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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXI)

Posted by on Gen 13, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXI)
25. Le tavole parlanti, e la cometa.

Nel 1853 cominciarono a parlare le tavole, i cappelli, e altri arnesi materiali. Dopo i nunziati miracoli del magnetismo, cavarono quest’altra delle rotazioni e battute di tavole e buffettini, danti segni da spiegare l’ignoto, il lontano, e l’avvenire. Facevano attorno all’arnese un cerchio di persone, tenentisi pe’ diti mignoli; poi interrogavano il mobile, e questo rispondeva movendosi in giro, e dando colpi significativi pel numero e pel modo.

Cotale incredibile baiata, cui dissero venuta d’America, tenne occupati ogni maniera di gonzi e d’astuti. Tutti a fare sperimenti, a credere, a ripetere d’aver visto e sentito; e gente che mai non credette al vangelo credè a tavolini e cappelli profetanti. I giornali a rapportar fatti indubitati, i fisici a spiegarne il fenomeno, i metafisici a ragionare sugli spiriti, scrittori a stamparne libelli magistrati. Sparsa la cosa, era naturale a farne sperienza; però circoli e radunanze, e questo era l’importante. In Napoli dove i melensi son meno, per quanto altri si sforzasse a propagare l’invenzione, essa fe’ meno fortuna che altrove; anzi mentre i saputi v’inarcavan su le ciglia, il volgo né rideva.

Vedemmo cosa più sensibile a 10 giugno di quell’anno 55: una cometa ebbe per tre mesi lo sguardo umano. La coda sempre opposta al sole, larga quanto un quarto di grado, variò di lunghezza, pria piccola, crebbe dappoi, e la sera del 27 agosto giunse a otto gradi, che sono undici milioni e mezzo di miglia. Fu celerissima: dal mezzodì del 25 agosto alle ore sette antimeridiane del 2 settembri corse dodici milioni di leghe, con celerità crescente, di sorte che dal 1 al 2 settembre fe’ dodici leghe e mezzo ogni minuto secondo. Il nucleo fu al perigeo a 5 settembre, quando ebbe il massimo avvicinamento alla terra; eppur né distava sessantotto milioni di miglia.

26. Opere nel regno.

Seguita a 1.° maggio 51 la esposizione industriale del mondo a Londra in palazzo di cristallo, il governo napolitano non vi mandò i prodotti regnicoli, di che si tolse pretesto a vituperarlo ma fu pei iscansar cagioni di contatto co’ reggitori di quell’isola, nimicissimi. Invece nel 1855 avemmo la nostra consueta esposizione triennale in Napoli.

Seguivano molte buone istituzioni ed opere pubbliche nel regno, benché il male delle uve, che più sempre infestava le campagne, scemasse di molto gli erarii comunali. Dirò prima di Sicilia. Si ordinarono agli scultori Cali, Angelini e Persico i colossi marmorei di re Ferdinando, da sostituire quelli infranti da’ rivoltosi a Palermo e Messina. Nel 35 s’era ordinata la rettifica del catasto, seguita sino al 47 su 171 comuni, non bene, incendiati i libri nel 18, furon meglio rifatti, e nel 55 attuati in tutta l’isola; l’imposta non passò il 15 e mezzo per cento, e scemò anzi col subito crescere del valore de’ fondi. Quelle ricchissime solfatare che soglion dare quasi due milioni di cantala di zolfo all’anno, pagavano per tassa fondiaria quarantamila ducati, né più. A 5 marzo 51 fu approvato un regolamento per la combustione del minerale, ch’ovviava a’ danni della malaria, e facilitava il processo, con minore spesa. Gli ex baroni vantavan dritto su’ fiumi, per le dichiarazioni incluse nelle antiche investiture de’ feudi; e venuta la nuova legge nel 1819 dichiarante demaniali i fiumi navigabili, dicevano illesi i loro dritti, sendo non navigabili i fiumi siciliani; però sursero liti grandi co’ possidenti de’ terreni sulle ripe, e col demanio. Il re a 17 giugno 50 dichiarò la demanialità di tutti i fiumi dell’isola, finirono i litigi, e innumerevoli macchine idrauliche da tutte parti accrebbero la ricchezza dei paese.

Erari lungo le spiagge poche lanterne all’ingresso de’ porti, ond’era nelle notti difficile il navigare. Si comprarono a Parigi fari a fuochi fissi e ad eclissi, e studiali i luoghi si posero sulle coste così che mai non lasciasser la vista de’ naviganti. Rifatte le vecchie torri, pur molte se ne costruirono nuove; ed è ancora in costruzione quella altissima nel mare di Siracusa. Tali opere scemarono i prezzi de’ noli e de’ premii di assicurazioni, e promossero il piccolo cabotaggio interno.

A evitare l’affluenza degli studenti in Palermo, si divise l’isola in tre territorii universitarii, con decreto del 16 ottobre 49 e s’obbligarono i giovani a studiare nella propria università: così quelle di Messina e Catania si videro ripopolale, e i genitori s’avean da presso i figliuoli. Nel 51 e nel 55 s’aggiunsero tre nuove cattedre all’università di Catania, e nel 50-51 altre tre a quella di Palermo, e nel 55 quella di paleografia: meglio colà si riordinarono il collegio nautico e quelli Ferdinando e Calesanzio, e altresì quello Carolino di Messina e il Cutelliano di Catania. In luglio 30 s’instituì a Palermo una Commessione generale d’Agricoltura e pastorizia, la quale pubblicò un giornale d’istruzione a’ villici, per nuovi strumenti, nuovi prodotti, e più acconcia cultura.

