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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVII)

Posted by on Feb 8, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVII)
11. Rivoluzione in Toscana.

Dal dicembre 1858 era venuto a Firenze ministro sardo l’avvocato Boncompagni, già presidente della Camera a Torino. Questi prese a crearvi la rivoluzione, con insidie, danari e promesse. Conculcando il dritto delle genti, ospitava in sua casa i felloni del Gran Duca, li consigliava, li copriva con la bandiera di Stato amico, si faceva venir arme in casa da Torino. Udito l’ultimatum austriaco, però dichiarata la guerra in Italia, ebbe il molto che quello il tempo. I ministri granducati eran da più tempo discordi: taluno carezzava i liberali per farsene spalla.

Si permetteva la stampa d’una Biblioteca civile dell’Italiano, foglio del comitato della Società nazionale, dipendente da Torino, fogliò oltraggioso al governo, avviamento a ribellione, scritto da’ congiurati Peruzzi, Ridolfi, Ricasoli, Bianchi e altrettali, e surto un giornale cattolico Il Giglio a confutarlo, fu soppresso. Di rivoluzionarii eran due fazioni, aristocratica e democratica, quella volente rivoluzionario il Granduca, questa infatuata di Piemontismo; ambiziose tutte e due, ambe adunantisi in segreto, spartite e insieme, ambe serve del Boncompagni. Aderivanvi alquanti duci militari, per ambizione o fame, e parecchi soldati corrotti in taverne e bagordi per beveraggio; del resto quasi nessun prete, pochi dei ricchi, pochissimi dei patrizii; gl’impiegati ducati buoni o mali, il più correnti al soldo. Corruppero i due maggiori Danzini e Cappellini lor pagando i debiti, intorno a ottantamila lire. Il governo udiva e vedeva; ma evirato, fiacco, non osava; e l’incertezza sfiduciava gli uffiziali, annullava lo scettro. Austria presentendo l’uragano offerse truppe in aprile, il Granduca ricusò, dicendo fidar nel popolo suo e nella neutralità, e questa notificò a Francia; la quale rispose ambiguo, perché aspettava la rivoluzione, per invadere Toscana e dare in fianco a’ Tedeschi.

Il Boncompagni ricordando che il popolo fedele al sovrano aveal nel 1849 con ispontanea contro-rivoluzione riproclamato, si fece un contropopolo a’ suoi comandi con adepti di setta, frammischiandoli con ottanta carabinieri sardi fatti entrar travestiti, da stargli di costa e far gridio in piazza. Comandavali il famoso Filippo Curletti, ascoso capo di ladri, segreto mandatario del Cavour, riuscito buono operatore di tutte coteste rivoluzioni nell’Italia centrate. Così scalzato il trono, il giorno di Pasqua lancia una nota al governo dove magnificata la guerra nazionale, l’ardor de’ Toscani a farla, e ’l desio moderato del Piemonte alieno da smodate ambizioni, dice dar prova schietta d’amicizia, richiedendo al Granduca alleanza offensiva e difensiva. Ora questi acconsentendo sariasi contro i trattati volto nel momento del pericolo avverso al secolare amico, e sarebbe rimasto inerme nelle branche del fedifrago nemico; ovvero ricusando, dava a questo il pretesto di pigliargli lo Stato. Nel tristo bivio il Granduca risposi volere neutralità. Perlocché il Boncompagni, gittata la maschera, die loco alla mina.

Il 26 aprile, quando sapea spirato il termine dell’ultimatum austriaco sirena la rivoluzione: nel pomeriggio alquanti malandrini e soldati fuori porta S. Gallo fan numero co’ curiosi, ed entrano schiamazzando in città; gli uffiziali militari mettono i Ire colori alle bandiere, adunano i battaglioni in piazza, i due castelli alzano la stessa bandiera. Alla dimane il ministro sardo assembra in casa i cospiratori primarii, il Ridolfi, il Salvagnoli, il Bianchi e il Ricasoli, e li caccia in pubblico a imporre al sovrano la guerra. Accozzano gente in piazza Barbano, avanti al forte S. Giovanni, con un manifesto (scritto dal Bianchi in casa il fornaio Dolfi) chiedente fratellanza di popoli e soldati, guerra all’Austria, capitanato di re Vittorio. Il Ricasoli manda a occupare i ministeri, le poste e il palazzo ducate, mentre i carabinieri sardi con altri stranieri e la marmaglia da’ quartieri bassi dan grida sediziose, e s’accostano alla casa del Boncompagni, che fa una diceria dal balcone, e ringrazia delle patriote grida. Il tradito sovrano, spogliato di forze e in mano a’ felloni, chiama Neri Corsini marchese di Laiatico a comporre un nuovo ministero: ma quegli consigliatosi col Boncompagni torna a Leopoldo, dicendo abdicasse a pro del tiglio. Non volle egli perché lasciando il tiglio in braccio a’ congiurati, sovrano di nome per coprire i rei fatti della setta, pria bruttato avrebbe il nome di Lorena, poi con meritala vergogna sarebbe stato scacciato. Rispose non potersi abbassare al disonore, partirebbe, e adunali i ministri esteri, protestò. Sull’imbrunire lasciò la città attonita e silente per terrore. I soldati ducati si coprirono di vergogna. Egli da Ferrara al 1.° maggio protestò in iscritto contro la violenza, patita per non aver voluto dichiarare guerra ingiusta, né abdicare.

