Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIV)
21. Il papa non cade nel laccio.
Austria e Toscana, visto Ferdinando fermo, a stornar la bufera, fean ressa al papa perché si ponesse in mezzo: e Napoleone con forti istanze al Nunzio pontificio, sospingeva il pontefice, a persuadere il re nostro. Pio IX presentiva che dopo il consiglio a Napoli seguirebbe il consiglio a Roma; già n’udiva molti vaghi in bocca al francese legalo Rayneval; vedeva in quei dì appunto gran confabulare del ministro sardo co’ faziosi romani; ed era poi chiaro volersi incarnare le proposte del Cavour al congresso, dove s’era più che su Napoli, su Roma fatto rumore. Se Pio adunque avesse messo la mano a promuovere novazioni nel regno, con questo condannato avriase stesso.
Manifestamente i consigliatori dell’amnistia, volevano evocare un altro 18, pur con l’amnistia suscitato. Imperiamo il pontefice non volle neanche aver l’apparenza di sopportare la pressione straniera al re di Napoli, col tentar di persuaderlo; invece, rigettate le preghiere austriache, toscane e francesi, egli stesso favellò anzi al Rayneval; e fe’ dal suo nunzio a Parigi pregar Napoleone a desistere da quelle pretensioni. Era allora tra Napoleone e Pio molta strettezza, ché di fresco aveva questi tenuto a battesimo Io crede di lui; fresche eran le parole di venerazione da esso volle al Cardinal Patrizi il 15 giugno di quell’anno; e non parca possibile ei pensasse in ringraziamento a spingere il venerato santo veglio nella via della ruina. Die’ buone parole, mostrò tutto volersi da Inghilterra; ma intanto comparirono. vascelli francesi con truppe a Civitavecchia, cui si dicevan volle a Napoli, per ispaventare il papa e il re insieme.
22. Richiamo degli ambasciatori.
Ferdinando stretto da tutte parti diè solenne prova di forza d’animo. A 26 e 28 agosto fe’ rispondere a Londra e a Parigi: «Dolersi della mala riuscita del suo niego, ma non aver pensato d’offendere le due corone; creder bene i consigli venire da brama di mantenere la pace in Europa; ma egli esser certo che la pace si terrebbe piuttosto seguendo il suo che lo altrui parere. Per fermo il giudizio suo in quella controversia esser più sicuro, come di sovrano che stando sul luogo può meglio i bisogni e gli interessi del suo popolo valutare. Napoli stato primo a frenare la rivoluzione, primo a riporre la pace, non doverla turbare con fatti inopportuni. Il re troverebbe tempo e modo da largir grazie; e sperare non vedere interrotta l’amistà cordiale fra il suo e quei reami, per inesecuzione a d’amichevoli consigli.»
Andando queste note, il nunzio pontificio proponeva a Napoleone, il re promettesse far grazia a qualunque de rei la domandasse. L’imperatore mostrandosene pago, rispose: «Ciò sarebbe molto, ma è da sentire l’Inghilterra.» Laonde fu un momento che parve finisse a bene. Ma eran lustre; a 19 ottobre le due Corti ne risposero: «Aver proposto riforme pel nostro interesse e pel bene del nostro popolo; le nazioni europee pensarla pur cosi (e chi mai?). Non poter serbare relazioni con un governo respingente ogni amichevole avviso; richiamerebbero gli ambasciatori da Napoli; ma terrebbero flotte a Tolone e a Malta, e navi sulle nostre coste, per accorrere a’ cenni de’ consoli risiedenti nel regno!»
Ferdinando sebben disturbato, pur non fu molto scontento del veder partire da’ suoi Stati quei due ministri, ch’a quell’ora vi tenean sotto la mano protetto il nodo de’ congiuratori. Eglino speravano ai loro partire la città si commovesse, ché i faziosi avean loro promesso far grida magne. Questi avean macchinate due cose: una dimostrazione di simpatia in via Toledo a’ ministri, e altra contraria fuor della città; onde avean messo certi loro prezzolati presso Secondigliano, per lanciar pietre agli ambasciatori, si da darne colpa a’ reazionari, e appicco a reclamazioni e riparazioni, da impacciare la corte. Il Governa, prefetto di polizia, n’ebbe contezza; stelle sulla sua per impedire l’una e l’altra. Adunque i ministri Brenier e Temple, abbassate le arme, lasciarono i consoli a posto; e benché avessero potuto presto imbarcarsi a Napoli, per far la mostra e vedere il bello, si partirono il mattino del 21 ottobre di quell’anno 56, per terra, verso Roma, a imbarcarsi a Civitavecchia, come poi fecero la sera stessa, appena giunti. Passarono gravemente per mezzo la via Toledo, foltissimo di gente, in carrozze aperte, in ora opportuna gittando gli occhi attorno aspettando i plausi promessi; ma i Napolitani non si scomodarono neppure a levarsi il cappello. Quei postali a Secondigliano visti bazzicar gendarmi a ghermirli, non osarono farsi scorgere; e i due diplomatici scomodatisi a spaccar per terra mezzo regno, traversarono pieni di noia e inosservati.
