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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIX)

Posted by on Feb 10, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXIX)

LIBRO DECIMOSETTIMO

SOMMARIO

§. 1. Annessione della Toscana al Piemonte. —2. Del Modenese. —3. Del Parmense. — 4. Delle Romagne. —5. Comprate a contanti. —6. Proposta di Congresso, e oracolo napoleonico. —7. Trattato di Zurigo. — 8. Esecuzione. — 9. L’opuscolo II Papa e il Congresso. —10. Consigli di re Vittorio. —11. Consigli di Napoleone. —12. Lamentanze de’ buoni Italiani. —13. Svanisce il Congresso. —14. S’affrettano i fatti compiuti. — 15. Plebisciti. —16. Scomunica e protesta. —17. Il Lamoricière. —18. Minacce diplomatiche al regno. —19. Governare incerto. —20. L’amicizia del Piemonte. — 21. Proposte d’intervento napolitano nel pontificio. —22. Insidiose. —23. Nizza e Savoia. — 24. Vendita di popoli. —25. A Francia le chiavi d’Italia. — 26. Le Camere approvano. —27. L’Europa freme e tace.
§. 1. Annessione della Toscana al Piemonte.

Ora è da narrare come si fecero le annessioni dell’Italia di mezzo; perché si vegga l’unico modo usalo dalla rivoluzione in tutte parti, per trionfare con premeditate nefandezze in ogni paese italiano. Anche l’idea e la parola annessione il Cavour copiò dallo straniero. L’Inghilterra di questo secolo lavorò sempre ad annettersi un no’ dell’altrui. Prima tolse Malta a Napoli, poi risole Jonie a’ Turchi, poi il Capo di Buona Speranza, poi quattro dozzine di regni e principati in India; sol nel regno d’Onde trucidò centomila uomini. Ora si fa una seconda Gibilterra presso l’istmo di Suez, sull’isola di Perini tolta al Turco suo alleato; e favorisce fra noi le annessioni a Sardegna: ma chi sa l’avvenire?

Stabilito col patto di Villafranca la restaurazione de’ duchi di Toscana e di Modena, il primo per torre ostacoli alla conciliazione,abdicò a’ 2l luglio, e il figliuolo Ferdinando fu da quasi tutta Europa riconosciuto granduca. Intanto cinquantamila Francesi restavano in Lombardia, presenti all’amico e al nemico, e i legati dei tre belligeranti s’accozzavano l’8 agosto a Zurigo, città scelta per onorare la elvetica neutralità. Mentre discutevansi i modi della pace, se n’eseguivano i patti a rovescio.

Il parlamento sardo avea dato i pieni poteri al ministero durante la guerra; finita, e surto il ministero Rattazzi, questo seguitò a tenerli, per far senza impacci il da fare. Per ordine di Parigi, ebbe a trarre da’ paesi fatti ribellare i governanti commessarii regii, ma seguitò a governarli coi ribelli, i quali posti in seggio in nome di Vittorio, né avean gli ordini segreti. Così richiamato con lettera del 28 giugno il già suo ministro, poi commessario Boncompagni, costui ben acconce le cose, invece di rassegnare la potestà al popolo, o almeno al municipio, lasciolla al ministero creato da esso. Partì a’ 5 agosto con gran preparata pompa, seguita melensa, salvo grida di paltonieri, che per dugento lire pagate in Borgo S. Lorenzo, correvano urlando da una cantonata all’altra. Il traditore Bettino Ricasoli restò con doppia facoltà di ministro e capo di governo, ambe emananti da Torino. Egli e ‘l Boncompagni fatta già la lor guardia nazionale con capi i più arrabbiati, aveano anco firmato i decreti per le elezioni, e sin quello de’ collegi elettorali pel 7 agosto, per l’assemblea nazionale di rappresentanti a Firenze, da decidere con voti legittimi la sorte de’ Toscani. Era a Firenze un Giuseppe Dolfì, fornaio, gran corruttore di popolani, pagatore di Giannizzeri, che datosi da fare alla cacciata del Duca, allora ricettava il Mazzini in casa, egli fu la man dritta del Ricasoli per la rivoluzione, e per l’annessione. Come in tre dì nascessero i rappresentanti, là dove la setta avea tutto in pronto, s’intende. Prima fecero deliberare i comuni, ove avean ficcati uomini loro, per l’unione al Piemonte: quello di Reggello non volle, fu dichiarato indegno di sedere nel convito della nazione, e né cassarono il pretore. Usarono la legge elettorale del 48, slargata e stiracchiata più o meno, secondo i luoghi, e liste d’eleggibili con Giudei e sin falsarii e ladri. Però non comparendo il più degli elettori, e molto lavorandovi i Giudei con denari e brogli, ne uscirono gli eletti, settariissimi, già postisi in alto nello Stato e nella guardia nazionale,mediocri di sapere, vuotissimi di virtù. L’11 l’assemblea era eletta e insediata iu parlamento, dove niuno senza biglietto entrava. Il primo dì, presenti soli i ministri di Francia, Inghilterra e Sardegna, si lesse il messaggio del Ricasoli, nel secondo si validarono l’elezioni, tutte le 170, senza un biasimo solo, e avanzò tempo da eleggere gli uffizii e i presidenti, nel terzo, ai 16 agosto, decretano unanimi la decadenza de’ Lorenesi, sollecitandola il marchese Ridolfì, percettore del principe ereditario! Tutti i sovrani odierni s’han messo i serpenti in casa. Nell’altra sessione stata a’ 20 agosto, proclamarono anche a unanimità piena l’annessione al Piemonte. Bella e facile cosa! Si provvedeva così al ritorno del principe, presenti i ministri dell’usurpatore e di Napoleone, che né stavano a Zurigo contrattando la restaurazione! Da ultimo approvarono la legittimazione e la continuazione del mandato a quei reggitori, la proroga dell’assemblea, e ima deputazione a Torino. Vittorio a’ 3 settembre l’accolse e festeggiò. Il Bonaparte avea dalo il permesso di riceverla, bensì con riserva, per non contradire con le parole al patto di Villafranca. Del grande atto eternò la memoria un’enea medaglia. E Vittorio fe’ cavaliero il fornaio Dolfi.

