Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXII)

Posted by on Gen 15, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXII)

LIBRO DECIMOQUARTO

SOMMARIO

§. 1. La guerra d’Oriente. —2. Trattati e leghe. —3. Nuovi attentati. —4. Muore Nicolò, e cade Sebastopoli. — 5. Il colera del 55. —6 Allagamento di Messina. — 7. Prime brighe con Francia e Inghilterra. —8. I proci di Napoli. —9. L’Austria impone la pace al Russo. —10. Il congresso di Parigi. —11. Giudizii su di esso. —12. Proteste. — 13. Giudizii sulla pace. —14. Menzogne parlamentari a Londra. —15. Venerazione di Napoleone al Santo Padre. —16. Inani sforzi a rivolture. — 17. Sollevazione a Madrid. —18. Francia e Inghilterra consigliano Napoli—19. Il re non accede. —20. Anche Austria consiglia. —21. Il papa non cade nel laccio. —22. Richiamo degli ambasciatori —23. Il Moniteur del 20 ottobre. — 24. Accuse a Ferdinando. — 25. Sciocca proposta del Cavour. —26. Moto del Bentivegna in Sicilia. —27. Torture. —28. Agesilao Milano. — 29. Profezie e apologie. — 30. Scoppii.
1. La guerra d’Oriente.

Era imminente nel 1853 una guerra fra il Turco e il Russo, vecchi rivali per territorio e religione, perché gran parte de’ Cristiani soggetti all’Ottomano sendo dello scisma greco, l’Autocrate ha sovr’essi un protettorato naturale. Fiacco il Turco a tanto avversario, come esso già quattro secoli prima, appunto nel 1453, avea proditoriamente cacciato di Costantinopoli il greco impero, cosi a sua volta era per esserne dal Russo discacciato. Ma l’Inghilterra temente si menomasse il suo scettro de’ mari, gelosa della forte armata Russa padrona del Baltico mare, vogliosa di distruggerla, vivea raccapricciata che il colosso moscovita potesse con tanta conquista grandissimo diventare. Naturale trovargli nemici per terra, dov’ell’era al cozzo impotente.

Prima lavorò a discreditarlo, a proclamarlo ambiziosissimo, turbatore della pace del mondo, poi andò cercando alleati. Volse da ogni banda promesse, incentivi e minacce. Gran peso era la spada di Francia, né Napoleone avea mestieri di sprone per bramar vendetta delle navi Scizie e delle viste a Parigi aquile moscovite nel 1814; ma proclamato di fresco quel suo motto l’Impero è la pace, parea brutto risolverlo sì presto a guerra.

La setta mondiali tutta s’agitò, ché presentiva e sapeva cotanta guerra darebbe nuovo indirizzo al mondo. Stampavano quella esser guerra di civiltà cristiana, benché accennasse a salvar l’Islamismo. Molti Meetings in Londra, mossi o favoriti da ministri, incitavano a battaglia, encomii al Turco, maledizioni al Russo, cicalio di giornali, un soffiare al fuoco in modo vario da tutte parti a un tempo. Il Mazzini navigava in Italia, e vestito da uffiziale inglese s’aggirava per le città impunemente, il Garibaldi accorrea d’America, tornavano quanti erano stati ribelli, Itali, Ungari, Polonesi, Schiavoni e Prassi; faziosi di ogni contrada correvano al campo d’Omer Pascià, dal Tirolo scendevano in Italia libelli incendiarii, ed anche opuscoli, sequestrati ad Amburgo, tendevano a mover la Prussia. In quel subbollimento chi con ispade chi con penne e lingue, tutti si facevan paladini per la Mezzaluna. I liberaleschi pigliano la libertà anche dal Turco.

Cotesta levata rivoluzionaria avria dovuto aprir gli occhi a’ sovrani e ai popoli devoti al dritto, ma lo spauracchio della futura grandezza Russa sbalordì le menti; e sì mosse passioni anti-moscovite, che fu una voce a concorrere con arme e scritti a quella causa stessa sì fieramente da’ settarii caldeggiata. Tutti volean dare addosso al Russo; già il vedevano di Costantinopoli e del Bosforo padrone; le barbarie turche su’ Cristiani non vedevano, né S. Sofia moschea, né tanti milioni di Cristiani schiavi in patria: il Russo s’aveva ad abbattere. Né in quella ressa cieca, furo immuni di passione e principi e prelati ed ordini insigni sociali e religiosi.