Il re sperando di non romperla adatto, fe’ pratiche perché i suoi ministri da Parigi e da Londra non venissero rimandati; e Napoleone pareva contentarsene; ma tosto da ambe le città furono licenziati. Allora volle far vedere aver egli resistito per sostenere la indipendenza del paese, non per timore d’alquanti fuorusciti, e fece grazie a quanti le chiesero. Infatti costoro rientrati senza protezione non eran pericolosi, ché di per sé non valevan niente.
23. Il Moniteur del 20 ottobre.
Il governo francese con un articolo nel Monitore del 20 ottobre cercò giustificare l’opera de’ forti. Diceva: per mantenere la pace doversi distruggere gli elementi di disordine: e li cercava in Napoli quieta, non in Piemonte agitatore, non in Inghilterra protettrice de’ Mazzini, Kossuth, e Ledru-Rollin? temeva il disordine futuro nella lontana Napoli, e noi temeva presente nella vicina Madrid? Gli altri Stati d’Italia, e anche il papa, ammettono la opportunità di clemenza e riforme: e dove mai, se il papa aveva anzi tentato persuadere Napoleone del contrario? Solo Napoli rigetta con alterigia i consigli: alterigia il dire dignitoso la ragione? Se il re avesse consigliato Parigi a cambiar politica interna, lo avriano udito? o che forse la ragion del richiedere si misura con la potenza? o che il solo forte alibi a dritto privativo di consigliare? Consigliavano la ruina della monarchia, e appellavano alterigia il ricusare di ruinarsi. Il rigore nel napolitano agita l’Italia, e compromette l’Europa: qual rigore? da molti anni non si scapezzava un uomo; e Francia e Brittannia ne impiccavano in tutti loro domini. Francia relegava senza giudizio i cittadini alla Caienna; Londra fucilava nelle Indie e nell’isole Jonie. Quale Italia era agitata, fuorché Piemonte libertino? invece voleano agitare la Italia pacifica, co’ protocolli di Parigi, co’ giornali torinesi, co’ vascelli costeggianti, con protezioni a ribelli, e sin con quello stesso articolo del Monitore. Non fu dato ascolto a saggi consigli: dunque i forti hanno anche il monopolio della saggezza? e perché né fean prova sol con Napoli fievole, non col Tedesco signore di Venezia, non col Russo padrone di Polonia? La soppressione delle relazioni con Napoli non è un intervenire: ma era il dispetto che Napoli non aveva sofferto lo intervento. Finiva: «Se il governo napolitano, tornando a sano giudizio, comprenderà il suo vero interesse, le due Corti rannoderanno con premura le prische relazioni, e saran liete di darne pegno di riposo all’Europa.» Ahimè! il riposo d’Europa pericolò poi, appunto in quell’anno quando si rannodarono le relazioni, e il reame fu costretto a fare non il suo ma lo altrui interesse.
Ma perché quella dichiarazione del giornale? Il Walewsky l’avea detto al nostro ministro Antonini: Napoli dece sottostare o a Francia o ad Inghilterra; e deve impedire non si congiungessero a suo danno. Ferdinando nol poteva impedire che diventando servo ed ingrato; nol volle, ed esse s’eran congiunte. Nulladimeno si disgiunsero a tempo; ché il Palmerston odorando le trame Murattine, si trasse indietro, né volle unire la sua alla flotta francese già dimorante ad Aiaccio; onde per allora non fu proceduto ad altra ostilità contro di noi. Parigi, Londra, Torino e Mazzini, a quel tempo ombrosi l’un dell’altro, si minavano e contramminavano.