Questa rivoluzione appellarono avea, veramente comprata con oro. Ma nacque bel caso. Napoleone per parer consono a Villafranca, mandò legato un conte Reiset, quasi ad ammonire i Toscani si ripigliassero il Duca, e il conte che sul serio volea far l’uffizio, beffato da’ rivoluzionarii se ne tornò. Napoleone v’inviò il conte Poniatowski; il quale scrissegli i Toscani non essere la rivoluzione, perlocché i governanti presero a malmenarlo coi giornali e atti uffiziali. Per contrario la popolazione tennelo in pregio in un di gli portarono molte migliaia di viglietti di visita, di che i governanti infuriali il minacciarono, si ch’ebbe a fuggirsi di notte. Partito, il calunniano, l’insultano e il canzonano; poi carcerano e mettono sotto processo chi gli avea portati i biglietti. Napoleone di quei due suoi legati messi in burla non si dolse.

2. Del Modenese.

Il Duca Francesco IV di Modena, mugghiando intorno la rivoluzione, e vedendo i Sardi dalla frontiera toscana violargli il territorio, lasciò la sua sedia, dove non potea più stare indipendente, e con le sue milizie si trasse al campo tedesco, e protestò. Incontanente i congiuratori Zini e Carbonieri fanno il governo provvisorio; e bentosto arriva commessario sardo il medico Farini, cui la setta cognominava l’eccelso, che a’ 13 giugno entra nel castello d’Este. Ei si fe’ venire da Parma, ov’er’ito a far da capo segreto di polizia un Filippo Curletti, famoso reo di ratti e assassinii, surto capo nella polizia di Torino, che fu sozzo strumento di queste annessioni. Il Farini avea già stampato che desiderava morir povero; ed ora non so come piglia le argenterie, gli obbietti preziosi, e anche i vestiti del duca e della duchessa, e se ne veste esso, la moglie, la figlia e il genero, come già fecero Masaniello e la moglie; e fa divulgare quell’avaro del duca aver portato tutto con seco. Tosto abbozza un governo nuovo, paga con uffizii i suoi debiti; e anche l’oste, che avea lui e la schiera de’ suoi cagnotti pasciuto, fa colonnello. Carcera alla grossa; ed esso e il genero, nomato Riccardi, piglian denari per iscarcerare, e tal altra per carcerare a vendetta. I banchieri Guastalla e Sanguinetti son costretti a dare quattromila franchi per uno, gli altri in proporzione. Venuto, com’ho detto, per l’ordine di Francia il dispaccio da Torino a’ 28 giugno, che i commessarii sardi s’avessero a ritrarre prima delle votazioni d’annessioni, fu un imbroglio; perché in Modena sendo stato il duca uomo non liberale, non s’era fatto abbindolare da liberali; e i duchisti v’eran molti e potenti, e non si poteva fare il miracolo di Toscana. Andarsene il Farini, significava tornare il duca sulle braccia della popolazione; però fu inventata una scena comica quel di stesso 28. Il Curletti co’ suoi carabinieri travestiti e la spuma de’ ladruncoli e sediziosi de’ dintorni, si posta fuori porta Parmense; e come l’eccelso fa mostra d’andarsene in carrozza, gli dan co’ plausi addosso, gli staccano i cavalli, il conducono a palazzo in trionfo, il gridan dittatore, e dichiaranlo cittadino modenese. Per colmo d’impudenza né fanno processo verbale e firmanlo il più uomini strami al ducato, fra’ quali i famosi Borromeo, Carbonieri, Zini, Mayr, e Riccardi genero di esso eccelso; tutti suoi ministri e segretarii.