Solo fra tante vertigini re Ferdinando ispirandosi in politica pia non fu preso all’amo; sollecitato a far quello che poi fece il Piemonte, ricusò; dichiarò neutralità; e per l’effetto si dibatté in Consiglio se proibirsi a’ guerreggianti il comprare in Sicilia lo zolfo, considerato contrabbando di guerra. Tal proibizione era danno grave a’ possidenti delle miniere, e all’erario, e lasciava senza lavoro migliaia di braccia. Fu risoluto vendersene a qualunque venisse a comprarlo ne’ nostri porti, si vietasse a legni napolitani il portarlo fuor del regno; così salvando il dritto di tutti e la neutralità. Il divieto si tolse a’ 7 maggio 56, fatta la pace. Di questo molti lo accusano, e gridaronlo gran fatto ma il fatto non suo fu, bensì di chi nol seppe imitare, che porse le braccia alla setta, nemica comune. Taccianlo d’imprevidente; ma fu pietoso, ché non deve il sovrano giocare il sangue de’ sudditi per piati altrui, e dichiarar guerra a chi non l’offese. Dicono per quel fatto caduta sua dinastia; poteva pur cadere e più presto pel fatto contrario. Errore più grande era il dar l’arme a quella setta ch’andava allora appunto suscitando moti in Italia per isbalzar lui dal trono; errore mandar suoi soldati fra mezzo a rivoluzionarii per farli corrompere, errore combattere quello Stato che fu propugnatore del dritto, per restar poi a discrezione degli avversi, senza amici. Questi amici non han poi giovato, non han risposto alla lealtà di Ferdinando, han visto rovesciare la sua casa senza sorreggerla; ma non potranno aonestare lo ingrato abbandono con colpe di lui. La sua casa è caduta, ma innocente; e poteva con istolta lega alle sette cader rea. Caduta onoratamente, le avanza un trono imperituro nelle anime belle, e la speranza: accedendo a guerra ingiusta, perdeva prima l’estimazione de’ buoni, poscia il trono anche, e per sempre, e giustamente.

2. Trattati e leghe.

Che buona fosse la politica di Ferdinando, vedesi dalla opposta seguita dall’Austria, che la condusse presto alla ruinosa guerra Lombarda: laddove imitando Ferdinando avrebbe a sé e alla misera Italia di gran sangue e peripezie risparmiato. Napoleone a 10 aprile 54 si federò con Inghilterra; statuirono andare in Crimea. Allora tra Inghilterra, Francia, Turchia e Russia, l’Austria si trovava come arbitra della guerra: occupò i principati Danubiani, onde n’uscirono i Russi. Il Bonaparte per trarla dalla sua, promettevale soccorso contro la rivoluzione in Italia; dall’altra la setta la minacciava se ricusasse. Tentennò molto; poi spaurita dal fantasma rivoluzionario, credendo liberarsene, non fe’ né pace né guerra, che fu il peggio. Mentre la Prussia, invitata dagli Anglo-Francesi, rifiutava, ella a 2 dicembre contrattò lega offensiva e difensiva con essi, per imporre allo Czar i patti di pace, e accostò sulla linea dei confini russi le sue arme, cui la fama levò a trecentomila fanti e cinquantamila cavalli. Dimenticò allora il fresco aiuto moscovita ch’aveale schiacciato quella rivoluzione ch’ora credeva assonnare minacciando appunto il Moscovita, ma che invece andava a trionfarla con Francia e Inghilterra. Scordò il benefìzio, minacciò l’amico, beneficò la setta nimicissima, fiaccò il sorreggitore del dritto, esaltò i negatori di dritti, combatté la sua forza, i suoi naturali avversarii rafforzò. Con quell’atto fu rotta la lega settentrionale ch’avea tenuto quarant’anni l’Europa in pace; Austria entrò nella lega rivoluzionaria fatta contro lei stessa.

Infatti subito dopo vi comparve il Piemonte, col trattato del 26 gennaio 1855, pel quale promise mandare quindicimil’uomini in Crimea. Il ministro degli affari esteri Dabormida ricusò di firmarlo, e si dimise; firmollo il successore Cavour. Europa maravigliata vedea la piccola Sardegna in lega di grandi; stata sempre clientula del Russo, entrar debole, senza cagione e senza pretesto a farle guerra. Il più anche de’ liberali disapprovaronlo; dicevano ciò essere un unirsi indiretto coll’Austria. Ma il Cavour iniziato a più alti misteri, sapeva il fatto suo: con Francia e Inghilterra era unione naturale d’aspirazioni stesse: Austria eterogenea, dislogata, non facea più paura; anzi collegato a lei, Austria, con austriache spade superava. Misela in dura alternativa: o star con la lega, e far forti i futuri turbatori de’ suoi stati; o voltarsi a Russia, ed evocar guerra europea, anzi sociale, agognata dalla rivoluzione per ardere il mondo; e questo egli voleva. La camera Sarda a 10 febbraio, a maggioranza di 101 contro 60, approvò; e poi il Senato.

