Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXV)
LIBRO DECIMOQUINTO
SOMMARIO
§. 1. Assassinio dell’arcivescovo di Parigi. —2. Altro attentato a Napoleone. —3. Carlo Pesacane.— 4. Impresa di Ponza. — 5. Fatti di Sapri, Padula e Sanza. — 6. Cattura del Cagliari. — 7. Fatti di Livorno, e di Genova. —8. Strade ferrate. — 9. Opere pubbliche in Sicilia. —10. Porti del regno. — 11. Bonificazioni. —12. Il Fucino. —13. Concessioni ecclesiastiche. —14. Visitatori regi nelle provincie. —15. Tremuoto di Potenza. —16. Programma della rivoluzione. —17. Vendette Napoleoniche. —18. Quistione di Neuchatel. —19. Le bombe dell’Orsini. — 20. Cade il ministero inglese. — 21. Giustizia inglese. — 22. Quistione pel Cagliari. —23. E con l’Inghilterra.— 24. Il re cede alla volontà inglese. —25. Stutgarda. —26. Plombières. —27. La cometa Donati. —28. Preliminari di guerra. — 29. Le grida di dolore. — 30. Nozze tra un Napoleonida e una Savoiarda. —31. Savoia fa debiti. —32. Nozze del Duca di Calabria, e malattia di re Ferdinando.
1. Assassinio dell’arcivescovo di Parigi.
L’umanità die’ sempre il miserevole spettacolo di tristi che per falsa rinomanza si pongono in male imprese. L’assassinio politico gridato eroismo die’ suoi frutti. Un Vergès parigino, prete della diocesi di Maux, predicato in pulpito contro l’Immacolata concezione, per questa e altre colpe era stato cinque volte interdetto: giurò a 51 gennaio 56 uccidere l’arcivescovo, ma non prima del 26 dicembre partì per Parigi. L’arcivescovo Augusto Sibour a 5 gennaio seguente presiedeva in S. Stefano del Monte, al principio della novena ch’ogni anno si celebra per S. Genoveffa protettrice della città; quando sull’ore quattro, avanzandosi la processione nella navata della chiesa, quel Vergès vestito da paesano s’avventò al prelato, e gridando Non voglio Dee! gli die’ con un pugnale nel cuore. L’infelice spirò incontanente nella sagrestia. Egli preso e giudicato die’ in atti virulentissimi contro la religione e i giudici; eppure condannato osò chiedere grazia. Aveva trentun anni.
2. Altro attentato contro Napoleone.
Seguono quattro attentati contemporanei, mossi da un concetto, per iniziare la nuova rivoluzione europea; i quali son prova della pervicacia settaria, e della sua impotenza nelle popolazioni, quando stretta a sue forze non ha seco il braccio regio. Nel mese di giugno 57 furono da Londra scoccati sul continente quattro colpi insieme: attentato a Napoleone, sbarco armato nel napolitano, e aggressioni a Genova e a Livorno, tutti mancati. Tre italiani, Tibaldi, Bertolotti e Grilli, mentre a Parigi studiavansi assassinare l’imperatore, fur presi, il Monitore assicurò esser mazziniani partiti d’Inghilterra, e i giornali inglesi confìrmavanlo; però Napoleone reclamò giustizia alla Gran Brettagna, ma non né cavò nulla. I tre rei ebbero condanna di prigionia; e il Mazzini e ‘l Ledru-Rollin fur dannati in contumacia alla relegazione e alle spese.
3. Carlo Pesacane.
In Genova sotto l’egida costituzionale si preparavano l’arme antisociali; e il ministero Sardo, pensandosi tutta la tempesta si scaricasse in terra altrui, vi dava il braccio, affinché il mondo vedesse avverate le profezie fatte dal Cavour nel congresso. Navigava da Londra a Genova, a’ 15 maggio, una donnetta d’anni venticinque, roba del Mazzini, dicentesi letterata, cercante notizie per la storia d’Italia; il cui nome era Miss Jessie Meriton White, nata a Forton nell’Hampshire. Nunziata e preconizzata da’ giornali mazziniani, come già il Minto, costei subito fu segno d’ovazioni al teatro, al passeggio e in casa, dov’ebbe indrizzi e deputazioni, il più d’operai; ma insieme con lei anco era giunto, e travestito s’appiattava in Genova, il Mazzini stesso, che moveva il lutto.