Con decreto del 5 agosto convocava pel 14 i collegi elettorali, l’assemblea pel 16, e trovò modo da escludere dalla ballotazione i campagnuoli. Pochissimi per quel terrore s’accostarono alle urne; eppure fur piene di voli, talvolta più degli elettori. E per più sicurezza, prima di proclamare i nomi de’ deputati, facevan firmare a’ candidali i decreti della decadenza del duca e dell’esaltamento del dittatore. In si turpe guisa cotai vantatori di rappresentanze popolari falsano sin l’apparenza di questa inetta libertà. A cosiffatta assemblea l’eccelso conciona. Accusa il duca, «intollerante, spregiatore d’ingegni e rapace, amatore d’ignoranza e salvatichezza, mitria d’ipocrisia, despota cupido, servo di Vienna, regnatore con verghe austriache, nemico di civiltà, vile mancator di parola, ladro di ori e argenti, gemme, medaglie, codici e manoscritti.» Né il demonio gliene seppe imbeccar altre. Poi lodò il popolo (per coronar la vittima) d’ammirevole compostezza, gagliardia d’animo, severità di contegno, concorde disciplina, virtù di perdono, e amor di libertà e indipendenza. Dimenticava che sì maraviglioso bonissimo popolo era stato educato da quel ladro di duca! A’ 20 agosto (giorno e ora stessa che in Toscana) il voto unanime di settantadue deputati proclama decaduta la casa Estense (la più antica casa italiana regnante) e la continuazione della dittatura Farinesca, con anco facoltà di far debiti, per cinque milioni, ed ei né fe’ di dieci. Né mancò la medaglia commemorativa, né le deputazioni a Torino e a Parigi.

Allora quel mediconzolo, che sin nelle carte uffiziali si qualificava d’eccelso, dettesi a farla da imperatore: feste, banchetti, fasti incredibili nel palazzo ducate, codazzo di assise, stallieri calzati di seta, guardie, cavalli, carrozze. Non viaggiava nella via ferrata, per mancanza di vagoni splendidi da par suo. Italia pagava. Subito prese a vessar la Chiesa; e alle rimostranze de’ vescovi rispondeva impudente, mentendo e calunniando, e vantandosi da re di saper far uso del dritto dì grazia.

3. Del Parmense.

A Parma Maria Luisa Borbone vedova duchessa avea sostegno dalle sue truppe, le quali, benché lontani i Tedeschi, e il Ribotti alle porte, chiedevano di combattere; ma ella non volle sangue, sciolse i soldati dal giuramento, e si partì il 9 luglio, lasciando la potestà al cavalier Draghi. Allora gli agenti sardi lavorarono: un nuovo municipio improvvisalo proclama Vittorio; il general Trotti serra in cittadella i soldati; la notte del 10 li mena alle frontiere verso Brescello, e li discioglie. Ei s’era unito al conte Cantelli, rivoluzionario vecchio, dannato a morte, dalla duchessa non solo graziato della vita, ma eziandio d’ottantamila franchi che avea frodati: ambi de’ ricevuti benefizi! si sdebitavano col tradire. I liberali rimasti padroni proclamarono la dittatura, primo frutto di libertà. Vennevi commessario regio, col solito corredo del Curlelli co’ birri, il conte Pallierà; usarono lusinghe, proclamazioni, e ogni incitamento a mettere in arme i Parmegiani, non ebbero un volontario; però sperimentalo il paese inerte e anzi avverso, bisognarono minacce e soldati sardi. Ultimamente accorre da Modena dittatore il Farini, vi si fa vedere; e la dimane vi lascia delegato il curiale Giuseppe Manfredi. Tutto il resto secondo il programma: al 19 agosto i comizii, a’ 7 settembre l’assemblea, all’11 la decadenza de’ Borboni; a’ 12 l’annessione.

