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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIV)

Posted by on Feb 1, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIV)
11. Bonificazioni.

Nel regno sono molte terre paludose: maremme a Fondi, al Garigliano, al Volturno, sul Jonio, sull’Adriatico, gore a Sarno, Pesto, Policastro. s. Eufemia, Rossano, Gioia, Bivona e altrove, misurate, si trovarono dodici milioni di moggia. Restituirle all’uomo era opera più gloriosa del conquistare l’altrui. Ferdinando sin dal 31 aboliva le riserve per le regie cacce, appunto per bonificarne le paludi, e in molte parti si lavorò, dove bene, dove male, dove si rubò molto, dove poco: perlocché nel 55 a 11 maggio una legge creò la Commessione speciale pel bonificamento, con Giacomo Savarese direttore. In effetto si videro bell’opere in quelle maremmea manca e a dritta del Volturno, ch’aveano 240 miglia quadrate, già impraticabili e mortifere: restituite a coltura terre feracissime e immense, nella più ubertosa parte d’Italia, in Campania, con istrade bellissime in più versi. La fama ne passò fuori; e il governo francese mandò uffiziali a studiare quei nostri Bonificamenti.

12. Il Fucino.

Il lago Fucino sta su un alto piano in Abruzzo citeriore, a 680 metri sul mare. Fanlo l’acque piovute sui monti circostanti, che vi restan per mancanza di sbocco; onde cresce o manca, secondo più o meno piove, o che più o minor caldo le svapori; e or lascia or inonda le rive, con danno della coltura e della salute umana. Non è profondo, né s’alza nelle piene a più di 86 palmi, e scende talora a 39. Pertanto fu antichissima brama d’abolire quello stagno sì mortifero che ingoia tante terre. I Romani con gli schiavi, che non costavan nulla, fecero grandi opere per divergere l’acque; Claudio con un emissario volle gettarle nel Liri; ma nello stesso dì dell’apertura la furia dell’acque rovesciò l’opere in gran parte. Né riuscirono meglio Traiano e Adriano, né Federigo Svevo, né Alfonso magnanimo, né altri re. Ora con modi nuovi di scienza, studiate le condizioni del lago e dell’emissario Claudio, Ferdinando fe’ purgare lo speco dell’antico canale, e tutti i cunicoli romani, e fu provato che l’impresa si potrebbe eseguire. A 21 luglio 55 concesse i lavori di prosciugamento a una compagnia rappresentata dal D’Agiout (che li cedé poi al principe Torlonia romano) dandogli la proprietà de’ terreni emergenti dal fondo. E tosto con grande spesa e alacrità si mise mano.