24. Accuse a Ferdinando.
Tal contegno del re fu vero trionfo del dritto su la prepotenza. La setta ch’avrebbelo detronizzato s’egli avesse piegato, il tassò di tiranno. Chi gridan sempre indipendenza, maledicono a un re ch’avea voluto essere indipendente. Il Cavour proclamatore di non interventi, sindacante i Tedeschi in Romagna, plaudiva a interventi anglo-francesi in Napoli a dispetto del popolo e del re. Gli stranieri lamentanti Italia serva, ora fremevano a sentirne una parte non voler essere serva. Ferdinando accusato d’ubbidire ad Austria, provò non ubbidire né ad Austria, né ad altri, ma al suo dovere, alla vera utilità della patria sua. Grazie faceva, ma non comandate; per sollevare i rei, non per suscitar guai agli innocenti; per aprire il manto al perdono, non l’uscio alla rivoluzione distruggitrice. Però la rivoluzione indigena mai non s’ebbe; e bisognò poi la portassero a forza quelli stessi stranieri consigliatori di pace.
Eppur s’accusa tal re di gran fallo, quasi allora ei nimicasse quei forti; ma che forse erano amici? Egli mostrò aver animo più grande del suo Stato. Pur né guadagnò tre anni, e mori sul trono; dove il figliuolo Francesco, quando fu costretto a seguitare i saggi consigli, e die’ l’amnistia e la costituzione, cadde subito; e con esso la monarchia e la nazione napolitana, in mezzo a fiumi di sangue.
25. Sciocca proposta del Cavour.
Come il Cavour vide Ferdinando uscire più splendido dal foco che gli avea lanciato, tentò ipocritamente una sciocca furberia. A mezzo novembre propose al Canofari nostro ministro a Torino: «Il vostro re ha fatto un assai brillante figura, sciogliendo a suo pro un nodo molto intrigato. Ora dovrebbe vendicarsi, e delle Corti che l’hanno notato, e di quelle che l’hanno mal sostenuto, col ravvicinarsi al Piemonte. Napoli e Torino uniti darebbero leggi all’Italia.» Rispose il Canofari: «Il re non è disgiunto dal Piemonte, ma questo dal re. Napoli non ricetta nemici di Torino, non ha officine occulte e riconosciute di calunnie e macchinazioni sistematiti che per rivoltare Sardegna.» Dopo pochi di il generale La Marmora ebbe viso di replicare anch’esso la stessa proposta. Costoro credeano condurre Ferdinando a concedere al belante Piemontino ciò ch’avea negato alle ruggenti Francia e Inghilterra. Egli non so se ridente o fremente di quella balorda pensata, fe’ a 9 dicembre rispondere dal Canofari: «Il suo governo non domandare di avvicinarsi a nessuno, volere star bene con tutti, a condizione che niuno s’impacci de’ suoi fatti interni.»
26. Moto del Bentivegna in Sicilia.
Incominciano le insidie in lunga serie. Quei due Stati potentissimi potevano con un fiat rovesciare il trono sebezio, ma perché gelosi, né convenuti alla partizione, solo concordi a vendetta, dettero mano a ingannevoli artifizii per mostrar loro previdenze avverale. Con la forza sarebbe caduto un re, con le insidie si precipitò la nazione; si punì l’inubbidienza dignitosa d’un monarca, col sangue e con la roba di nove milioni d’uomini innocenti. E pretesto a sì disumana opera fu l’amore dell’umanità.
Prognosticate le rivoluzioni, detto a’ regnicoli in cento tuoni: ribellatevi, sta per voi il Piemonte e la civiltà, stanno i vascelli di due grandi Stati, scacciate il re bomba: nessuno si moveva. Fu necessità mandarli a muovere da fuori. Era sì lontana dalle menti nostre la rivoluzione che udivamo con maraviglia talora certe affisse proclamazioni stampate a Torino, e facevan le crasse risa di cotali sforzi inani d’un partito impotente. Le cose d’Italia parevano accennare a quiete, il papa si faceva l’esercito, aveva ottenuto i Tedeschi lasciassero le città romagnuole, e solo guardassero Ancona e Bologna, il che avveniva sul finir d’ottobre. Eppure si mulinavano colpi mortali ed iniqui in Sicilia e in terraferma.
