Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVII)
22. Quistione pel Cagliari.
Noi Napolitani facemmo esperimento delle velleità progressive del conservatore ministero brittanno. Narrai del catturato Cagliari. La compagnia Rubattini facendo istanza alla commessione delle prede per riaverlo, avea riconosciuto la legalità del foro napolitano a giudicarvi. Però seguivano due giudizii, uno civile, per la dichiarazione di buona preda a pro de’ catturanti, l’altro penale dalla Gran Corte criminale di Salerno, contro la ciurma e gli assalitori di Sapri. Prima con decisione del 18 agosto furono messi in libertà sette de’ passeggieri per innocenza, poi a 18 ottobre undici della ciurma, il resto co’ macchinisti inglesi furo in dicembre sottoposti ad accusa; ma la procedura con ponderata legalità seguiva lenta, ché riguardava 286 imputati, per reità in due provincie, preparate fuor del regno, dove occorreva udire testimoni a carico e discarico, de’ quali molti doveano venire da Genova.
A 2 ottobre si rilasciarono al consolo Sardo 79 casse di sigari imbarcati sul legno, che fu provato appartenere a quel governo, e per sentenza preparatoria di quella commessione delle prede del 25 agosto restituironsi a’ padroni anche l’altre mercanzie. Dappoi in prima istanza a 28 novembre quella Commessione decise il Cagliari esser buona preda, e condannò i Rubattini e Stizia alle spese del giudizio; i quali ricorsero per appello. Il dibattimento pubblico pel criminale cominciò in gennaio 58, seguitò quasi ogni dì, e fu interrotto per malattie de’ due Inglesi, de’ quali uno, il Watt, si finse matto; onde mandato agli ospedali di Napoli, la Gran Corte decise sì proseguisse il giudizio per gli altri.
Il Cavour quando aveva udito la fine del Pesacane, s’era affrettato a 9 luglio a far dal conte Groppello ministro in Napoli dichiarare che il deplorando e criminoso fatto area destato indignazione, sentita da ogni sensata ed onesta persona. Dopo questa ipocrisia, cominciò a reclamare or questo or quello pe’ prigionieri, poi i sigari, poi le mercanzie, e mostrava sperare che provata l’innocenza si restituisse il legno, ma come la reità usciva manifesta, cercò tirarsi l’Inghilterra. In effetto l’Hudson ministro inglese a Torino scrive a 5 gennaio al Cavour: Londra esser disposta a far richiami contro il procedere napolitano pel catturato Cagliari; e ’l Cavour risponde essere riconoscentissimo che ciò facciasi da una nazione competente in cosa di dritto marittimo. E subito a’ 16 né sfodera una nota, dicente: il Cagliari la notte del 25 giugno aver patito aggressione da’ passeggieri, e deposto il capitano; governantelo i ribelli, esser ito a Ponza e a Sapri, il capitano appena rimasto libero recavasi a Napoli quando fu catturato, però innocente; il legno essersi preso in alto mare, dove non era giurisdizione napolitana, e con la bandiera sarda non potersi dire pirata. Laonde impugnava la legittimità de’ giudizii nel regno; non potersi punire la ciurma, doversi restituire il bastimento; egli aver obbligo e dritto di domandarlo. Il commendatore Carafa risposegli a’ 50: «Non potersi un fatto contenzioso chiarire per via diplomatica; né il governo entrerebbe nello esame debito a’ tribunali. Il giudizio essersi incoato a e istanza del Rubattini reclamante, giudizio civile e di natura privata. Non contrastare al dritto di preda la bandiera sarda, sendo regola di dritto internazionale che la ostilità dà dritto a cattura. Fu si predato in alto mare, ma a vista delle nostre coste, in flagranti, dopo reati di sangue latti sul paese: anche in più allo mare poteva a dritto essere predato, ché il mare a tutte nazioni è comune. Il Cagliari con ciurma numerosa dicesi sforzato da’ passeggieri; eppur questi e quella sbarcano insieme a Ponza; il capitano poteva col battello andar via, ma aspetta i faziosi; lo stesso a Sapri: quando li vede entrati in città, ripiglia la via di Ponza, non quella più facile del continente napolitano per raccontare l’avvenimento. Catturato, trovasi con arme cariche numerose, e feriti della ciurma stessa.»