13. Concessioni ecclesiastiche.

Ferdinando ritornando sulle dimande dell’episcopato, quasi tutte nel Fortunato co’ rescritti del 15 luglio 50 rigettate, fe’ per contrario di molte concessioni. A 15 marzo 56 ordinò che ogni Beneficenza desse a’ vescovi tanto di rendita di fondi urbani e rurali, ovvero i fondi stessi lasciati dai testatori, da bastare alle spese del culto, e seguite dubbiezze nella esecuzione, le chiari a 3 maggio, 30 agosto e 15 novembre. Il decreto del 5 gennaio 57 concesse il seppellimento in chiese e cappelle gentilizie ad ecclesiastici ed a’ patroni; ciò era universale desiderio. Già nel 54 s’era convenuto con la Santa Sede per certi riguardi da usarsi a ecclesiastici carcerati o condannati, convenzione pubblicata a 30 settembre 59; ora a 6 maggio 57 un rescritto aggiunse le cause d’ecclesiastici farsi a porte chiuse, e i vescovi poter chiedere s’espiassero le pene correzionali in conventi. Quattro decreti del 18 maggio 57 concedettero: 1.° larghezze nuove per vendite,affitti e reimpieghi di beni e capitali di mense vescovili, badie e benefizii. 2.° ammissione di prove equipollenti per dimostrare la qualità ecclesiastica, e i padronali di chiese e beneficii. 3.° facoltà agli arcivescovi di terraferma a convocare sinodi provinciali, avvisandone il governo, e poterne stampare gli atti. 4.° poter le chiese, corporazioni e beneficii accettare donazioni e testamenti, senza venia sovrana. Quattro decreti del 27 maggio ordinarono: 1.° la revisione alla stampa de’ libri, data al consiglio d’istruzione pubblica con legge del 15 agosto 50, si fidasse altresì a’ vescovi. 2.° abolita la pena comminata dall’articolo 245 delle leggi penali contro i parrochi che unissero sposi, senza la preventiva promessa avanti all’uffiziale civile. 3.° dichiarate le procedure d’esecuzione per le sentenze delle Curie in cause chiesastiche. E 4.° i procedimenti per legati pii di messe, ed altro. Quattro rescritti del 5 giugno prescrissero che le Consulte, pria di giudicare affari di Chiesa, interpellassero i vescovi, che l’arcivescovo di Napoli potesse tenere un seminario, ove i vescovi del regno mandassero loro chierici a studiare, che sendo i vescovi ispettori nati delle scuole, possano e debbano visitarle, sien pubbliche o private; e che tre revisori sieno ecclesiastici tra’ revisori di libri esteri in dogana. Il ministro a 3 giugno ordinò non soggette al regio exequatur le dispense per età in matrimonii, cariche ecclesiastiche, e permessi di libri vietati. E il rescritto del 3 giugno abolì l’exequatur per le cause d’appello a Roma, scioglimenti di matrimoni, e sentenze d’appelli per provviste di canonicali e benefici in capitoli, collegiale e chiese di libera collazione, e per benefizi! ecclesiastici fra ecclesiastici.

Questo derogare a’ rescritti del 50, e accedere in buona parte alle dimando delle conferenze episcopali, meritò che i vescovi né volgessero al sovrano indirizzi di ringraziamento. Ma come cose nuove, le lingue sfringuellavano, la setta soffiava, e i mal! preti de’ paesi, irosi pel maggior potere de’ loro superiori, essi pure malignavano le concessioni. Si mormorava il re retrogrado, bigotto, aver messo il santo uffizio.

14. Visitatori regi nelle provincie.

Dirò meglio nel seguente volume quale fosse la condizione amministrativa del reame, e i suoi beni e mali mescolali. Ferdinando non avea mestieri di straordinarii modi per saperne lo stato, eppure, forse per dare nell’occhio all’estero, si calò a nuovo espediente. Solevano i re spagnuoli mandar talvolta personaggi in questi regni, con titoli di Visitatori, e potestà indipendente da’ viceré. Ferdinando l’imitò in parte due volte: nel 36, e ora nel 57, delegò per le provincie magistrati visitatori con sola facoltà di vedere e riferire al re lo andamento della cosa pubblica, i portamenti degli impiegati, e i bisogni de’ popoli. Cotesta mezza spagnolata era vana con provincie vicine, dove non si movea dito senza saputa del governo, più vano mandarvi uomini usi a’ tribunali, quasi niente intendenti di cose amministrative, vanissimo a quel tempo che gli errori più da Napoli che non nelle provincie s’ingeneravano, ed anzi che errori, si credevano sapienza. I visitatori sapevanlo, e intenti ad andare a verso (qualcuno poi nefu con la rivoluzione) non toccavano questo tasto, dove appunto era da scrutare la cagione delle cagioni. Però salvo che buoni alloggi, non trovaron altro. Di quelle visitazioni si vide poco, si seppe nulla, si dissero fatte.

I visitatori della Sicilia s’accordarono a rapportare contro il modo di percezione del dazio sul macino, perciò il re che per reiterati avvisi della Consulta l’avea riposto, a lei stessa commisse elaborasse più semplice disegnò di percezione, da gravar meno la bassa gente. Ed era fatto al sopraggiungere della rivoluzione.