Susseguì un orribile assassinio. Il colonnello conte Luigi Anviti avea comandata la ducale brigata di fanti, e perché onorato e stimato, odiato e temuto dagli usurpatori. Egli il 5 ottobre viaggiava da Bologna a Piacenza; trovato guasto per improvvisa piena il ponte sull’Enza (confine tra Parma e Modena) sostando il convoglio, ebbe a passare a piedi il torrente; quivi conosciuto da certi scherani è preso e sforzalo a scendere a Parma, ov’è chiuso nella caserma de’ gendarmi. Né va a Modena per telegrafo la nuova; e ‘l Farini sbalordito ordina al Curletti (siccome questi ha poi svelato) lo sbarazzasse di quell’uomo pericoloso. Vola a Parma un’orda di ribaldi, sfonda schiamazzando le porte della caserma, e ghermisce l’infelice. Dangli in prima diciassette pugnalate, poi con funi a’ piedi vivo vivo lo strascinano per le strade; in piazza tirangli una pistolettata allo stomaco: boccheggiante tel cacciano in un caffè, e gli pongono a scherno bibite alla bocca; sinché stanchi dell’orgia oscena, gittato il palpitante e informe corno sur una colonna, un Davidi con la daga gli sega il capo. Allora i cannibali dividonsi in due; chi strascina il capo, chi il corpo per opposte vie ben quattro ore; finché lassi e al buio della notte, stando la città per costernazione silente e deserta, mettono al lume d’una torcia il corpo sulla monumentale colonna della piazza; la monca testa non resse, e lenta lenta scivolò giù pel marmo sul suolo. Ultimamente visti quattro ciechi co’ violini, li fan sonare l’inno italico, degna melodia di quella scena infernale. Compiuto il dramma, si presentarono a porre ordine i soldati.

Ciò fatto, per dar aria di vendetta popolare all’assassinio, il Farini da Modena ringraziò per telegrafo la guardia nazionale del suo amor di patria (forse per aver lasciato fare). Francia ordinò al suo consolo colà di partire, se non seguisse giustizia:allora rapportarono il fatto a rovescio; fecero processo non a’ manigoldi ma alla vittima; dissero l’ucciso un tristo, l’offeso il popolo, scusarsi il delitto per la febbre della vendetta. L’Azeglio liberalissimo stampò una lettera sette giorni dopo, accusando del misfatto quel novissimo governo, che avanti al corpo di guardia nazionale lasciò per quattr’ore seguitar quella tregenda. Che valse? gli assassini ebbero croci di SS. Maurizio e Lazzaro, e lucrosi ufficii; e i giornali dicevano gli uccisori essere Austriaci. Nondimeno il liberalesco municipio die’ soddisfazione a Francia, con un grande esempio di giustizia: a’ 16 del mese ordinò s’atterrasse la colonna ov’avean posato il morto; così persuase il mondo che la colpevole era la colonna.

4. Delle Romagne.

Anche in giugno avean fatto ribellar le Romagne al papa. I comitati eretti in Bologna, Forlì, Faenza e altre città, in mille guise incitavano i cittadini a ribellare e i soldati a tradire. Il Boncompagni da Firenze mandava moneta, armi ed uomini; e riuscì l’11 di quel mese a crear governi provvisorii a Fano, Sinigaglia, Faenza, Ferrara, e altrove; il 12 ribellò Bologna come ho detto, e Ravenna; Imola il giorno dopo e Perugia. Accorse quivi il colon nello Schmit con soldati papalini; e combattendo barricate e case v’entrò il 20. I felloni fuggiti in Toscana intronarono i cieli di lamenti: menzogne, calunnie, esagerazioni, novelle di saccheggi, barbarie di soldati, volaron per telegrafi e giornali. Eglino provocatori della guerra civile accusavano chi aveva il debito di domarla. Il La Marmora stato bombardatore di Genova, e autore di vere stragi in quella sua terra, ora era ministro di quel governo che lamentava le stragi della non bombardala Perugia. Genova era stata ribelle contrastando al suo re Vittorio, e Perugia era eroica ribellando al papa! Per darla più a bevere fan collette per le famiglie dei massacrati (parola franzese); e donne italianissime vestite a bruno andavan limosinando di casa in casa. Perugia mandò al S. Padre legati a dichiarare sua innocenza e fedeltà: Fano e Sinigaglia, fuggiti per paura gli esteri e i ribelli, rialzarono le chiavi; Ancona represse un lieve conato il 17; e Monsignor Bellà in Pesaro con pochi militi tenne la quiete.

Allora il Piemonte gitta la maschera, e manda soldati a Bologna il 19; e a’ 28 il principe Eugenio di Savoia decreta andasse Massimo d’Azeglio commessario regio nelle Romagne, col pretesto d’impedirvi disordini. Questo che fa la parte d’onestuomo, e che nel 49 avea scritto a pro del dominio del papa? ora dimenticatoselo, va con volontarii e due reggimenti di bersaglieri, per usurpare il paese al papa. Entra in Bologna da trionfatore; e proclama che Dio fece l’uomo libero delle proprie opinioni politici e religiose. Portò seco l’indispensabile Filippo Curletti con la sua sbirraglia. Subito si pose il codice Napoleone, e un debito di più milioni.