Sin dal 54 s’eran fondati tre ospizii per orfanelli e poverelli a Palermo, Messina e Catania, nel 55 a far ch’ogni provincia avesse il suo, se ne ordinarono altri quattro a Trapani, Noto, Caltanisetta e Girgenti, sostenuti da’ comuni di tutta l’isola. A Catania oltre il porto nuovo s’instituì una camera consultiva di commercio a 26 ottobre 52, come quelle di Palermo e Messina. Presso Termini si costruì un bel ponte sul Torto. A Palermo in tre anni s’eran fatti l’ospedale militare di Santa Cita, il palazzo de’ ministri, e’i quartiere S. Giacomo, disfatti dalla rivoluzione. Bell’opera fu altresì la strada Favorita col giardino inglese, nella parte più ridente della propinqua campagna. A 6 aprile 55 si mise la prima pietra d’un edilizio po’ trovatelli. A Messina si stese il porto franco a tutta la città. Ciò fu favore all’isola intera, cui aperse largo mercato a tutti suoi prodotti. Quando il re andò a Messina a’ 25 ottobre 52, fuvvi oltre misura festeggiato; a stento s’impedì che il popolo nE traesse la carrozza sulle braccia. Il francese Odilon-Barrot ch’era presente, sclamò: Bello spettacolo! Un re riconciliato col suo popolo!

Sicilia in antico divisa in tre Valli, era nel 1812 partita in ventitré distretti, i quali poi formarono sette provincie, suddivise in centocinquanta cìrcondarii; non però bene, per linee più ideali che naturali. Un decreto de’ 12 febbraio 55 ordinò commessioni per designare esatte circoscrizioni, che non giunsero a compiere il lavoro. Intanto s’eseguirono in alquanti circondari parziali rettifiche. Sursero del pari nuovi municipii su spiagge state deserte. Nel 52 si creò l’amministrazione della statistica, attuata poi al modo usato nel Belgio. Lo stato di popolazione nel 55 contò in tutta l’isola due milioni e 225,565 anime.

Sul continente nel 55 si prolungava la linea del telegrafo elettrico da Napoli a Terracina, poi se ne fe’ il trattato col governo pontificio a 27 giugno dell’anno dopo. Pur si stese la linea telegrafica da Salerno ad Avellino. La strada di ferro si prolungò da Nola a Sarno, a spese dell’erario. In tutto il reame opere pubbliche provinciali e comunali progredivano. In quell’anno 55 molte opere nuove si videro cominciate o fatte in Napoli. La chiesa di S. Domenico, gotica del XIII secolo, del Masaccio, si restaurava per l’architetto Travaglini, e pe’ pittori de Vivo e de Napoli. Si restaurò l’antica chiesa a S. Giovanni a Carbonara, s’aperse una nuova strada alla Pietatella, che congiunse le strade S. Giovanni Carbonara e Foria. A 10 aprile s’inaugurò una nuova casa di ricovero per le pentite a’ Cristallini. Oltre queste ed altre, se ne cominciarono tre di gran mole: il tagliamento de’ giardini, e ’l diroccamento d’edifizii per prolungar Toledo agii studii; la nuova bellissima strada Mariti Teresa sulle alture della città, e ’l traforo sotto Pizzofalcone da Palazzo a Chiaia. Ciò nondimeno, perché mancavan danari, e non si potevan subito pagare gli spropriati possidenti, produsse malcontento contro il direttore dell’interno che forte le sollecitava, quella agli studii spiacque alle monache che vi perdettero i giardini, e non potè esser compiuta, e il traforo di Pizzofalcone disserto inutile e costoso; ed era esoso perché parve si facesse a utilità di Alessandro Nunziante, allora sommessissimo cortegiano, che n’aveva gratis le pietre per la fabbrica del suo palazzo alla nuova strada della Pace. Certo quel traforo danneggiò le case superiori, onde rimase interrotto.

L’opificio di Pietrarsa a tre miglia da Napoli, fondato nel 1842, s’aggrandiva. Dava macchine d’ogni maniera in ferro e bronzo, da fregate, da vie di ferro, da molini e da torchi. Unico in Italia, gareggiava con quei di Francia e Inghilterra, bastava a’ nostri bisogni, e ne affrancava da’ tributi che pria per tai macchine pagavamo all’estero. L’11 gennaio 55 vi si inaugurò la statua colossale del re, fusa in ferro là dentro. Queste cose faceva il governo detto negazione di Dio. Venuto il Piemonte nel 1860, distrusse pel primo quell’opificio, perché Italia tornasse a comprar macchine in Inghilterra. Ferdinando s’era di fatto reso indipendente, Vittorio gridando indipendenza è schiavo de’ suoi protettori, che il proteggono appunto perché annienti l’italiana prosperità. Oh Italiani! scorbacchiate cotesti liberaloni; ravvisateli al loro muso di scimmie, al loro ubbidire a stranieri, al pigliarsene la religione, anzi l’irreligione e la scostumatezza, al copiarne le costituzioni, le leggi, e sin la favella e i costumi. La prima indipendenza d’un popolo sta nel pensare, ripigliamo costumi patrii, studiamo tradizioni nostre, pensiamo, scriviamo, governiamo all’italiana, e saremo indipendenti senza bisogni di protettori. Ma si grida Italia, e si parla francese, si vuol libertà, e s’ha l’animo schiavo, si canta progresso, e s’abbatte quanto era prosperità natia. Ma questo noi fanno Italiani già, ma settarii che s’ammantellano di patria per mangiarsi l’altrui.