Stava colà Carlo Pesacane, fuoruscito napolitano, già educato nel collegio militare a spese del re. Uscito uffiziale al Genio, fuggissi nel 46 con Errichetta di Lorenzo, donna di un suo zio, matta d’amore, che lasciò marito e figli per correr con esso il mondo. Vissero un pò co’ diamanti trafugati al consorte, poi si gittarono a servire la setta; ei combatté a Milano, a Brescia e a Roma, nel 49 fu capo dallo stato maggiore Garibaldese a Velletri, e puntò il cannone contro i suoi compagni trarne e connazionali. Sopra costui che nel 57 avea trentaquattr’anni, il Mazzini fece fondamento per conquistare il regno di Napoli, mentre già suoi adepti regnicoli, come sogliono i faziosi, gli promettevano levate di popolo in massa contro il tiranno. Sue tresche avea più strettamente in Ponza, isola sede di galeotti, e sulle spiagge del Salernitano. Il Calvosa sottintendente di Sala, scopertone il tranello, già da due mesi n’avea rapportato al ministero di Polizia; ma quel glorioso del Bianchini non se ne curò, né provvide, né concesse s’armassero meglio le Guardie urbane.
La White recò lettere d’una sua amica alla Errichetta, onde entrò tosto in istretto col Pesacane; che ottenuto quanto gli occorreva, si lanciò nel farnetico di cacciarsi con la rivoluzione nel reame. Ubbidiva al Mazzini comandatore. Cotesti schiavi con l’animo e ’l braccio venduti, vansi vantando di liberar popoli e redimere nazioni. Egli a mostrar coscienza di libertà, pria d’imbarcarsi scrisse una certa diceria che intitolò Testamento politico. Vi si confessa socialista, ma non alla francese, bensì d’un sistema inevitabile e prossimo all’Italia, e fors’anco a tutta Europa; avversa le costituzioni, e dicesi persuaso che il costituzionale regime piemontese nuoca più all’Italia che Ferdinando tiranno. Proponevasi una rivoluzione da cangiare d’un tratto tutti gli ordinamenti sociali, convinto esser già fatta nel regno la rivoluzione morale: «Se giungo al luogo dello sbarco, che sarà Sapri, avrò ottenuto un grande successo.» Là il suo fato l’aspettava.
4. Impresa di Ponza.
Il Cagliari, piroscafo ad elica della compagnia Rubattini di Genova, da qualche mese avea recato arme e munizioni sulle coste, ciò col denaro raccolto dalle sottoscrizioni pe’ cento cannoni e pe’ diecimila fucili, fatte sciente il governo Sardo. La White a persuadere i macchinisti inglesi del battello, scrisse loro un viglietto: «Nostro scopo è liberare i nostri fratelli dalle prigioni di re bomba; però aiutandoci farete una buona azione, approvata dall’Italia e dall’Inghilterra.» I fratelli della Miss erano i galeotti di Ponza. A’ 25 giugno quel legno uscì di Genova sull’imbrunire, fingendo missione per Tunisi. N’era capitano un Antonio Sitzia, con trentadue uomini di ciurma, senza regola di legge; di cui nove, i principali, cioè il pilota, il nostromo, i due macchinisti, il cuoco, e certi camerieri, non avean passaporti, né libretti di regola. Recava molte casse di munizioni, e fucili e pugnali e boccacci, senza carte di bordo. E vi feano vista di passaggieri trentatré persone; de’ quali otto solo l’eran davvero; dieci mentivan nome, altri mentivano condizione, e ventidue senza passaporti.
Ponza, isola a trentacinque miglia da Gaeta, teneva tre ordini di delinquenti: condannati per colpe comuni, relegati per sicurezza, e soldati di mala condotta, compienti là il tempo del servigio. V’era pur di disertori, stati a Venezia nel 49, schiuma di sette. Fra cotesta buona gente da molto correano pratiche di congiure. Giunse il Cagliari avanti l’isola all’ore cinque del 27; entrava difilato in porto, contro le leggi sanitarie e internazionali; poi fingendo chiedere soccorso per la caldaia guasta, come vi salirono il capitano del porto e il pilota, fur sostenuti e serrati in sentina. Intanto i congiurati dell’isola accorsi alla spiaggia gridavano repubblica, libertà e Italia; e gli assalitori scesi nelle lance pigliavano terra in numero di cinquantatré; cioè la ciurma e ventitré passaggieri, capo il Pesacane, ben armati, e con altri dugento fucili, che dispensarono a’ galeotti.