A 20 novembre appariva sulle coste sicule la Wanderer, goletta inglese venuta da Malta, ed andava spargendo starsi soldati britanni a Malta pronti ad accorrere in aita de’ ribellanti; lo stesso stampavano certi giornali esteri, aggiungendo i Francesi invaderebbero Napoli, ed ecco s’alza un vessillo a tre colon, di tal maniera. Era un barone Francesco Bentivegna di Corleone, giovine dissennato, senza istruzione, mazziniano, stato deputato nel 18, che nel 49 presa Palermo avea protetto i banditi in campagna. Questi in febbraio 53 unita gente in casa, imprese con la coincidenza de’ tumulti di Milano a sollevarsi, e tentare un colpo di mano sul presidio di Palermo; ma scoperto e sostenuto a’ 25 di quel mese, fu con altri sottoposto a giudizio lungo, dov’ei protestava innocenza. Trovò anzi protettori, e ’l Cassisi stesso, per discreditare il Filangieri, potendo su’ giudici di Trapani, riuscì a farlo assolvere; onde ebbe co’ complici libertà. La polizia per sicurezza il mandò a confine; ma v’era sì mal sorvegliato ch’ei potea starsene spesso in Palermo a rannodarvi la congiura, e anche più volte navigare a Torino, senza essere scorto. E si declamava contro la durezza de’ Tribunali, e le sevizie della Polizia! Questo innocente, corsi appena quattro mesi ch’era fuor di carcere, giunta la nave inglese, dopo due dì, a 22 novembre 56, levò con gli antichi complici a rumore le terre di Mezzoiuso, Villafrate, Ciminna e Ventimiglia nel Terminese; tolse il denaro dalle casse pubbliche, scarcerò i detenuti, fugò il giudice e i snidaci, arse l’archivio circondariale, e a sommuover la gente gridacchiava già gl’Inglesi stare a Palermo, e in altre città dell’isola. Raggiunselo un La Porta, pur con esso giudicato innocente pel fatto del 55. Dall’altra un Francesco Guarnieri pur di quel processo, investiva la sera del 26 le prigioni di Cefalù, e traevane un Spinuzza, anche complice del 55, ricarcerato per nuove imputazioni. Costoro saccheggiarono certe case d’impiegati, disarmarono la Guardia Urbana, presero arme di privati a forza, e con sediziose grida cercavano popolo. Questo in nessuna parte li seguì, benché vedesse qua e là costeggiar navi francesi o britanne, per contrario i villani prese rusticane armi, come arrivò da Palermo una regia fregata con soldati corsero alla spiaggia, gridando Viva il re! illuminarono Cefalù, e cantarono il Te Deum nella cattedrale. Soldati e Guardie Urbane dettero addosso a’ rivoltosi, e li dispersero. Anche urbani per la via di Lercarà col sottintendente Parise assalirono il Bentivegna. Il quale vinto da tutte parti, disciolta la banda, fu da’ soldati trovato in una fratta di fichi d’india, e menato a Palermo. Colà giudicato da un consiglio di guerra, ritornò a Mezzoiuso, ove avea alzata la bandiera, e il mattino del 25 dicembre, fatto testamento, passò per le armi. Andando al supplizio disse più volte: «Se il re sapesse questo, mi farebbe grazia!» Tanto a’ rei stessi era notissima la regia clemenza, e certo il re seppelo dopo. I suoi complici ebbero pene minori.
Per questa giustizia, eseguita invero con inopportuna fretta da’ comandanti in Sicilia, il re si rincappellò odio novello de’ suoi nemici. Mentre i Siciliani stessi fiaccavano la ribellione, il Piemonte piagnucolava la loro servitù. Il Brofferio in quel parlamento a 15 gennaio 57 incolpava il Cavour di non aver mandato una nave a confortare nelle battaglie quel popolo abbandonato alla mannaia del Borbone il Cavour rispondeva onestamente: «Io non voglio appoggiare in Italia vani tentativi rivoluzionarii, ché in altra guisa intendo la rigenerazione italiana. Seguii sempre una politica franca, leale, senza linguaggio doppio, e sinché dura pace con gli altri principi, non userò mezzi rivoluzionarii. Non mandai navi, perché prima avrei rotto la guerra, e dichiarate mie intenzioni.» E tai vanti di lealtà, dopo aver data l’imbeccata al Bentivegna, e quando si preparava a mandare il Pesacane! La inflessibile storia mostra ch’ei non dichiarava guerra, perché fidava più nelle traditrici insidie de’ codardi.
