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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXX)

Posted by on Gen 11, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXX)
 14. Morti.

A 4 febbraio 51 s’ammalava Leopoldo zio del re, principe di Salerno, per morbo a’ bronchi e al polmone, poi con tumore al femore sinistro e risipola. Mancò sull’ore sette pomeridiane del 10, compianto da quanti eran buoni, stato uomo amorevole e generosissimo. Ebbe esequie il 14, e sepolcro a S. Chiara. Anche il re perdeva a Portici, in settembre di quell’anno un figliuoletto, di nome Giuseppe Maria conte di Lucerà, d’anni tre e mezzo. L’ex re de’ Francesi Luigi Filippo d’Orleans, marito della zia del re nostro, era morto in esilio il 26 agosto 50 a Richemond, nato a Parigi il 6 ottobre 1772.

A 8 gennaio 50 era trapassato in Napoli il cavaliere Avellino, insigne archeologo. A 25 febbraio del 51 mancava il barone Cosenza, scrittore di innumerevoli drammi, uomo di molto ingegno e poco studio. Su’principii di luglio finiva Francesco Ruffa di Tropea, colà in patria, recatovisi sperando ricuperare la salute, uomo di buoni studi, e nella lirica poeta felice. Trapassò nella notte del 28 al 29 novembre il già ministro Nicola Santangelo, consigliere di stato, che fu mente gagliarda. Sullo scorcio del 51 spirava Eugenio Stokalper, svizzero vallese, maresciallo di Campo, ispettore de’ corpi svizzeri; ed ebbe funerali solenni a 6 febbraio 52.

I giornali esteri accennanti a Generali morti di veleno né sapeano forse più di noi. Sul finir di novembre s’imbandì un banchetto militare nella casa municipale a Montoliveto, provveduto dal Donzelli sorbettaio, uomo liberalesco, per cura d’una commestione d’uffiziali, presieduta dal maggiore Pianelli, che allora faceva l’assolutista, per coprire il fatto a Cosenza nel 18, e rimutarsi meglio in traditore nel 1860. Certo dopo il convito ammalarono parecchi Generali, ma il maresciallo marchese Ferdinando Nunziante per subita colica e altri fieri sintomi, dopo pochi dì a 4 dicembre finì, non avendo più che cinquantanni. Di veleno si sussurrò. È da notare ch’ei sendo comandante territoriale nelle Calabrie, v’avea preso febbri terzane, e n’era guarito; ma era amareggiato da dissensioni con quelli intendenti e co’ ministri, sul modo da governare quei popoli. Cito un fatto. A Reggio, giudicandosi di certi notorii rei di maestà, due de’ giudici dettero forte sospetto di corruzione, colpa cui s’aveva a provvedere con prudenza in appresso; ma Amilcare Corrado colà funzionante intendente tutto del Fortunato, ne provocò le traslocazioni, contro il sentimento del Nunziante; cui forte ne spiacque, che pareva il governo voler coartare il criterio de’ magistrati. Infatti ciò, che parmi unico caso, andò dal Gladstone esagerato e disteso a tutto il regno, e servì a un suo squarcio patetico. Intanto il Corrado stato liberale nel 18, ora si facea merito di reazionario, e ’l Nunziante che con l’arme avea doma la rivoluzione appunto in quei luoghi, venia come fautore di liberali aspreggiato dall’ex giacobino Fortunato. Ma era fatale lo astiare chi avea valore e fedeltà. Pareva incomoda a’ governanti in tempo tranquillo la forte volontà degli uomini di cuore, e alzavano animi servi o melensi, riusciti buoni a nulla quando poi fu bisogno di valorosi.