Insieme assaltarono il paese, la Gran Guardia, e gli altri posti militari; disarmarono soldati spicciolali, sequestrarono uffiziali, e anche il comandante, maggiore Astorino, e sua moglie e nipote. Non ostante la sorpresa, pochi soldati raggranellati cominciarono una zuffa, vi morì il tenente Cesare Balsamo ed altri, ferito fu con molti l’aiutante Ranza; il resto, sopraffatto dal numero, cedé. I contrarii ebbero tre feriti e tre morti, che poi gittarono a mare. Tolte l’arme e le munizioni dalla scorridoia del porto, inchiodatole il cannone, l’affondarono; inchiodarono i cannoni sulle barbe delle batterie; ruppero i gigli, arsero le caserme di Gendarmi e Polizia, gli archivii del comune, del Giudicato, della Capitatila del porto, dell’uffizio di relegazione, e tutte le memorie dello stato civile; sfondarono il carcere a francar due ladri: rubarono arme e obbietti preziosi di contestazione giudiziaria; e con furti, rapine e lascivie molte case di cittadini manomisero.
Frattanto il capitano Silzia, rimasto sul Cagliari coi due macchinisti inglesi, e libero di sé (che poi faceva l’innocente) era uscito dal porto, e bene avria potuto correre a Gaeta, lontana quattr’ore di via. ad avvisare il governo regio, invece aspettò al largo, e rientrò poi spontaneo a’ ribelli. Prese questi per quanti ne capiva il legno, che dell’isola furono 391, promise a’ rimasti di tornare a pigliarli, e si parti sull’ore undici di quel mattino.
Per mare come scorgeva qualche bastimento nostrano, facea chinar la gente pancia a terra, perché non si vedesse, ed egli aiutava a far le cartucce, divideva l’arme, e incuorava e felicitava i ribelli. Giunse ad ore 25 del 28 alla marinella d’Oliveto in tenimento di Vibonati, a un miglio da Sapri; e vi sbarcò la masnada, 450 persone.
5. Fatti di Sapri, Padula e Sanza.
Pochi urbani del luogo, all’insolita vista del piroscafo in quelle acque, accorsero, e agli sbarcati chiesero: Chi vive? udendo rispondere Italia e repubblica, spararono i fucili, e indietreggiarono a Sapri, a portar la nuova. La notte v’entrarono gl’invasori, chiamando il popolo a libertà, con bandiere di tre colori e voci entusiastiche e feroci, perlocché quei del municipio e il più della popolazione ripararono a’ monti. Eglino da padroni disarmarono il posto doganale, ne presero il denaro della cassa, arsero gli stemmi regi, sforzarono molte case private col pretesto d’arme, e vi rubarono quanto veniva a mano. Poco mancò non ardessero la casa del già morto Peluso, in vendetta del Carducci. Agguantarono tre realisti per fucilarli, ma nella confusione potettero fuggire da quelle mani.
Al mattino del 29 salirono a Torraca, ove era la festa di S. Pietro, protettore del paese, sperandosi nella moltitudine far seguaci, ma schifati da tutti, si gittarono a far quello che a Sapri, poi il 30 volsero sulla strada delle Calabrie, ruppero il filo elettrico al Fortino, e fur raggiunti dal baroncino Gallotti di Sapri, condannato e graziato del 48, solo che s’accostasse a loro.
Il Pesacane divise la masnada in tre compagnie, suddivise in isquadre, egli s’appellò generale, Giovanni Nicotera colonnello, un Giambattista Falcone maggiore, tutti con camice rosse, e berretti rossi. Volti a Sala, riposavano a Casalnuovo, ripetendo arsioni di gigli e rapine di vettovaglie, arme e danari. Su quella strada uno de’ relegati di Ponza, stato soldato, tra le tante grida d’Italia innestò, credo per usanza antica, un viva il re! Ecco, gridato traditore, gli fanno certo consiglio di guerra, presidente il Falcone; e mentre il condannato disperatamente si fugge, tel finiscono a schioppettate. Speravano trovare simpatia a Sala capodistretto, ma dalla torre della casa baronale di Casalnuovo, veggono col canocchiale qualche apparato di forze in quella città distante dodici miglia, e s’incoraggiano a prossima pugna. Se non che poco stante lasciano la via consolare, e si menano a diritta, verso i monti. Transitando presso Montesano, videro in un podere certi mietitori di grano, che spauriti si gittarono a terra, li credettero spie, e trassero moschettate, sì che uccisero una infelice donna, Rosa Ferretti. Stanchissimi a sera giunsero alla certosa di S. Lorenzo, vicino Padula e riposaronvi, mentre i capi tenean consiglio in casa un Federigo Romano, congiurato da lunga pezza, che li avea chiamati.
