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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIII)

Posted by on Gen 17, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIII)
 11. Giudizii su di esso.

Ma il Cavour e ‘l Villamarina fecero anche più. A 27 marzo avean presentato allegati di Francia e Inghilterra una nota verbale, dove calunniato il governo papalino, proponevano separare amministrativamente le Romagne da Roma, restandone solo l’alto dominio al Papa. Poi sul partirsi, presentarono a 16 aprile una solenne protesta accusatrice d’Austria e dei principi italiani, dove ebbero faccia di dire. La Sardegna è il solo Stato italiano ch’abbia potuto elevare una barriera insormontabile allo spirito rivoluzionario! E ciò dicevano, facendo vero appello alle rivolture.

Adunque il mondo vide una gran guerra fatta a difesa del Turco, chiudersi con solenne atto minacciante il papa. Re Ferdinando col glaciale silenzio del legato Russo fu pagato del non aver voluto combattere la Russia. L’Italia presentì ch’aveva ad essere travagliata col consiglio, con l’oro, e col consenso Anglo-Francese; l’Austria udì brontolare i tuoni di Solferino; l’Europa capì quella pace esser dichiarazione di guerra, quei principii nuovi dischiudere il caos, quei protocolli seppellire il pubblico dritto.

Rappresentanti stranieri senza mandato ad hoc, cioè uomini privati, infligger note di biasimo a un sovrano e al Papa de’ Cristiani, assenti, non rappresentati, non intesi; e scriverle a piè d’un trattato di pace per l’Ottomano; attentare all’indipendenza di Stati amici, imbaldanzirne i nemici, far parlare un uomo in nome d’Italia insciente, e da sé crearsi giudici, sendo incompetenti, partigiani e stranieri; accusare altri col fine di spogliarli; ammonire monarchi, come s’ammoniscono giornalisti, e calunniarli e infamarli senza prove, al cospetto dell’orbe; queste eran cose non più viste. Le camere inglesi scandalizzate udirono di gravi sentenze; e lo stesso a noi nimicissimo Gladstone sclamò quella essere innovazione nella storia de’ congressi di pacificazione, l’occuparsi di tali argomenti in conferenze ufficiali, e farlo pubblico per le stampe.

Infatti i giornali francesi divulgarono ogni cosa; né quel governo li ammonì. I fuorusciti corsero a Torino a ringraziarne il Cavour, che rispose: Ferdinando per fermo farebbeli contenti con amnistia. Ciò significava sapere che vi sarebbe sforzato. Egli speranzato dal Clarendon che presto si porrebbe mano a ferri, e, come si vantò, consigliato da Napoleone, corse a Londra a sollecitare i fatti; ma trovò quel paese ingrugnato; laonde statovi pochi dì indarno, se ne tornò sbeffato a’ 25 aprile. Poi nel parlamento si fe’ vanto d’avere indotto il Walewski a mover quel dado. Era stato una specie di programma del da farsi; ed egli anche in parlamento promise che spingerebbe l’opera a ogni patto.

12. Proteste.

I governi italiani protestarono, se ricordando indipendenti, non avere il Piemonte protettorato in Italia, il Cavour senza mandato non poter elevare la voce della rivoluzione a voce di popolo contro i legittimi governi. Un dispaccio del conte Buol riconfermò pel Lombardo Veneto consimili proteste. Il papa a rispondere co’ fatti a quelli ufficiosi difensori di popoli quieti, viaggiò per le provincie di cui s’era lamentata la mala condizione, e tu accolto da plaudimenti universali. Chiamò a sé chi già era noto per idee nuove, e lor domandò che si bramassero:protestarono fedeltà, e plaudirono con gli altri.

Il nostro re fece verbalmente dall’Antonini suo ministro a Parigi, mostrar risentimento della cosa. «Aver egli la coscienza di governare i popoli secondo giustizia, né l’altrui licenza poterlo sospingere a mutare la sua via. La stampa libertina, benché sotto la censura del governo imperiale, le parole del Walewski in congresso, e le straniere mene produrre esaltazioni ne’ rivoluzionarii, però se finora la regia clemenza s’era in tante perdonanze esercitata, ora il perdonare parria debolezza, e turberebbe la quiete del paese, pertanto non poter egli prestar la mano a preparare commozioni ne’ propri! Stati. Egli non transigerebbe mai sul dritto di sua indipendenza, pronto a soffrir quantunque abuso di forza, e alla forza opporre la ragione.»