Il fatto vero di noi Napolitani fu sempre lo sconoscere le virtù de’ Napolitani. Il maresciallo Pronio, il difensore della cittadella di Messina, chiedeva permesso di due mesi per curare sua salute in Napoli; e ‘l ministro gliel concedeva a stento, ma senza soldo. Questa non più usata durezza rimertava la fede e il valore; sicché egli che povero era non potè senza soldo lasciare risola; e mal curato motivasi a’ Quattroventi il 5 febbraio 53. Fu Abruzzese, modesto, amantissimo del soldato e della disciplina, amatore della patria e del re. Se fosse vissuto, non saria stato poi mestieri de’ Lanza e de’ Clary, e non si sarebbe perduta la Sicilia ed il regno. Il Filangieri luogotenente né accompagnò il feretro al luogo del sepolcro.

27. Scarsezza di ricolti.

Quell’anno ebbe scarsezza di ricolti, inconsueta nell’ubertoso reame. Poco grano, pochi legumi, il vino mancato affatto, sol s’ebbe alquanto compenso nel grano d’India e nell’olio. Il governo provvide in vario modo. In Sicilia, dove fu penuria maggiore, si provocarono sottoscrizioni di possidenti per soccorsi di frumento a’ poveri, proibito il mandar cereali fuori, favorita l’introduzione; si comprarono grani all’estero e si venderono dal governo con perdita ne’ mercati dell’isola, sicché la copia abbassando i prezzi, provvide al bisogno di tutti, senza ledere i dritti di ciascuno. La spesa fu pagata dal tesoro dello stato. Molti moderni economisti ciò scherniscono, perché quella loro troppa libertà di commercio spingeli anche a far liberamente morire di fame la povera gente. Sul continente s’usò altro modo: si credè non mancasse il grano, ma se ne facesse monopolio; vedesti nelle provincie pratiche inopportune, soprattutto per fare uscir basse le fedi mercuriali ne’ mercati: ciò era apparenza, in sostanza il grano si vendeva tanto più caro; però avendosi a porre i prezzi al pane sulle fedi, i fornai per non fallire chiudevano bottega, i magistrati a sforzarli, il popolo a gridar pane, e necessaria conseguenza il pigliarsi da’ possidenti i grani a forza. Cotesto errore governativo riusciva ad alzare più i prezzi; ché il sospetto, il dispetto e l’ingordigia accrescevano la carestia. In Napoli, forse perché v’era il re, si provvide meglio. Si fornì di grani esteri la città; e il municipio apri magazzini in ogni quartiere, ove si vendean farine con perdita a’ poveri, e davansi a ducati tre e grana 40 per tomolo di quaranta rotoli. Anche pani davansi a buon mercato, e sino a trentaseimila per giorno. A ogni modo questa crisi frumentaria nel regno passò senza gravi rumori.

Diversamente in Piemonte, dove non si lamentò già lo errore ma la reità d’un ministro. La notte del 18 ottobre il popolo s’affollò alla casa del Cavour, e fra mille vituperi gli spezzò i vetri alle finestre, sicché accorsa soldatesca tirando colpi nel più folto, molti uccise, molti carcerò. Accusavano quell’onest’uomo d’aver fatto monopolio di frumento per arricchire, e il giornale l’Indipendente l’ammonì aprisse suoi granai, sfamasse i poveri col grano comprato immoralmente, onde ne venne incriminato. L’avvocato Brofferio dalla bigoncia dimostrò il Cavour negoziar di grani, e averne assai ammassati in violazione della legge, spiattellò anzi un atto di notaio, attestante quegli entrare per novanta azioni nella società de’ molini di Collegno, e che era stato capo di quella società nel tempo stesso che ministro del regno. Il giuri assolvette il giornale. Intanto i morti restarono morti: e il liberalissimo Brofferio osservò perorando che né a Parigi, né a Vienna, né a Milano, né a Napoli, i soldati avean mai fatto fuoco sul popolo. Solo là dove il popolo è sovrano ha il privilegio d’essere ucciso anche inerme.

Ma i liberalastri han per essi anche il privilegio esclusivo del suffragio. In aprile 54 sequestrarono a Torino il giornale La Campana; perché avea lodato il secondo collegio elettorale d’Alghero, per aver eletto a deputato il signor Piedemonti viceconsolo d’Austria e Napoli, e qualche giornale propose si mandasse in pena a quelli elettori lo stato d’assedio. Ma non vi fu bisogno; ché la camera stessa annullò quella elezione. Cosi intendono la libertà, cioè il monopolio de’ liberali.

28. Tremuoti a Cosenza.

Di continuo il regno era scosso da tremuoti, or qua or là, dirò de’ più gravi. A 9 aprile 55 nella parte meridionale del continente una scossa durò quasi quaranta minuti secondi, i cui maggiori danni s’ebbero nel distretto di Campagna. A 12 febbraio del seguente anno a un’ora di notte un breve tremuoto di quattro minuti secondi danneggiò forte Cosenza e suoi casali; vi morirono dugento persone, e altrettante ebbero ferite. Il re mandò subito tremila ducati, mille la regina, cinquemila dettero i fondi provinciali, e gli avanzi di cassa la beneficenza. Da Napoli andarono trecento paglioni, trecento mutande, ottocento camice, dugento canne di tela, e molte coperte di lana, da largire a’ poveri senza tetto. Seguirono collette nel reame, e nel militare e nel civile, e nelle corporazioni laicali e religiose. In breve si provvide a disotterrar morti e feriti, a puntellar case, a far baracche, a sicurar l’annona e le strade. Poi il re mandò altri quattromila ducati per le chiese pericolate.

