava a portar l’arme straniere contro la patria; chiese al Saliceti presidente l’assemblea romana diecimil’uomini per assaltare il regno; questi rispose averne appena da difendersi in Roma.
7. Scaramuccia a Palestrina.
Avean fatto sospensione d’arme co’ Francesi; però prima che il re giungesse ad Albano, il Garibaldi la notte del 4, uscito da Porta del popolo con tremil’uomini, arrivò al mattino a Tivoli; il 6 occupò Palestrina, e trovatosi incontro all’ala dritta napolitana, vi fe’ opere da difesa. Il re a’ 9 die’ avviso di questo all’Oudinot. Rispose da Castel di Guido, ch’avendo avuti rinforzi da Francia poteva passar sulla sinistra del Tevere; noi faceva sendovi noi, ma porrebbe un ponte a S. Paolo per dominare le due sponde e comunicar co’ regi; questi serrassero la via da manca, ei da destra chiuderebbe quella di Toscana. Del Garibaldi nessun motto. Ma già il re a snidar costui aveva ordinato al Winspeare che da Frascati gli desse dietro, e inoltre dalla sua dritta spiccò il Lanza con tremil’uomini e quattro cannoni da montagna, sì da porto in mezzo. Questi, udito per via il Garibaldi esser ito a Valmontone, minacciandovi il sacco in pena delle rialzate arme papali, vi si volse l’8 maggio, e con poco sforzo occupò il paese, dove trovò 82 fucili; la notte fu molestato da’ scorrazzatori, al mattino investì Palestrina. V’eran tre vie, ed ei v’andò per duc. Die’ al colonnello Novi, uomo inetto, un battaglione e pochi cavalli per la via Rossa, più breve; egli col resto andò per la consolare che vien da Roma sulla destra del nemico, sin quasi sotto le mura della città, la cui porta era barricata e difesa. Essa è cinta di mura, sopra un colle sovrastato da irto monte, con su un monastero; dal quale il Garibaldi scoprendo il paese vide il doppio assalto; perlocché si postò con a manca i Lombardi comandati dal Manara, e a destra la legione italiana e due compagnie di esuli; imboscò a un miglio avanti la città alquante centinaia. Prima il Novi perseguitando i ritraentisi da Valmontone cadde nell’imboscata, e si trovò bersaglio di gente ascosa nelle fratte; nondimeno i soldati baldi più ore risposero co’ moschetti. Poscia il Lanza sull’imbrunire arrivò; e senza badare, respinti gli avamposti, dette dentro in luoghi murati, dove né poteva spiegare sue forze né spingere i cavalli; ond’ebbe a chiamarli indietro per istendere i fanti dai lati. Combattevano case e muricce, co’ cannoni percuotevano la barricata; e sì scoperti contro ascosi egli e il Novi sprecarono all’aria munizioni assai, senza disegno, senza pro, senza neanche pensare a congiungersi, sinché il buio fitto fe’ sostare. Si posarono poco discosto a Colonna per ricominciar col giorno. Perdemmo sei uomini, e feriti ventisei con tre uffiziali; il nemico disse aver perduto dodici morti e quaranta feriti. Eppur di questa scaramuccia il Garibaldi, ch’era retroceduto da Valmontone, e non s’era spostato dalla difesa, scrisse come di gran vittoria a’ Triumviri; e i loro giornali la strombazzarono alta.
Nulladimeno udendo venir il Winspeare da Frascati a vietargli la ritratta, finse ordinar lavori da difesa, pose fuochi assai, e la notte, dicendo esser chiamato a Roma, se la svignò cheto; corse difilato ventotto miglia, ed entrò in Roma, deludendo quei suoi repubblicani che fuori porla S. Giovanni aspettavanlo, per vedere i prigionieri e i cannoni conquistati,
Ma promulgò un ordine del giorno dicente: Questa ritirata è una seconda vittoria.