Il Walewski non sapendo che contrapporre al vero, rispose anche a parole, cinicamente: «Se gli Stati più forti debbano conoscere il loro lato debole e avere una politica, tanto più gli Stati secondarii. Il regno delle Sicilie deve sapere che soffrirà sempre una pressione Francese o Inglese, e deve manovrare in guisa da girare le difficoltà che non può risolvere; e impedire che le due pressioni non si congiungano.» Adunque sfuggitogli questo da’ denti, non era il mal governo, non la civiltà, non la negazione di Dio che suscitavano le brittanne e francesche lamentazioni; netta, vera cagione era la gelosia dei due forti, la voglia che il regno servisse all’uno o all’altro, e la stizza del vederlo non servire a nessuno. L’italianissimo Piemonte servo di tutti e due, meritava simpatie ed aiuti, perché tutta s’asservasse l’Italia.

A quei di, fra quelle strette, Ferdinando non tralasciava modo di prosperare il paese. Seguivano in quell’anno 56 trattati dì commercio con molte nazioni: a 9 febbraio patti aggiunti a quello del 46 con Austria, a 15 maggio un trattato con le città Austriache di Brema. Lubecca, e Amburgo, a’ 27 giugno con Sardegna, a’ 28 giugno con Isvezia, a 4 luglio con Spagna, a 7 luglio con Prussia, a 5 ottobre con Danimarca, Russia, e Paesi Bassi, a 7 novembre con gli Stati Uniti. Col Belgio a 6 gennaio 38.

13. Giudizii sulla pace.

Un secondo trattato del 15 aprile tra Austria, Francia e Inghilterra, riconfermando la pattuita integrità dell’impero ottomano, dichiarò caso di guerra ogni infrazione a quello del 30 marzo. Impertanto fu vista mezza cristianità, per gelosia l’un dell’altro, alzarsi a difesa di quella scolorata mezza luna, che già fu a un pelo per ischiacciare la croce, e che quattro secoli innanzi avea proditoriamente usurpato nelle più belle contrade d’Europa il primo e il più antico Stato cristiano del mondo. Questa guerra fu il primo frutto del ristabilito impero in Francia, costata trecentomila vite umane, spente in terra e in mare, per ferro, scaglie, mine, tempeste, malattie e disagi. Nulladimeno la pace spiacque all’Inghilterra, ch’avria voluto contemplare qualche altro anno l’affralimento di Russia e Francia. Agli uomini dell’ordine spiacque non la pace ma il mezzo, principio di nimicizia fra due Corti conservatrici del settentrione, poc’anzi strette a sostegno del dritto. Napoleone uscì da risicosi passi: fiaccata Russia, isolata Austria, scemata la fama d’Inghilterra, restò arbitro d’Europa. Per questo scontentissimi i rivoluzionarli, maledicevano unanimi quella pace, e i loro giornali dimostrando la nessuna utilità tratta dal congresso, facevano appello a sollevazioni. Più schiamazzavano quei del Piemonte, ché si vedean fuggita l’occasione di pescar nel torbido, e far rivoltare, però velenosamente inveivano contro Napoleone, sino a minacciargli morte. La gazzetta delle Alpi (num. 47) giunse a dir di lui: Se il Pianori falli il colpo, un altro braccio lo può assicurare.

14. Menzogne parlamentari a Londra.

Ma il Cavour, iniziato nelle preparate cabale, fe tralucere a’ suoi più stretti la certezza di prossimi eventi rivoluzionarii. Nelle sue lettere segrete al ministro Rattazzi (poi stampate) svelò molto, fra l’altre stigavalo a far di nascoso un imprestito di trenta milioni, ché presto si farebbe all’Austria un ultimatum, che non potendo essa accettare, susciterebbe la guerra. Or non avendo l’indebitato Piemonte dove trovar moneta, volsesi a cercarla alla correa Inghilterra, se non che gli uomini onesti di quel paese, renitenti, per tema servisse a rivoltare l’Italia, vollero sapere a che quel denaro. Il Palmerston sul finir di giugno vi rimediò nunziando in parlamento aver dichiarato a’ ministri del Papa e del re di Napoli, che il progetto di legge sull’imprestito Sardo non era per dare a questo Stato il modo da suscitare la rivoluzione italiana, e soggiunse: «Il governo inglese è bramoso di sostenere il Piemonte nel procedimento illuminato e liberale tenuto sinora in onorevole maniera, ma se accadesse (che per ora non è) che ruminasse disegni aggressivi, l’Inghilterra farebbe ogni sforzo per distoglierlo.» Mentiva per addormentare chi si voleva aggredire. Oggi certi grandi tengono la menzogna per cosa politica e ingegnosa.