Partito lui, votate le casse pubbliche, dilapidato l’erario, in imbotto lo spaurito municipio, mezzo sì, mezzo no, senza gonfaloniere, s’unisce; e dettante il Boncompagni, gridante giù la bruzzaglia con gli stili nudi, esce bell’e fatto, stampato, affisso, l’editto e il governo provvisorio; e sono il Penizzi, il Malenghini e ‘l Danzini: un patrizio, un curiale e un soldato traditore. Hanno il carico di tenere la potestà sinché Vittorio provvedesse, e il domani, fedeli al programma mazziniano, offrono la dittatura a questo re; ma esso fedele al fresco proclama garibaldesco, con lettera del 30, delega sfrontatamente suo Commessario per la guerra lo stesso Boncompagni. Il quale interpretò durante la guerra; e da ambasciatore al Granduca, cacciatolo di seggio, n’usurpa il potere. Veramente non la carica, ma il titolo e il modo mutò: ché sempre era stato ascoso commessario sardo a capo de’ faziosi. Questo strazio di morale dicevanlo civiltà piena di tempi maturi.

Mentre interpretandosi il per la guerra il Boncompagni quistionava co’ tre creati da esso, costoro trinciavan la Toscana. Mandarono commessarii nelle provincie per illuminare e provvedere, cassavano e creavano impiegati, spedivano persone a corroborare il governo, promovevano militari a josa, ponevano gonfalonieri nuovi, proclamavano uguaglianza di culti, ordinavano a’ preti mettessero nella messa la colletta pro tempore belli, e abolivano la pena di morte. Il Granduca non l’aveva eseguita mai; e quel Perruzzi che or l’aboliva, surto poi ministro la volle serbata. In dieci giorni sciorinarono da dugento decreti, oltre note, circolari, dispacci e lettere segrete, cose tutte impastate da prima. Mandarono attorno chiedendo offerte per la guerra dodici femmine, diventate famose, cui quei cervelli fiorentini aggiustarono i nomi de’ segni del zodiaco. Il Boncompagni fecesi il ministero; quindi nuovi decreti a bizzeffe, tutte cariche a’ settarii, tutti insulti al tradito sovrano, tutta Toscana una ladronaia. Delegato per la guerra, fece solo quella dei tradimenti.

Tosto esso e ’l Ricasoli lavorarono a un’assemblea, ma per escludere dal votare i villani, tutti granduchisti, decretarono niuno fosse elettore che non sapesse scrivere. Cosi ridotto il numero, convocarono comizii, dove neanche venne la metà degli elettori iscritti, a venuti corruzioni e intimidazioni; si rumoreggianti Fanne, fecero loro adepti deputati. Quanto all’esercito, il Cavour avea dal 28 aprile mandato il napolitano Girolamo Ulloa, fatto a posta maggior generale sardo, però creato general di Toscana il di stesso che arrivò; il quale data breve proclamazione a’ soldati, la dimane li menò alla frontiera delle Filigare; sia per levarli di Firenze dove si temeva che pentiti reagissero, sia perché molto indisciplinati, e sia acciò là presso Bologna restassero minacciate le frontiere papali, e si potessero creare i corpi franchi, con felloni romagnoli, ch’avean poi da invadere quelle province. Appresso il sardo Boncompagni indirizzò al sardo Cavour una dichiarazione, come Toscana s’associasse al Piemonte contro Austria.

12. E a Modena, e a Parma.

A Massa e Carrara e a Modena, sendovi fedeli le truppe estensi, le cose da prima andarono diversamente, il Piemonte tendendo la mano a’ faziosi tentava tutti modi di movere le popolazioni limitrofe ad esso: fomentare la sedizione tra’ soldati, accarezzare gli esuli, nutricarli e tenerli sul confine. Rumoreggiando le voci di guerra, il Duca aspettandosi l’invasione concentrò sue genti a Fivizzano il 29 aprile; ma uscite queste appena di Carrara, ecco un Giusti e un Massa curiali, e un Brizzolari si dichiarano commessarii piemontesi, e tosto avuti carabinieri sardi, pigliano per Vittorio il governo. Ciò mentre stava ancora a Torino il legato Estense! Il Duca protestò. Lo stesso dì 29 entran dal Piemonte un centinaio d’uomini colettizzii, e cantano il Te Deum a Fosdinovo; accorsi i Duchisti a guastar la festa, se ne fuggono. La notte né scendono altri dugento, si acquattali ne’ monti, ma assalitivi da’ cacciatori modenesi, morti alquanti, altri feriti, il più sperperati ripassano il confine. Il Duca pertanto sì minacciato, con lo Stato circuito dalla rivoluzione, chiede ed ha in soccorso un po’ di Tedeschi. Allora il Piemonte ch’avealo assalito in pace, dichiara a 8 maggio, che egli ligato all’Austria era nemico; e gli denunzia la guerra.

Più diversamente a Parma. La vedova Duchessa, udendo la guerra a’ confini, e in piazza trescare i Mazziniani con a capo un Armelonghi avvocato, proclamò al 1.° maggio ch’avendo a tutelare i tigli suoi se n’andava, lasciando a’ ministri il governo in nome di Roberto I. A mezzodì del 2 si partì; e quel dì stesso quell’Armelonghi, con altri tre in comitato, proclamò Vittorio, dicendo pigliar la potestà sino alla venuta del commessario regio; perlocché i ministri ducati protestando lasciarono i seggi. A sera un comitato si costituì, e cominciò dando impieghi e facendo la Guardia Nazionale. La città né restò costernata; e la magistratura negò di giudicare in nome di re Vittorio; il tesoriere non die’ danari; e da ultimo la soldatesca, che avvinazzala da’ congiuranti avea secondato, digerito il vino, mandò agli intrusi intimando sgombrassero, o farebbesì fuoco. Allora quelli ammainate le vele fuggirono il mattino del 3 maggio; e pregato dal municipio risalì il ministero, intanto la Duchessa, trattenutasi a Mantova, rifiutò l’aiuto tedesco, dicendo essere neutrale; e udita la controrivoluzione, tornò a Parma la sera del 4, in vero trionfo. Doppia rivoluzione seguita in 56 ore, senza sangue.