Sendosi con la partita di lui raggiunto il fine, fu ordinato al Lanza di riedere al campo. Il Winspeare mosso da Frascati aveva avuto per via pochi colpi a Montecomprato con quelli accovacciati nelle boscaglie, al 15 entrò in Palestrina; trovò da’ Garibaldesi fatti vilissimi usi di certe chiese, mutilate le sante immagini, profanati arredi e vasi sacri, perpetrati furti e rapine. Il Novi per ordine occupò Velletri; e vi preparò le stanze al colonnello Cotrofiano, che veniva il 17 da Terracina, con altri 1400 soldati.
8. Tregua parziale co’ Francesi.
Il fatto del 30 aprile, dove i Francesi erano stati con perdita respinti; voto a Parigi sull’ali della setta, esageralo, magnificato, prima che l’Oudinot né rapportasse la giustezza del vero. Il Mazzini presene opportunità per far da’ suoi amici schiamazzare nell’assemblea così: «Menzogna che i Romani voglion il Papa; ecco il fatto mostra che da gagliardi difendono loro libertà. Francia sta li a sostenere l’Austria e assolutismo, non libertà popolare, come s’addice a repubblica, ma essa deve recare in Italia libertà non tirannia, e Roma non assalire si deve ma pacificare.» In contrario altri molti li rintuzzavano: «Mazzini, Garibaldi, triumviri, presidenti, generali, uffiziali e soldati non son Romani; non è romano il battaglione lombardo, non l’Avezzana co’ Genovesi; tutta è gente fuoruscita d’altre patrie. Favellate di libertà, ma non dite gli spogli violenti a quei cittadini; non dite ch’assaliamo Roma per darle pace vera e forte l’anarchia. Non è pacificare permettere a un paese la padronanza di stranieri, che manomettono proprietà e religione, che bruciano confessionali, e spretano preti.» Seguirono su questi tenori sì opposte dicerie, che l’assemblea com’onda fluttuosa, travolta da garose passioni, infine a maggioranza votò sibillino: «La spedizione d’Italia non più si svii dal suo scopo.»
I ministri stimarono eseguire tal voto mandando un deputato della sinistra, un Lesseps, (stato consolo a Barcellona) qual uomo diplomatico di costa all’Oudinot, per trattare con le popolazioni romane; né gli dettero mandato chiaro sullo scopo della missione; ond’egli lo interpretò di sua testa, secondo sua passione. Ma chiara fu la ingiunta lettera de! presidente Bonaparte: evitare a ogni costo l’azione comune co’ Tedeschi e Napolitani; e anche chiaro gli favellò il ministro degli esteri: dicesse a’ Romani non voler i Francesi stare uniti a’ Napolitani contro di loro. Il Lesseps s’accompagnava con un Accorsi, già reo di maestà, perdonato da Pio IX; con esso la notte del 14 maggio giungeva al campo francese presso Roma, e subito iniziò pratiche segrete e palesi co’ triumviri. A’ 17 concluse a voce una tregua. Fur d’accordo in questo di far danno a re Ferdinando: i Francesi per restar soli all’impresa, i tre per voltar tutte forze sovr’esso, e debellarlo fuor del regno; il che se fosse venuto fatto, avria allora anticipato il 1860. Per essi quella tregua parziale, da combattere loro nemici a uno a uno, fu buona astuzia; pel Lesseps fu alta perfidia; ché abbandonava solo uh corpo d’esercito venuto compagno, a portar aiuto di cannoni e cavalli. Quella tregua, fatta verbale, a posta per dissimularla, fece arrossire gli uomini onorati di Francia.