15. Venerazione di Napoleone al Santo Padre.

Scudo a Napoleone nato un figlio, pregò Pio IX il tenesse a battesimo. Vi fu legato il cardinale Patrizi, al quale l’imperatore disse poi a 15 giugno, in pubblica udienza: «Sono riconoscentissimo a Sua Santità, che si compiacque esser padrino al figliuolo ch’ebbi dalla Provvidenza. Chiedendogli questa grazia, ho voluto chiamare in modo speciale su mio figlio e sulla Francia la protezione del cielo. E so che fra’ più sicuri modi e da meritarla è lo attestare la mia venerazione al Santo Padre, rappresentante di Gesù Cristo in terra.»

16. Inani sforzi e rivolture.

Il Cavour avendo in congresso vaticinato rivoluzioni, e che gli Italiani, eccetto i Piemontesi, erano in istato d’irritazione e fermento, avea di necessità a far presto in qualche guisa avverare il prognostico. In parlamento a 6 e 7 maggio rimbombarono caldissimi discorsi, intenti a scaldare le passioni italiche, e a persuadere Francia e Inghilterra, che venissero a scacciare l’Austria e gli altri principi, e far l’Italia piemontese, o s’incendierebbe l’Europa. Il deputato Valerio disse senza velo: «Le nostre parole, quelle più importanti del presidente de’ ministri, non resteranno chiuse in questo recinto, né di qua dal Ticino, le frontiere, l’arme, i birri che ricingono l’altro provincie da noi divise, non potranno tenerne lontano il suono; che queste parole varranno a risollevare gli spiriti abbattuti de’ nostri fratelli d’Italia, e presto li faranno operare.»

Infatti seguitava il lavorio per sollevare la penisola, né si restava da pur disonestissimi mezzi. Si mandavano a migliaia esemplari de’ discorsi incitatori de’ deputati subalpini, giornali esteri ed indigeni, cartelli, proclamazioni, manifesti rivoluzionarii, mandatarii con finti nomi, poi oro, corruzioni d’uffiziali militari e civili; poi i legati sardi dovunque stessero, calpestando il dritto delle genti schiudevano le loro inviolabili case a comitati di malcontenti, sollevavano le speranze, stuzzicavano gl’inerti, movevano le classi operaie, calunniavano e accusavano i governi; e in tutte guise seminavano discordie nella quieta Italia, per dir poi d’averla a pacificare con le annessioni.

Tra l’altre il medico Luigi Carlo Farini, il Mamiani e due altri offersero in nome de’ Romani al Cavour una medaglia coniata a Firenze Per la difesa de’ popoli oppressi, assunta nel consiglio di Parigi, con un certo indirizzo de’ Romani, datato 13 giugno; ma altri giornali liberali smascheravamo, giurando lo indirizzo essersi fabbricato a Torino. Inoltre uscì stampato altro contro-indirizzo de’ Romani, protestativo, perché il Cavour non s’impacciasse di Roma, che non sospirava le imposte e l’altre piemontesi delizie. Anche di Toscana arrivava a Torino un busto marmoreo di lui, ma si sparse com’ei l’avesse pagato di moneta sua. A Torino si raccoglievan danari con sottoscrizioni; una dicevasi per comprare diecimila fucili da offrirsi alla prima città che si ribellasse; altra per cento cannoni, cui con la Gazzetta piemontese aderì lo stesso governo, e vi concorsero principali sottoscrittori gli uffiziali. Strimpellarono poi in tutti i suoni contro il papa, pel seguente fatto: Un fanciullo di casato Mortara, nato giudeo, sendo in pericolo di morte battezzato, come sanò fu condotto a Roma, giusta la legge dello Stato della Chiesa, per essere istruito nel catechismo cristiano, a spese del S. Padre. Ciò si gridò atto crudele, offesa al secolo contro natura, Barbarie governativa. Ecco scismatici e protestanti, Russia, Inghilterra, e Stati-uniti mandar note al papa, per insegnargli l’umanità. E in Francia cattolica, dove era censura letteraria, un Moquard, segretario intimo dell’imperatore, compose apposito melodramma per lamentare il caso. Coteste ridicole lamentazioni durarono sino alla guerra del 59, che fu guerra al papato.