Capirono i veggenti che i forti accogliendo tra loro il misero Piemonte non volevano già aiuto in esso, ma un complice da metter su per arcani disegni qua dall’alpe. Esso arso di danari, stipulò con Inghilterra che questa prenderebbe un milione di lire sterline in prestito al tre per cento, oltre l’un per cento per fondo d’ammortizzazione e gliel ripresterebbe: circolo significante esso discreditato pigliar danari coll’intermezzo inglese, e con l’ipoteca del sangue di quindicimil’uomini, mandati in capo al mondo.

Frattanto in Crimea, infierendo il famoso assedio di Sebastopoli, s’era sperimentata non buona la condizione dell’esercito inglese; onde seguite aspre interpellanze in parlamento, il Russell si dimetteva a 30 gennaio 55; e nella votazione caddene tutto il ministero Aberdeen. Risalse altro ministero pur Wig col Palmerston, gran della guerra promotore e di rivoluzioni. Costui combattendo il Russo con arme altrui, isolata l’Austria, sospettando le mene napoleoniche sopra Napoli, a stornarle, fe’ fondamento sulle ambizioni Sabaude, e mise l’ingegno a sforzar Napoleone stesso a rinfocolare tal rivoluzione in Italia da rendere impossibile il Murat, e lui medesimo cacciare in rete d’inestricabili spini.

3. Nuovi attentati.

Ricominciavano l’opere di pistole e pugnali. Un Giovanni Pianori, calzolaio Faentino, d’anni ventotto, stato Garibaldino a Roma e protestante a Londra, passò a Parigi con passaporto sardo, e ’l falso nome di Liverani, Questi a 29 aprile 55, passeggiando Luigi Napoleone a cavallo pe’ Campi Elisi, sull’ore cinque vespertine, gli tirò due pistolate alla fila, né il colpì. Preso sul fatto, benché s’avesse addosso doppia veste per travestirsi fuggendo, tosto fu giustiziato. Il giornale Siècle e consorti imputarono l’assassinio a’ Gesuiti, quasi questi potessero su Garibaldesi e protestanti. Per l’opposto i fuorusciti a Londra tennero solenne adunanza, dove coronarono il busto del Pianori.

A 8 settembre dell’anno stesso ritentarono il colpo: un Camillo Bellamare di Rouen, d’anni ventidue, sull’ore nove della sera sparò con la pistola due palle nella carrozza ov’ei credette stesse l’Imperatore, ed eran dame di corte, che pur restarono illese.

Anche a Roma quell’anno a 12 giugno scendendo il Cardinale Antonelli segretario di Stato le sale del palazzo apostolico, nelle ore 6 ½ pomeridiane, venne con arme biforcuta investito sul ballatoio da un Antonio Defelice, cappellaio; ma fallì il colpo. All’assassino fecero a 11 luglio la giustizia, che finì piangendo e imprecando le sette.

La sera del 27 gennaio 56 il teologo Giacomo Margotti redattore dell’Armonia, giornale cattolico, fu a Torino con grosso randello da mano ignota ferito al capo, e lasciato per morto, ma guarì. Uccidendo i dissenzienti, i proclamatori di libertà, voglion fare monopolio di tutte libertà a beneficio d’una fazione rea, e vincer la ragione col coltello.

4. Muore Nicolò, e cade Sebastopoli.

Mentre per ambizione di pochi lo assedio di Sebastopoli mieteva migliaia d’uomini, la sorte pendeva dubbia: da una parte le forze d’occidente e della rivoluzione mondiale, milioni d’oro, migliaia di vascelli, strida infinite di giornalame, dall’altra la tenacità moscovita, e l’animo di Nicolò. Francia e Inghilterra in quel duro assedio d’una sola città, ito in lungo, scapitavano di fama e più di danari, de’ quali più che de’ morti uomini si curavano; questi strappavano per nulla dal seno delle misere madri, quelli con tasse odiose e debiti s’avevano a procacciare. Il tempo era lor manifesta ruina, la setta impallidiva a quel balenare della sorte, e al vedere l’arme oscillare nelle mani de’ due gagliardi atleti onde aspettava il trionfo, già tanto battagliare andava troppo in lungo, quando improvvisamente finiva a 2 marzo 55 l’imperatore Nicolò Paolowitch, figlio di Paolo I nato a 6 luglio 1796, e che sin dal 1 dicembre 1825 regnava, dopo la morte violenta del suo predecessore Alessandro. L’età non alta, la gagliardia del corpo, il mancare sì a proposito, die’ sospetto al mondo, ma chi ’l sa? Sospettarli, non è calunniare chi tante lanciava braccia a percuoter monarchi, ministri e scrittori: si diceva stata apoplessia.