I Sardi occuparono Forte Urbano e Castelfranco, con lo scopo d’unirsi ai rivoltosi; e spinsero uffiziali a Ferrara per minarvi il forte. Pio IX a’ 28 luglio protestava all’Europa, e faceva una allocuzione nel concistoro de’ 20 giugno. Ma che proteste e allocuzioni? Il Piemonte spogliatore mandava legati a Roma a protestare innocenza e divozione, mentre avvicendava in Romagna oro, stampe, broglioni, e tutti incitamenti a irreligione, a disonestà e a fellonie. Il papa non potendo combattere le forze straniere congiunte a quell’arti nefande, si strinse a guardar quel poco che poteva; e perdè le quattro legazioni di Bologna, Ravenna, Forlì e Ferrara.

L’Azeglio a giustificar lo spoglio stampò un discorso contro l’ingiustizie papaline: l’amico del Ciceruacchiosi smascherava un’altra volta. Ma giunto l’ordine francese dell’aversi a ritrarre, vennevi governatore un Lionetto Cipriani, che alzò il Curletti a ispettor generale di polizia. Quel Cipriani era figlio d’uno che avea fatto bancarotta in Corsica, era fratello d’altro che l’avea fatto a Livorno, ed egli stesso era fallito in America; ora messo nelle Romagne fe’ sparire trentamila franchi in pochi dì; però gli dettero in fretta lo scambio con l’onesto Farini; il quale unì sotto il suo scettro Parma, Modena, e Bologna cui tutto appellò governo dell’Emilia. Incontanente si mutarono uffiziali, e si carcerarono preti e vescovi; poscia a Bologna il 6 settembre un’assemblea fatta alla maniera usata, dichiarò unanime la decadenza de’ papi, e l’annessione a Torino, considerando che il tristo governo papale avea pervertito il senso morale del popolo. Adunque scegliendo di darsi al Piemonte questo popolo era pervertito ancora, o s’era latto morale in un dì per miracolo?

Coteste assemblee posticce della mediana Italia, mandarono tutte a Vittorio gli atti delle deliberazioni loro. Toscana accolta come ho detto a’ 3 settembre, Modena e Parma a’ 15, Romagna il 25 a Monza ove ei stava in visita. Rispose accolgo i vostri voti; e intanto contrattava il contrario a Zurigo. I suoi ministri dissero all’Europa che accogliere i voti non significava accettare; e a’ rivoluzionarii spiegarono che accogliere ed accettare erano sinonimi. In questo mentre fecero a Firenze un decreto a’ 19 settembre intorno a una stabilita lega tra Toscana, Modena, Parma e Romagne; e l’esercito federale di quasi ventimil’uomini ponevasi sotto Manfredo Fanti. Costui poco innanzi avea rinunziato al grado di generale sardo, ed era ito a fare il ministro di guerra a Modena sotto il Farini. Finita la commedia, tornò generale sardo.

Il papa riprotestò il 26 in concistoro; e a 1.° ottobre licenziò il conte della Minerva ministro piemontese. Chiese questi un po’ di dilazione, per concertare un tumulto di Romani; ma gliel guastò il generale francese Govon. Per istarsi, dimandò al Bargaglia ministro toscano il palazzo di Firenze, e n’ebbe rifiuto giusto: ebbe a partire.

5. Comprate a contanti.

Tai prodezze rivoluzionarie fur comprate a contanti. E perché la posterità non dubitasse di credere alla storia, gli stessi operatori, ciechi pel trionfo, si vantarono di tante vergogne in luoghi e modi solenni. Il Pepoli surto ministro a Torino, dichiarò a’ 24 novembre 62 a quel parlamento: «aver il ministro Oytana anticipali quattro milioni all’Emilia, oltre il prestito di cui si fe’ mallevadore, senza di che saria stato impossibile proseguire gli armamenti. Quanto alle Romagne egli stesso aver ricevuto dal ministro sardo di Finanze, e recato a Bologna dugentomila franchi, e che trovandosi difficoltà al prestito, egli averne pregato Vittorio, che generosamente lo garentì per cinquecentomila franchi.» Spudorati vanti d’aver subornati popoli a proclamare dritti sovrani per venderli. Il Brofferio stampò provando che solo a Bologna andarono da Torino diciottomila fucili, e tre milioni in moneta. Quei denari facevan dare il grido di dolore per invocar protezione a Vittorio generoso pagatore. Ma mentre facevan dare il grido doloroso alle Romagne, l’altre provincie ancora soggette al papa stavan chete, perché non v’andavan danari, eppure il mal governo de’ preti doveva esser lo stesso qua e là, ma volevan lare un poco alla volta.

Si compievano tai spogli, nel tempo stesso che a Zurigo si trattava di far cessare gli spogli precedenti, però il Piemonte andava là diplomaticamente tergiversando, per aver tempo da presentare le annessioni come fatti compiuti onde vedevi in tanta furia elezioni, assemblee, decadenze e annessioni finali. L’Inghilterra per vincer la preponderanza francese propugnava l’unità, precipizio per tutti. Sir James Hudson suo legato a Torino vi dava la spinta.