Vinto sì impensatamente da una donna, il Cavour fremente mette mano a’ ferri. A’ 27 maggio entra senza dichiarazione di guerra per Pontremoli il Ribotti, (quello preso in Calabria il 18, e graziato) con cannoni e soldati sardi e toscani. Alle rimostranze della Duchessa a Torino si dan risposte vuote. Indarno protestano Spagna e Inghilterra. Ella fa condurre in Isvizzera i figli, di che il popolo e i soldati s’addolorano, s’affaccia, ed è plaudita da lutti. Poi cominciata la guerra in Italia, e sendo il Ribotti alle porte, seguì nuovo consiglio, come appresso dirò.

13. Proclamazioni de’ belligeranti.

Denunziato l’ultimatum austriaco, il ministero torinese chiuse l’Università e le Camere, e mandò per tutte vie soldati a’ confini, dichiarò la potestà tutta nel re, imbrigliò la stampa, fe’ commessioni straordinarie nelle provincie, chiamò marinai, e ordinò i banchi dessero non denari ma carte.

Il Tedesco passato il Ticino a’ 29 aprile, fu la dimane a Mortara e a Novara, occupò Vercelli il 2 maggio, e minacciava Torino, mentre con altri battaglioni varcato un ramo del Po, si stendeva a Tortona. I Francesi a grandi migliaia scendevan per le Alpi e per mare a Genova, aspettando l’Imperatore.

Vittorio a’ 27 aprile proclamò all’esercito: pigliarle arme per difendere lo Stato presso ad essere invaso dall’Austria, invida della libertà regnante in Piemonte, e del vedervi ascoltate le grida di dolore d’Italia oppressa. Altra proclamazione lo stesso dì nunziava al popolo il torto dell’Austria, il soccorso del generoso alleato, e ch’ei risguainando la spada, lasciava il cugino Eugenio di Carignano al governo. Volsesi altresì a’ popoli d’Italia, dicentesi dall’Austria assalito, per aver peroratala causa della patria, Austria violare i non mai rispettati trattati, egli sciogliere il voto fatto sulla patria tomba, egli per tutta la nazione combattere, né altra ambizione avere ch’essere primo soldato d’Italia indipendente.

Francesco Giuseppe anch’esso da Vienna ai 28 aprile, volgevasi a’ popoli suoi. Noverava gli usati sforzi per tener in pace un nemico più volte vinto, e generosamente risparmiato, è sempre tornante a capitanare la rivoluzione, e ad invadere il territorio d’Austria. Oggi di nuovo essersi alla vigilia d’un’epoca quando le sovversive dottrine non solo dalle sètte ma dall’alto stesso de’ troni si predicano. Francia con futili pretesti intervenire a mescolarsi negl’italici piati. Egli aver la corona senza macchia ereditata; ora chiamarlo a difenderla la storia gloriosa della patria, il dritto dell’Austria, quello di tutte le nazioni, anzi i più sacri beni dell’umanità. Volger la voce al popolo suo imitandolo a secondarlo; mandare il saluto guerriero a’ suoi figli nell’esercito militanti, mentre nelle mani loro l’aquila austriaca apre i vanni a voli sublimi. Da ultimo qual principe alemanno parla alla germanica confederazione, ricordando i passati trionfi: e l’invita a non lasciarlo solo nella gran lotta contro gli astuti redivivi nemici dei Germani. Finisce: Con Dio per la patria.

Francia intanto protestava che la guerra non toccherebbe il Santo Padre. Primo a’ 30 aprile, il Barrot presidente del Consiglio di Stato, interpellato dal Lemercier, dichiarò impossibile qualunque dubbio sulla quiete del papa; Francia userebbe ogni mezzo per tutelarne la sicurezza e la indipendenza. Ultimamente Napoleone die’, a 3 maggio, la proclamazione sua, rinomata per larghe promesse, eccitatrici allora, interrotte poscia, e madre di lunghi guai al bel paese. Disse che l’Austria assalendo l’allealo di Francia, a questa dichiarava guerra e minacciava la frontiera francese; egli voler liberare Italia, dall’Alpi all’Adriatico; voler rispettare i territorii ed i dritti de’ sovrani neutrali. Li Francia dice all’Europa non voler conquiste, solo mostrar simpatia per un popolo gemente sotto l’oppressione straniera. Voler rendere Italia a sé stessa, non farla mutar padrone, non iscendervi a fomentare il disordine, né a scrollare il potere del Santo Padre. Né tampoco pago a tai promesse, temente lo agitarsi de’ cattolici nell’impero suo, fe’ la dimane scrivere dal ministro del culto a tutti i vescovi e arcivescovi di Francia: «La guerra essersi voluta dall’Austria, la lotta stata inevitabile. L’imperatore sostegno dell’unità cattolica volere che il capo supremo della Chiesa sia rispettato in tutti i dritti suoi di sovrano temporale; le sue idee cristiane tendere a fondare sopra solide basi rispetto a’ sovrani italiani.» Europa vide presto il rovescio di queste promesse.