29. Il colera.

Più generale seguì il flagello del colera, non più dal 1837 ricordato tra noi. Rumoreggiando per Europa, s’erano per difendercene ordinate quarantene e provvedimenti molti, ma esso traforò ogni cancello. In maggio 54 s’udirono malattie repentine con diarree, vomiti, crampi, algidezze e morii, eppure in Napoli non s’aveva a dire che fosse colera, sinché a mezzo luglio non si potè celarlo più, a’ 21 n’uscirono anche i bollettini della commessione sanitaria. Crebbe a dismisura, e rapido; v’erano stati tre morti a 21 luglio, furono 381 a 4 agosto; poi declinò sino a 4 settembre che n’ebbe 25. In Roma scoppiò a’ 22 luglio, e lo stesso dì a Genova, dove i morti un dì giunsero a 564, e i casi a 1386, benché i cittadini a migliaia uscissero alla campagna. A Livorno andò sul finir di quel mese.

In Napoli al primo nunziarlo fu un terrore: accorrevano alle chiese a pregare, a confessarsi, a far voti e cresime e comunioni. L’arcivescovo col clero secolare e regolare andò in processione a S. Maria Costantinopoli. Né restò al pregare: distribuì al clero spartito per parrocchie la cura dello assistere gli infermi; ed egli stesso dì e notte, dovunque invitasserlo, per cresime e altri sagramenti si recava. Aggiratasi a piedi per vicoli bui ed angusti della città vecchia; entrava in tugurii luridi, e sino in caverne squallide, ove la misera gente per mancanza del ben della vita vi pericolasse. Confortava con la parola di Dio, con medele, panni, limosino e benedizioni. Dette quanto potè, risicò cento volte il dì la sua salute, die’ prova d’animo apostolico, e il Signore lo risparmiò. Il re con affettuosa onorificenza mandogli il cordone di S. Gennaro. E il clero sull’esempio di lui fu impavido e indefesso: i parrochi raccoglievano collette di soccorsi, dividevanle a’ bisognosi, ordinavano servigi di farmacie, di medici e d’alimenti. Molti ecclesiastici finirono vittime di loro carità; periva il preposto provinciale con quattro dei suoi padri crociferi, cinque minori osservanti di S. Maria la nuova, e clerici e religiosi parecchi.

Anche il municipio fe’ suo dovere. Improvvisò quattro ospedali oltre i consueti, condusse ottanta medici per curare la gente nelle loro case, die’ senza prezzo a qualunque ne chiedesse medele, bagni e pannilini. La Beneficenza ministrava brodi e paste a’ poverelli. Il Monte della Misericordia, la cui antichissima istituzione era d’accorrere a pro de’ nobili bisognosi, poi estesa a tutte opere di carità, anch’esso col municipio gareggiando, mandò in ogni quartiere deputati a largire danari e biancherie. Il re fu largo di molte migliaia del suo; crebbe i soldi a’ medici e farmacisti degli ospedali militari, e ordinò che la vedova di qualunque né morisse godesse doppia la pensione di legge. Dall’altra si provvide a trar presto di casa i morti, e seppellirli lontano, infossi fondi con calce. Spazzar le strade, vigilare l’annona, e la buona qualità de’ viveri massime frutta e carne, impedire la voracità de’ venditori, intimidire i rigattieri, che s’ascondevan cedri ed aranci per venderli di nascoso al doppio; ciò furono provvedimenti utili contro la pestilenza, riuscita breve, ma crudelissima.

Si notarono varie cagioni di danno. Calore sciroccale durato sino alle prime acque d’agosto, in temperanze di vita, la gola, le passioni eran mortifere; dopo i giorni di festa crescevano i colerosi. Errore il trascurare le diarree che solevano precedere il morbo; curale finivano, lasciate uccidevano. Così all’agosto mancò Macedonio Melloni, dottor tisico ed astronomo. Anche uscirono empirici che per danari davano boccette e specifici, per infallibili rimedii, spesso riusciti a morte. Poi le dubbiezze della cura, farle non ben ferma né sicura di sé; il veder farmaci ora giovare,ora nuocere, poi la troppa neve ingoiata da’ malati sitibondi, e più che altro il terror del male il male generava. Più presto pericolavano i malati cronici; tutti i mali colavano in colera. Non si vedeva aria guasta; talora si voleva il caldo, talora il freddo; non valeva età, non sesso, non gagliardia; né agiatezza, né pulidezza eran salvaguardia sicura; ogni gente, principi, cavalieri, popolani, artigiani, pativano in proporzione quasi uguale mortalità. Malati e cadaveri in tutte case, in palagi e tugurii, per via esequie e casse da morti, il cimitero aperto notte e giorno, continuo lavorio di becchini. Solo parve giovasse il viver sobrio in tutte cose, lo sfuggire perturbazioni d’animo e di corpo, non mutar aria, né vita né costume, lo star sereno e tranquillo.

Morì il Longobardi ministro di giustizia, nato nel 1784 a Castellammare, morirono un generale di brigata, due marescialli, due o tre principi, tre o quattro duchi e marchesi, e cavalieri e dame assai, molti più della mediana classe, moltissimi del volgo. In Napoli furono tredici o quattordicimila colerosi, morti 7016. La prima volta nel 36 eran stati 5174, e in quella più fiera dell’anno dopo 11828. Nelle provincie fur minori danni in proporzione, a seconda quasi del contagio; e perché meno genie in più ampli luoghi, più salutifere le campagne, più naturale e frugale la vita. Passata la morìa, il municipio napolitano recò in ringraziamento una lampada d’argento, costata 720 ducati, a S. M. Costantinopoli, con gran pompa.