Saliva il figliuolo Alessandro II, nato a 29 aprile 1818. Tutti subito a lodarlo pacifico, mite, pieghevole, non corrivo all’ire. Veramente con esso l’impero entrò in via diversa. Sebastopoli durata undici mesi, mietuti i battaglioni Francesi, caduta la torre Malakoff suo gran baluardo, non cedé già, ma lanciata in aria la parte settentrionale, nella meridionale si strinse, ov’era da prevedere altro durissimo ossidione. Videsi in quella guerra il cozzo di sterminate forze; più possa di braccia che di mente. Per mente rifulse un uomo solo, il Tottleben, che fortificò la investita piazza sugli occhi degli assalitori con modi nuovi, e bastioni improvvisi. Per valore rifulsero i Francesi, per valore e costanza i Russi; gl’Inglesi mancarono alla prisca fama. Non potrà poi la imparziale posterità stimar gloria quel dubbio vincere di molti combattenti uno, nella più lontana parte dell’impero. Va notato che il primo a piantar la bandiera francese sopra Malakoff fu un Bianchi, volontario, nato nella nostra Campania, nell’Aversano; il quale, colto in quell’atto da tredici colpi, sopravvisse, e potè poi curarsi le ferite in napolitano ospedale.

5. Il colera del 55.

Ferdinando per aver tenuto fede all’amica Russia, e serbato neutralità, era più odiato da’ belligeranti. I giornali loro minacciavan cupo, si cercavan pretesti per venire alle brutte, né potean mancare. Trovarono il primo nel colera. Questo paruto spento sul finir del 54, avea forse latente il mal seme, nondimeno si riposero le quarantene e l’altre leggi sanitarie. dure al commercio, necessarie a vietar l’entrata da fuori al morbo. Il Bianchini succeduto al Murena direttore dell’interno, era uomo mediocre, ma vanitoso assai; voltatosi al dolce far niente, si bevea lodazioni infinite, si pigliava croci e nastri dallo straniero, e lasciando fare si gloriava. Come in agosto 55 s’udì un morto di colera in una vietta dietro il teatro del Fondo, ci volle che il De Monaco, eletto del quartiere, nol rapportasse, per non ispaurire la città; permisegli il seppellisse in luogo appartato, con calce in cassa di piombo; e comandò segnasselo nel ruolo de’ morti per malattia necrosi; promettendo in caso d’accusa che il guarentirebbe. L’eletto cedé renitente e ne parlò al principe d’Ottaiano, allora supremo magistrato di salute; e fu provveduto con le consuete precauzioni su’ cadaveri, che pur troppo di colera s’avanzavano ogni dì. Cresciuto il morbo, il Brenier ministro di Francia si recò al re a Portici, lamentandosi del governo, che mentendo sulla natura del male, mantenesse le quarantene, dannose al commercio, senza pro, poi che il male era in casa. Il re sicurato da’ rapporti del Bianchini lui chiamò: ei negò che fosse colera; ma redarguito dall’Ottaiano, rovesciò la colpa sull’eletto. Ferdinando dettò egli stesso un rescritto dichiarativo del colera, e ordinante ospedali e quanto era opportuno. E il Bianchini per provar d’aver ragione traslocò lo eletto ad altro quartiere, dicendogli si contentasse restar vittima della diplomatica controversia. Così chetati i ministri stranieri, si passò a curare il morbo, che riuscì più mite dell’anno precedente, anche in Sicilia. Ma lo si tacque pur nel giornale del regno: incredibile vanità!

6. Allagamento in Messina.

Le nostre leggi silvane, troppo severe, non avevano esecuzione; e i possidenti impunemente sboscavano i monti; però frequentissimi lo straripar delle acque e i franamenti. Messina a piè di lunghe colline era condannata a subirne danni continui. La notte dopo l’11 novembre 55 i torrenti per dirotte piogge entrarono in città, e gran parte n’allagarono e interrarono, con danno di case, masserizie, uomini ed animali: atterrati i molini, rotti gli acquedotti, la popolazione mancò pur di farine. In fretta né vennero da Palermo, e anche denari da soccorrere. S’ordinò esenzione di tassa fondiaria pe’ fondi invasi dall’acque. Il re uditi rapporti d’appositi uffiziali delegati, ordinò a 31 maggio 56 si rinselvassero le terre disboscate, si deviassero i torrenti, una commessione speciale sopraintendesse all’esecuzione, e magistrato eccezionale giudicasse le controversie forestali. Inoltre le consulte di Napoli e Sicilia compilarono poi un nuovo progetto di legge silvana, ch’era pronto nel 1859.

1. Prime brighe con Francia e Inghilterra.

Non mancan ragioni a chi vuol briga: Francia e Inghilterra ne trovarono due in uno stesso mese. A’ 14 agosto entrava nel porto di Messina una fregata francese senza salutare il porto, perciò non risalutata: la dimane celebrò la festa dell’imperatore con colpi di cannone, e la cittadella non vi rispose, non essendone usanza. Se né fè gran rumore; Parigi chiese soddisfazione; e i giornali inglesi gridavano La Francia deve vendicare lo insulto. Rispondemmo che anche il dì onomastico della regina una fregata francese appunto a Messina non avea risposto a’ fuochi di gioia.