6. Proposte di congresso e oracolo Napoleonico.

In quel mescolamento di cose fu messo in mezzo un motto di congresso europeo. Domandaronlo Russia e Prussia, Austria e Sardegna noi volevano per opposte ragioni, Inghilterra mostrava acconsentire, Francia parca tentennare, la rivoluzione se ne valse per addormentare Roma e Napoli e più presto assassinarli. Napoleone sperava il congresso lacerasse i trattati del 15, condannatori della rivoluzione dell’89, voleva i sovrani uniti condannassero sé stessi, e dessero faccia di dritto alla rivoluzione. Ciò avrebbe schiuso il caos, quistioni polacche, prussiane, svizzere, belghe, iberiche, turche, irlandesi, greche, italiane e indiane, e per contentare i rivoluzionarii in ogni dove, tutto il mondo sconvolto.

Pio IX speranzato di poter chiedere soccorso a un vicino sovrano cattolico, cioè al re delle Sicilie, scandagliò l’animo di Napoleone se il permettesse. Era intervento d’Italiani in Italia, né c’era da opporre, ma ei rispose consigliarlo a noi fare, non complicasse le difficoltà assalendo le Romagne, quando stava il congresso per aggiustar lutto. A quel tempo la deputazione modenese si recava a S. Sauveur, ov’ei stava a’ bagni, a nunziargli l’annessione, ed ei benigno accoltala l’assicurava di protezione. Negli stessi di per contrario si recava pur colà il Mettermeli ambasciatore tedesco, ed ecco a’ 9 settembre esce nel Moniteur un articolo uffiziale assai lungo, che parea spiegare le cose d’Italia, ma vi ponea più nebbia: ciascun partito vi dovea trovar roba di suo gusto. Diceva i principi spodestati non sarebbero ricondotti con la forza, così contentava la rivoluzione, poi affermava i principi dover tornare, e contentava i legittimisti, giù parlava del congresso, e dava un’offa al settentrione. Solo il periodo finale, scritto forse per contentare il Metternich, die’ un batticuore a’ rivoluzionarii: «Un congresso non chiederà che il giusto, e non saria giusto chieder concessioni a un a gran potentato, senza ricambiarlo di equo compenso. Vi sarebbe la guerra. Ma l’Italia non s’illuda, non v’ha in Europa che una sola nazione che faccia la guerra per un’idea, cioè la Francia, ma la Francia il suo staglio ha compiuto.»

In questo adunque l’oracolo Napoleonico parea lucido, che avvisasse la rivoluzione a non contar sull’aiuto francese, ma essa non se ne spaventò, ché avea buono in mano, anzi i suoi giornali dissero aperto quell’articolo essere una burla all’Austria, perché assicurava l’Italia di non interventi, e bisognar valersene, andare avanti. Anche parea lucidissimo che guerreggiando Francia per un’idea non volesse nulla di materiale, ma non se ne consolò il ministero sardo eh sapeva la sorte di Nizza. Se né consolò Inghilterra, e restò delusa.

Non so se allora Vittorio tentennasse a trarre il dado, certo il Mazzini a sospingerlo scrissegli da Firenze a’ 20 settembre una lettera, cui i giornali stampandola appellavano avvicinatrice: pregavalo volesse l’unità e Roma metropoli, osasse avrebbe la corona d’Italia; pigliasse la dittatura, sprezzasse la diplomazia, dimenticasse per poco il re, per essere il primo cittadino; vincesse, poi fra ‘l plauso d’Europa, compiuta un’opera degna di Dio, scegliesse pure d’esser preside o re.

Seguì un lavorio per congiungere tutte le fazioni liberalesche, e molto mestandovi il Cavour, il Farini, il Ricasoli e il Brofferio, si fusero Piemontisti e Mazziniani, a condizione s’assalisse il papa. Il Mazzini mandò per Brofferio un’altra lettera a Vittorio, ove gli disse: Aiutato da’ Francesi, ne siete divenuto vassallo; rompete l’odioso patto. Ma il re che pel vassallaggio avea modo da pigliar l’altrui, non sentì questo, bensì l’altro consiglio di spogliare il papa, e ruppe quei patti che poteva. Re stese la mano al maestro de’ regicidi, all’uomo condannato a morte da’ suoi tribunali, però disse al Brofferio: purché il procurator generale nol sappia! E si fe’ mazziniano.

Frattanto seguivano pratiche pel congresso, da intervenirvi oltre i cinque grandi Stati, anche Spagna, Svezia, Roma, Napoli e Sardegna, e pareva i legati s’adunerebbero a’ 5 gennaio 60. Il Piemonte che temeva e sperava, fu il primo a nominare i suoi legati, cioè il Desambrois e ’l Cavour, e il nome di costui significava che Villafranca s’avesse a cassare.