Intanto come le prognosticate rivolture non iscoppiavano, se ne procurò una in luogo facile. Ben governato e con senno era il ducato di Modena; ma Carrara limitrofa allo Stato sardo, e pel commercio de’ marmi più facile a turbare, un dì in luglio vide poche dozzine di faziosi far tumulto; che presto non seguitati da’ paesani, venner presi o fugati. I più si rifugiarono di là dal confine sardo, dond’eran venuti. I giornali Cavourrini ne incolparono i Mazziniani, e questi l’Austria; se il moto riusciva, se ne sariano ambo vantati. Fu curioso che il Piemonte offerse aita al Duca; il quale la rifiutò, perché non n’avea mestieri, perché lo vedea dar asilo a’ felloni, perché sapeva che voleva pigliarsi il suo ducato.

Le trame Sabaude se svanivano lassù vicino, men potevano nel reame nostro; dove le popolazioni date a’ campi e all’industrie, poco sapevano di quei brogli, e niente né volevan sapere. In Palermo si falsificavano le monete, il che dava frequenti brighe alla polizia, la quale scoperse i segreti colpevoli il 21 gennaio 56 in via Maqueda. Ma un bel dì i minuti venditori di Palermo ricusarono le monete vecchie, perché parte tosate, e parte rose dal tempo: ciò interruppe i traffichi interni, con grave perturbazione della città. A provvedervi si tolsero dal corso le monete tosate, e s’ordinò l’esecuzione della legge contro chi ricusasse ricever l’altre. Finalmente a 29 novembre di quell’anno 56 si trassero alla zecca le monete rose o consunte, per riconiarle a spese degli erarii di Napoli e Sicilia. Passata questa il dottrinario Manin onorò pur noi di una lettera a 26 giugno, stampata a Parigi; mandandone il consiglio di non pagare le imposte, cosi cadrebbe il governo e la dinastia; e si potrebbe disporre del territorio, secondo l’aspirazione della nazionalità italiana. Non servendo punto questa gran lettera, presero i giornalisti inglesi a insultare i principi, e più Ferdinando, cui minacciarono intervento di forze britanne a pro della rivoluzione; gittavan tai palloni in aria, ché sapevano il concerto.

17. Sollevazione a Madrid.

Appunto a quel tempo, dal 14 al 16 luglio scoppiò cruda sollevazione nella costituzionale Madrid, tempestata tre dì, con vittoria de’ regi, e con morte d’un Pucheta combattitore di tori, capo de’ faziosi. Questo bene hanno i paesi ammodernali di statuti, che veggono quasi ogni dieci anni battaglie in città, per averne smunte le borse e arricchiti pochi broglioni.

18. Francia e Inghilterra consigliano Napoli.

Questo bene Francia e Inghilterra pietose di noi ne vollero largire a qualunque costo. Sebbene le parole del Cavour nel congresso avessero da qualcuno contraddizioni e da nessuno aperta e piena approvazione, pure servirono di pretesto a venirci a molestare. Sembra il Cavour punzecchiasse Napoleone con promesse di rivoltar Napoli per Murat. Già parecchi nostri fuorusciti, stati repubblicani, e riusciti poi Unitarii, s’erano costituiti in comitato Murattino a Torino; e il Cavour pagò le spese d’un viaggio a Ginevra a Giannandrea Romeo, Francesco Stocco e Tito Saliceti, per confabulare col pretendente Luciano Murat; dove fermarono che Napoleone spingesse Inghilterra a mandar vascelli insieme a vascelli francesi minaccianti nel golfo di Napoli; e dar al regno opportunità di ribellare. Fu preparato anche il ministero, e lo statuto alla francese; e che viceré in Sicilia andasse il Pepoli, cugino del Murat.