15. Il primo 2 dicembre io Francia.

Il reame nostro tassato servo era quieto; in Francia liberale scorrea sangue per crearsi un imperatore. Luigi Napoleone presidente vi fece a 2 dicembre 1851 il colpo di stato, col quale sé liberamente impose a quel libero paese. Ardito e forte atto, eseguito con ardimento e forza. Parigi messo in assedio, soldatesche in tutte piazze e nell’assemblea, questa dìsciolta, nuovi ministri in sedia, nuovi prefetti e sottoprefetti inviati di corsa alle provincie, vietate al pubblico le strade ferrate, vietati i telegrafi, vietati i giornali, occupate le tipografie, arrestati in un botto i principali da temere. Tutto di segreto, da lunga mano meditato, in un’ora si compì. Al mattino si videro barricate e sollevati, ma senza capi non fecero lunga difesa; il dì seguente altri conflitti. Il general Magnan die’ lor tempo ed agio da raccozzarsi nel quartiere S. Martin; e quando ve li vide tutti, Rinvestì da ogni parte a un tratto, superò quasi cento barricate. Luigi a cavallo ebbe plausi da’ soldati e dalla turba, sempre a’ vincitori plaudente. Il 6 nunziò sua vittoria a Parigi, e soggiunse: votassero allora i popoli con libertà, egli si dimetterebbe se gli votassero contro. V’eran seicentomila baionette sanguinose.

Scoppiati tumulti nelle provincie, stati d’assedii, carcerazioni e fucilazioni assestarono ogni cosa. Un decreto dell’8 condannò alle colonie penitenziarie di Caienna e Algeria e a’ lavori forzati gli ascritti nelle società segrete. Subito fatto, vennero eziandio banditi da Parigi i vigilati di polizia. Allora s’interrogò il suffragio universale, messo a’ voti se Francia volesse Napoleone presidente dieci anni; e ‘l comizio seguì il 20. Molto si temea del socialismo, che s’era gonfiato speranzoso di trionfo; però chi più il temea si dette a Napoleone. S’unirono a dargli i voti legittimisti, Orleanisti, repubblicani, moderati, e cattolici; e n’ebbe sette milioni e 459,216, fra 8.116 775 votanti.

Quel gran colpo di stato non ebbe da’ giornali detti moderati il nome di fedifrago, largivanlo a re Ferdinando pel 15 maggio. Napoleone prevenne la rivoluzione per alzar se, Ferdinando dalla rivoluzione assalito, si difese, eppure questi è fedifrago, quegli no!

16. Il secondo 2 dicembre.

Tutto l’anno seguente si lavorò a ricostruire l’impero. Nelle rassegne i soldati davano in Viva l’Imperatore! s’invitavano allo stesso le Guardie nazionali, se ne fean reiterate dimando al senato; a qual senato eletto dal futuro imperatore. Questi a 10 maggio muta l’insegue all’esercito, dispensa sul campo di sua mano l’aquile a’ reggimenti, ripone al codice il nome di Napoleone, tutto napoleonico diventa. Egli intanto sembra rattenere il desio universale: con editto protesta che il grido soldatesco non affretterà d’un’ora l’impero; questo potrà aver sanzione popolare: cioè l’impero si farà, ma con tali modi. Quindi fa a’ senatori dotazioni ricchissime, sino a trentamila franchi annui per ciascuno, e ve n’erano ottantasette; però grati al benefattore, volenti durasse eterno. In ultimo viaggiò per Francia pomposamente, tutto preparato a festose accoglienze.

Il Senato a 7 novembre, a proposta del suo presidente Girolamo Bonaparte, con senatoconsulto di 87 votanti concordi approva il decreto di restaurazione dell’impero in Luigi Bonaparte col titolo di Napoleone III, e discendenza ereditaria secondo la salica legge. Il dì stesso un decreto ferma i comizii del popolo pe’ 21 e 22 del mese. Luigi ebbe sette milioni e 821,189, voti, fra 8,140,660 votanti; e si proclamò imperatore in quel fausto 2 dicembre 1852, dopo l’anno del primo felice colpo di stato. All’Europa guardante quel guarbuglio disse quel motto famoso l’Impero è la pace! Allora fe’ atti benefici; perdonò a quasi settecento esiliati e detenuti per politica; e perché di costituzioni sapeva abbastanza, abolì la cattedra di dritto costituzionale eretta già da Pellegrino Rossi. Fu gran saviezza, e parve ingratitudine; perché appunto la costituzione aveva partorito la repubblica, e poi lo impero.