7. Trattato di Zurigo.

Dal 9 agosto si parlamentava a Zurigo, sendo tra tante ansie e cupidigie comune la sfiducia. Correvan pratiche segrete tra Sardegna e Francia, per pattuire un premio a questa, laddove non s’eseguisse né il pattuito a Villafranca, né quello da pattuire a Zurigo. Supposto che i principi nun tornassero a’ seggi, e né restasse padrone il Piemonte, convennero Francia avesse Nizza e Savoia. Ciò allora restò nelle tenebre visibili della napoleonica diplomazia. Concluso questo segreto patto che s’aveva da seguire, si concluse anche a Zurigo il famoso trattato che in gran parte non s’aveva da eseguire. Tre stipulazioni furon sottoscritte a’ 10 ottobre, pattuito pace ed amicizia a perpetuità. Con una, Austria serbava le quattro fortezze e ’l territorio a manca del Mincio, e cedeva alla Francia il resto della Lombardia, con apposite condizioni. Altra tra Francia e Piemonte, dava a questo la ceduta Lombardia, con le condizioni stesse. L’ultima fermava con atto comune alle tre parti le cessioni territoriali, e ristabiliva la pace con clausole simili ai preliminari di Villafranca. Francia ed Austria promettevansi solennemente favorire con ogni sforzo una confederazione di Stati italiani, preseduta dal Papa, per mantenere l’indipendenza e l’inviolabilità de’ confederati. Venezia della confederazione farebbe parte. Consacravano il principio che l’essere di questi Stati indipendenti non potrebbe mutarsi, senza il concorso degli Stati che né riconobbero la vita; però restavano espressamente riservati i dritti del Granduca di Toscana, e de’ duchi di Modena e Parma. Per assicurare il potere del Santo Padre e la pace de’ suoi dominii, convenivano d’unire i loro sforzi, per ottenere riforme amministrative conformi alle generose intenzioni di Sua Santità. Inoltre fur dati all’Austria cento milioni di franchi; così pagando le spese a chi dicevan vinto. Vittorio firmò il trattato a’ 17 del mese.

Zurigo adunque confermando Villafranca diversificava in questo, che prima s’era pattuito il ritorno de’ principi di Modena e Toscana; e ora se ne riserbavano espressamente i dritti; con aggiunta dell’altro di Parma. Tai patti solenni vedemmo di re e imperatori farsi mentre appunto si spogliavano quelli de’ quali confermavansi i dritti; patti giurali in nome di Dio, e violati prima d’esser sottoscritti e giurati; pattuita l’esaltazione del papa mentre si spodestava, promessa a ludibrio una confederazione di Stati cui si stavano distruggendo. E chi non raccapriccia a tai doppiezze di cotesta gente seduta su’ troni?

8. Esecuzione.

Il Tedesco eseguì il trattato, e anche rimandò a casa i soldati lombardi; che tornaron vestiti meglio di quei del Piemonte. Questo esegui il trattato per la parte sola del pigliarsi la Lombardia; ma i riservati dritti altrui conculcò. I rivoluzionarii a leggere i patti avevano allibito; ma saputo il gergo, si consolarono con la prescienza del non fame nulla. La gente civile mai non né vide una simile. Zurigo sarà alla nobile nazione francese macchia indelebile, che annullata la religione del contratto internazionale ponla tra la gente fuori legge, cui solo obbliga la spada.

I ministri sardi, temendo de’ repubblicani, valendosi de’ pieni poteri avuti per la guerra, fecero una specie di colpo di stato, e promulgarono con la sola firma del re, senza il parlamento, quarantasette leggi. I liberali tengono i parlamenti per baloccare i gonzi. Il principe Eugenio di Carignano fratello di Vittorio, a Firenze diffondeva la corruzione; né sdegnò tenere a mensa fuorusciti romani, capi d’un comitato di rivolture. A lui su’ principii di novembre l’assemblee dell’Italia centrate offersero la reggenza in nome del re eletto; ma gagliardi consigli venuti da Parigi noi fecero accettare; invece esso principe a’ 11 del mese designò lo sperimentato Boncompagni ad assumere il mandato ad esso commesso, inculcandogli di dare a quelle provincie unità politica e militare. Sì fu fatto un reggente di reggente. E come occorreva spendere, uscì un decreto del 20 per quaranta milioni di debiti, mandati da Torino a disposizione de’ Boncompagni, Farini e altrettali: il debito primo fruito di libertà.

Altri consigli di Parigi obbligarono come narrai a richiamare anche il Garibaldi, che rumoreggiava su confini delle terre papaline, il quale prima a’ 18 novembre stampò una proclamazione, dimettentesi da generale dell’esercito d’Italia centrate, perché la miserabile volpina politica di Torino gli vietava la libertà d’azione. Poi disse Zurigo essere una tregua per ripigliar l’arme in inverno. Inoltre die’ a’ 4 gennaio 60 una lettera famosa, dicente Italia abbisognare d’un milione di fucili; e per comprarli promoveva collette, cui il governo afforzò; e voltarsi anche i preti vi concorressero; onde cominciò la persecuzione contro di essi. Il Mazzini mandò dugento franchi con una lettera che invitava i suoi adepti a pagare, per far l’Italia dal Tirolo a Sicilia.