Peggio con l’Inghilterra. Da più anni stava ministro a Napoli il Temple, fratello di Palmerston, uomo più bevitore che politico, ma teneva a fianchi quale uffiziale addetto alla legazione quel Fagan, Siciliano, figlio di Siciliana, che già nel 48 col Minto avea, come narrai, preparato tranelli al nostro governo in quell’isola. Questi appunto tenuto in Napoli per ordirvi reti, s’era stretto a’ malcontenti e a molti altresì personaggi di corte, o per guadagnarli, o per ispiare e stravolgere ogni minimo fatto del re. Dall’altra era ministro francese il Brenier, stato nel 48 consolo a Livorno, e in lega co’ primarii archimandriti della setta, tenuto poi ministro a Torino, donde imbeccato dal Cavour era stato a Napoli, a seminare in questa terra, feconda si di passioni, ma sterile di rivolture. Già più case di grandi eran centri di riunioni, dove chi per malizia, chi per goffaggine dicean male del paese e de’ governanti, e compilavan quelle tantaferate che uscivan poi su’ giornali faziosi a strombazzar calunnie e accuse. La principale era la casa del conte di Siracusa fratello del re, cui pel nome Borbone non si ammoniva, v’eran quelle di quei due ministri, cui s’aveva a portar rispetto, ed altre ancora da tenersi in riguardo. In una di queste, perché il padrone era parente dell’imperatrice de’ Francesi, recavasi altresì spesso il conte d’Aquila altro fratello del re, ammiraglio di marina; il quale a guadagnarsi le galliche simpatie faceva colà il liberale, ma temente di Ferdinando, gli disvelava parte di quanto si tramava massime degl’impiastrati articoli di giornali.

Il re che già troppo sopportava quegli stecchi negli occhi, volendo almanco tener basso il fuoco, ordinò si ponesse una guardia di polizia presso a quella casa, come tacito ammonimento: quindi stizza ne’ visitanti. Subito il Fagan gridò essersi messa pur la guardia alla casa Policastro, ove abitava il Temple, e mosse costui a chiederne soddisfazione; ma provato incontanente non esser vero, la masticò male. Intanto Fagan lavorava ne’ nostri reggimenti svizzeri traendo con danari i soldati a disertare, e ne comprò alquanti, cui dava l’uscita a Malta con barca e bandiera inglese. Ma valendosi egli d’un basso impiegato de’ reali teatri. gli uffiziali svizzeri che questo andavan codiando fecerlo pigliare e trovargli addosso le prove del maneggio. Pertanto il Fagan smaccato cosi turpemente, odiava il Mazza direttore di polizia, cui teneva scopritore di sue cabale.

Il sopraintendente de’ reali Teatri aveva in essi il palchetto; che sendo sul proscenio era agognato da chi volesse meglio goder lo spettacolo; l’ordinanza prescriveva non v’entrassero estranei, ma dimenticata, vi bazzicavan di molti a conversare. Il Fagan amico d’esso sopraintendente (e anche di qualche suo subordinato, come s’era visto nel fatto degli Svizzeri) v’andava anch’esso. Una sera sul cader di luglio di quell’anno 55, standosi nel teatro del Fondo, e in quel palchetto, visto arrivare il Mazza nella loggia di rincontro gli mise l’occhialino addosso, e con atti e dimenari mostrava di spregiarlo; perlocché accortosene il Mazza, parendogli strano, pria riguardollo col suo occhialetto; né il conoscendo di persona, dimandò chi si fosse a un del teatro; e saputolo, osservò: Non saper bene che mai il sopraintendente avesse a fare con lui.

Certo non era sopportevole che un uffiziale d’estera legazione mostrasse in pubblico d’insultare un direttore di ministero; al re ne spiacque e ordinò allo Scorza direttore d’istruzione pubblica, cui sottostavano i teatri, richiamasse in vigore l’ordinanza che volea quel palchetto pel solo sopraintendente. Itone l’ordine, dove non fu motto del Fagan, questi ne fe’ caso di guerra, e scrisse a Londra essere stato scacciato di teatro. Ecco il Palmerston minacciare, suoi giornali trascendeva gridare si bombardasse Napoli, e anco si nominavano vascelli naviganti a queste piaggie. Ferdinando avvisato, concentrò soldatesche in città, e quell’anno alla festa di Piedigrotta intervennero trentamil’uomini. Ma come ostare a Francia e Inghilterra? bisognò dare soddisfazioni, e fare una nota di scusa a Parigi pel non reso saluto alla fregata a Messina. Per Londra avvenne questo: Il conte d’Aquila, tolto il carico di proporre al fratello la cacciata del Mazza, non osò farlo solo, e trasse seco il ministro di guerra Ischitella. Ferdinando di costui, già beneficato molto, e fatto poco avanti, a 11 agosto, principe di Migliano e marchese di S. Agata e Trevico (titoli tornati alla corte per estinzione della linea Caracciolo, ultima investita) si spiacque, quasi cooperasse a usargli violenza. Impertanto a 11 settembre chiamò il Mazza ad altre commessioni, die’ la firma del ministero a Bianchini, ch’era anche all’Interno, ed esonerò l’Ischitella, pur lasciandogli il soldo di ducati seimila. Fe’ direttore di guerra il colonnello Picenna, direttore di marina il brigadiere Antonio Bracco; die’ grado e soldo di ministro al brigadiere Francesco Antonio Winspeare, da intervenire in consiglio di Stato. E sospettando del duca di S. Cesareo, cavallerizzo maggiore, amico del Temple, tolselo dal grado; e misevi il marchese Michele Imperiale.