Re Ferdinando fu il primo tra’ sovrani a riconoscerlo imperatore; anzi riconobbelo prima del fatto; ché sendosi preveduto prossimo il colpo di stato, e la sua riuscita certa, fur dati ordini preventivi al nostro ministro di Francia; se non che non sapendosi qual titolo il nuovo imperatore prenderebbe, se 2° o 5°, s’ingiunse riconoscerlo come imperatore de’ Francesi. E certi nostri cortegiani adulavano Ferdinando, dicendo Che politica fina!

Il conte di Chambord erede della casa di Francia avea protestato prima, a 25 ottobre. Protestarono i repubblicani esulati a Londra. Egli ebbe lista civile per venticinque milioni di franchi all’anno. A 2 gennaio 1855 prese per donna Eugenia Montijo duchessa di Teba, dama spagnuola. L’Europa ripigliava l’era interrotta nel 1814.

17. Si mutano ministri inglesi.

A 25 dicembre 51 lord Palmerston avea ceduto il seggio ministeriale inglese a lord Granville, e qualche mese dopo n’uscì anche il Russell, suo amico. Tutto il mondo era di lui scontento: Grecia pel blocco, e per la nota sulla pirateria, Napoli per le calunniose lettere, Austria pel plaudito Kossuth e fischiato Haynau, Toscana per le bombe a Livorno, Persia per l’intervento di legato brittanno alla nomina del viceré d’Herat, America per un colpo tirato da un legno inglese a un altro americano, Francia pei fuorusciti protetti.

Fu capo del nuovo ministero lord Derby, del partito Tory conservatore, ma non durò un anno, surta in dicembre 52 la gran questione sulle tasse alle vettovaglie, il Derby sconfitto nelle camere cedé i seggi al ministero Palmerston-Russell-Aberdeen-Gladstone. E questo pure in dicembre 53 fu modificato, ritiratosi il Palmerston, rimasto all’Aberdeen la somma delle cose.

18. Se ne mutano a Napoli.

Altresì nel regno fur mutazioni di ministri. Il principe ereditario a 16 gennaio 1852 compieva i sedici anni ed entrava in consiglio di stato, perché cominciasse a vedere le pubbliche faccende. E subito a’ 19 si dava il ritiro al primo ministro Giustino Fortunato, stato potentissimo e superbissimo. Della sua caduta piaciuta molto a ogni partito, molto si parlò, poco se ne seppe la cagione. Ei disvelava le cose di stato a’ ministri di Francia e Inghilterra, il re n’era stufo, ma l’ultimo crollo gliel dettero le lettere del Gladstone, e perché non avea curato di ammorbidire costui quando fu in Napoli, e perché incolpato il Castelcicala del non aver saputo a Londra stornare il temporale, questi venne a giustificarsi col re, svelando averne scritto al Fortunato. Il re non sapendola masticare che un suo ministro in cosa tanto importante non gli avesse fatto molto, si risolse di subitamente deporlo. E benché l’avesse invitato a una caccia pel domani, le sera gli mandò il decreto. Anche si tolse da vicino il barone Corsi suo segretario particolare, uomo bonario; ma il fe’ consultore di stato. Il Fortunato stato uffiziale di tutti governi, repubblicano, napoleonico, murattino, borbonico, ora prono ora ritto, ora pieghevole ora borioso, fatto ministro fu aspro e plebeo, ed ebbe l’arbitrio per legge; ché ogni liberale giunto in potestà è tiranno. Ebbe ingegno, non tanto da farsi amare, non tanto da star sotto la mano di Ferdinando.

Gli succedé alla presidenza il cavalier Troya, lasciato il portafogli d’Istruzione e Culto alla direzione del cavaliere Scorza, ch’era già direttore a Grazie e Giustizia, dove restò ministro il Longobardi. Agli esteri fu messo il commendatore Luigi Carafa di Traetto, non ministro né direttore, ma incaricato del portafogli. Ferdinando volle così un ministero più d’esecuzione che di consigli, i cui membri, salvo pochi, neppure avean grado di ministri.