9. Ritirata de’ Napolitani.
Il re, cavato di Palestrina il Garibaldi, era sicuro da’ fianchi; ma questi usciva a foraggiare spesso per le vie di Tivoli e Frascati, taglieggiando i paeselli; però a infrenarlo corse una regia brigata per Colonna, Zagarolo e Palestrina. Intanto, scorrendo i giorni, né vedendosi frutto dell’accordo con l’Oudinot, v’andò un’altra volta l’Agostino a’ 15 maggio; e seppene voler Francia operar sola, il Lesseps intendersela co’ ribelli, e gavazzare dentro Roma a scorno di quel duce. S’aggiunse che agli avamposti regi fu intercettato un foglio, dove scriveano da Roma che i repubblicani sicuri dell’inazione de’ Francesi, uscirebbero con tutte forze, e con una parte assalirebbero, i regi ad Albano; fon l’altra girando da Velletri lor chiuderebbero la ritirata. Ferdinando benché inscio della tregua, considerò frustrato lo scopo de| suo venire, pel rotto accordo co’ Francesi; aver poche truppe, inadatte a campeggiai’ sole, la maestà regia non dover restare a discrezione d’un deputato di sinistra dell’assemblea parigina; quel subdulo operare poter accennar a peggio; egli doversi ritrarre, e guardarsi la frontiera del regno. Prima di muovere il campo emanò il 17 una protesta. Diceva: «esser venuto meno tra le sue schiere e le francesi l’accordo ch’è di necessità in guerra. Francia voler restar sola, anzi il suo legato ospiziar ne’ ribelli, e lasciar tutto il pondo della rivoluzione gravar sul piccolo esercito napolitano, venuto per concorrere con altri all’impresa, non per pugnar solo. Esser mancate Austria e Spagna presso Roma, com’era convenuto, però egli tornar nel reame a guardar gli eventi.» Lo stesso di si mosse lentissimamente) stette la notte ad Ariccia, la sera seguente a Velletri, così in due dì facendo dodici piccole miglia. Colà posò a modo di guerra, accampando i cavalli, i cannoni e le salmerie fuori porta di Napoli, per ripigliar la via alla dimane 19 maggio.
10. Fatto d’arme a Velletri.
Il Roselli capitano di tutte l’arme repubblicane, da più dì trattando la tregua mulinava su’ modi da cogliere il re. Univa di segreto quanto più potea gente, e studiava la posizione del campo regio al Albano, cui confessa nelle sue memorie esser piantato con senno, sì da far buona difesa dovunque assalito; però divisava circuirlo da’ fianchi e da tergo da Valmontone e da Velletri. Adunò, dic’egli, 10874 combattenti e dodici cannoni; né fe’ cinque brigate di fanti e una di cavalli: e uscì per porla Lateranense la sera del 17, il giorno appunto della tregua conclusa. Al mattino sostò a Zagarolo per trovar da mangiare, la sera accampò a Montefortino e Valmontone. Quivi il Garibaldi comandante del centro venne primo a sapere i regi ritrarsi, e già a Velletri; e con subito consiglio senza saputa del duce, forse per vantarsi d’aver fugato il re, corse all’avanguardia, ne tolse il comando, ch’era del Marochetti, e ratto sull’alba del 19 voto a Velletri. Forte se n’adontò il Roselli, cui parve averne guasto il disegno, e gli mandò dietro ordini di fermarsi a quattro miglia dalla città; ma ei non ubbidì. Poco stante il Roselli udendo appiccata la zuffa, e correrne la peggio a’ suoi, benché ne montasse in ira, pure accorse in aita con tutto il campo. Stava Ferdinando sul palagio del legato, quando sull’ore otto del mattino, mentre. dava gli ordini di riporsi in via, udì e scorse l’appressarsi del nemico: ingiunse al Casella di difendere la sua posizione, senza interrompere la ritirata.
Velletri è a noi famosa per la vittoria di Carlo III contro i Tedeschi nel 1744. Sta sopra un colle, ha vecchie mura; il terreno scende intorno a pendici ondeggianti tra vigne e oliveti, niente atto a’ cavalli: ma è dominata da colli più dii, specialmente dal piano de’ cappuccini fuori porta di Roma. Il Casella mandò a riconoscere il nemico uno squadrone ai dragoni, il 2.° battaglione cacciatore, e un drappello di cacciatori a cavallo, sulla via di Valmontone. I Garibaldesi si postaron su’ vigneti, i cacciatori li assalirono; ma sopraggiunto il maggiore Filippo Colonna col resto del suo squadrone di cacciatori a cavallo, scorti i cavalli avversi sulla strada, li investi a furia, e li ruppe e perseguitò. Nella fuga cadde per terra il Garibaldi stesso, e stette a un pelo a non esser morto, ché non conosciuto il salvò un suo servo moro che riposelo in sella. Il Colonna l’avria pur raggiunto, se un colpo da’ vigneti non gli avesse spento sotto il cavallo. Spazzata la via lo squadrone tornò a’ suoi, ma con danno, percosso da invisibili moschetti dalle circostanti siepi.