Il Piemontese tracotato e superbo per la spalla dello straniero, ne mandò a 18 marzo un’altra lunga filatessa almanaccando sulla illegalità della cattura, e minacciò avviserebbe a quei provvedimenti che gli offesi dritti dello Stato avrebbero richiesto e consigliato. E si consigliò a sollecitare Londra di compiere le promesse fatte dall’Hudson a 5 gennaio. Cosi chi facea professione di cacciar d’Italia ogni mano straniera, chiamava or Francesi ora Inglesi negli italici piati.
Nondimeno allora Londra gli rispose: il dispaccio del 5 gennaio essersi carpito all’Hudson dal suo segretario; e ’l provò dimettendo costui dall’uffizio. Seguitando tra noi e Torino il noioso carteggio, rispondemmo in dritto a lo aprile, citando quanti furono scrittori di dritto in ogni tempo, e a conferma fu ricordato il caso del sardo battello il Carlo Alberto che nel 52 portò assalitori in Francia, preso in alto mare; e poi la gente benché non avesse come quella del Cagliari compiuto l’attentato, fu Ì»unita da tribunali francesi, giudice il famoso Dupin. E pur notammo il atto recente del nostro Stromboli, che nel 49 catturò il Ribotti nell’acque di Corfù, dove Inghilterra interessata a sostenere il suo dominio in quel mare, trovò la cattura conforme al dritto, sebbene tra’ prigionieri stesse un suo suddito maltese. Secondo il dritto del Cavour, un bastimento all’ombra di bandiera amica, ponendosi fuori tiro di cannone dalle coste, farebbe guerra senza temer cattura; così il mare saria de’ pirati, non più libero delle nazioni, le quali non avrianvi dritto di repellere la forza con la forza. Ampiamente tai cose e meglio si ragionarono in memorandum inviati da noi a tutte le nostre legazioni all’estero. E tal contesa sur un punto importantissimo di dritto internazionale fe’ rumore in Europa.
23. E con l’Inghilterra.
Pel pretesto de’ due macchinisti inglesi si quistionava anche con Inghilterra. In principio il consolo si lamentò del non poterli vedere; si rispose nostre leggi vietare gl’imputati parlassero con altri prima dell’interrogatorio. Poi si volevano liberati pria del giudizio, e volean provarlo con lettere de’ direttori della compagnia Rubattini; poi chiesero si sottomettessero a giudizio pubblico e legale, quasi nel regno si facesser giudizii segreti; appresso sbombardarono un indirizzo degli operai di Newcastle-upon-Tyne, chiedente novelle di quei due. Quindi uscito in dicembre l’atto di accusa accennante alla reità, i rei cominciarono ad ammalarsi; il Watt faceva il pazzo; e fu dato al consolo per curarlo in Napoli, e altresì poscia il Park. In questo frattempo eran stati ben trattati di vitto e stanza. A 5 marzo il ministero inglese die’ al signor M. Lyons, segretario d’ambasciata a Firenze, il carico di recarsi a Napoli per osservare com’eran tenuti i prigionieri; ed il re ad istanza di costui, udendo la corte aver dichiarato seguisse il giudizio per gli altri imputati, esclusi i due malati inglesi, concesse andassero a guarire in Inghilterra; di che il consolo e il Lyons fecero ringraziamenti grandi.