Poco stante morivasi il Peccheneda; presso a finire inculcandogli il padre spirituale di sposare una sua donna, si confessò suddiacono. I sovrani nello alzare uomini a potestà dovriano indagare la loro vita passata. Fu chiamato per telegrafo Orazio Mazza, allora intendente a Cosenza, che a 4 novembre 1852 andò direttore di polizia, uomo istruito, e fido al trono, ma d’animo un po’ colleroso. In sul principio fe’ grave errore. S’era detto di tutti i ministri di polizia ch’approfittassero della moneta assegnata a spese segrete; e ultimamente s’era detto del Peccheneda; egli a sfuggire la stessa taccia, lasciò andare alle Finanze l’amministrazione di quel denaro; sicché occorrendone s’aveva a scrivere al Tesoro, e indicar l’obbietto e le persone; così niuna cosa restando segreta. Il ministro di Finanze credè trionfare per aver raccolto quest’altro rivoletto, ma la Polizia, che col segreto lavora, ne restò infirmata. Il Mazza nondimeno tennela con gagliardia, e meritò l’odio della setta; la quale sebben sotto di lui non avesse occasione d’esser forte percossa, pure per non potere sbizzarrire in tumulti, mai non cessò di calunniarlo e sfatarlo in tutti i giornali e libelli suoi.

19. Attentato alla regina di Spagna.

Essa vinta in Francia, Germania e Italia, straccata per la discesa del Palmerston e del Russell, mise mano al pugnale. In pochi anni s’udirono parecchi attentati a personaggi grandi; né cessarono se non quando Napoleone si calò alle italiche guerre. Il giorno della candelora, 2 febbraio 1852, Isabella di Spagna uscita di parto volea presentarsi al tempio di Atocha in rendimento di grazie; udita messa nel suo oratorio attraversava a un’ora dopo mezzodì le regie sale, fra numerosa adunanza, per andare al tempio. Appressandosele un prete in supplice atto, ella stese la mano per prender la carta; ma vide balenare uno stile, che ratto sotto l’ultima costola del fianco dritto la colpì. Dette uno strido, e, figlia mia! sclamò alla bambina; e cadde. Grave, non mortale la piaga, presto guarì; e al 18 del mese stesso ne potè rendere grazie pubbliche al Signore.

L’assassino, ghermito sull’atto, era un Martino Merino y Gomez, nato in Armedo nel 1789, stato monaco, poi soldato, poi convertito, poi di nuovo apostata, poi riconvertito nel 1814. Ma ascritto alle società segrete era fuggito in Francia nel 1819, e tornato nel 21 con la rivoluzione in patria; dove subì poi processo e condanna, e godé l’amnistia nel 24. In Francia per ipocrisie s’avea buscatala pieve di Scidenthal presso Bordeaux, ma fattosi scorgere quello ch’era, la perdè. Tornalo a Madrid nel 1841 menò vita nomada e misteriosa; fe’ anche l’usuraio e lo scroccone. Del tentato regicidio fu universale grido d’orrore, ché non aveva esempio in Ispagna, popolo sempre devotissimo a’ suoi re. Condannato benché la reina pregasse per esso, pria fu dissagrato, poi strozzato sulle forche. Il popolo né volle arso il cadavere e gli arnesi, spezzato e fuso il pugnale, disfatta la casa ove abitò, perché nulla del misfatto restasse. Dicono odiare i re assoluti; ma Isabella era costituzionale e giovanetta, appunto di quei sovrani del cuor loro, che regnano e non governano.

20. Attentato in Toscana.

A Firenze il ministro Baldasseroni a’ 21 ottobre di quell’anno ferito da incognita mano, fu salvo pel bottone del vestito. Ciò forse per dispetto d’essersi colà risposta con legge la pena di morte; e perché si rifacevano i Gendarmi, con l’opera d’un nostro capitano La Rocca, e altri uffiziali napolitani.

21. Attentato a Milano.

Ricominciano i conati rivoltuosi in Italia. Si preparavano da molto arme e munizioni a Lugano e in altre parti di Svizzera. Il Mazzini e ’l Kossuth dettarono proclamazioni agl’Italiani. Il primo profetava altre venti rivoluzioni imminenti, dichiarava aver seguaci negli eserciti regi, e gridava: sia guerra a coltello! L’altro parlò di legami stretti fra Italia e Ungheria e promise ripartire i beni della nazione fra’ guerrieri della rivoluzione, e le famiglie degli spenti. Intanto i fuorusciti accorrevano da tutte parti su’ confini lombardi, massime dalla ospitaliera Torino; e dissesi lo stesso Mazzini starsi aspettando in Piemonte.