27. Le torture.
Era un sistema di diffamazione. Avea cominciato il Gladstone, gittato il motto di torture fisiche e morali nel regno, s’aveva a farlo trovar veritiero. Punito il Bentivegna, a colpire il Maniscalco direttore di polizia in Sicilia. se ne contavano in tutte lingue, menzogne sperticate, calunnie fantasiose, come novelle arabe, intorno alla siciliana polizia. Da Francia, Inghilterra e Italia piovevano giornali e opuscoli da inondare l’Europa sugli orrori di re bomba. Anche il drammaturgo Victor-Ugo scagliò di Francia la sua pietra. Era uragano quotidiano di mostruose invenzioni: parlavano di supplizii occulti, di sevizie, d’atrocissimi strumenti di tortura, la cuffia del silenzio, la sedia angelica, il trapano ardente, e simiglianti; cose neppure inventate bene, questi sendo strumenti di barbarie d’altra età, esposti nel museo della torre di Londra, come di fatto fu constatato dal signor Moreau Christophe, direttore generale delle prigioni di Francia, valevole testimonianza d’un uffiziale di Napoleone, e data in quell’anno 06, quando eran rotte le relazioni tra Francia e il regno. Oltre a questa fur citate altre due testimonianze, cioè d’un gentiluomo polacco e d’un colonnello prussiano, ch’avean potuto a Palermo vedere e interrogare i carcerati complici del Bentivegna, e visitare tutte le prigioni della città. In quanto a sevizie v’era qualche modo aspro de’ Compagni d’arme su’ ladri, perché avendo essi a pagare le cose rubate, infuriavano per trovarle: ciò credo impossibile a evitare in Sicilia, dove sono ferocissimi i tristi, ad ogni modo quelle asprezze pungeano i malvagi. Ma le calunnie di sevizie e torture erano inventate a posta a infamare Ferdinando, e menomare l’empietà delle scelleratezze meditate dal Piemonte. Di fatto gli autori di tai calunnie, poi che furon vincitori, se ne son vantali impudentemente dalla tribuna di Torino, e anco in istampa. L’ostetrico Giovanni Raffaeli, mazziniano di Sicilia, arrestato nel 61, perché repubblicano, da’ Piemontesi, stampò la sua difesa nel Corriere mercantile di Genova, tassando ingrato il Piemonte, e svelando essere stato esso che inventò la calunnia della cuffia del silenzio, che tanto nocque a’ Borboni. La setta ricorse a novelli mendacii; divulgò essersi trovati in Castellammare gli strumenti di tortura. Forse i regi ve li avean lasciati a posta? E un certo dottor Nani per far danari ne costruì, e miseli ostensibili a Londra per prezzo. La calunnia era stracca, pagato di spregio, disperato s’arse le cervella nel 65.
28. Agesilao Milano.
Gli instigatori del Bentivegna avean designato sorreggere la rivoluzione di lui col regicidio. Ei s’era sollevato a’ 22 novembre, e mentre i giornali sardi strombettavanlo vittorioso, e procedere dignitosamente, civilmente, non ispargendo sangue, Napoli vedeva a 8 dicembre un infame attentato. Solevano quel dì le soldatesche ogni anno udir la messa al Campo di Marte, in onore dell’Immacolata; e poi stilare avanti al re, che a cavallo né osservava l’arredo e l’istruzione. Quell’anno 1856 un soldato del 5° battaglione cacciatori, marciando uscì di fila, e ratto il moschetto con la daga in punta spinse alla vita del re. Questi col braccio parando affievolì il colpo, sì che ne restò poco ferito, e mentre colui replicava, sopraggiunse il conte Francesco Latour tenente-colonnello d’Ussari, che tornando dal recare altrove un comando regio, visto l’infame atto, spronò il cavallo rattissimo sull’assassino, e l’atterrò. Ferdinando con breve accento vietò l’uccidessero, fu preso e tratto altrove in un attimo, sì che quasi niuno s’accorse del caso. I soldati attenti al dover loro seguirono la marcia; la popolazione niente sospettò; e il re, sebben piagato, non lasciò il luogo. Compiuta la rassegna, montò in carrozza, e a mezza via manifestò alla regina esser ferito, immagina lo spavento di questa signora, presso a partorire; e l’ansie della famiglia, temente d’arme avvelenata, sino alla reggia; dove la ferita, ch’era in una costola a manca, osservata da chirurgi, fu dichiarata innocua a poco profonda.