15. Tremuoto di Potenza.

Il suolo del regno avea spessi commovimenti. A 5 luglio 57 dopo l’imbrunire s’era sentito lieve tremuoto a Potenza; altro a 10 settembre a tre ore di notte, pur leggiero. La sera del 16 dicembre, verso Bore dieci, il vedemmo in Napoli, e dopo tre minuti replicò forte, la gente fuggi di casa e ingombrò le vie; ma fuor che paura e qualche fenditura d’edifizo, non fu altro. Terribile invece riuscì nelle provincie in larga cerchia, tra l’Adriatico e ’l Tirreno, tra Puglia, Calabria, Basilicata e Salerno. Era sereno il cielo, tranquillo l’aere, s’udì gran rombo, e tosto lo scuotimento ondulante e sossopra, peggio dopo i tre minuti, a vortice e a sbalzo; le masserizie più pesanti uscirono di posto, le mura gittate fuori, le case percuotevansi a vicenda crollando, l’ora notturna, il sonno massime negli affaticati contadini, fer vittime assai; la gente svestita, dormente, schiacciata o sepolta sotto travi e ruine, in un attimo peri. Tremenda notte! A Potenza nessun edifizio salvo; chi potè fuggire dalle macerie, accecato dalla polvere, nudo, alitante, sanguinoso, coi capelli irti, a cielo scoperto su ghiacciati campi, vedea la patria e i suoi cari in improvvisa tomba inghiottiti. Quasi distrutti Tito, Marsicuonuovo, Laurcnzana, Montemurro, Moliterno, Saponara, e Brienza, danni gravissimi a Vignola, Calvello, Anzi ed Abriola. In Viggiano alle ruine s’aggiunse l’incendio. Né men gravi nel Salernitano. In Polla perirono quasi settecento, mezzo abbattuto esso e Pertosa, Atena ed Auletta. Molto in Puglia Canosa e Taranto patirono. Da’ rapporti uffiziali sino al 13 gennaio 58 veggo verificati 1215 morti e 517 feriti nel Salernitano; e 9237 morti e 1529 feriti in Basilicata. Le scosse pur seguitarono frequenti ma lievi sin’oltre il giugno.

Per lenire tanti mali accorse il governo, e l’umana carità. Ordini veementi da Napoli pigliarsi legname da per tutto, da boschi e da magazzini; si mandarono ingegneri, artefici, pionieri, e altri soldati a lavorare; poi vesti, camice, letti, farmaci, religiosi, filacciche, e tutte le tende militari, più che duemila e seicento. Il re largì tosto ottomila ducati, duemila la regina; si fecero collette in ogni dove, concorsevi tutta Europa: il papa, Toscana, Modena, Francia, Genova, Spagna, Olanda, e sin Tripoli ed Algieri; giunsero a dugentomila ducati.