In quella il sottintendente Calvosa, che già da due mesi aveva rapportato del disegno d’invasione senza averne provvedimento, ora dall’intendente Aiossa udiva per telegrafo da Salerno la nuova dello sbarco. Adunò tosto a Sala da trenta gendarmi, e molti urbani armati alla meglio, ma come per fama si dicea gli sbarcati fossero migliaia, invitò il collega di Lagonegro, barone Anione, ad accozzare le genti di quel distretto, e correre al luogo Fortino, distante da esso sei miglia, per mettere in mezzo i nemici, quegli invece lasciò Lagonegro, e si fuggi a Maratea. L’intendente fe’ il debito suo, con carri e carrozze lanciò il più presto che seppe il 7.° battaglione cacciatori col tenente-colonnello Ghio, e una mano di gendarmi col maggiore Girolamo de Liguoro. Questi giunto un po’ prima a Sala, tentennò; diceva gli avversi essere assai e armigeri, duce il Garibaldi, con cannoni e granate. Impertanto le guardie urbane, intorno a cinquecento con trenta gendarmi a piede, corsero il mattino del 1.° luglio ad affrontare i rossi postisi sopra Padula, ad un colle detto Coste; eglino presero le Serre, colle opposto e superiore. Il Pesacane s’avria voluto gittare in Basilicata vicina, ov’era già un segreto comitato unitario, con a capo un regio ingegnere di Ponti e Strade, a scorno di quella polizia che volea tener gli occhi chiusi. Cominciarono colpi alla lontana tra gli Urbani e gli stranieri, e questi avean già avuto il portabandiera ferito, e andavan rinculando, quando s’accorsero dei soldati sopraggiungenti. Infatti il Ghio spartì il suo battaglione a’ passi, e spinse una compagnia sulle alture per istringerli alle spalle, il perché retrocessero subito entro Padula, per afforzarsi di case e barricate, ma incalzati da presso, lor né mancò il tempo. Seguitò per le strade e pe’ giardini piuttosto macello che pugna. Cinquantasei uccisi, trenta feriti, dugentotre presi, i capi co’ più pronti se la svignarono mentre più ferveva il fuoco, né uno ne saria scampato, se il maggiore de Liguoro co’ gendarmi a cavallo avesse vietato i passi, come gli Urbani supplicavanlo a mani giunte, ma ci stette a guardare. A sera i vincitori tornarono co’ prigionieri a Sala.
Il sottintendente, ruminando sulla volta presa dagli scampati, rimandò incontanente a’ loro paesi gli Urbani de’ comuni a occidente del Vallo di Diana, per tener vigilato il territorio, massime quel di Sanza, prossimo al torbido Cilento, ov’era un folto bosco. Di fatto il Pesacane co’ suoi laceri avanzi avea ripassata la via consolare, e pe’ monti s’appressava a Sanza il mattino del 2, per guadagnare il bosco, e poi le vette cilentane. Il Capo Urbano Sabino Laveglia era con piccolo drappello uscito dal paese, presso al convento de’ Minori Osservanti fu avvertito da un fanciullo dello appressarsi d’armati, si spinse avanti, e protetto da un canto del giardino murato, fu sorpreso non colpito da una scarica di fucilate. Retrocessero, e carponi per un canale presero altra girata, donde come ebbero a tiro il Pesacane in capo alla masnada, uccisero lui e altri sul botto, e traforarono la mano al Nicotera, che l’aveva alzata ad avvertire il condottiero. Già il rumor de’ colpi avea commosso il paese; stormeggiavano le campane, accorrevano gli Urbani; e tutta la popolazione, uomini e donne, carpate arme rurali, falci, tridenti, scuri e pietre, gridavano ammazza, ammazza. E quei liberatori di popolo cacciati dal popolo come belve per le campagne, morto anche il Falcone, cadevano qua e là, da trenta uccisi, il resto prigionieri. Sopraggiunte due fregate regie, mosse, come ora dirò, da Gaeta, sbarcavano sulla spiaggia di Sapri l’11.° battaglione cacciatori, col maggiore Marulli; che per errore volse a Buonabitacolo, donde accorse a Sanza, dopo il fatto. Raccolse gli ottanta prigioni, e li portò a Salerno.