La coraggiosa prudenza del re fu provvidenziale; ch’ove i soldati s’accorgessero dell’attentato, o la popolazione anche per paura si fosse commossa, le sospettose fantasie avrianli spinti a vendetta: molte milizie, folla di gente calcata, luogo sinistro, opportunità di mal fare, sospetto di premeditazione, tutto poteva esser cagione d’eccidio. Ma i reduci dalla parata udirono in città il fatto. Fu universale dolore, a quell’ora stessa, ogni classe di cittadini accorse alla reggia aperta, il re di sala in sala accoglieva tutte persone, nell’ore vespertine in carrozza si mostrò al popolo per le strade, a sera illuminazione spontanea su ogni muro e sino a’ tugurii; i poveri chiedevan l’elemosina per comprar l’olio, e più anche nelle sere consecutive. Tridui in ogni chiesa del regno. Incontanente i ministri e consoli esteri, e ne’ dì seguenti fu continuo trarre al palazzo, recarvi indrizzi, e congratulazioni di ciascun municipio e collegio e università e corporazione del reame, tutte classi sociali, ogni arte, uffiziali e privati mostrarono il raccapriccio del misfatto. L’indirizzo de’ mercatanti inglesi dichiarò eglino aver sempre trovato nel re protezione.
L’assassino fu un Agesilao Milano di S. Benedetto Ullano nel Cosentino, d’anni ventisei, di condizione alquanto civile. Di statura giusta, piuttosto magro, bruno, capelli neri, occhi cisposi, bieco sguardo, non rideva mai, persona disaggradevole, non punto simigliante a’ ritratti che poi n’inventarono. Espulso per mala condotta dal collegio Italo-Greco, nel 48 avea combattuto contro i Regi. Non ebbe punizione, per l’amnistia dell’8 febbraio 52; ma fu sì grato da vantarsi che ucciderebbe il re; pel qual detto sottoposto a giudizio, tornò libero per sentenza di serbarsi gli atti in archivio, formola legale significante aspettarsi altri indizii di reità. Ora costui gravato di tanto sospetto, dovea per legge esser vigilato, e nondimeno potè trovare da andar soldato per un suo fratello, e ruminarvi alla sicura il regicidio, e tentarlo in mezzo al campo. Vedi tribunali detti iniqui dal Gladstone, mandar franco un minacciatore alla vita del re! vedi polizia,cui quel lord accusava di rapire i dritti civili a migliaia di pacifiche persone, com’era oculata! un sorvegliato riesce a farsi soldato, e ad aver nelle mani l’arme a difesa di quel sovrano, cui aperto avea promesso dar morto. Dappoi non si vide altra punizione che un consigliere tenuto quattro mesi a Napoli con soldo, e l’intendente messo al ritiro, perché sendoglisi denunziato il premeditato delitto, non avea provveduto.
Il Milano serviva da sei mesi, mostratosi religioso, attento al dovere, rispettoso e tranquillo, nel battaglione non aveva amici, nell’ora dell’uscita era il primo, l’ultimo alla tornata, dimandato del perché, diceva visitar suoi compatrioti per aver nuove del paese. Sin allora avea ricevuto l’istruzione da recluta, e quel giorno 8 usciva la prima volta col battaglione, al mattino non mangiò la zuppa, e interrogato confessò aver temuto i vapori del cibo il distogliessero dal proponimento. Il primo interrogatorio scrisselo di sua mano. Menato al quartiere del battaglione a Ferrantina, per sottostare a consiglio di guerra, v’accorse il brigadiere Alessandro Nunziante, comandante de’ cacciatori; il quale col tenente Carlo Berlini che vi facea da commessario del re, volle senz’altro testimone favellargli. Si sussurró basso che il reo al Nunziante chiedentegli il perché del misfatto, rispondesse ghignando: Tu meglio dei saperlo; che potea sul tuo braccio cadere la sorte. Nol credo vero, né pure allora vi si credeva, sendo egli tenuto pel più fedele, com’era il più beneficato de’ sudditi, che che dicessero restò segreto, né si permise a nessun altro accostarsi al colpevole, guardato da due sentinelle e da un uffiziale di guardia. Il Nunziante stette quasi sempre nel quartiere; e qualunque dei soldati s’attentò volerne sapere qualcosa, incontanente fu mandato in prigione lontana. Il giudizio seguì in vasta sala di quel quartiere, colma di gente accorsa, nessuno volea patrocinare il reo; bisognò che il re facesselo imporre a un avvocato; e quando questi il volea scusare come folle, No, rispose, folle sei tu, io determinatamente operai. Condannato si confessò, mostrò contrizione, ma non del misfatto; più volte replicò il ripeterebbe. Fu giustiziato il 15 del mese, sull’ore dieci e mezzo antimeridiane, in piazza Cavalcatolo, fuori porta Capuana, menatovi dal suo battaglione stesso. Chinando il capo nel laccio, disse: viva Italia e la libertà! ma non una voce nel popolo immenso gli rispose.