Napoleone e il Palmerston da principio ben d’accordo, cominciarono a volgersi al re, a modo di consiglio. Il primo con nota del 21 maggio diceva: «Il congresso aver voluto la indipendenza di tutti gli Stati, e niuno volersi ingerire nello altrui; nondimeno le grandi potenze star preoccupate da certe situazioni che potrebbero nello avvenire turbar l’opera della pace. Essenziale condizione a mantenerla essere la sicurezza dell’ordine in Italia; perlocché lo interesse e il dovere sforzavanle a prevenire il ritorno di qualunque agitazione in tal paese. La compressione menar rigori, cui è inopportuno usare, se non per grandi necessità; altrimenti anzi che recar pace e confidenza, provoca pericoli. e porge alle rivoluzioni altri elementi di riuscita. Ingannarsi il governo di Napoli ne modi che adopra a mantenere la tranquillità; sembrar urgente l’arrestarsi nella perniciosa via presa; troverebbe nell’amnistia e nelle riforme amministrative e giudiziarie le disposizioni opportune. La posizione di Napoli e Sicilia essere un pericolo grave al riposo d’Italia ed alla pace d’Europa; Francia averlo nel congresso indicato all’attenzione delle potenze; ora farne appello allo spirito conservativo dello stesso napolitano governo. I motivi di tai dimande, di cui Napoli dovrà sdebitarsi di concerto col ministro inglese, essere pienamente legittimi; perché attinti allo interesse di tutti gli stati d’Europa; e darsi a credere Napoli risolverebbesi a torli in seria considerazione. Ove si negasse, esporrebbesi a nuocere a’ sensi, di cui l’imperatore non cessò di mostrarsi preso verso la Corte Siciliana; e provocherebbe conseguenze di deplorevole freddezza.»

Questa nota era sottoscritta dal conte Walewski allora ministro dell’impero francese, figlio adulterino del primo Napoleone; uomo che già nel 1852 in Toscana era stato patrono de’ rivoltuosi, che sin d’allora volean fare un’Italia una, con esso a capo. Ora dopo ventiquattr’anni iniziava il ricorso dell’idea antica, patrocinando altri rivoltosi, sotto forma di consiglio; consiglio non chiesto d’un imperatore padrone di seicentomila baionette. Nondimeno perché Napoleone veniva a consigliare quel che non faceva nella sua Francia, dovette essere alquanto rattenuto; ma tanto né fu più gagliarda la nota inglese. Riconosceva questa il principio del non doversi uno stato ingerire in cose interne d’altro stato indipendente; non pertanto ricordava: «La Sicilia esser mal compressa, volere sfogo il sentimento nazionale, non bastare il rigore. Raccomandare per mera amicizia pigliar nuovo sentiero di politica, dando generale amnistia, e unendo attorno al trono quanti n’erano stati allontanati per diffidenza, e non meritate persecuzioni. L’Europa per cagion di Napoli star perplessa, e minacciata di guerra; il napolitano governare esser d’ostacolo alle amichevoli relazioni con la Gran Brettagna; ed ove il re accedesse, pigliando una politica concorde allo spirito del secolo, porrebbe su ferme nasi il suo trono.» Il Francese parlava solo d’amnistia e giustizia, ma voleva il governo regio si ponesse d’accordo col ministro inglese, che chiedea politica nuova spirito del secolo, ribelli attorno al trono, per farlo sicuro e basato; cose tutte stranamente elastiche, che seguite anche in parte portavano certissima mina. Cosiffatti consigli ch’eran fiere minacce posero in gravi condizioni re Ferdinando: a seguirli, fabbricava con le sue mani la rivoluzione; a rigettarli provocava l’ira de’ potenti. E la setta a fargli più difficoltosa la risoluzione in quel duro bivio, come seppe andate le note, e i discorsi seguitine ne’ parlamenti Angli e Francesi, faceva spargere per Napoli proclamazioni rivoluzionarie, stampate a Torino.

19. Il re non accede.

Ferdinando aveva il regno quieto, e. dovea turbarlo egli stesso, era re indipendente, e doveva infirmarne il diritto, ubbidendo a volontà straniere; via di mezzo non vera; ubbidire anche in minima parte facevalo impotente ad oppugnare la protervia settaria, sorretta da sì forti protettori. Il perché consigliato da regale dignità, e dalla suprema legge del bene de’ sudditi, fe’ l’ispendere a 30 maggio: «Se il congresso stabilì nessuno Stato aver dritto d’ingerirsi nello Stato altrui, i proposti consigli son derogazioni a tal principio. È inganno a voler mantenere la pare in Italia, usando quei modi stessi che producono le rivoluzioni. Perdonare, richiamare esuli non pentiti, porre attorno al trono uomini condannati per misfatti di maestà, significa trionfare la rivoluzione già vinta. Napoli e Sicilia stan chete; si turberebbero seguendo gli stranieri consigli, s’insedierebbe la fellonia protetta. Il re sempre ha dato prove di magnanimità, perdonando; e ben si rammarica a vedere cotesti perdonati, sempre incorreggibili e tornanti alle offese; però e pel pubblico bene e per la pace d’Italia, non può usare altre clemenze, soprattutto in tal momento, che pe’ suggerimenti di tanti protettori le menti si rinfellonivano e ripreparavano a nuovi colpi. Da ultimo egli mai non essendo entrato nelle cose altrui, credesi del pari essere egli solo giudice de’ bisogni del suo regno, per sicurare una pace che o non sarà turbata, o sarà tosto tutelata e riposta dalle leggi e dalla potestà. Nulladimeno, cosi fugando ogni pericolo all’Italia, il benefico cuore del monarca troverà opportunità e convenienza da esercitare la consueta sua clemenza.»