Il governo a nulla mancò, ma tanti soccorsi e danari passarono per brutte mani. Era là, dal 22 dicembre 56 ito in missione d’intendente Achille Rosica, vicepresidente della Gran corte civile di Napoli, buon magistrato, secondo il verso di quel tempo del mandar magistrati a governo; più errore mandarlo in Basilicata, ove già sedeva un comitato unitario a Potenza. Né s’ignorava, dappoiché in novembre 56 il sottintendente di Sala aveva agguantato un mandatario, certo Niccola Taiani, con fogli rivoltuosi e una tipografia portatile, che si recava nel Potentino in servigio della setta. Il Rosica non era atto a tener gli occhi nella polizia, cosa nuova a magistrato civile, e lasciava fare, sì che tenevanlo a fautore. Il tremuoto fu opportunità ad allargamento di file; col pretesto di vedere i luoghi del flagello di Dio, s’assembravano gli adepti, e concertavano corrispondenze vocali ed epistolari. L’intendente lasciò il maneggio a un Raffaele Cassitto, impiegato d’intendenza fatto consigliere, tutto della setta; il quale alla fellonia aggiunse furti e concussioni: danari, arnesi, vesti, tende, legnami, frumenti, tutte cose dalla carità del Governo e de’ cristiani largite, non tutte andavano bene; e si sopportava qualche straniero qua e là, vanitoso dispensatore di zuppe a’ poveri, insultare in ricchissimo regno alla previdenza ed operosità del regio governare. Sotto quelle trabacche si congiurava, si sfatava il re, si calunniava, si mentiva; solo mancava il vessillo de’ tre colori. Cotali cose non si videro in quel di Sala, dove il sottintendente Calvosa fe’ il debito suo. Il re a 15 marzo 58 die’ dal tesoro ventiquattromila ducati, per rifare le chiese crollate in Basilicata, e diecimila per quelle del Salernitano. Dappoi fu ordinato che del denaro sopravveniente dalle collette trentadue mila ducati si distribuissero a’ poveri, diciottomila s’addicessero a monti di pegni, e altrettanti a monti frumentarii.

Mentre gli uomini malvagi, chi mancando al dovere, chi tradendo, chi congiurando, e chi diffamando la propria patria, s’affaticavano a darla a’ stranieri tiranni, cotanti tremuoti sì spessi e ruinosi parevano voci di Dio, che con isconvolgimento della terra nelle sue viscere profonde, profetassero le peripizie che indi a poco ne avean la superficie a bruttare di tanto fiume d’umano sangue.

Moriva a Pozzuolo per bronchite cronica, a 6 novembre 57, Maria Amalia sorella del re, moglie di D. Sebastiano, infante di Spagna.

16. Programma della rivoluzione.

La rivoluzione una è, o che vesta assise regie, o s’incappelli il berretto repubblicano; però nessun prodighi fece il Cavour co’ suoi lavorii a stringere insieme tutti i partiti rivoluzionarii. Gli fu maggior fatica (se il mentire è fatica a’ tristi) quel continuo mutare travestimenti, e altro dire e altro fare, e ’l fingere di percuotere il fellone e ’l sorreggerlo, e ‘l sorridere all’avversario per ferirlo da tergo, e l’altre tante vigliacche malvagità, per le quali i settatori vanlo celebrando Genio ed eroe. Opera d’ingegno non credo, bensì impudentissima, lo usare ad arte di Stato quel volgar mestiere de’ nostri camorristi, noto a ogni minimo ragazzo che anteponga la roba altrui all’onore. Che se a questi si dà la galera in pena, e a quello i trionfanti massoni elevano monumenti, non però la storia, dispensiera di giusta mercede, sconvolgerà le idee innate del giusto eterno, per celebrare un fievole ingegno che stimò farsi glorioso col mentire, ingannare e tradire. Quando tornerà in pregio la virtù ed il vero, cotesti torbidi talenti saran giudicati miseri e mentecatti.