A 6 febbraio 55 nell’ore pomeridiane entravano in Milano da tre porte, la Tosa, la Romana, e la Ticinese, uomini armati, e gridando morte agli Austriaci, dettero sulle guardie, e uccisero a pugnalate qualunque avesse divisa militare, e qualunque anche cittadino si mostrasse avverso. Anche in Duomo uccisero un soldato. Tosto fecero barricate, e assalirono la Gran Guardia; ma respinti, e restata cheta la popolazione, tutto a sera finì. Mancarono di soldati settanta tra morti e feriti; degli assalitori alquanti più, dei quali pochissimi si trovaron Milanesi, ma Svizzeri, Pavesi, Comaschi e Sari, gente tolta a prezzo, armata di stiletti o grimaldelli per l’assassinio e ’l sacco. Il Radetzki subito fe’ giustizia, fucilando certi de’ presi con l’arme in mano. La città con indirizzi si purgò della taccia di cooperazione. Mai congiuratori ch’avean ne’ giornali profetato i fatti pria che avvenissero, fallito il colpo, ricantarono le consuete nenie sulle rabbie tedesche; gridavano innocenti, animi nobili e disinteressati i pugnalatori aggressori, tiranni, ciechi, schiavi i giudici, turpe oppressione la vigilanza croata, martiri i morti, il sangue sparso seme d’eroi.

Il governo sardo s’aonestò fingendo rigori contro i rifugiati sul suo suolo. Alcuni né scacciò, altri confinò a Vercelli e a Casale, fe’ bandi severi per censimento de’ fuorusciti; ma niente di fatto operò; poco stante scemata la paura di tedesca vendetta, tornò a quel di prima. Anzi Torino prestò 400 mila lire a’ Lombardi colpiti da sequestri di rendile in Lombardia; come nel 18 n’avea prestati 600 mila a Venezia assediata.

Tai fatti milanesi aveano diramazioni nel regno, soprattutto in Sicilia; dove la trama scoperta a tempo, il processo mostrò le file venir dal Mazzini. Del pari se ne sventò altra in Prussia. E in Inghilterra si trovarono casse d’arme del Kossutb; l’uffiziale attestò aver trovato 79 casse di razzi carichi, 3626 canne di ferro, 2489 fondi di razzi, e 1955 canne vuote. Se ne cominciò il processo, cui quel governo mandò in fumo.

22. Attentati a’ sovrani d’Austria e Prussia.

Pochi giorni dopo i casi di Milano, a 18 febbraio, il giovine imperatore d’Austria fu per lasciarne la vita. Passeggiando per Vienna col suo aiutante di campo O’ Donnel, s’appoggiava a un parapetto, quando dalle spalle scesegli un colpo sulla nuca, che il ferì, ma non l’uccise, salvo dalla fibbietta del collarino. Subito cavò la spada, ma l’O’ Donnel atterrò il sicario. Era un Libènyi di Csakvar d’Alba-reale d’Ungheria, d’anni ventuno, sartore dimorante a Vienna. Dopo sei dì sentenziato andò alla forca. Non mancarono giornali appellamelo eroe, la Maga, foglio genovese, non sapendo gloriarlo meglio, dichiarò ch’avria voluto stamparne il nome in oro, ma si moderava a metterlo in maiuscole. E il ministro tedesco a Torino, non potè ottenere la punizione di quel codardo lodatore d’assassini.

In quei dì stessi fu sostenuto nelle camere del re di Prussia uno con pistola in tasca, insistente per aver udienza; e il re lo perdonò. A 3 marzo s’eseguì in Mantova la sentenza sur un complice del Libènyi, convinto d’attentare alla vita dell’arciduca Alberto fratello dell’imperatore, per ordine delle società segrete. In Ungheria fu provato a prender Buda, e sollevare il popolo. Tanti contemporanei attentati concetti a un modo eran frutto di congiuratori mondiali ospiziati in Londra. Colà il Mazzini, quasi fosse capo d’uno stato, osò dichiarare al mondo aprire un imprestito per la rivoluzione; e ’l fece da quel suo nido, estraendo da tutte parti di mondo i denari da stipendiare i sicarii de’ re e de’ ministri. Adunque in brevi anni furono macchine infernali preparate contro il re di Portogallo, e il presidente di Francia, bastonate alla inglese regina Vittoria, minaccia di pistola al re Prusso, pugnalata alla regina spagnuola? e stilettata all’imperatore tedesco, oltre quelle date o minacciate a ministri, ma ne seguirono altre.