Il re dal palazzo del legato vide il nemico stendersi verso Cisterna come a vietargli la ritratta, però spinse su quella via la inutile artiglieria grossa, i bagagli, la cavalleria e il battaglione svizzero, comandando si fermassero a tre miglia fuori. Ei scese a porta romana, dove si combatteva, mise sulla destra due obici da montagna e tre cannoni da sei, un obice avanti la porta, due mandò sulla via di Valmontone, due su quella di Genzano, due sulla rampa e due sulla spianata de’ cappuccini. Così parato, chiamò il 2. cacciatori ch’avea solo trattenuto il nemico grosso del doppio, poi allocò nel cortile del palazzo Lancellotti (già stanza di Carlo III) due altri obici a guardar la sottoposta vallea, e rispondere a’ cannoni e moschetti avversi sparsi per le vigne di rincontro. Tai posizioni sostenute da’ fanti eran buone a difesa, niente a offesa; perché ei non credè opportuno far giornata, non gli parendo aver più interesse alla guerra; nondimeno era disposto ch’ove i repubblicani tentassero assalto, o si pittassero sopra Cisterna, s’investissero prima ch’avesser tempo d’ordinarsi. Ma non fecero né l’una né l’altra cosa. Il re si condusse ad attelar le milizie sulla via di Cisterna, ove sospettava di battaglia.
Il Roselli con tutto l’esercito arrivava sull’ora seconda pomeridiana; e visti i Napolitani ben preparati, non pensò neanche si potessero assalire; sicché passarono molte ore discorrendola con colpi da lontano, senza più. Corsero di male parole tra esso e il Garibaldi, il quale anziché confessare l’inubbidienza e ’l fatto d’esser ito con truppe non sue a guastare con inutile zuffa il disegno del duce, queste anzi di tardanza accusava, e quasi di tradimento; e fra quella gente liberalesca e indisciplinata il Roselli ebbe a cagliare. Poscia ruminando sul da fare stette irresoluto; ei scrive essergli balenata in mente una speranza di guadagnarsi i Napolitani, gridando Italia e Indipendenza ma si tenne, e buon per lui. Cotai paroloni colostri non valevano.
I repubblicani tentarono assalire la posizione de’ Cappuccini, e un po’ vi s’accostarono; ma percossi di là e da porta di Roma s’ebbero la peggio; pero dopo otto ore di vano vagolar per quei colli, a sera si ritrassero scorati verso Mezzaselva, Lugnano e Valmontone; né pensavano rifarsi al mattino. Il Roselli a difesa dice i suoi mancar d’ordine, disciplina e arte, e che combattere colà era restar vinti. Dice aver perduti 23 morti e 84 feriti, oltre il Garibaldi ammaccato per la caduta, e ottanta disertati a Roma nell’atto della zuffa. Gli scrittori nostri dicono perdesse cinquecento persone. De’ regi perirono due uffiziali, Mazzitelli e Gorgone, e circa 40 soldati tra morti e feriti o prigionieri, cui il Roselli confessa essere stati dopo presi scannati.
Ferdinando parendogli coll’aver respinto il nemico aver fatto suo debito, non volle soffermarsi oltre senza scopo; levò il campo, e in ordine voltò pel regno. Non ebbe né un solo disertore. Al mattino i liberali vedendo Velletri vuota v’entrarono, ma non credendo alla piena ritirata de’ regi, tementi della loro sinistra, mandaron Carabinieri a occupar Giuliano, e altri Montefortino per tener aperta la via di Anagni. Ma il re passati i suoi a rassegna il 21 in Terracina, nell’ore pomeridiane ritravarcava la frontiera.
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