Il conte Groppello ministro sardo a Napoli, rapportava il 4 luglio al Cavour: «La banda dovunque passò, era combattuta dalle Guardie Urbane, e trovava avversione grandissima nella popolazione, che ne uccideva gli sbandati.» Adunque confessava che i Borboni si tiranni gridati fuori, eran nel regno amati, e difesi dai tiranneggiati. Il re concesse onorificenze e pensioni all’Aiossa, al Calvosa, al Ghio, e a moltissimi Uffiziali ed Urbani, e anche a privati.
6. Cattura del Cagliari.
Il Cagliari sbarcati i repubblicani era stato sull’ancore avanti Sapri, sino all’ora undici della sera del 28, quando prese il largo. Il capitano Sitzia temendo di cattura s’avea fatto fare una dichiarazione da’ capi della banda egi essere stato astretto da forza. Ma sendo allora libero, e potendo recarsi al vicino Salerno a far sua dichiarazione, tirò dritto a Ponza, per imbarcare come avea promesso il resto de’ galeotti. Intanto giunte a Gaeta le nuove di quell’isola, né partiano in fretta le due fregate a vapore, il Tancredi e l’Ettore Fieramosca con soldati; ed esse correndo il mare scopersero il Cagliari a dodici miglia a occidente di Capri, proprio a mezza via a linea retta tra Sapri e Ponza. Alzò bandiera sarda, ma vista una palla di cannone, si presentò al Tancredi, ch’eran l’ore nove e mezzo del 29 giugno. Vi si trovarono tre feriti, cioè due de’ sedicenti passaggieri e uno de’ serventi, alquante arme tolte a’ soldati di Ponza, la spada che fu dell’ucciso tenente Balsamo, e molte casse di munizioni e arme tutte cariche, per armare il resto dei relegati ribelli. E veramente questi aspettavano ché scorto un po’ di fumo sul mare, accorsero festanti alla spiaggia; ma invece arrivava a regia fregata Ruggiero a riporvi la sovranità.
Il Sitzia, preso, disse una storiella così; che partito da Genova per Tunisi, venticinque de’ passaggieri l’aveano deposto dal comando, e fatta prigione la ciurma, cioè che i 25 vinsero i 52; che dopo il fatto ei si recava a Napoli per rapportarlo al governo. Ma perché la prigioniera ciurma scese assalitrice a Ponza? perché egli libero non corse a Gaeta, e aspettò a rimbarcare i vittoriosi? perché stettesi tutta notte a Sapri, né corse a Salerno ad avvertire la potestà? perché, se andava a Napoli, avea tra varcate le bocche di Capri, e navigava in allo, dritto a Ponza? Questi fatti, e l’arme cariche a bordo sbugiardavamo; poi ne’ costituti i prigioni stessi gli sostennero in viso egli aver distribuite l’arme agl’invasori, fatte le cartucce, e auguralo fortuna buona. Inoltre i due macchinisti inglesi Carlo Park ed Enrico Watt avean camice rosse, e addosso a questo secondo si trovò il viglietto della Miss White, che li mostrò scienti della cospirazione.
Il governo dopo brevi dì liberò i pochi passeggieri innocenti. Più tardi a 22 agosto, la casa di Lorenzo napolitana, in qualità di procuratrice della Compagnia Rubattini di Genova, fe’ atto protestativo per la restituzione del Cagliari, ed è da notare questi Di Lorenzo essere stretti parenti della Errichetta Di Lorenzo, amica e zia del Pesacane. Per contrario la intendenza della real Marina, con istanza del 26, chiese al magistrato competente dichiarasse buona preda il legno, per aver commesso atti di pirateria e di guerra civile e mista. In tal guisa cominciò un giudizio, cui presto venne a intramettersi Inghilterra, patrona del Piemonte, come narrerò.