Credo tai soddisfazioni non ben contentassero Francia e Inghilterra; ma come a quel tempo avean bisogno dell’Austria per isforzare il Russo, a non darle sospetto di guerra in Italia, ne lasciarono stare. A 30 ottobre il Moniteur nunziava esser finita la quistione.

8. I proci di Napoli.

In quei garosi raggiri gli innamorati del nostro bel paese vieppiù s’ammartellavano di gelosia. Piemonte congiurava, le sette aspettavano i vascelli inglesi, Parigi preparava i consigli, Londra sogghignava bieco, e fra tanti favellatori di sovranità popolare Luciano Murat chiedeva il trono per dinastico dritto. Attorno a questo pretendente s’era messo, chi il crederia? quell’Aurelio Saliceti, fatto giudice da’ Borboni, stato traduttore del Giobbe, creato del Delcarretto, poi costituzionale scacciatore di Gesuiti, poi anarchico barricatore. poi repubblicano col Mazzini e triumviro in Roma, riuscito monarchico murattino. Con questo segretario il Murat stampò una lettera al giornale il dicente aspirare al trono napolitano, senza nuocere all’unità Italiana, e volersi anche collegare con Savoia. Ma il Moniteur dichiarò l’Imperatore Napoleone disapprovare quella lettera. Altresì il Manin stato in Venezia contradittore del Piemonte, ora a Parigi mutava sentenze, e come si dilettava a scrivere tratto tratto lettere politiche, a maniera accademica per via di sentenze quasi a regolare le sorti future, una ne scrisse a pro del Piemonte, cioè doversi Italia valere di quel braccio, salvo a far repubblica dopo. Molti adunque erano gl’innamorati di Napoli bella, tutti pretentendo farla felice a colpi di cannone: sua salvezza precaria era il discordare de’ Proci, nuova Penelope, ma condannata a prostituzione.

A stringer lo accordo, Vittorio Emmanuele a 20 novembre di quell’anno, nonostante uscisse di grave malattia, viaggiò a Parigi e a Londra, accompagnato dal Cavour e dall’Azeglio. Stato otto dì in Francia, partì da Calais il 29 per Inghilterra, dove i giornali alzandolo alle stelle, dissero tra l’altre che sulla fronte gli splendeva l’aureola della scomunica. Così i Protestanti profetavano le glorie future d’un cattolico re. Per contrario tornato a Torino l’11 dicembre, ebbe dalla popolazione accoglienza glaciale, quasi a condanna. Quel viaggio fu ruina all’Italia.

9. L’Austria impone la pace al Russo.

La caduta di mezza Sebastopoli non avria piegato il Russo a pace, allora appunto ch’era anzi da risollevare l’onore della sua bandiera. Francia sel sapeva, e vedeva nella troppo durevole guerra il suo male, però parendole col preso Malakoff ottenuto l’onore dell’arme, sentiva di pronta pace il bisogno; ma inabile a imporla, si volse all’Austria, già stretta con gli assalitori, e la sollecitò a uscire dalla neutralità. Questa pel viaggio di re Vittorio odorata qual rete le si tessesse, invece di star sulla sua, spaurita di guerra in Italia, si calò ad ubbidire; e fatte pratiche per la cessazione delle ostilità fra’ combattenti, mandò ultimamente a Pietroburgo il conte Esterhazy con ultimatum imponente le condizioni della pace. Niente era allora più profittevole all’Austria della continuazione della guerra, che sprecava le forze de’ suoi rivali, aspettare armata e neutrale, unita alla neutrale Prussia, ciò saria stato sua salute, e ov’anco le avrian mosso rivoluzione e guerra in Lombardia, bastava a vincerla, sendo intiera e intatta con amici alle spalle, contro nemici spossati e divisi in doppia guerra; dove poi dové isolala e sprezzala combattere nemici congiunti e agguerriti. La Russia avea nobili tradizioni: Alessandro I a Napoleone chiedente pace dentro Mosca, ripeté: Non farò pace sinché un soldato straniero sarà sul territorio dell’impero. E volle anzi ardere quell’antica sua città capitale che accedere. Ora il secondo Alessandro, perduto un mezzo Sebastopoli, con maraviglia dell’orbe si piegò. Spinselo il sentirsi solo contro tutti, e forse il dispetto del veder venire l’offesa di là donde aita aspettava. A 4 febbraio 56 fu sottoscritto a Vienna un protocollo, preliminare di pace, con queste basi: «Abolizione del protettorato Russo nei principati Danubiani; libertà del Danubio e delle sue foci; neutrale il mar nero, chiuso a tutte navi da guerra; confermate le immunità dei a Cristiani sudditi al Turco.» E si stabilì un congresso a Parigi.