E per mostrar di graziare spontaneo, fece molte grazie ne’ consigli di stato del 28 e 30 luglio, dopo informazioni prese sulla condotta d’alquanti esuli e condannati; però ridonò la patria a parecchi, fra’ quali noto il medico Lanza, proclamatore della decadenza della monarchia, il poi famosissimo traditore Liborio Romano, e Francesco Pesacane disertore, ch’avea combattuto a Velletri contro l’arme patrie. Altre grazie largiva a 3 ottobre, fra cui quelle dell’ex deputato Amodio che l’avea chiesta, ed altre appresso. Rientrarono adunque tanti felloni il più per ricongiurare, come si vide. Solo il Pesacane non se ne valse, e si restò fuori: e ‘l perché presto sfolgorò.

20. Anche Austria consiglia.

Perdonando così a poco a poco, il re provvedeva insieme al sollievo dei rei? e alla pace del paese; ma questo appunto facea stizza a Londra e a Parigi, volenti pace rivoluzionaria; cioè guerra al dritto costituito. Si mostrarono offese del rifiuto, e si voltarono all’Austria che facesse capire al re aver egli troppo contato sulla sua debolezza, e dessegli avvisi salutari. Vienna si vide in acuti spini; ché né quei consigli poteva approvare, né avria voluto impacci per cagione di Napoli; nondimeno ne scrisse a 27 luglio: «irritate essere quelle due Corti; comprendere la ragione del re a non soffrire pressioni straniere; ma presentendole ire de’ due forti, richiamavalo a tornar sulla quistione, per veder se fosse maniera a non turbare la pace vera d’Italia, che da quelli potrebbe esser commossa, e a risparmiare al regno penose difficoltà e perigli.»

Ferdinando faceva rispondere a 24 agosto: «Esser dolente che Francia e Inghilterra tanto mostrassero irritazione pel necessario suo niego a consigli minacciosi dati senza dritto; egli non poter riconoscere nessuna dipendenza del reame dallo straniero; ma anche in merito aver ragione. Già per quella proiezione si vedea risollevare l’idra rivoluzionaria; già spandevansi proclamazioni; già si minacciava la pace d’Italia. Peggio se egli avesse piegato; ché avria perduto dignità e subiti gli orrori della rivoltare. Non aver fatto amnistia piena, ma averla data a molti, e seguiterebbe a perdonare chi pentito grazia chiedesse. Concederla a chi pertinace non la chiede né la vuole, ma la fa imporre da possenti stranieri, significa abdicare. Il meglio per la pace d’Italia è lasciarla riposare, non farla mestare da incorreggibili faziosi.»

Cotai ragioni eran ben dall’Austria valutate; ma temendo che i due alleati col pretesto del niego si mescolassero nelle cose d’Italia. avrebbe voluto, a toglierne ogni cagione, il re li contentasse; e tentò farlo persuadere dal papa. Inghilterra aveva altresì fatto istanze alla corte Toscana, siccome quella che per parentela potesse valere su Ferdinando: ciò non per brama di riuscire, ma per mostrare d’aver pria del ferro usato ogni via di persuasione. Anche s’erano volti alla Russia; ma questa disapprovò netto a 2 settembre siffatta strana ingerenza nelle cose altrui. Disse in breve: «Volete perseguitare un re che non vi noia, e salvare un popolo ch’è contento? Avete guerreggiato per l’indipendenza del Sultano, e andate a sforzare al voler vostro il re di Napoli? Proclamatori di civiltà, inaugurale il dritto del più forte?».

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUARTO

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