14. Interventi in Toscana.

Bentosto, non so se forse a far da sentinella al pontefice, sbarcò a’ 20 maggio un esercito francese a Livorno, col liberalissimo principe Napoleone, intervenendo contro il dritto delle genti in Toscana; ove già a sostenervi la rivoluzione erari venuti il 10 i Sardi. Ei con tal diversione inaspettata minacciava di fianco quattromila Tedeschi, che pe’ trattati sedevano a Bologna; lavorava a far accozzare i corpi franchi sul confine tra Bologna e Perugia, quasi tutti facinorosi o galeotti che, fuggendo dallo stato della Chiesa, erano vestiti e armati, ed ei li andò anche a vedere alle Filigare. L’Impetuoso, fregata francese, accostatasi ad Ancona, sparse discorsi maligni; poscia a Rimini mise gente a terra, che in pranzi e caffè affratellata a’ faziosi ne alzò le creste. I Francesi presentatisi altresì sul confine di Modena il 30, vi disarmarono la guardia di Finanza. Di questa ed altre infrazioni di dritti mostrava spiacersi Napoleone.

Con ciò la Toscana s’era tolta al suo principe e conquistata sotto forma di libertà. Il Boncompagni ministro sardo, congiuratore, scacciatore del Granduca, e Commessario governante per Vittorio, salì fra’ settarii in fama d’ingegno, e della patria benemerito. La gente onesta tennelo per traditore abbiettissimo. Poco dopo, a’ 7 giugno, il Radeliff, stato ministro inglese a Costantinopoli, però competente a decidere cose di dritto internazionale, ricordando nel parlamento britanno quel bruito gioco, disse: «Il Granduca se avvisato a tempo avesse impiccato il legato piemontese Boncompagni, avrebbe usato suo dritto.» Costui cui era piaciuto il malfare, ma doleva sentirsene a dir male, la masticò due mesi, poi osò rispondere con lettere stampata, dove non negava già il fatto, ma l’affermava con parole liberalesche, quasi quistione di rettorica non di storia quella fosse. Quella pena turchesca nunziata dal già nunzio in Turchia, non fe’ gran colpo nel Villamarina, altro ministro sardo a Napoli; onde il vedremo operare tale che il Boncompagni; perché la impunità dava a questa gente gran coraggio di perfidie.

15. Guerra e pace.

Non è mio assunto narrare il cozzo di quei grossi eserciti. Sendo morto a’ 5 gennaio 58 il Radetzski, comandava i Tedeschi il Giulay; il quale varcato il Ticino il 29 aprile, stette inoperoso a Vercelli, quasi aspettasse i Francesi s’ingrossassero; dopo di che delle addietro il 6 e 7 maggio, e passò e ripassò il Po in più punti, con marce e contromarce; sinché a 9, lasciò Vercelli e rinculò a Mortara. A’ 21, dopo un fatto d’arme a Montebello, rivarcò il Po. I Francesi entravano allora in Toscana; i sovrani di Modena e Parma uscivan da’ loro Stati; pigliavanli i Franco-Sardi. I settarii forti per tant’arme straniere, si smascheravano, s’ascondevano i buoni, parecchi giovani o ambiziosi voltavansi alle novità; sicché provocavasi la rivoluzione attorno a’ Tedeschi. Questi dopo la sanguinosa giornata di Magenta del 6 giugno, più s’arretravano, e la ribellata Milano accoglieva gli alleati. Quivi Napoleone sdimenticando la sua proclamazione di pochi di avanti, altra ne die’ a 8 giugno, non a’ Lombardi e Veneti, ma a tutti gl’Italiani. Disse: «Valetevi della buona ventura, unitevi tutti all’affrancamento del vostro paese, fatevi soldati, volate a re Vittorio.» Allora il principe Napoleone da Toscana co’ suoi Francesi e i rivoltosi, accennò a correre sopra Bologna. Pria andaron lettere private, che si fean leggere, designanti anche il dì dell’entrata in città. Però i Tedeschi temendo restar tagliati, né scrissero a Verona; donde, sebben l’imperatore avesse promesso al papa che in nessun caso lascerebbe Bologna, pur venne l’ordine di ritratta, che fecerla l’11 a sera, restato il delegato Cardinal Milesi con sol cento gendarmi papalini e dodici dragoni Colà era capo congiuratore il Popoli figlio d’una figlia di Gioachino Murat, si buona persona ch’era stato dalla madre diseredato. Questi accozzò in casa i faziosi, distribuì le parti, e a mezzanotte scesi in piazza uniti a pompieri gridan Vittorio, assassinano un gendarme, spezzano l’arme papali, ed entrati sin nella stanza del Cardinale, un conte Angelo Tattini cognato del Pepoli gl’impone di sloggiare. Egli nega e protesta. Poco stante il Tattini torna con ischerani; insulta uffiziali di servizio, impone la partenza, offerendo la scorta di dragoni traditori. Il cardinale la ricusò, ma l’ebbe a forza, e dové andarsene al mattino del 15. Della rivoluzione insediata prese il governo un Corso intimo di Napoleone III, statogli sempre vicino a Parigi. Cosi fu sicurato il Papa.