Il Nunziante si vantò d’aver dissuaso il re dal fargli grazia; e laudò molto quel Berlini commessario, e l’aiutante maggiore Enrico Pianelli, stato presidente del consiglio di guerra; personaggi che disertarono avanti Gaeta nel 60; quando già esso Nunziante poco innanzi avea pur tradita la causa del re e della patria. Questi allora punitori del regicida, si videro poi carezzati da quella setta che il regicida santificò e premiò. Oh anime, liberali del secolo nostro!
29. Profezie ed apologie.
La storia deve notare la coincidenza contemporanea di questo attentato e quel del Bentivegna, con le precedute profezie di bocche settarie. L’inglese giornale il Globe (vedi il Débats, 15 dicembre 56) assicurò che prima del fatto correvano in Londra voci di regicidio. In Piemonte s’andava zufolando vagamente che riuscisse o no la sollevazione siciliana, le cose del regno eran per mutare. La Vespa, giornale genovese, pubblicava il 9, scritto l’8, quando appunto seguita il caso, un articolo intitolato Povero Bomba! E cominciava «Se vorreste, lettori, pregare al vostro nemico un malanno, ma di quei buoni, augurategli la posizione privata e pubblica del povero Bomba; e v’assicuro non vorrei essere io la regina di Napoli. Figuratevi com’ei viva tranquillo nella sua reggia….» Appresso: «Di dietro poi e tutto intorno il fermento, le imprecazioni, i lamenti, e ’l pericolo imminente d’una BOTTA SUL CRANIO.» Finiva con feroce ironia «In che brutto impiccio è il Bomba! è come uomo alla vigilia della i mala paga. Veh umana fortuna! un re sì devoto, sì santo, che si confessa ogni dì, con tanti milioni di benedizioni addosso, doverla finire sì male! vorrei dirgli all’orecchio: Maestà, siete in grazia di Dio, date una volta bando alle cure del mondo, lasciatevi mettere nel calendario de’ santi!» Ma invece d’un altro santo ebbero un altro martire del loro coltello. Dunque la Vespa avea profetato lo stesso dì del colpo, come in Roma il D. Pirlone e il Contemporaneo avean profetata la uccisione di Pellegrino Rossi. Inoltre fu pur dappoi provato gli adepti starsi all’erta in Calabria, aspettando la nuova del re ucciso, per ricominciare la rivoluzione a un tratto; e in Napoli un processo assicurò alla giustizia dieci complici del Milano; ma il re non volle rumori di nuovi giudizii.
E quantunque il regno, e tutte nazioni esecrassero l’attentato, non mancarono apologisti. La gazzetta del Popolo a 11 dicembre dichiarò dritto il regicidio. Il Globe nel su citato articolo, per attenuarne la malvagità, appellava a tempi classici, quando era eroismo colture chi teneva la potestà nelle mani. L’Italia e popolo a 19 gennaio 57 stampò il Milano essere il miglior figlio d’Italia. Se ne scrissero biografie encomiastiche, girate alla libera in Piemonte, ove pure era un re. Coniarongli una medaglia; e il dritto a 29 marzo ne scrisse: che fu fatta con nobile pensiero, per raccomandare quel valoroso alla memoria de’ posteri. La Gazzetta del Popolo a 30 marzo disse: l’artefice ha lavorato col cuore, e il Milano ha ricevuta la palma del martirio. Nella camera torinese corse una nota di sottoscrizioni per elevare all’assassino un monumento, e alquanti vi si segnarono. Giuseppe Del Re fuoruscito napolitano impiastrava un carme a lode del martire, e i tribunali di Torino dichiararono siffatto poeta innocente. In più tempestoso tempo vedemmo quel ridicolo Mariano d’Ayala stamparne in Napoli l’elogio, e portar fiori sur una supposta sua tomba. Ed ogni anima onesta mirò esterrefatta il redentore Garibaldi decretar nefande pensioni alla madre e alle sorelle del regicida, pagate da re Vittorio.