30. Ed in Sicilia.

Anche a Palermo riusciva vano ogni provvedimento a impedire l’entrata al morbo. Non però mancarono aiuti, cinque medici fur messi in ciascuna delle sei sezioni della città, due farmacie, due religiosi per far limosine, e dar sagramenti. Poi s’accrebbero, e i padri addetti provvidero a ben cinquemila famiglie panni, pane e medele. Ma chi d’ogni pubblica sventura si fa arma non mancò al tristo uffizio di tentar subugli. Uscirono voci paurose: tutte provvidenze governative essere a male, veleni le gratuite medele, avvelenatori i medici condottali, gli ospedali precursori di cimitero, volersi decimare le popolazioni, così appellando a vecchi rancori, risuscitando sospetti, abbindolando idioti, sforzavansi a irritare gli animi, ma non fecero nulla, ché i reggitori con mano forte l’ordine e la cosa pubblica tutelarono.

Gravi danni il morbo fe’ a Messina, stata già esente nel 37. I cittadini fidavan ne’ venti dello stretto che spazzassero l’aria, però al primo scocco del male, spaventatissimi, due terzi di popolo fuggì in campagna, o su legni presi a nolo, da star sull’alto mare: eppur su’ pochi rimasti fu una strage. Il 31 agosto né vide morire 572! Da Palermo andarono becchini, farmaci, medici e religiosi, soprattutto cappuccini; i quali con pietà e annegazione ministrando medicine spirituali e materiali, lenirono il male. Anche da Napoli corse una nave con medici, arnesi e medele. Le stesse cose per Catania. La moria mancò in autunno, finì in inverno; ma forse ne restò il mal seme, ripullulato nel reame ranno appresso.

31. Modifiche nel ministero.

Per cagion del colera il commendatore Murena lasciò la direzione del ministero dell’Interno. Fama avea d’ottimo magistrato, nell’amministrazione fatto talvolta, siccome in uffizio non suo; massime quell’aver troppo accentrate le facende fe’ scontentezze. Ora egli, entrato il colera, chiese due mesi di permesso, e l’ebbe; prese la firma il consultore Ludovigo Bianchini; il quale anzi tosto vi restò direttore. Pertanto il Murena tornato di campagna seppe riguadagnare l’animo del re; e come il brigadiere Carrascosa ministro de’ lavori pubblici chiedeva riposo, e ottenne di restar ministro senza portafogli, la sua sedia fu concessa a quello, col grado suo di direttore: ciò a 23 novembre. Al morto Longobardi fu surrogato direttore di grazia e giustizia il consigliere Pionati. Per non tornar su questo, noto che dopo un anno marcava a’ vivi Pietro d’Urso ministro di finanze, stato uomo integro, del quale molti dicevan male, perché, stretto di mano, era grande argine allo spendere; malato, avea chiesto pigliasse la firma il Murena suo amico. Morto lui, seguitando il Murena a dirigere le finanze, vi restò; e anzi con decreto del 1 febbraio 56 fu fatto ministro segretario di stato delle Finanze, ritenendo altresì i lavori pubblici.

32. La Civiltà cattolica proibita.

In ottobre 54, un altro fatto spiacevole avvenne. Dissi come cominciato in Napoli sin dal 1850 il giornale la Civiltà Cattolica de’ Gesuiti, e il perche si trapiantasse in Roma. Già nel reame s’accresceva lo errore governativo del tenere il paese al buio di quanto fuori avvenisse di male, e del pinger tutto roseo e avventuroso, quando mugolavano lontano le tempeste. Cominciarono a susurrare attorno al re quel giornale dir troppe cose, esser largo a tutte forme di governo, non giovare a trono assoluto, meglio non s’avesse. Esso avea nel reame più migliaia d’associati, e all’entrata de’ fogli oltre la censura, non mancavangli altre minute molestie. Cominciato marzo 55, corse lettera a’ padri compilatori in Roma, dicente la polizia esser per eseguire visita domiciliare nell’uffizio del giornale, e forse per sospetto politico arrestare il gerente. Venne il padre Curci, e tosto un segreto agente di polizia gli si fe’ da amico a confermargli la cosa, e gli si offerse, promettendo chetarla, e più ottenere che tutti i 2700 comuni del regno fossero obbligati ad associarsi al giornale; ma posevi condizione che il lucroso posto di gerente si concedesse a persona da indicare; cui soppesi poi fosse un parente del commessario Morbilli. Il Curci avvedutosi dello intrigo, la dimane spiattellò la cosa al direttore di polizia, e fu da questo assicurato nulla esservi di contrario. Intanto il Curci si ricordò che pel terzo sabato del mese era già stampato nel giornale un articolo, dove tolta occasione del tentato assassinio dell’imperatore d’Austria, s’inculcava la necessità di mezzi migliori delle polizie moderne per isventare le cospirazioni; articolo era scientifico,che confrontato il Santo uffizio alle polizie, mostrava queste più di quelle noiose, e meno efficaci. Parvegli non conveniente toccar questo tasto allora; e scrisse ben due lettere a’ collaboratori in Roma mutassero quell’articolo con altro, ma ambo le lettere furono fermate alla posta, l’articolo venne, e il giornale ebbe sequestro in dogana. Con grande scalpore recarono il fascicolo al monarca, quasi scritto a dispetto contro la polizia napolitana. Ma il re disse al Curci aver letto l’articolo, e trovatolo giusto; solo dubitare dell’opportunità; e fu contento si mutasse; anzi permise che il giornale sottostasse per censura alla pubblica istruzione. Il Morbilli fu ammonito, l’altro segreto agente fu scacciato da Napoli, e il giornale ne crebbe d’associati.