Da ultimo videsi a’ 24 giugno la battaglia immensa di Solferino, ove per 16 ore quattrocentomil’uomini, seicento cannoni, tre sovrani e anche il ciclo con fieri uragani combatterono. Perderonvi diecimila soldati i Tedeschi, quasi il doppio gli alleati, ma restarono padroni del campo; senza però perseguitare il nemico ritrattosi ordinato. La tardezza alemanna e ’l serpeggiar della setta, anche in quelle schiere, tratternelle dal valersi di certe vicende prosperose della giornata; mentre a’ Francesi valse assai aver cannoni rigati di portata doppia de’ consueti, usati in quella guerra da essi soli la prima volta. Altri segreti scoprirà il tempo. Sappiamo che il Barone Eynatten, generale tedesco, svelava a’ nemici i disegni di guerra, i luoghi e il numero delle vettovaglie e delle milizie. Scoperto, indi a poco s’uccise di sua mano.

Allora sotto Mantova, Peschiera, Legnago e Verona, eran per seguitare più terribili fatti. Dovevano i Francesi stringere tai fortezze e superare gli avversi; dovevano gli Austriaci ricuperare la vittoria strappata lor di mano, e ricalcare le vie di Milano; l’Europa trepida aspettava la reiterabile lotta; quando Napoleone chiese armestizio, e a 8 luglio fu fermato sino ai 45 agosto. Se non che un subitaneo convegno tra’ due imperatori a Villafranca l’11 luglio, statuì in poco d’ora le basi della pace. «Italia sarebbe confederata, presidente il papa; cedersi Lombardia senza le fortezze sino al Mincio alla Francia; questa cederebbela al Piemonte. Venezia al Tedesco, e far parte della Confederazione, i principi di Toscana e Modena tornare a’ loro Stati: ambo gli imperatori dimandar riforme al Papa, e amnistia piena. Stipularsi a Zurigo la pace, per legati francesi, tedeschi e sardi in congresso.»

16. Il perché della pace.

I tre sovrani con discorsi e proclamazioni dissero certe ragioni della pace. Molto v’almanaccò il mondo; ma le ragioni eran pur molte. Forse il campo insanguinato, con membra mozze e cadaveri a migliaia terribilmente favellarono agl’imperatori, con immagini ferali di spietate distruzioni; ma pur altri politici pensieri prevalevano. Il Francese vedeva Inghilterra neutrale e armata raccorrò volontarii, ordinar l’esercito, allestir vascelli, e rafforzare Gibilterra e le colonie. Vedea Germania ingelosita, non credere alle proteste e radunar contingenti federali. Vedea Prussia postata sul Reno guardare i combattenti a fiaccarsi, per dettar poi condizioni dure ad ambi: non volea egli rischiarsi in guerra alemanna, forse europea. Temea Russia, Prussia e Inghilterra congiungersi a una mediazione armata. Considerava la vittoria stata stentatamente dubbia, quelle irte fortezze, quel nemico non vinto e fremente, i suoi insanguinali mollo; vedea ferri tori i neutrali vietargli i passi, o sforzandoli stuzzicare nemici nuovi; vedea la rivoluzione alzarsi troppo, non stare a’ patti, il Cavour pigliarsi Toscana, dimenticato Plombières, sparito il vagheggialo regno d’Italia centrate; e si tenne burlato esso e ‘l cugino. Oltracciò dubbie le sorti avvenire, necessarie vittorie nuove; il vincere aggiunger poco, il perdere esser ruina. Avea di Francia rapporti foschi, i suoi nemici oregliare, agitarvi il paese, aspettare il momento; sapeva Francia non ubbidirebbe a lui vinto; disfatto, perderebbe l’imperio preso con tante arti; meglio fermarsi potendo, e la dubbiosa vittoria suggellare con utile pace. Però retrocedendo dai primi disegni, stipulò la confederazione; idea Giobertina, già tentata e abortita dieci anni prima pel diniego di Savoia.

L’imperatore Giuseppe indietreggiato su’ campi, perciò dovea tener l’animo turbalo. Avea combattuto solo contro Francia, Piemonte e setta collegati. Il nemico avea migliori armi e cannoni rigati, egli no. S’ era visto non soccorso da Germania, apponevalo a Prussia, e n’era indignato. Udiva i Klapka e Kossut col denaro francese movergli Ungheria; sentiva alle spalle Venezia brontolare; mancava di moneta, nerbo di guerra. Da Russia inimicata non sperava aiuto; di Prussia la neutralità era più acerba dell’ostilità, miravala grossa sull’arme, pronta a dettar leggi di pace, più onerose al vicino emulo che al lontano alleato. Dall’arti rivoluzionarie pungea il sentirsi infamalo e punzecchiato, co’ corpi franchi, con giornali e menzogne. Richiesto di pace, si consigliò, forse fu da non fidi consigliato, e cedé la Lombardia.

Il Piemonte che per la setta e per sé guadagnava con la guerra, udendo pace allibì. Il Cavour al primo motto dell’armestizio corse al campo, si sforzò a turbar l’accordo; e vistolo concluso, e sì scrollati i suoi castelli, e reagir gli spiriti e sé impotente, si dimise co’ colleghi; onde risurse a’ 30 luglio il ministero del Rattazzi (braccio segreto dello stesso Cavour) uomo che per aver podestà sfiderebbe la berlina.

Gl’imperatori s’affrettarono, perché già l’arme prussiane ed inglesi si facevano avanti a imporre la pace con ignoti propositi; onde vollero presto con libere condizioni pattuire. Oneste se per perduto territorio onerose all’Austria, gli furono onore pel confermato principio del dritto, pel quale avea sguainata la spada, dico la restaurazione de’ troni usurpati. Per contrario il Francese avea dovuto retrocedere dalle promesse proclamate, e dalle segrete convenzioni con l’alleato. Chi di loro stipulasse in buona fede fu manifesto, quando dopo gl’imperatorii amplessi, e i solenni patti, Italia perdè due province, e fu data inerme e indifesa alla setta. Austria vinse moralmente nelle menti oneste; perocché Napoleone fatta la guerra per un’idea, si prese due province; Giuseppe perdè una provincia sua, e trionfò per l’idea sostenuta delle restaurazioni.