10. Il congresso di Parigi.

Se maravigliando s’era vista Sardegna nella guerra, più s’incarcàr le ciglia a sentirla entrare nelle deliberazioni de’ grandi Stati. Napoleone e il Palmerston ve la vollero pe’ loro fini. V’andò il Cavour con l’amico Villamarina allora ministro a Parigi. Intervennero per Francia il conte Walewski e ‘l barone Bourqueney; per Austria il conte Buol e ‘l barone Hubner; per Inghilterra il conte Clarendon, e Riccardo Cowley; per Russia il conte Orloff e ’l barone Brunow; e per Turchia il Gran visir Aalì Pachà e Diemil Bey. Invitata Prussia, mandava il barone Manteuffel, ministro d’affari esteri, e ’l conte Hatzfeld.

Il Cavour prima di muoversi avea a 28 dicembre 55 volto una nota a’ rappresentanti di Francia e Inghilterra a Torino, chiedente che nel congresso si guardasse l’Italia, per modificarvi l’ordine di cose repugnanti alla giustizia e all’equità, e spegnervi i gremì dì torbidi futuri, per assicurare la pace all’Europa. Austria aver guadagnato in settentrione influenza sopra il Russo, diverrebbe strapotente; però s’avrebbe ad affievolire in Italia, per l’equilibrio europeo. Poi giunto a’ 21 gennaio a Parigi die’ all’imperatore un memoriale sulle condizioni italiane, a suo modo; e pregavate: «obbligasse l’Austria a far giustizia al Piemonte, e sollevare le condizioni de’ Veneti e Lombardi; sforzasse il re di Napoli a non più scandalizzare l’Europa; facesse sgombrare i Tedeschi di Romagna; questa si desse a un principe secolare, o almeno avesse amministrazione laica e indipendente.»

S’aperse il congresso a 25 febbraio 56; fecero presidente il Walewski; convennero in trentaquattro articoli; e nella diciottesima sessione, a 30 marzo, sottoscrissero il trattato, per assicurare la pace, l’indipendenza, e l’integrità dell’impero Ottomano. Quel giorno era anniversario della presa di Parigi nel 1814; così il napoleonico pensiero umiliava la Russia in quella stessa città, e nel dì stesso del trionfo di lei sul primo Napoleone.

Ma durante il congresso il Cavour si stringeva in continue segrete conferenze con l’imperatore, col principe Napoleone, col re Girolamo, co’ ministri francesi e inglesi, ed eziandio co’ fuorusciti italiani, massime il Manin e Io Sterbini. Concertarono una già prima ideata commedia, nuovissima nella storia de’ congressi; cioè l’intramettere in quell’atto solenne di pace, l’inizio della rivoluzione e della guerra italiana; cioè un intervento diplomatico in fatti e cose estranee alla guerra di Crimea, scopo dell’adunanza, per preparare prima l’intervento rivoluzionario, e poi lo armato straniero nella tranquilla patria nostra; cioè col pretesto della pace, e del non intervento, incarnare la guerra e l’intervento. Lavorò anche a guadagnarsi il Russo, col dargli spalla nella lite danubiana; né gli fu difficile, pel fresco odio di quello per l’Austria. Osò proporre d’allargare il Piemonte con Parma e Modena, e mandarne i duchi a regnare sul Danubiano; ma la stessa Inghilterra nol secondò, e tutti unanimi il respinsero. Quanto all’Italia, s’accordarono di segreto con esso il Walewski e ‘l Clarendon, consenziente Napoleone, che ne’ protocolli ne fosse menzione. Impertanto concluso e sottoscritto il trattato, quando non era da far altro, e i legati aspettando le ratifiche de’ sovrani s’adunavano per discutere su’ blocchi ed armestizii e altri modi d’esecuzione de’ patti, videsi in sul finire, improvvisamente, il Valewski a 8 aprile levarsi a chiedere che il congresso oltre la quistione d’Oriente, trattasse d’assicurare all’avvenire il riposo del mondo, dissipando le nubi che pareano spuntare sul politico orizzonte. Parlò di Grecia, Belgio, e Stato pontificio. Disse di questo: «esser concorsi ad assicurarlo Francia ed Austria; ma non potersi sconoscere l’anormalità d’uno stato che per essere ha bisogno d’estero aiuto, desiderare si consolidasse, perché né sgombrino Francesi e Tedeschi.» In tal guisa parendo volersene andar d’Italia, il Francese lavorava a restarvi solo padrone. Seguitò: «augurarsi che certi governi italiani con atti di clemenza bene intesi, chiamando a sé gli spiriti traviati, pongan fine a un sistema che va diretto contro lo scopo, e che invece d’estinguere i nemici dell’ordine, li accresce. Sarebbe rendere gran servigio al regno delle Due Sicilie, non che alla causa dell’ordine in Italia, lo illuminare tal governo sulla sua falsa via; e bramare se ne faccia dal congresso apnosito avvertimento.» Subito l’inglese Clarendon recitò la sua parte: «Il governo papale aver contraria l’opinione pubblica, doversi pel suo bene secolarizzare, e porsi in armonia con le tendenze del secolo.» Peggio su Napoli: «Aversi a respingere la rivoluzione; però doversi alzar la voce contro un sistema che tiene ne’ popoli accesa l’effervescenza, invece di spegnerla. Non volersi turbare la pace; ma non è pace senza giustizia; doversi a quel re far giungere il voto del congresso, perché migliori il suo governo, faccia amnistie, ed apra le carceri.» Costoro volevano la giustizia inglese in Italia; spegnervi il fuoco ponendovi legna; dicevano Napoli e Roma cause di rivoluzioni, mentre in casa loro n’avevano il focolare e gli attizzatori, e volean mandarli appunto ad ardere la casa nostra.