Ben presto nuove molestie. In ottobre dispiacque un articolo intitolato: o Dio re con la libertà; o l’uomo re con la forza; massime dove era detto che: «avendo spesso la civile autorità invasi i diritti della Chiesa, non era da maravigliare che per le stesse dottrine che careggia venisse spogliata di ciò che giustamente le compete.» A crescere lo sdegno uscì in luce un libretto del padre gesuita Camillo Tarquini sopra il regio placet, letto all’accademia cattolica in Roma; ove si diceva del nostro reame; «Il rigettare ogni forma di governo diversa dalla monarchia assoluta, e ‘l propugnare la libertà della Chiesa, da alcuni uomini potenti di quello Stato è tenuto per segno di liberalismo. Fra’ nemici del principato non crediamo ve né sia più perniciosi di questi; che mentre né scalzano i fondamenti, spesso né godono la fiducia, e fruiscono il favore.» A questo parvero tornati i tempi Tanuccini; tutti i Gesuiti caddero in sospetto, qualcuno ne fu messo sotto sorveglianza, e si tolsero al giornale le franchigie, di posta e dogana. Ciò, e ’l timor del peggio, indusse il padre Generale a mandare nel regno i padri Ferrari e Liberatore, per provvedere e rispondere alle accuse. S’avvidero la procella venire da persone potenti e nemiche della Chiesa; e corsero a Gaeta. Il re si persuase della ragione, strinse i reclami all’inopportunità di certi articoli; però mise a revisore del giornale il Rocco, mite magistrato. I compilatori a torre ogni idea di solidarietà tra essi e i Gesuiti di Napoli, tolsero a questi ogni cura d’amministrazione della Civiltà Cattolica; la quale per le mancate franchigie crebbe di prezzo, ma non scemò d’associati.

Stando re Ferdinando in cosiffatti sospetti, stampatasi a Roma a mezzo del 51 un libretto intitolato Memorie della Civiltà Cattolica, specie di rendiconto delle cose del giornale al preposto Generale padre Beckx; dov’eran dette le cagioni del disturbo con Napoli: esso non era destinato a pubblicità, ma a uso delle case dell’ordine; nondimeno qualcuno seppe averne esemplare, e mandollo al re; che n’andò in ira, e fu nel primo empito per iscacciare la compagnia dal reame. Il cardinale di Napoli e il vescovo d’Apuzzo, presidente d’istruzione pubblica, trasserlo a consiglio più mite; anche il giovane principe ereditario spinto in consiglio di stato a dare suo voto si astenne. A quel tempo i vescovi dell’orbe recavansi a Roma per la definizione del dogma della Concezione; però si die’ all’Apuzzo il carico di chiedere una soddisfazione al pontefice. Fu tolto il revisore; e ’l padre Curci autore del libretto, chiese e ottenne di recarsi a Bologna, perché soddisfatto il re, la cosa finisse.

Ma chi ne’ Gesuiti avversava l’elemento cattolico e ‘l dritto, e parecchi ve n’era attorno al re (massime il generale d’Agostino, allora prepotente, poi nel 60 chiarito rivoluzionario) spinserlo a mandare a chiedere a’ padri del Gesù una protesta scritta, dicente eglino avere in pregio la sola monarchia assoluta. Il direttore di polizia attenuò la durezza della proposta, col mandarvi il segretario generale Silvestri, uomo benevolo a quei padri; però questi, tenuti breve consiglio, firmarono la presentata protesta, che venne tosto messa a stampa. Coal fatto poco mancò non facesse discacciare i Gesuiti dal Belgio e dall’America, accagionandoli d’essere avversi a costituzioni e repubbliche. Eglino invero non avversano a nessuna forma di governo, fuorché l’illegittimo. Però i deputati conservatori alla camera Belga, per aiutarli, fecero stampare esser quella protesta una menzogna della polizia napolitana. Ciò spiacque a Ferdinando. Aggiungi che il loro generale, dovendo smentire quella dichiarazione de’ padri di Napoli, inviò al re un prelato a persuadergliene la necessità; e mandò la bozza della smentita ad altri padri di Francia, per averne consiglio; ma avvenne chela polizia francese apertala lettera, parendole un bel caso, fe’ quella dichiarazione stampare ne’ giornali di Francia. Ferdinando si tenne burlato: tolse l’Apuzzo dalla pubblica istruzione, mentre era ancora a Roma; discaricò i padri dalla sorveglianza delle prigioni e da altri uffizii, e lor vietò anche il seminario per l’istruzione de’ preti. Altresì ebbero sorveglianza alle loro scuole, revisori a’ loro scritti, e proibita la Civiltà cattolica. Abolito tal giornale, che né faceva sapere le cose del mondo, la gente correva a’ giornali rivoluzionarii, che serpeggiavano di nascoso; e l’errore guadagnò campo nelle menti, senza poter essere smentito dalla vera notizia del bene.