La real famiglia di Napoli fe’ dal metallo della carabina e daga percuoti trice fondere una statuetta dell’Immacolata, col disegno di D. Sebastiano, infante di Spagna, cognato del re. L’esercito e l’armata volarono un tempio all’Immacolata là sul Campo, con offerte volontarie; e se ne mise in gran pompa a 5 agosto 57 la prima pietra, con su sei righe d’iscrizioni, e monete. Gli uffiziali dell’esercito dettero una spada d’onore al Latour. Del pari i negozianti di Napoli offersero parecchie migliaia di ducati, per fondare un’opera di beneficenza da largire soccorsi ogni 8 dicembre in quella nuova chiesa ’poveri. E di fatto si fondò con decreto del 29 aprile 57.
30. Scoppii.
Napoli non calmata ancora, ebbe presto nuovi spaventi. Sul mezzodì del 17 dicembre scoppiava la polveriera sul molo militare avanti la reggia, gittato all’aria gran parte dell’edilizio a gran distanza; sicché un macigno di molte cantaia sfondò la casa del caffè Pappagalli presso il Mandracchio. Spezzaronsi i vetri non della reggia sola, ma di gran parte della città molto addentro. Perironvi diciassette persone.
Più spaventoso scoppio seguiva a 4 gennaio 57 sulla bocca dello stesso porto militare. Il Carlo III, fregata a vapore con sei grossi cannoni, costruita a Castellammare, doveva alla dimane recare arredi soldateschi a Palermo. Avea la dotazione di ventisette cantaia di polvere. Tutto in pronto, già v’eran saliti alquanti passeggieri; mancavano gli uffiziali e ‘l comandante Faowls. V’arrivava il Masseo, capitano in secondo, a cinque minuti prima dell’ore undici della sera, e ito dalla lancia sulla nave, questa poco stante per istantaneo colpo andò in pezzi, legno, ferro, uomini e cannoni, in un turbine orrendo di fuoco. Mezza nave sparve, l’altra con la prua si chinò nell’onda, e affondò. Morirono trentotto persone, col Masseo stesso; e i loro corpi mozzi e nudati dalle vampe e dall’acque, uscir poi a galla, spettacolo miserando. La città stupefatta, ignara, vide spegnersi a un botto i fanali delle strade propinque, frangersi ogni vetro, e piover pezzi di legno e arnesi a distanza, che se ne trovarono in S. Marcellino. Dappoi lavoralo più mesi, si trasse dal fondo del mare ogni cosa, fuorché le argenterie e i denari, che mai non si poterono trovare.
A spiegare il caso fu supposto non forse il contestabile tentando rubar la polvere, a udir la sentinella nunziare il capitano, sbalordito lasciasse la candela nella Santa Barbara. Ma il sospetto di mena settaria serpeggiava: il rafforzavano gli argenti e i denari spariti, lo scoppiar pria ch’arrivassero gli uffiziali, l’essere il secondo scoppio di polvere avanti la reggia, avvenuto in pochi dì, che non avviene in cent’anni, e Tesser seguiti al Bentivegna e al Milano, e tra quei marini che poi tradirono si turpemente. Le indagini niente spiegarono; il capitano Faowls n’uscì con lieve punizione, ed ebbe campo da rendere altri mali servigi a suo tempo; tanto eran molti gli ordini di quel nostro governo dipinto tirannissimo. Per non tacere nulla, noto che s’eran fatti costruire a Palermo, ordinati dal Conte d’Aquila, certi fuochi artifiziali, per segnali di legni a mare; e dissesi esserne posti, per dolo o sciocchezza, e nella polveriera e nel Carlo III. Dopo il fatto, misero il resto de’ fuochi in una riservetta al Granatello, che dopo alquanti di arsero da sé.
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