Ciò quando ancora il Palmerston stava al ministero; ed egli avea dato il carico a giureconsulti consiglieri della corona di studiare la quistione del Cagliari, costante di tre parli: legalità della cattura, e quindi le conseguenze della legalità di giudizio nel penale e nel civile; legalità nella sottoposizione ad accusa de’ due macchinisti; e se poteva negarsi al consolo il vederli prima dell’accusa. Sulle due ultime sentenziarono che non parendo loro probabile la reità de’ macchinisti, non si poteva dir legale la procedura del governo napoletano. Eppure questa quistione era dipendente dalla prima, se cioè fosse legale la cattura del legno; e su questo risposero affermativamente a 21 dicembre 57 e a 5 febbraio 58: «legittima la cattura, legittimi i giudizii penale e civile, non potersi intanto agitar querele diplomatiche; l’innocenza e la reità della ciurma non poter muovere controversie internazionali; non potere Inghilterra opporsi al dritto di Napoli, se pure inglese fosse il battello; Sardegna non potersi lamentare, avendo riconosciuto implicitamente il dritto di cattura con quello di visita.» Per tai ragioni il Palmerston s’era stato cheto. Ma surto il ministero Darby, seguitarono forti interpellanze in quel parlamento, per lo che il conte Malmesbury ebbe a commettere novello esame ad altri giureconsulti; e avvenne che la maggioranza di due avvisò per la legalità della cattura, solo il Kelly dissenziente stette per la illegalità. Sembrava adunque il riesame ribadisse il primo. Allora il Cavour scrisse a Londra un dispaccio vergognoso: «Sperare Inghilterra non abbandoni Sardegna, sua fida alleata, alle sole sue forze; se non crede aiutarla, almeno non trarrà la spada per aiutare il re di Napoli Già quel ministero conservatore che per restare in sedia avea mestieri di mostrarsi più battagliero del predecessore, non si rattenendo all’avviso favorevole, prima ancora che il Kelly desse il suo, che fu a 17 aprile, il 15 lanciava a Napoli un lungo dispaccio; dove invece del ringraziarne della grazia largita a’ macchinisti, si sforzò dimostrarne l’innocenza, l’ingiustizia della prigionia, le malattie patite; e chiese all’usanza inglese un generoso ìndennìzzamento in moneta. Rispondemmo a 6 maggio citando leggi, dimostrando dritti, raddrizzando la verità de’ fatti, e conchiudendo; non potere il governo offerire indennità a rei graziati, senza offendere il regio decoro.
Intanto il Martini ministro tedesco entra il 14 maggio a consigliare a nome d’Austria sottoporre la lite alla mediazione d’altro Stato, e propone Olanda. Gli si risponde alla dimane: non mediazione, anzi arbitrato bramarsi d’una Corte primaria, perché il fatto senza parzialità secondo il dritto si giudicasse. Ma correndo tali proposte ecco arrivano a 7 giugno due intimazioni del Malmesbury, scritte a 25 maggio. Una insistendo sulla innocenza de’ macchinisti, chiede tremila lire sterline d’indennità, e minacciando rappresaglie impone che il corriere aspetterebbe dieci giorni per l’adesiva risposta. L’altra dice che a provare moderazione, pria d’usare la forza, propone la mediazione d’uno Stato amico, e indica la Svezia; inoltre dichiara violenza la cattura del Cagliari, dover la Gian Brettagna stabilire su basi non dubbie le leggi pubbliche su’ mari; però far sua la causa di Sardegna, e chiede che lo stesso mediatore decida altresì del Cagliari, della ciurma, e della restituzione di esso. Finiva minacciando.
24. Il re cede alla volontà inglese.
Ferdinando sentendo il suo dritto conculcato da potentissimo Stato, più all’onore che all’interesse intento, troncò la lite a maniera inaspettata. Subito a 8 giugno fe’ rispondere laconico: «non aver mai pensato d’aver forze da opporre ad Inghilterra, poiché questa faceva sua la causa del Cagliari non restargli argomenti, aver depositate tremila lire sterline nel banco Pook, e messo a disposizione del Lyons il Cagliari e la ciurma; non occorrere mediazione, restato il tutto alla volontà assoluta della Gran Brettagna.»
Dunque avemmo a restituire la nave ch’avea portato guerra ne’ paesi nostri, uccisi soldati, scatenati galeotti, e avventatili contro sudditi innocenti; pagammo tremila lire sterline, cioè quasi diciasscttemila ducati a due macchinisti, stati alquanti mesi prigioni, che accettando la grazia s’erano dichiarati rei, e la compagnia Rubattini sì vantata innocente allora, potè preparare nuovo proditorio, e due altri legni, per menare il Garibaldi a Marsala due anni dopo. Al Walt co’ danari passò la pazzia.