7. Fatti di Livorno e Genova.
I Mazziniani avuta la felice nuova dell’isola di Ponza, certi d’impigliato foco nel mezzodì, corsero a suscitarlo nel mezzo e nel settentrione d’Italia. il 29 giugno turbarono Livorno con armati di fuori; ch’entrarono, come già a Milano nel 53, assalendo coi pugnali i soldati per le vie, ma vinti in breve ora, i presi furon moschettati. Lo stesso dì a Genova, quell’arme preparate dal governo colle sottoscrizioni ad assalire i vicini, servirono a ferir esso. Era disegno pigliar lo arsenale di terra, il palazzo Tursi, ove stavano l’arme de’ Nazionali, e i forti Sperone e Diamante. Però preparate quattro conventicole di faziosi, con a ciascuna una di tai missioni, corsero un po’ le vie coi pugnali nudi, e rotto il filo telegrafico al villaggio Ronco, occuparono senza lotta e senza sangue quei luoghi; solo al Diamante si trovò un bonaccio sergente Pastrone, che opponentesi fu ucciso. Si dovea procedere a saccheggi ed arsioni, e fur trovate su’ rei carte con designazioni di case da manomettere; ma sul tardi giunse il contrordine de’ capi, e tutto tornò quieto.
Onesta tragicommedia a danno della cosa pubblica giocolata fra il Mazzini e il Cavour, ebbe più comico seguito in un semi-serio giudicamento! Su’ principii di luglio, come s’udì lo scacco del Pesacane, il governo Sardo fe’ il rigoroso: a’ 5 arrestò Miss White, e un mezzo centinaio di malandrini; lasciato fuggire il Mazzini, fece perquisizioni e sequestri d’arme, e strepitò molto a parole. La White nello interrogatorio rispose: il Mazzini essere il Cristo del Secolo; e spiegò: «Non già lo credo Dio, perché neppur Cristo credo Dio; ma egli al par di Cristo ha dato la parola a questo secolo, ch’è Dio e Popolo.» E siffatta bestemmiatrice della religione dello Stato, e rea primaria in quel giudizio, fu messa in libertà con ordinanza del 13 novembre. Mandata via lei, a 4 febbraio 58 s’aperse il dibattimento pubblico, paruto non corte di giustizia, ma sala di costituente italiana; perciocché gli avvocati, spaziandosi in concetti rivoluzionarii, difendevano i rei, accusando il governo di connivenza; e dimostrarono quelle arme e quelli attentati essersi permessi per appoggiare la rivoltura nel Napolitano, e fare l’Italia. In tutto Piemonte, e negli stessi parlamenti s’alzarono alte accuse di complicità al Cavour e al Rattazzi, colleghi nel ministero; sicché quest’ultimo si dimise a 14 febbraio. Fu curioso che non si inquisì di sorta contro i militari fattisi da un po’ di marmaglia sorprendere ne’ forti. Finalmente dopo ventidue tornate di concioni, la Eccellentissima Corte d’appello sguainò la sentenza; la quale molti mise in libertà, pochi in galera, e sei gravemente condannò a morte; cioè il Mazzini e altri cinque, tutti contumaci, che se la ridevano a Londra.
Questi inani conati contemporanei a Parigi, nel Napolitano, a Livorno e a Genova, mossi da una mente, scopersero la setta aver più audacia che forza e simpatie. Nel reame non eran valute l’abbassale arme d’Inghilterra e Francia, non le ingiurie del Congresso, non le profezie Cavourrine, non le insidie, né gli assalimenti de’ galeotti: qui i popoli volean pace vera, e fiaccavano con rusticane arme chi col pretesto di pace portava rivolture e guerra civile; qui la rivoluzione avea primo nemico il popolo. Perciò tutti sforzi volsero a conquidere il re, perché il solo re col suo braccio poteva fare la rivoluzione.
8. Strade ferrate.
Certi economisti moderni volgono a fine rivoluzionario la scienza, anzi hanno inventata una scienza a posta; onde sciorinano gran paradossi, cui strombettando a coro dan per trovati sublimi. Sputan sentenze così: Le nazioni tanto più son ricche quanti più debiti hanno. — Son più ricche quanto più pagan tasse. — L’economia dello Stato è altra che della famiglia. — La religione protestante è fonte di ricchezza. —Per questi e altrettali teoremi, il regno cattolico delle Sicilie, che non facea debiti, né ponea balzelli nuovi, e anzi scemava i vecchi; era negazione di Dio. I settarii chi quasi tutti non possedean nulla, inventarono tali teorie, perché debiti e gravezze non pagavan essi, paganti chi ha roba; ed essi persuadendo gli spogliati che più pagando più son felici, si pigliano l’altrui.