23. Assassinio del Duca di Parma, e altre sedizioni.

Ferdinando Carlo III, duca di Parma, a 26 marzo 54, alle ore cinque e tre quarti pomeridiane, cadeva pugnalato in una via della sua città, e dodo ventiquattr’ore perdonando da cristiano all’uccisore finiva la vita. Il reo trovò in bel punto una folla, ove potò restare sconosciuto, ma il morente principe dichiarò esser viso straniero, e averselo visto attorno sovente in quei giorni. Subito i giornali della setta stamparono il caso non aver colore politico, esser faccenda donnesca, così d’avvantaggio infamando la vittima. Eppure alquanti dì prima s’eran visti cartelli per le muraglie dicenti MORTE AL DUCA. E fur trovati rotti i telegrafi verso Piacenza. Ciò, e ’l mistero che coperse il reo, e la facilità dello scampo, significavano il colpo venir di là donde in tutte reggie volavano sicarii. Il defunto ebbe sepoltura in modesta chiesetta, secondo suo desiderio, a Viareggio dov’era nato. Né restò vedova Maria Luisa Teresa di Borbone, figlia di quel duca di Berry che nel 1820 a Parigi pur da rea mano periva percosso, infelice, cui la sorte volle nefandamente uccisi padre e marito.

Dopo quattro mesi videsi a Parma una insegna repubblicana con tentativo ai sollevazione. Il governo vigilante da prima assalì i faziosi che s’assembravano ne’ caffè Borsellini e Ravazzoni, e li sperperò. I cittadini non fiatarono, e messo l’assedio, tutto a mezzodì tornò quieto. Fucilati due soldati felloni, carcerati ottantaquattro ribellanti sul fatto, a 5 agosto s’eseguì su quattro condannati la giustizia. Seppesi dal processo che s’eran mossi per promessa d’aiuto di seimila uomini col Garibaldi, e migliaia d’Ungari disertori. E mentre la sedizione era vinta, la Maga stampava i Parmensi vincitori accorrere a sollevar Genova, e novellava sopra altri ribellamenti in Lombardia, e sopra Roma voltatasi contro i Francesi decimati dal colera. Per contrario i giornali moderati tacciavano inopportuni quei moti, e anzi mossi da scherani austriaci. Sempre fecero così, e faranno; ché trionfatori vantan sé, perdenti accusan altri.

Seguitava in agosto una rivoluzione a Madrid, per la quale Cristina regina madre esulava in Portogallo. Poi in maggio 55 la Isabella regnante, traversando in carrozza la via dell’arsenale, fu minacciata con pistola da un giovine Raimondo Fuentès, preso prima che scoccasse il colpo.

Ho notato tai misfatti estranei al regno, perché si veggano le reti della setta in tutta Europa insidiare tutti sovrani e tutti governi insieme quai si fossero; onde il leggitore sappia i preconcetti disegni ed opere de’ preparatori del 1859. Noi allora per la tutela della potestà eravamo tranquilli e prosperosi, benché non mancasse chi cospirasse il meglio o l’ignoto; allora Napoli lieto si pingea tiranneggiato; oggi il ricordo de’ suoi beni perduti risorge amaro con la sventura.

24. Scaramucce inglesi alla Toscana.

La forte Albione intanto punzecchiava i deboli prenci italiani. Dissi dei compensi pretesi da’ mercatanti stranieri in Sicilia pe’ danni della guerra; non valse dimostrare che denunziato l’armestizio, e inculcato agii esteri di porre in salvo loro robe, non l’avendo fatto, tal colpa loro non dovesse pesare su’ sudditi innocenti; bisognò cagliare. Pretendevano quasi un milione; ma dopo due sessioni co’ consoli delle nazioni interessate e co’ ministri di Francia, Inghilterra, Austria e Prussia, ebbe la Sicilia a pagare dugentosessantamila ducati.