Benché fallate le imprese di Sapri e Livorno, i rivoluzionarii, assicurati dal Cavour, aveano fede indubitata in imminente riscossa. Il Mazzini avea dettato un catechismo militare a regola de’ sollevantisi in campagna; il La Masa siciliano stampò a posta a Torino un libro sulla Guerra insurrezionale da farsi, il tiro della carabina si studiava aperto e permesso in Piemonte, si mandavano a milioni per le città i ritratti di re Vittorio e del marinaro Garibaldi; e si facean manifesti e proclamazioni formicolare per ogni contrada. Uno sparso nel 57 fu programma del da fare. Diceva: «Italiani! Quale sarà la condotta nostra, quali i nostri atti, quando i popoli s’agiteranno e dimanderanno una Italia, perché non resti come nel 18 una sublime aspirazione,ma divenga essere pieno di vita? Al primo grido, al primo ribellare, i popoli si levino per domandare il regno d’Italia con la dinastia di Savoia, e lo statuto sardo; e ’l parte lamento e l’esercito Piemontese avranno una voce per acclamare Italia. Come sorgerà allora una potestà che non sia né Piemontese, né Lombarda, né Veneziana, né Toscana, né Siciliana? Con la trasformazione del parlamento Sardo in italiano. Che farà il parlamento italiano? investirà il re di dittatura durante la guerra d’indipendenza. Che farà il diltatore? ne unificherà dicendo: unitevi attorno a me; ubbidite a’ Commessarii che mando per armarvi; accorrano vostre legioni da ogni paese a ingrossare i nostri soldati; io son con voi; oggi l’opinione in Europa n’è favorevole, è il momento opportuno, profittiamone. Non c’ impacciamo troppo della diplomazia; questa né calpesterà senza misericordia, se non vinciamo, come fece nel 49; ma che il re di Sardegna si faccia vedere con cinquecentomila combattenti, e la diplomazia, malgrado sue repugnanze, s’affretterà a riconoscere il fatto compiuto. Non ci facciamo illusioni: la quistione italiana non è quistione di giustizia al tribunale a di Dio, ma di forza, unicamente di forza al tribunale degli uomini.»

Tutto in questo cinico programma profetava quel che avvenne: la dinastia savoiarda, il regno d’Italia, il parlamento sardo mutato in italiano, la dittatura, i commessarii per annettere ed armare, la diplomazia da banda, il fatto compiuto, la forza unica ragione, i repugnantt riconoscimenti: tutto a un puntino. Solo il re dittatore non si vide, perché surti più dittatori di fatto, con apparenti costituzioni, credettero non proclamarlo, per non urtar più assai nell’opinione europea. Ma tal programma tutto eseguito per parte della setta, mancò affatto per parte de’ popoli: non vennero i cinquecentomila combattenti, non si videro ribellioni spontanee, né i paesi sollevarsi. I settarii dicentisi popolo, sapendo di non poter coniare sul popolo, videro la necessità di chiamare lo straniero in Italia a far l’Italia della setta; e guardavano speranzosi Napoleone, padrone di seicentomila baionette.

17. Vendette Napoleoniche.

Questi benché surto di rivoluzione, e forte per essa, aveva altresì voluto appoggiarsi al dritto dinastico; e s’era intitolato terzo, quasi succedesse a un secondo imperatore, quando il figliuolo del Primo s’era morto senza avere impero; ma tenendosi imperatore di dritto, ei mostrò stare al dritto di discendenza, spregiatore de’ trattati del 1815, ch’avevano inibito il regnare a’ Bonaparti. L’Europa sopportò; e anzi quando ei proclamò l’Impero è la pace, gli credette; diè nell’uomo fermante la rivoluzione francese travide lo strumento di ordine, la vittoria del principio d’autorità, la diga al torrente socialista, però sacrificò la più antica casa d’Europa alla pace del mondo.

Egli ebbe tempo da rifare l’impero, d’afforzarsi con battaglioni e ingegni, e con le alleanze di quei Stati stessi ch’avean contro la sua casa stipulati i patti viennesi. Ma lavorava a vendicare lo zio, a rifarne la tela interrotta, a cancellare dalle menti Waterloo. Seppe in quei già percuotitori dello zio mettere lo scompiglio: prima unisce Europa contro il Russo, e l’umilia; poi smacca Inghilterra alleata, sforzandola ad amara pace in Crimea, poi la gagliarda Prussia costringe a vergognoso danno.