Sfatavano il regno, che mancasse d’opere pubbliche; ma non già mancavano, è che si facevano a denari contanti, a buon prezzo, senza debiti; il che dicevano mancanza di progresso. Il governo stampò lavori statistici, dimostranti che solo in terraferma, per strade, campisanti, chiese, collegi, università, teatri, piazze, castelli, ponti, bacini, telegrafi, arginazioni e bonificazioni di paludi, s’erano spesi nel 52 ducati 3,351 565, nel 53 duc. 3.734,764, nel 54 duc. 3,556,662, e nel 55 duc. 4,045,894; cioè in quattr’anni quattordici milioni e 688,888 ducati. Si cominciava allora l’opera del bagno di Procida, a spese dell’erario. Ferdinando non volea troppo compagnie straniere, che per ogni piato schiamazzavano con vascelli; però intento a dar guadagno a’ nazionali, e a tutelare gl’interessi del suo popolo, lo si gridava da fuori tiranno.
Strepitavano per le strade di ferro, ma non mancavan pel governo. Con denari dello Stato procedeva quella da Capua al confine romano, che si saria compiuta nel 61, senza la rivoluzione. A 16 aprile 55 s’era conceduta al barone De Riseis quella degli Abruzzi, assicurandogli il quattro per cento sul capitale da spendere; ma ei non trovò socii. Quella delle Puglie s’era data al Melisurgo, uno de’ liberali; il quale ragunati alquanti capitali, li mandò a male. A 8 marzo 56 si concesse al Bayart la strada ferrata da Nocera a Salerno. A 7 novembre 57 si die’ a Tommaso d’Agiout facoltà di costruire la ferrovia da Salerno per Eboli a Taranto, con ingiunte condizioni. In Sicilia eran più difficili, ché pria s’avevano a vedere quelle del continente alla punta di Calabria; perciocché senza questo scalo i prodotti dell’isola non aveano passata; e le imprese con poco transito di merci e viaggiatori sarian fallite, non bastando il movimento isolato di soli due milioni d’abitanti. Le associazioni private chiedevano soccorsi del Tesoro; e questo non voleva imporre altri balzelli al paese.
9. Opere pubbliche in Sicilie.
Senza ciò, in Sicilia, malgrado la malattia dell’uve che l’ammiseriva, si procedeva a molte opere alacremente. Nel 36 si restaurò la cattedrale di Cefalù, già per voto di Ruggiero edificata. Il tempio di Monreale, famosissimo monumento di Guglielmo il Buono, arso a 1 novembre 1811, s’era preso a restaurare nel 16, si compì nel 39; spesivi 431,915 ducati, e grana 57. A 26 novembre 56 s’eresse una giunta per la telegrafia nell’isola. In quell’anno e nel seguente sursero settecento miglia di fili elettrici per le coste e per l’interno, col capo a Messina, dove due corde sottomarine a 7 giugno 57 rannodaronli al continente. Si sentiva il bisogno di altri con Malta, ma temendosi la nimicizia de’ reggitori inglesi, si convenne a 3 maggio 59 con la compagnia telegrafica del mediterraneo autorizzata da Londra; la quale s’obbligò a un filo sottomarino nel canale di Malta, congiunto alla Sicilia presso Scicli, il che apri tutto il levante. Inoltre fermammo con la Porta ottomana un trattato obbligandoci a un filo nell’Adriatico, tra Otranto e Tallona; e ’l facemmo. Il Turco ne mise due; da Tallona a Costantinopoli, e sino al confine Russo, e da Tallona alla frontiera d’Austria, per rannodarlo al filo del Cattaro.
A Palermo s’era messa a gas l’illuminazione estiva nella strada marina; volendosi stendere a tutta la città, n’ebbe lo appalto un Francese a 8 giugno 57; versò la cauzione, ma pria di metter mano alzò pretensioni, cui il municipio non poteva accedere; però solendo allora ogni briga con istranieri finire in diplomazia, s’adì il magistrato, e fu sciolto il contratto, il che impedì l’opera. A 31 luglio 58 s’inaugurò a Catania l’orto botanico per quella università e per l’insegnamento delle facoltà mediche, d’agricoltura e pastorizia. Per costruire la stufa di ferro all’orto di Palermo si mandò nel 57 a Parigi. Messina fe’ quattro statue colossali, una del re in bronzo del Tenerani, l’altre in marmo di Carlo III, Ferdinando I, e Francesco I.