Ciò mostrò al mondo Ferdinando vittima magnanima di prepotenza. Gli stessi avversarti viste sorpassate le speranze, restarono ingrugnati della mala figura fatta in Europa. Ben potevano rimediare, dichiarando starsi al dritto e alla sentenza d’un terzo; ma l’ingordigia non ha occhi: si presero la moneta, e il bastimento. I giornali sardi tra le trionfali grida fecero trapelare l’ira dello smacco, e quando a’ 22 giugno entrava in Genova il contrastalo legno con bandiera brittanna, non osarono far festa, tutti sentendo in cuore la poca splendidezza di siffatta vittoria d’un Piemonte italianissimo opprimente italiani con forza Inglese. Europa seppe il Piemonte potere insidiare i vicini, e averne premio; vide Inghilterra gridante non intervento intervenire a sforzar Napoli, e ammirò il liberale Cavour del non suo ferro cinto braveggiare per far servir sempre la spasimata Italia. Per contrario lodò Ferdinando di dignitosa prudenza; ché guardò a tutelare la roba e il sangue de’ soggetti, non contrastando al prepotente; che solo poteva salvare il decoro e lo salvò.
Dappoi la Commessione delle prede sentenziò il Cagliari buona preda, e né condannò i proprietari alle spese. La tarda sentenza dopo la restituzione validò il dritto, e nudò più la ingiustizia del fatto. Nondimeno i Napolitani lamentarono le protratte lentezze di quel giudizio, che in vero andava dato più presto.
25. Stutgarda.
Questi soprusi eran principii alla ruina d’Italia. La setta in cinque anni avea tentati molti colpi: a 6 febbraio 55 sommossa in Milano, a 26 marzo 54 ucciso il Duca di Parma, a 15 maggio dell’anno stesso una spedizione dell’Orsini alle bocche della Magra, a 22 luglio tumulti a Parma, a 24 agosto 56 spedizione a Livorno, a 22 novembre sollevazione sicula del Bentivegna, a 8 dicembre Agesilao Milano tentare il regicidio, a 28 giugno 57 il Pesacane a Ponza e a Sapri, e contemporanee aggressioni a Livorno ed a Genova. Colpi del Mazzini erano, i più dal Cavour sorretti di nascoso. Ma fallite tutte imprese, sentirono Italia riluttare, volersi esteri a sforzarla a ribellare; e aveano gli occhi a quella Francia fabbricatrice di libertà, che non capace di tenerla, smania per darla agli altri. Sogguardavano Napoleone seduto in trono a fare il sordo; e sospiravano quei fiorenti battaglioni francesi allora inoperosi, quando i loro padri mezzo secolo prima eran si ben riusciti a far rosse l’acque del Po e dell’altre italiche terre. Altri che Napoleone niuno poteva aiutarli. Impertanto ciascuno de’ due prese a guadagnarlo a suo modo: il Mazzini con bombe Orsinesche, il Cavour con nozze principesche; mezzi diversi, cui il mondo credè riusciti al fine, perché infatti dopo nove attentati si videro fermare le offese, e Napoleone piegare.
La Russia per vendicarsi d’Austria, sin dal tempo del congresso s’era accostata a Francia e Piemonte. Indizii di reti apparivano: in maggio 57 il principe Napoleone viaggiò a Berlino, e in quei dì il Gran Duca Costantino di Russia veniva a Parigi; in giugno la vedova Czarina, reduce da Roma, visitava Torino. Compiendosi settembre, Luigi Napoleone e Alessandro ebbero un convegno a Stutgarda, nella corte del re di Wurtemberga, dove il Francese recò con seco Luciano Murat. I colloquii restarono segreti; ma quei lincei sguardi cortigianeschi intravidero la folgore scoppierebbe in Italia; né a stornarla valse l’altro convegno seguito a Weimar a 1° ottobre tra gl’imperatori di Russia e d’Austria.