17. Scontentezze per la pace.

La pace nessuno contentò. Prussia si lamentò con la Francia d’aver rifiutato il suo concorso, dopo ch’ella durante la guerra avea rattenute l’ire alemanne. Albione che volea pescare in quel torbido, componendo a suo modo le cose, restò fuori quistione, dolente. Alemagna rimase umiliata. Russia avria voluto veder peggio. E altresì i popoli furono scontenti. Gli uomini del dritto videro menomata Austria sostenitrice di dritto, ingrossato il Piemonte pesar sull’Italia; la setta dato un gran passo. Sopportata con dolore in Torino, ora stendersi fuori. Ciascuno si guardava attorno smarrito; brontolava l’uragano, scrosciavano le saette rivoluzionarie; mancato allora, come dirò, Ferdinando di Napoli, chi salvare Italia dall’abisso? I principi spodestati tornare? e con quali arme? e il papa e Napoli saran sicuri?

Per l’opposto quei che si dicevano soli rappresentanti d’Italia, per mangiarsela, si rammaricavano di Villafranca. Già la rivoluzione ama la guerra, non la pace; poi l’idea confederativa abbandonata e vecchia come tornare in campo? confederarsi co’ Tedeschi? Pattuitosi a Plombières di cacciarli, resterebbero dopo tanto sangue sparso, incolumi a Venezia, e con le quattro fortezze? Volevano Italia tutta, e ora restituirla a’ Duchi? ’tanti vanti, tante brighe e spese, per un po’ di Lombardia aperta e indifesa! Per si poco Napoleone ha gittate i milioni e perduti cinquantamila Francesi? Vogliolosi d’indragarsi anche a Venezia, a Roma e a Napoli, quella pace l’impediva: appellaronla un tradimento, un Campoformio!

Rintronarono di grida i loro giornali; uscirono in cerchi di lutto. Milano ricusò le luminarie al re; a Firenze arsero i fogli nunziatori della convenzione; a Torino bruttarono di loto i ritratti del Bonaparte, e posero in mostra quelli dell’Orsini suo assassino.

18. La buona fede.

Vane paure; che scenica fu la pompa di quella napoleonica pace, sospensione della catastrofe prestabilita. Andò da Bologna a Torino spinto da’ faziosi romagnoli al Bonaparte il Popoli cugino; il quale come membro della imperiale famiglia, aspettandosi la sua parte nella nuova rimescolanza degli Stati, era amareggialo dalla pattuita confederazione. Ebbe udienza, rimasta nel mistero, ma uscì dalle stanze pettoruto; e se ne videro i frutti nelle Romagne. S’è poi stampato ei confidasse a qualcuno questo dialogo: «Cugino, e il vostro proclama dall’Alpi all’Adriatico?» e Luigi rispondesse «state allegro, che l’Italia la faremo in due atti.» Se ciò non tu vero, vero e presto seguitò il secondo ed anche il terzo atto. Che che Napoleone dice sse di nascono, certo mostrava aperto volere stare a’ palli; anzi a’ 7 settembre fe’ dichiarare dal Moniteur: «esser inutile resistere alla restaurazione de’ principi, o che l’Austria rimarrebbe libera dagli obblighi contratti a Villafranca.»

Nulladimeno usci il motto del non isconfidare. Presero a discifrare le parole del magnanimo alleato, a confrontare l’uno all’altro, a stiracchiarle, a concluderne egli voler sempre assicurare la volontà popolare, la pace essersi fatta per confermare la impresa della guerra, la nazionalità italiana; dunque impossibili i Duchi e Granduchi, impossibili i Borboni a Napoli: guerra o pace esser lo stesso; Napoleone aver mutato metodo non fine. E Napoleone lasciava dire, e fare. Mentre la setta tai cose spargeva, né ben fidava in lui, né tampoco volea stare a’ parteggiamenti convenuti a Plombières; però aperse gli orecchi all’Inghilterra, dove s’era mutato il ministero. Il Derby che a 23 aprile, avea sciolta la camera, cadde dalla nuova camera sconfitto a’ 7 giugno, con lieve minoranza di tredici voti. Risalivano i Palmerston e Russell, quelli che in nome dell’umanità promovevano rivoluzioni in casa altrui, quando ne’ dominii inglesi le domavano con le forche. In Piemonte il ministero Rattazzi, benché ne’ giornali fingesse battagliare col Cavour, gli era ligio. Questi avea voluto restar libero da impegni ministeriali, per meglio proseguire i disegni, render vana la pace, e suscitare gli clementi rivoltuosi nella penisola sparsi. Ligato al Mazzini e al Garibaldi, chiuse la bocca al Bonaparte con un’offa agognata, si pose sotto il manto inglese per ruinare il papa e Napoli, e così da due parti forte, lanciossi impavido nell’arringo del ridersi d’ogni dritto. Prese sotto mano le redini della setta, e die’ la spinta.