18. Quistione di Neuchatel.

La casa di Prussia ereditò da’ Longueville, famiglia francese, nel 1708 lo stato di Neuchatel in Isvizzera, ch’ha 73 mila anime, e ’l trattato d’Utrecht nel 1713 le ne sanzionò il possesso. Napoleone conquistatolo nel 1806 diello al Maresciallo Berthier. Dappoi tornò a Prussia per l’articolo 23 de’ patti di Vienna nel 14; se non che col seguente trattato del 19 maggio 15, quel paese dichiarato cantone svizzero, fe’ parte di questa confederazione, con alquanta restrizione de’ dritti regi. Conseguentemente l’idea repubblicana v’invase a poco a poco, ammortendovi la potestà sovrana di Prussia; e Vera rimasta fievolissima quando nel 53 la Dieta Elvetica occupò con soldati la regione, spregiando le prussiane proteste. L’anno appresso il cantone proclamò indipendenza piena, e Prussia riprotestò.

Ma pur nella repubblicana Svizzera eran realisti che volevano l’antico. La notte del 2 a 3 settembre 56 il conte Pourtalis in nome del re s’impadronì del castello; poi venute truppe federali, fu vinto e preso. Prussia sempre protestando chiese la libertà de’ prigionieri; e l’afforzavano le dimande della Dieta di Francfort. Negarono gli Svizzeri; indi minacce e armamenti. Nel congresso parigino il legato prussiano, udendo mentovare quistioni italiane e greche, estranee alla guerra d’Oriente, tentò far discorso anche del Neuchatel, ma non gli dettero retta; perché s’ausiliavano le rivolture, non le restaurazioni. Poscia intramessasi la diplomazia, fur rilasciati i prigionieri nel 57, con riserva del definirsi il dominio del paese in una conferenza a Londra. Non però posarono i repubblicani, e scacciarono d’uffizio trentasei persone realiste. Invece la conferenza seguì a Parigi; e la Prussia dové aderire a un trattato del 27 maggio di quell’anno, rinunziando a tutti i dritti sovrani, solo serbando al re i titoli di principe di Neuchatel e conte di Valengin. Perdè il dritto certo di dominio, senza compensamento. A quest’onta condussela l’essere stata neutrale nella guerra contro l’antico suo alleato. Indi a poco dovea venire la volta dell’Austria.

19. Le bombe dell’Orsini.

Napoleone abbassando gli antichi avversarli de’ Bonaparti infievoliva altresì gli stati conservatori, ma ciò era poco per la setta. Napoleone avea lacerato la pagina del trattato del 15 percuotente i Napoleoni, la setta volea lacerare l’altre state cancella alla rivoluzione. Egli si trovava bene a fermarsi, questa gli diceva cammina; e in sette anni gliel disse ben otto fiate con otto attentati alla vita. Le macchine infernali di Marsiglia, quelle di Lilla, della Marianna, del Tipaldi, del Grilli ed altre non erano riuscite; le pistole del Pianori e del Bellamare aveano fallato, rugumarono più gagliardi colpi. Il comitato di Londra, dicentesi per l’indipendenza delle nazioni, il Mazzini, il Ledru-Rollin, un Bernard ed un Pvat, dettero il carico d’ucciderlo a più adepti, e fornirono arme e danari. Tra questi fur primi un Pieri, un Rodio, un Gomez, e un Felice Orsini. Costui nato in Meldola avea cospirato con Nicola Fabrizi e’I Ribotti, quindi esulò; quindi tornato per l’amnistia di Pio IX, in ringraziamento fe’ il deputato alla costituente romana, in febbraio 49, che proclamò la repubblica: uomo del Mazzini, un po’ letterato, un po’ soldato, tutto assassino.

La sera del 14 gennaio 58 sull’ore 8 ½, giungendo l’imperatore in carrozza al teatro dell’opera a Parigi, scoppiarono tre bombe lanciate dalle finestre e dalla via, che ferirono o uccisero 156 persone con l’Orsini operatore. Solo l’imperatore rimase illeso con la consorte, benché morisse un cavallo e s’infrangesse la carrozza dove stava. Restarono non iscoppiate altre bombe per terra, e molte arme gittate da’ moltissimi congiurati. Se né arrestarono trenta quasi sull’atto, e poi sino a trecento per tutta Francia; perocché dal seguito giudizio si vide già essere in pronto una grande sommossa nell’impero, compiuto il misfatto. Si scopersero carte di corrispondenza, arme e munizione; né a Chalons si poterono vietare tumulti; e anche a Parigi poi la notte del 4 a 5 marzo tentarono far folla, tosto fugati.