L’acque dell’Anapo, alla cui foce vegeta spontaneo il papiro, si pretendevano da un ex barone, che ne vietava l’uso ad altri, e restava ineseguito un giudicato che lui condannava. Vi si pose rimedio a 26 giugno 53, e poi a’ 27 giugno 57 s’approvò un regolamento che mise l’acque a benefizio delle terre circostanti, però diventate fertili giardini. Il Simeto dopo lungo corso traversa la pianura Catanese: soleva allagarla in inverno, e basso in estate non bastare a irrigarla. Secolare il desiderio d’arginarlo, il re a 29 novembre 58 e 25 aprile 59 concesse a una società di Catanesi l’uso di quell’acque per 89 anni, con obbligo d’eseguire l’impresa, e incontanente né cominciavano i saggi.
10. Porti del regno.
La Sicilia ha i più grandi porti del mediterraneo, massime quei d’Augusta, Siracusa, Messina e Trapani, ma non bastevoli al bisogno, per la loro positura; ché nella costa meridionale v’ha solo quel di Girgenti, non più da grosse navi. Si designò costruirne due grandi a Milazzo e a Licata: il primo per larghe sovvenzioni regie fu quasi compiuto, riuscito buono, riparato da tutti venti; l’altro ordinato a 22 settembre 58 già n’era pronto il progetto. Da ultimo il rescritto dell’11 maggio 59 ordinò un bacino da raddobbo per navi mercantili a Palermo, con denaro dell’erario pubblico; e già ingegneri visitavano quei di Malta e Tolone per istudiarvi.
In Ischia si rifece l’antico porto dal 53 al 56, con ducati 114.729; e là dove non bene entravan barche si videro fregate. Poi si disegnò rifare l’antico porto Giulio a Pozzuolo, già opera d’Agrippa, celebrato da Orazio, Cassio e Virgilio. Scelto il progetto del Lettieri, si cominciarono nel 56 i lavori, da unire i laghi Averno e Lucrino al mare, con canali navigabili, e con la bonificazione de’ Campi Flegrei; poi l’impresa diessi a cottimo a un intraprensore per ducati 553 mila con obbligo di farla dal 59 al 61. Del pari i piloni del molo Puteolano tornarono utili dopo tanti secoli, spesi ducati 55 mila nel 55. Col rifare il bel porto antico di Nisita, si volle anche costruire un lazzaretto nuovo per Napoli, tra Nisita e Posillipo; ve n’era uno piccolo fatto nel 4626 dal viceré Toledo; nel 1832 Ferdinando ordinò ampliarsi quello e il porto; e vi andarono ducati 308,013 sino al 47, quando per la rivoluzione si sospese; e le tempeste fer peggio. Si ripigliò nel 55; si bene; disse quasi compiuto a 29 settembre 57. Bell’opera importata altri ducati 333,670, sino al 59. Nel 57 s’ordinarono costruzioni d’altri porti a Salerno e a Tropea; e già nel 51 s’erano spesi cinquantamila ducati per quello di Cotrone.
Il rinomato porto Adriano a Brindisi dicesi distrutto per gelosia de’ Veneziani nel medio evo: il re vi facea lavorare dal 1854 e sino al 18 v’erano iti 415,056 ducati, né s’era fatto il terzo; nel 56 vi si addissero altri 207 mila ducati, e 81 mila annuali dall’anno 57 in poi: così fu quasi compiuto. La scala franca vi s’era decretata dal 47. Il porto di Taranto fu restaurato dal 55 in qua; lo stesso a Gallipoli, con soccorsi del Tesoro. E si costruiva dal 55 un porto nuovo a occidente di Bari, approvato per 180 mila ducati. Altro se ne faceva a Molfetta, si lavorava a quei di Barletta, Monopoli, Bisceglie e Trani, e si preparava il progetto da sterrare quello di Manfredonia. In Abruzzo lavoravano al porto d’Ortona, e studiavano un lazzaretto a Giulianova. Da ultimo un decreto del 18 febbraio 58 ordinò si cavassero con unica maniera tutti i porti del reame, con apposito direttore, e se ne costruissero le macchine e gli ordigni. A’ fari e fanali sulle coste, con luci d’avvertimento a quattordici miglia geografiche, provvedevasi dal 42, e se n’era messo il primo a Nisita; ma il decreto del 24 marzo 59 sanzionò un disegno d’illuminazione generale delle spiagge, con altri 42 fari sul continente. In Sicilia s’eran fatti.
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