In prima diffidente de’ suoi stessi alleati, volle meglio assicurarsi l’usurpato. Comandava in Toscana il napolitano Girolamo Ulloa, stato sin allora celebrato, e per la diserzione dalla bandiera borbonica mostro a modello. In questa guerra fattosi vedere stretto al principe Napoleone, entrò in gelosia dei Piemontesi; e il ministero che sapeva il principe aspirare alla Toscana, tenne per fermo l’Ulloa voltato a lui. Però finita la guerra, tornando egli sotto la dipendenza di Torino l’astiavano; ma ci capito il latino si dimise. Subito ebbe lo scambio; venne a’ 14 agosto a Firenze il Garibaldi, a capitanare le forze dell’Italia centrate. Poco stante tutti i paesi tolti proclamarono lo statuto sardo.

19. Muore re Ferdinando.

Nella vigilia de’ supremi travagli d’Italia, re Ferdinando che per nome e senno poteva far argine alla piena, sentiva aggravarsi il morbo in Bari, lontano dalla reggia, anche mancando de’ più eletti consigli dell’arte salutare. Fu da principio stimato avesse sciatica reumatica, prodotta da’ freddi del viaggio; ma presto andò a miosite? che trovato guasto il sangue suppurò, e si stese all’anguinaia e alla coscia, con tumore e febbri intermittenti, onde gli dettero chinino. Ciò gl’irritò l’asse cerebro spinale; e parve apoplessia e delirio, sicché accorsero con bagni e mignatte. Come si potè, menaronlo il 9 marzo, navigando cinquant’ore, alla Favorita; indi per la via ferrata a Caserta, ch’era il primo di quaresima, a ore tre e mezzo vespertine. Andò dalla stazione della strada alla reggia sur una barella, tra la mestissima real famiglia, vestita a nero per altro suo lutto; pareva un mortorio, piangeva la popolazione benché discosta, i soldati non potean rattenere i singhiozzi; ed ei con la voce e con la mano li confortava e salutava. Intristì; né valse che punto alla coscia scaricasse copia di pus; ch’anzi v’uscirono più seni fistolosi cui seguitò febre etica, emottisi e tabe. Durò malato quattro mesi e otto giorni, con dolori asprissimi, sopportò amarezze di medele e punte di ferri con pazienza, ebbe il viatico a’ aprile, l’estrema unzione a’ 20 maggio. Piangendo i circostanti ed anche i soldati che tenevano i cerei, disse: «Perché piangete? io non vi dimenticherò.» E alla regina: «Pregherò per te, pe’ figli, pel paese, pel papa, pe’ sudditi amici e nemici, e pe’ peccatori.» Sentendosi più male, disse: «Non credevola morte fosse sì dolce, muoio con piacere e senza rimorso.» Poi ripigliandosi aggiunse: «Non bramo già la morte come fine di sofferenze, ma per unirmi al Signore.» La notte precedente al 22, dicendo morirebbe quel dì, ordinò egli stesso la messa e i più minuti particolari del servizio sacro. Ebbe la benedizione apostolica con plenarie indulgenze, delegate per telegrafo dal pontefice al confessore monsignor Gallo arcivescovo di Patrasso. Al sentirsi mancare notò che gli scuravano gli occhi e gli tintinnavano gli orecchi, poco stante stese la mano alla croce dell’arcivescovo, l’altra porse alla regina in segno d’addio, poi chinò il capo sulla mammella destra e finì. Era la domenica 22 maggio, dopo il meriggio un’ora e dieci minuti.

Nato a’ 12 gennaio 1810, in Palermo, in esilio, mancava quasi in sul cominciare di altro più duro esilio a’ Borboni, nato e spento in tempi di Napoleoni. Mancava nello stesso dì 22 maggio, dopo quarantaquattr’anni che l’avolo Ferdinando entrato era in Napoli, tornando dal decennale esilio; seguendo così nella sua casa una fatale coincidenza di prospero ed infausto giorno, e nel reame principio e fine di tempi tranquilli. Dopo le mortuarie, il cadavere la sera del 1.° giugno riposò co’ suoi padri in S. Chiara. Fu della persona altissimo, d’atletiche membra, bello in giovinezza; poi bianco il volto, bigio i capelli, fioca voce, pinguedine addicente alla statura. Visse men di cmquant’anni, quasi ventinove né regnò; rapito nel buono dell’età, quando men lo si aspettava. Uomo pio, re forte e clemente, consorte e padre affettuoso, nella religione, nel maneggio dello Stato, nelle blandizie su’ traviati, nelle estere relazioni, nelle dolcezze di famiglia, ebbe fama di buono, e la meritò.

Vissuto in età d’inique sètte, spregiò loro calunnie; forte resse dentro il reame, più forte fuori; e piccolo sovrano, alzando sua ragione, tenne indipendente dagli stranieri lo scettro. Mai non piegò dalla dignità regia, e dal dritto della monarchia e del popolo suo; vinse la rivoluzione messa da fuori, durò con l’Europa in pace. Non intervenne in piati altrui, salvo che nel romano, chiamato dal pontefice re; non sofferse che altri, né pur Francia e Inghilterra potentissime, entrassero in casa sua. I suoi ventinov’anni di regno segnan l’era prosperosa della patria. Lasciò successore Francesco primogenito, nato da Cristina di Savoia; lasciò di Teresa d’Austria altri nove figliuoli: Luigi, Alfonso, Gaetano, Pasquale, Gennaro, Maria Annunziata, Maria Immacolata, Maria delle Grazie Pia, e Maria Immacolata Luigia, tutti educati piuttosto nella parsimonia della famiglia che nel fasto della reggia.