Del processo uscì a 26 febbraio la sentenza: l’Orsini, il Pieri, e ’l Rudio a morte, il Gomez alla galera; rigettato il ricorso per cassazione l’11 marzo, la giustizia si fe’ il 13 su’ due primi, commutata al terzo la pena in galera a vita. L’Orsini dalla prigione avea scritta una lettera a Napoleone cui lo avvocato con furba imprudenza lesse in udienza, che forte minacciando raccomandavagli l’Italia. L’Italia settaria avea necessità d’esser patrocinata da un assassino a pie’ della forca.

Mentre l’onesta gente fremea per le morti e ferite di tanti innocenti, i giornali rivoluzionarii né davano colpa a esso Napoleone. In Torino dicevano: egli pagare il prezzo della depressa libertà. Chi mai il pregò di far guerra alla repubblica romana? s’è mescolato in faccende italiane, è giusto che gl’Italiani scaccino lui, e gli menino bombe in carrozza. Lui di casa italiana, dessi da Italiani giudicare e punire.» E promossero collette per un presente al Favre, avvocato degli assassini. Il giornale Laragione evocando la memorie d’Armodio e Anstogitone, fe’ il panegirico dell’assassinio. Denunziato a’ tribunali, i giurati con iscandalo l’assolsero. Lo stesso Cavour stampò nel giornale uffiziale la lettera del condannato Orsini; con una sua postilla, lodollo d’aver nella lettera segnato alla gioventù italiana la via per riporre la patria al posto dovutole fra le nazioni.

Napoleone volle soddisfazione, e forte minacciò darebbe sua lezione al Piemonte, ond’ebbero ad ubbidire; e il parlamento votò la legge De Foresta, che definiva il crimine dell’apologia del regicidio, e meglio puniva le cospirazioni.

20. Cade il ministero inglese.

Anche in Inghilterra celebravano l’Orsini e la dottrina del regicidio; a lui brindisi, elogi e discorsi in un Meeting solenne plauditissimi. Il reo Pvat stampò un librettaccio encomiastico del tirannicidio. La setta da ogni parte stringeva i panni addosso a Napoleone. Questi da prima con nota del 20 gennaio dichiarò rispettare la libertà inglese, usante dritto d’asilo contro stranieri vittime di politiche lotte; poscia dimandò giustizia per gl’impunitarii insidiatori di sovrani, e per mostrar che Francia se ne comminerebbe, fe’ stampare nel Monitore gl’indirizzi de’ colonnelli francesi, con minacce d’invadere Inghilterra, per ispegnervi il focolare de’ regicidi. Ciò fu vampa a quei sospettosissimi isolani, però quando il Palmerston si calò a proporre alla camera un Bill contro i fuorusciti sul suolo brittanno, ben per pudore fu accollo, ma trovarono altro pretesto per votare contro i ministri, onde lasciarono le sedie, e surse il ministero Derby, certo con rammarico di Napoleone, e contro l’aspettazione di tutti. Fu grave a considerare come liberalissimi ministri fossero costretti a ritrarsi la prima volta che proposero legge di conservazione; e come per l’opposto ministri conservatori salissero appunto per non dar corso a quella accolta legge conservatrice. Il Palmerston con maggioranza nella camera cedeva al Derby che v’avea minoranza, perché l’Inglese geloso, sospettò quel Bill dettato dal Francese, aderì, ma né punì l’autore. E il Derby, se volle un po’ restare in seggio, ebbe più dell’antecessore a secondare gli spiriti progressivi della camera.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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