Il Russo pago del vedere impacciato il Tedesco, abbandonò Ferdinando, né pur d’una, parola il rimertò; e i suoi legali tacquero, dicendo tai quistioni estranee al loro mandato. Favellò il tedesco Buol severo, mostrando non potersi discutere fatti interni di Stati non rappresentati nel congresso, riunito per la pace, non per sindacare l’opere altrui. Meglio il Prussiano aggiunse: «quelle fatte domande non promuoverebbero pace, ma subugli e rivoluzioni.» Il Cavour, com’era concertato, prese la parola dichiarando d’alta importanza lo inserire nel protocollo le dimande: «Le Romagne aver da sette anni Tedeschi, né migliorate, Parma aver Tedeschi, e sì distruggere l’equilibrio italiano. Intorno a Napoli sentirla come Francia e Inghilterra; doverlesi suggerire temperamenti da calmare le passioni, sì da rendere non difficile il procedere regolare delle cose in Italia.» Gli rispose il barone Hubner: «Parlate di Tedeschi in Romagna e non di Francesi a Roma, mentre le due bandiere v’entrarono al tempo stesso. Non solo gli stati del Papa hanno soldati stranieri; anche il principato di Monaco ha truppe Sarde; e fra le due occupazioni è questa differenza, che quella nel Romano fu invocata dal sovrano; e voi, Sardi, contro la volontà del principe di Monaco, e malgrado le sue rimostranze, state a Montone e Roccabruna.» Il Walewsky troncò dicendo: non essere stato privo d’utilità lo scambio delle idee su quei fatti. Ruminava l’avvenire. Alla dimane fu, molto modificato, disteso il protocollo di quella tornata tempestosa; e celate al mondo le invettive e male parole invereconde corse tra quei stipulatori di pace; dove il Clarendon s’era lasciato dire: il governo del papa esser onta all’Europa!

Ne’ dì successivi, seguitati altri conciliaboli, l’imperatore stesso a intimidire l’Austria mostrò al Buol egli propendere pel Piemonte; e l’Austria sentendosi isolata senza alleati aveva a cagliare. Conseguentemente nella tornata del 14 aprile ecco di nuovo Italia in mezzo. L’Inglese propose che ad evitar guerre in avvenire, dovessero gli stati italiani ricorrere a nazioni amiche per aggiustar loro litigi, come già all’articolo 7 di quel trattato s’era pattuito per la Porta. Ed ecco il Cavour pigliarne opportunità e chiedere se il voto del Congresso avesse a stendersi anche agl’interventi militari contro i governi di fatto, e citò ad esempio quello austriaco in Napoli nel 1821. Allora il Buol gli ricordò che quello fu effetto di risoluzioni prese da cinque grandi Stati nel congresso di Laybach, «maravigliarsi che uno Stato secondario si richiami contro Io accordo stabilito da grandi monarchi, non dovere il congresso sul finire parlamentare di quistioni irritanti, da turbar l’armonia delle parti intervenute.» E’ il Cavour non avendo ragioni da contrapporre, dichiarò esser soddisfatto delle spiegazioni provocate. Così si chiuse quella commedia, iniziatrice di tragiche nefande catastrofi.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUARTO

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.