Toscana altresì pe’ danni in Livorno, non ostante il Russo ricusasse l’arbitrato, avea dovuto pagare. Inoltre a Firenze nel 52 un Mather, Inglese, non si volendo scostare al passaggio d’una pattuglia tedesca, ebbe uno schiaffo: ricorse alle camere brittanne; e dettosi quel privato insulto esser onta all’onore d’Inghilterra, si pretese risarcimento di danni; e la Toscana, estranea alla faccenda, dové pagare seimila franchi al Mather. Così quei d’Inghilterra mettono in bilancia l’onore con l’oro: schiaffo da una parte e seimila franchi dall’altra pareggiavano.

Poco dopo seguì giudizio e condanna a certi Madiai, coniugi inglesi, che avevano aperto scuola di protestantesimo: ecco tutti giornali protestanti a strepitare contro la ingiusta e retrograda sentenza, i ministri e le camere brittanne fanno eco, e piovono dispacci per la liberazione de’ rei, insistenti altresì i legati Angli, Franchi e Prussi; il Gran Duca deve cedere, e i coniugi la notte del 15 al 16 marzo cavati d’ergastolo son tratti a Livorno e imbarcati. Non bastò; ché l’anno medesimo una Miss Cunningham prese a spargere bibbie ne’ dintorni di Lucca, e a far proseliti fra quei buoni contadini; il perché, sendo da legge vietato ogni culto non cattolico, la potestà ebbe a provvedere, e chiuse la signorina nel penitenziario delle dame. Bentosto ricominciò la storia di prima; onde il Gran Duca a finirla scacciò la Miss dallo stato. A quei dì corse pel mondo un aneddoto; che passando Leopoldo a piè per una via di Lucca fosse a caso da un po’ d’acqua da una finestra bagnato; e che al colpevole chiedente scusa dicesse: «Non è nulla; anzi buon per me non abbiate bagnato un Inglese, ché chi sa quante brighe n’avrei con quel ministro!»

25. Le tavole parlanti, e la cometa.

Nel 1853 cominciarono a parlare le tavole, i cappelli, e altri arnesi materiali. Dopo i nunziati miracoli del magnetismo, cavarono quest’altra delle rotazioni e battute di tavole e buffettini, danti segni da spiegare l’ignoto, il lontano, e l’avvenire. Facevano attorno all’arnese un cerchio di persone, tenentisi pe’ diti mignoli; poi interrogavano il mobile, e questo rispondeva movendosi in giro, e dando colpi significativi pel numero e pel modo. Cotale incredibile baiata, cui dissero venuta d’America, tenne occupati ogni maniera di gonzi e d’astuti. Tutti a fare sperimenti, a credere, a ripetere d’aver visto e sentito; e gente che mai non credette al vangelo credè a tavolini e cappelli profetanti. I giornali a rapportar fatti indubitati, i fisici a spiegarne il fenomeno, i metafisici a ragionare sugli spiriti, scrittori a stamparne libelli magistrati. Sparsa la cosa, era naturale a farne sperienza; però circoli e radunanze, e questo era l’importante. In Napoli dove i melensi son meno, per quanto altri si sforzasse a propagare l’invenzione, essa fe’ meno fortuna che altrove; anzi mentre i saputi v’inarcavan su le ciglia, il volgo né rideva.

Vedemmo cosa più sensibile a 10 giugno di quell’anno 55: una cometa ebbe per tre mesi lo sguardo umano. La coda sempre opposta al sole, larga quanto un quarto di grado, variò di lunghezza, pria piccola, crebbe dappoi, e la sera del 27 agosto giunse a otto gradi, che sono undici milioni e mezzo di miglia. Fu celerissima: dal mezzodì del 25 agosto alle ore sette antimeridiane del 2 settembri corse dodici milioni di leghe, con celerità crescente, di sorte che dal 1 al 2 settembre fe’ dodici leghe e mezzo ogni minuto secondo. Il nucleo fu al perigeo a 5 settembre, quando ebbe il massimo avvicinamento alla terra; eppur né distava sessantotto milioni di miglia.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOTERZO

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