La storia narra quanto si facesse contro il trattato di Zurigo; eppure quando ogni pagina se n’era co’ fatti lacerata, fu esso presentato a’ 2i maggio 60 alla Camera; la quale dopo molta discussione l’approvò a maggioranza. A proposito del primo patto che stabiliva pace perpetua tra Sardegna ed Austria, il deputato Tecchio dimandò che significasse; il Cavour rispose gravemente: Non dirò nulla su ciò, né l’onorevole Tecchio desidera serie spiegazioni; e la Camera rise. Ma fremeva l’umanità.

9. L’opuscolo Il Papa e il Congresso.

Napoleone s’era valuto dell’ideato congresso perché la speranza di vicina giustizia internazionale lasciasse compire i fatti; ora compiuti, schifava il congresso; e pensò a farlo abortire col discreditarne le intenzioni e la potenza. Già la discesa francese in Italia era stata preceduta dal libello Napoleone e l’Italia; ora dopo la pace, pria del mostrarne palese il conculcamento de’ patti, usciva a Parigi il 22 dicembre 59 altro libello Il Papa e il Congresso. Nunziato, strombettato, sospirato come Messia, usciva nello stesso giorno tradotto in inglese, tedesco ed italiano, in tre giornali,a Londra, in Colonia e a Milano: era un manifesto del da fare, libretto da ballo distribuito avanti la rappresentazione? era un preparar la gente ad accogliere quanto la prepotenza aveva deciso; però grosso tessuto di sofismi, ipocrisie, contradizioni e paradossi. L’Autore, il La Guerronière, si dichiara cattolico, dimostra la necessità del potere temporale del papa; ma dice che meno ha dominio e più è potente. (Con un braccio si è più forti che con due). A che restituirgli le Romagne? meglio per lui lasciar anche le Marche e le Umbrie e il resto; potrebbe un congresso togliergli quelle noie, e farlo più gloriosamente regnare. Il papa è necessario segga in Vaticano; ma il mondo s’accorge appena ch’ei regna su molte province; imporla ch’abbia Roma, il resto è indifferente. Poi, anche graziandolo di Roma, Fautore compiange questo popolo costretto a esser vittima del cattolicismo. Che sventura aver un papa per re! unico rimedio sollevare il pontefice dall’amministrare la città. Così costui fa salva la necessità del potere temporale.

Per dimostrare tai paradossi non ha bisogno di logica: usa arti volgari, ripete fatti falsi; tiene ad assiomi le dottrine dell’89, appone dottrine storte a Roma, e né cava pretesti per esautorare il pontefice. Bello poi come si fa certi scrupoli, cui risolve bizzarramente. Conclude il congresso dover proclamare la necessità del dominio papale, così contentarsi il papa; ma non lasciargli lo Stato, che sarebbegli impaccio; sedesse in Roma solo, stipendiato da’ Cristiani, e guardato da soldati italiani. E in tal guisa Napoleone avrebbe vanto di conciliare il papa col popolo suo.

Inoltre come obbligare i romagnuoli ad ubbidienza? la forza è cosa indegna d’un pontefice, e avria sempre sudditi scontenti. Chi userebbe la forza? Francia ch’ha combattuto per liberare Italia, combatterebbe per riporla al giogo? Francia che riposa sur un governo nato da sovranità popolare, fiaccherebbe in Italia la sovranità del popolo? Già la dominazione papalina in Romagna era dominazione tedesca, Francia non permetterebbe vi tornasse, per distruggere ciò che creò ieri, l’esclusione del Tedesco dal bel paese. Far intervenire Napoli? ciò chiamerebbe l’altro intervento del Piemonte, e sarebbe guerra civile! la guerra civile!

Non par vera tanta baldanza d’ipocrisia, tanto abbandono d’umana ragione, tanta inetta gloriazione di rapine. Scrivere di tai pappolate con gravità al cospetto del senno italiano, è vituperare l’ingegno francese, è opera d’uomo sfacciato. Plaudì la rivoluzione, Italia rise. Pio IX al capo d’anno disse all’ambasciatore francese: quel misero scritto esser monumento insigne d’ipocrisia, tessuto ignobile di contradizioni. E tal fu l’epitaffio di quel libercolo. Non pel suo valore, ma perché fu voce non contradetta che fosse parto dell’aule imperiali, uscirono a confutarlo centinaia di scrittori d’ogni lingua, ma rimase come epitome di questa età scientificamente avida e scioccamente presuntuosa.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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