33. Richiamamento del Filangieri.

Un più grave fatto mutò le morali condizioni di Sicilia. L’atto sovrano del 27 settembre 49 avea costituita la Sicilia, con piena separazione amministrativa, e indipendenza dal ministero di Napoli, salvo quanto dimandava l’integrità del regno. Però il luogotenente era da più che i suoi predecessori, quasi viceré con consiglio di stato e consulta in Palermo, la quale anche aveva più attribuzioni di quella di Napoli. Solo per Sicilia in Napoli stava un ministro siciliano, senza facoltà politiche, da rapportare al sovrano le proposte del luogotenente, per amministrazione, per grazie e per impieghi; sicché è certo che dal 49 al 60 Sicilia ebbe (sol mancandole il re presente) un governo suo che non mai più. Il ministro presso il re era anche stato dal 21 al 24, e dal 33 al 37, tutte e due volte abolito; perché cotesti ministri invece d’essere anelli tra l’isola e il principe facevano a lor modo, e producevano dualità governativa. E la terza volta rifatto fu lo stesso. Il Filangieri, rimastovi luogotenente, tutte cose ne’ principi! v’avea fatte, e bene e male, a suo senno. Tenne forte la potestà, pacificò l’isola, regolò bene le finanze e l’amministrazione, l’opere pubbliche curò. Riordinò le Guardie Urbane e le compagnie d’armi. Queste ordinate nel 1810 in numero di ventitré, giusta i distretti, eran responsabili de’ furti nelle strade; però non si curavano dell’abigeato (furto d’animali), e anzi vi lasciavan liberi i ladri; il che danneggiando forte l’agricoltura, fece abolire le compagnie a 14 ottobre 37. Ora dopo il 48 si restituirono più grosse e numerose, ma con la responsabilità estesa all’abigeato. E andò bene: il Maniscalco direttore di Polizia, purgò in breve le città e le campagne. Il Filangieri la censura de’ libri fe’ mite, e più larga che a Napoli; usò quasi sempre concorsi agli impieghi, tenne a regola il premiare il merito, distese ampiamente le perdonanze, e l’obblio del passato.

Ma qui appunto die’ in vizio contrario: tenne come dissi in uffizio i già traditori uffiziali regi, mise in uffizio parecchi uffiziali della rivoluzione, e a molti stati promotori e braccio della rivoluzione die’ cariche lucrose e onorate. Ciò esaltavano come gran senno politico; ma il premiare la colpa, che dicevano prova di forza, era mera parzialità; che la mano governatrice a simiglianza della divina può sì perdonare, ma non deve porre i rei sopra gl’innocenti, e a quelli dare le onoranze che spetterebbero a’ cittadini migliori. Quella generosità vantata era ingiustizia; e le ingiustizie non raffermano ma scrollano i troni. Infatti quei nemici accarezzati e sublimali apponeano le blandizie a temenza; e più s’infellonivano in segreto, e guadagnavano opinioni e seguaci; ché grand’esca alla colpa è il veder premiata la colpa da chi punirla dovrebbe.

Della rivoluzione pareano spenti i principii, ma restavano gli uomini stessi, mutata la nappa rivoluzionaria in regia, e restavano al governo. Citerò solo lo Scordato e il Miceli galeotti, capi di masse, e tanto infesti alle regie milizie, fatti capitani d’arme. Se non che il primo tornato a’ misfatti andò sur un’isola confinato. Certo i più facevano i ripentuti per risalire in potestà; ma lavoravano in segreto all’avvenire: mentre guadagnavano avanzamenti, percuotevano la popolazione buona; e per mettere in odio il sovrano, facevan soprusi e oppressioni: essi perpetravano il male, e né fean gravar l’accusa sul governo, essi guidavano il governo, e seminavano per abbatterlo. Tutta questa macchina eretta e mossa dal Filangieri, ubbidiva alla sua mano, e latta cosi che senza di lui dovea crollare. Uomo reso cosi necessario, e fatale nel bene e nel male.

Sin da’ principii die’ una promessa a’ Siciliani, che solleticando una loro aspirazione, né potendo esser mantenuta, rendea sé simpatico, e astioso il sovrano, promise che il principe ereditario con due ministri sederebbe a Palermo. Ei non avea facoltà per tal promessa. Giovanissimo il principe, non era da avventurarlo a tanto incarico, a diventare strumento in mano altrui, fra gente capace di turbargli la mente e il cuore, lungi dall’occhio paterno, tra seduttrici e cortigianesche passioni. Lo esempio non lontano del conte di Siracusa, corrotto appunto in quella sedia, avvertiva Ferdinando a non cadere in peggior fallo. Presto la ineseguita promessa fu inizio a lamentanze.

Dall’altra la vita precedente del Filangieri, e quel suo operar d’allora risuscitavano sospetti. Mutato bandiera più volte, fatto due volte il mercante e due fallito, e dopo il fallimento risalito a ricchezza. Anche faceva il luogotenente a maniera di mercante, correan voci di peculato, ed ei vi mise il suggello con una certa convenzione co’ benedettini di Catania, sopra antichissima lite di casa sua. Alcuni stessi de’ monaci soppressero le carte favorevoli al monastero, ed ei potè conseguire 51 mila once d’arretrati: ciò fe’ dire ei si servisse della potestà al suo bene privato. D’altronde era ministro siciliano presso il re in Napoli il Cassisi, sul quale altresì correa mala fama, uomo intento ad arricchire, né buono in casa sua, ché sopportava il figlio gittato nella setta, fattolo far giudice con soldo, e senza ufficio tenenteselo vicino. Stato egli magistrato a Palermo, né ben amato, odiava quella città, cui aggiunse l’odio al Filangieri; avversa vaio forte e fea tesoro delle male voci per aggravare i sospetti, e mover Ferdinando. Dividevali gelosia di potere, e l’avversione loro danneggiava la cosa pubblica, e spartiva anche degl’isolani gli animi e le speranze. Né surse una dualità di governo, che rese vano il bene della istituzione, e illusoria la indipendenza amministrativa. Spesso le proposte del luogotenente giuste o ingiuste pativan ritardo e opposizione, talora obliate, talora negate, o sottoposte a revisioni, oltraggio maggiore. Il Filangieri irato più volte chiese la dimessione, più volte venne a Ischia per ottenerla, e pur sempre con buone parole dal re, che là si trovava a’ bagni, dissuaso e rimandato.