Non però sfuggì egli all’imperfezione dell’umana natura. Bene conobbe gli uomini e le cose; ma queste curò molto, quelli poco; condusse a bella altezza la prosperità pubblica, ma degl’intelletti diffidò. Qui dov’è comune l’ingegno e frequente la sapienza, ei pochi uomini insigni volle trovare; sovente mise su la mediocrità. Ciò riuscì danno al trono, perciocché i sapienti lasciati indietro avversavamo; né capaci a difesa buona erano i dappochi insediati. Era in Ferdinando solo tutta la gagliardia del governo; mancato lui, mancò la mente; e mancò appunto in quei momenti supremi che la Provvidenza manda alle nazioni per correggerle con la sventura. Sono glorie di lui le buone leggi, il rifatto esercito, la cresciuta flotta, i pingui erarii, gli edifizii sacri, le pubbliche opere, la tutelata pace, i buoni costumi, la religione, la morale, suo fatto l’aver voluto essere il migliore tra quelli che pose alla potestà.

Nulladimeno i Napolitani lui ricorderan sempre con vanto. Sua lode fu l’amore de’ buoni in vita, e dopo morte il pianto verace sulla tomba. Lodanlo le sètte stesse imprecandolo, e co’ bugiardi nomi di fedigrafo e bombardatore, lodanlo con l’odio efferrato che più ch’a ogni altro monarca della terra gli avean giuralo, lodanlo i sopravvenuti malanni, le nefande vendette rivoluzionarie, le calunnie stesse che furon costretti a inventare per aver da infamarlo. Ed è sua lode l’aver cresciuto a sensi di cavalieri i figliuoli, che giovanetti e nuovi, circuiti da inetti o traditori, ingannati e venduti, pur sentendosi prole di cento re, sguainavano la spada a onor del nome napolitano, e in un secolo che vanta il vincere con vergogna, prescelsero il vanto di perdere con onore.

20. Suo testamento.

Presso a morire dettò il testamento, cui volle scritto di mano dj Francesco, presente la reina, i due più grandicelli figliuoli Luigi ed Alfonso, e monsignor Gallo, in questi sensi: «Raccomando a Dio l’anima mia, e chiedo perdono a’ miei sudditi per qualunque mia mancanza verso di loro, e come sovrano e come uomo. Voglio che eccetto le spettanze matrimoniali alla regina, e gli oggetti preziosi con diamanti al mio primogenito, si facciano della mia eredità dodici uguali porzioni: vadano una alla regina, e dieci a’ miei dieci cari figli. La dodicesima a disposizione del primogenito, stabilisca messe per l’anima mia, suffragi a’ poveri, e restauri e costruzioni di chiese ne’ paeselli che né mancassero sul continente e in Sicilia. I secondogeniti entreranno in possesso, compiuti gli anni trentuno, sino al qual tempo, ancorché fossero coniugati, staranno a spese della real casa. Ciascuna quota di secondogenito sarà a vincolo di maggiorato, e ove s’estingua, torni a casa reale. Delle quattro porzioni delle femmine voglio da ciascuna si tolga il terzo, il resto sia loro proprietà extradotale, con vincolo d’inalienabilità; e se maritate finissero senza figli, ritornino a casa reale. Da tai prelevati quattro terzi, donò ducati ventimila a ciascuno de’ miei quattro fratelli, Carlo, Leopoldo, Luigi e Francesco: ducati quindicimila al principe di Bisignano, e ducati cinquemila alla gente del mio servizio. Del rimanente si cresca la porzione de’ maschi secondogeniti, ma disugualmente, distribuiti in ragion diretta degli anni d’età di ciascuno, affinché i minori d’età abbiano col moltiplicamento di più anni raggiunta la porzione pari a quella de’ maggiori fratelli. La villa Capossele a Mola come bene libero lascio al mio primogenito, al mio caro Lasa (così per vezzo l’appellava). E voglio questa mia disposizione abbia forza di legge di famiglia, non soggetta a giudizio di magistrato; ma giudice unico e arbitro ne sia il mio successore o chi lo seguirà.»

Quest’eredità privata era diversa da’ beni di casa reale, componevasi di rendite napolitane, siciliane ed estere, obbietti preziosi valutati 60,787 ducati, 41,377 ducati trovati in oro, e altre parecchie carte di crediti su casse di difficili esazioni. Tutta l’eredità disponibile fu stimata 6,795,080 ducati, però né spellarono a Francesco 566,256 e 69, e altrettanti alla vedova regina, 736,521:92 al conte di Trani; e agli altri minori fratelli poco meno in proporzione dell’età. Le principesse ebbero per ciascuna duc. 577,504:46 inalienabili, fuorché la rendita da porsi a frutto. Francesco volle entrassero nella sua porzione i valori di difficile esazione; ma la regiua vedova gareggiando di sensi generosi noi sofferse, e né tolse metà nella sua parte.

Vegga dunque il lettore quanti fossero i milioni lasciati dall’economo Ferdinando in ventinov’anni di ricco regnare, risparmiati dalla sua lista civile e da’ frutti delle doti di due mogli, moltiplicali in tant’anni. E la setta predicavali innumerevoli e rubati alla nazione! Inoltre avea spesi due milioni per riedificare l’arsa reggia di Napoli, e altri per quelle di Caserta e Capodimonte. co’ beni di Casa reale avea maritate le sue quattro sorelle, provveduto di maggioraschi i fratelli, ciascuno di ducati sessantamila. Sempre ospitale a imperatori, a re e a papi, avea con giusto fasto sostenuto il decoro della sua casa e del reame. Dappoi quando la calunniatrice setta entrò in trionfo nella misera Napoli, confiscò ogni cosa alla casa Borbone: i risparmi degli orfani, l’economie annose, le doti delle regine e delle principesse, e tutto, quasi fosse roba del regno rapito.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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