S’è detto sovente Sicilia mancar di strade, per questo esser barbara: lacesi ch’avesse tre università, sei biblioteche pubbliche, e ventiquattro istituti, fra collegi, licei ed accademie. Strade carreggiabili v’erano per mille e cento miglia, congiungenli i capiluoghi delle provincie e il più dei distretti: due grandi ve n’era da Palermo a Messina, una pe’ monti lunga 228 miglia, altra per la costa tirrena di 172. A compiere tutta la rete di strade provinciali e comunali fu con rescritto del 15 aprile 52 dato facoltà al luogotenente di trattare con una compagnia anonima o di Siciliani, per costruire 625 miglia di strade ed otto ponti sospesi a catene, e vi si addissero trecentomila ducati l’anno, tolti dal tre per cento perciò aggiunto alla tassa fondiaria. Il Filangieri prese, non so perché, a favorire certi Francesi che proponevano compiere l’opera in cinque anni. Buona la proposta, non buona nel modo, perché recava lucro immenso a una società di stranieri, il Cassisi forte l’avversò, il re fra’ due, memore del fatto degli zolfi. renitente d’impacciarsi con Francesi, approvò si la cosa, non le persone.

Però dopo qualche mese il luogotenente, corrivo a spuntarla, raccomandò altra consimile offerta d’uno di Girgenti, coperchiello di quella stessa francese società. Si rispose non convenire dare a un solo tanta mole di lavori; gli si concedessero le strade di quella sua provincia, si trovassero altri offerenti per l’altre. In frattanto il re ordinò si facessero ogni anno settanta miglia, con denaro dell’erario.

Ciò era troppo lento per suffragare a’ voti ardenti di tutta Sicilia, sparsero il progetto essersi rifiutato non perché gravoso, ma perché si volea tener selvaggia l’isola. Quindi odio e ira contro il re e il Cassisi, simpatie grandi al Filangieri. Questi oltremisura adirato, si condusse a Napoli sullo scorcio del 54, e forte insisté per lasciare il governo; e benché il re più volte il negasse, pure si fattamente s’ostinò e sì sconvenevolmente, che per non iscapitare la regia maestà, Ferdinando dové accedere. Tolto lui di Sicilia, tutta concia a suo modo, era difficilissimo trovare un uomo insigne da pigliarne le redini infide; invece n’uscì il più gran fatto che mai si potesse; surrogare a quella forte volontà del Filangieri un uomo fievole, buono a ubbidire. Fu chiamato da Londra ov’era ambasciatore il principe di Castelcicala, povero di mente e di consiglio. I Siciliani tennerlo ad insulto; l’isola diventata schiava, dover essere retta dalla punta della penna del lontano odiatissimo Cassisi. Infatti Sicilia diventò come una nave con trista ciurma, vagolante in mar profondo, col pilota stante in luogo terraneo e lontano.

Quanto alle strade noto che dal 50 al 59, non ostante l’inopia degli imprenditori, e molti errori ne’ modi d’appalto e di pagamento, pur se ne compirono intorno a 180 miglia.

34. Il dogma della Concezione.

Pio IX con enciclica del 2 febbraio 49 da Gaeta avea inculcato a’ vescovi del mondo impetrassero con preghiere lume per la definizione del mistero dell’Immacolata Concezione; e che avvisassero sulla convenienza e opportunità di tanta dichiarazione, cioè là Vergine Maria concepita senza macchia di colpa originale, in virtù de’ meriti di Gesù Cristo, esser dottrina rivelata, e obbligare tutti i fedeli a credenza. Quasi cinquecento risposte vennero negli anni 49, 50, e 51, sì da formare quasi un concilio separato: tutte, quanto al dogma, affermative, poche sulla opportunità dissentirono; osservando mala la condizione dei tempi, travagliati da eterodossia; e però poterne la Chiesa andar assalita da calunnie, quasi nuovi dogmi fabbricasse. Non pertanto furono invitati a Roma pel novembre 54 parecchi vescovi dell’orbe; non tutti, per non disertare le diocesi, ma due o tre designati di ciascuna nazione: né si vietò ch’altri spontanei intervenissero. Del nostro regno andarono questi: il Cardinal Cosenza are vescovo di Capuani Cardinal Riario arcivescovo di Napoli, e i vescovi Manzo di Chieti, Tagliatatela di Manfredonia, Apuzzo d’Anastasiopoli, in partibus, Anastasio di Lipari, Acciàrdi d’Anglona e Tursi, Caputo di Oppido, Filippi di Aquila, Laudino di Policastro, Giraldi di Sessa, Agostini di Nocera, e Adinolfi di Nusco.

La dogmatica definizione era dichiarata solennemente nella basilica vaticana l’8 dicembre 1854. Quest’atto ebbe il ghigno de’ filosofanti. Ma il Pontefice proclamando quel dogma combatté due errori, di sostanza e dì forma: affermando il peccato originale, colpì chi tende a far dell’uomo un Dio, confermò la verità della sua caduta, e la necessità della redenzione e della grazia: compiendo poi sì grande atto egli solo, senza concilio, in presenza della Chiesa riverente, raffermò la piena sua potestà e infallibilità.

35. Grazie regie.

A 15 novembre di quell’anno D. Vincenzo Maria, conte di Melazzo, figliuoletto del re, d’anni tre e mezzo, moriva per apoplessia a Caserta. Ferdinando terse sue lagrime sollevando la miseria altrui. Tornavano parecchi per grazia dall’esiglio, fra essi il duca di Girella, e ciò mentre una grande guerra insanguinando il settentrione d’Europa, era tristo preludio delle italiane sventure.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOTERZO

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