Era ito in quelle parti il nostro real principe Conte di Trapani. Alessandro videlo a Dresda in solenne adunanza di principi; e chiamatolo in segreto, l’avvisò di guerra in Italia; ma ch’egli memore dell’antica amistà, soccorrerebbe i Borboni con atti diplomatici, moneta e soldati; ciò uffizialmente rapportasse al fratello re Ferdinando. E fuori in pubblico gli replicò scrivesse uffizialmente. Uscendo il Trapani con questa sicurezza, un principe alemanno gli disse all’orecchio: «Credo lo Czar prometta soccorrervi in caso di guerra; non lo sperate; già a Stutgarda egli ha dato Italia in balìa di Napoleone.» Ciò l’evento avverò; ma forse Alessandro sapendo del programma del liberare il paese dall’Alpi all’Adriatico, non pensava scendesse a Napoli. Nondimeno egli avrà sempre una grande ingiustizia da riparare. Si videro generali russi viaggiare per Italia, investigando le forze armigere di ciascuno Stato, quasi sommandole per vedere se bastassero a contrabbattere il Tedesco; e vennero anche in Napoli, bene accolti; e menati cortesemente per quartieri e castelli. Ultimamente anche il Gran Duca Costantino né visitò.
26. Plombières.
Parca dimenticato il protocollo di Parigi, non avvertita la visita al Russo, attutila la febbrile iattanza Sarda, quando il Bonaparte fe’ tralucere i primi lampi dell’uragano. In luglio 58 decretò ministro d’Algeria il principe Napoleone suo cugino, tenuto liberalissimo; di che fu gran festa ne’ faziosi di ogni terra. E nel mese stesso andò a’ bagni di Plombières. Il Cavour sparge viaggiare in Isvizzera, piglia un passaporto di finto nome, con un aggirata v’accorre, sta con esso lui trentasei ore, dal 20 al 21 luglio, e il 51 è già in Torino. Di quel convegno si fe’ gran parlare: il modo, il segreto, il luogo, il tempo, tutto fu indizio di patti seguiti. Che s’era convenuto? che si preparava all’Italia? I liberali né pompeggiavano come di vittoria, per qualche indiscreto motto n’uscì da quelle volpi; i succeduti fatti meglio favellarono. Tra Luigi e ì Cavour dissesi concluso mutarsi le frontiere di Francia e di Piemonte, mezzo la guerra e la rivoluzione insieme, caparra le nozze, legarsi Napoleonidi e Savoiardi; Francia aver Nizza e Savoia, e forse altro, Piemonte aver Lombardia e Venezia; l’Etruria ingrandita con le Romagne farsi regno allo sposo principe Napoleone; il resto agli eventi. Tai patti che tra’ contraenti dividevano lo altrui, non avendo a comparire mai alla luce del giorno, non credo si scrivessero; più de’ patti erano le ingordigie. Francia metteva il sangue francese, Piemonte metteva il sangue italiano, ma alleandosi alla rivoluzione; questa prometteva lutto, per aver modo di ribellare, ribellata pensava pigliar tutto.
Napoleone tornò a Parigi a preparare arme, il Cavour a Torino a preparare insidie. Questi in segreto per ogni dove nunziò guerra imminente, così promoveva stizza provocatrice negli avversarii, speranza e baldanza ne’ faziosi, e suscitava la discordia inevitabile. Tosto radunò nella sua campagna di Leri i capi della setta, ed espose concetti, modi, ed opere da usare. Uno della brigata un po’ schifiltoso obbiettò sulla morale; ei lo interruppe: Lasciamo la morale. E questo fu il suo programma. Corse allora per tutto il mondo il motto del levare alle stelle il gran senno del Cavour, ([nasi creatore dell’Italia; i savii intravedevano Italia rapita e venduta.
Subito altri lampi: in settembre Sardegna concesse gratuitamente alla Russia il porto e l’edifizio del bagno di Villafranca, per tenervi combustibili e vettovaglie;nel mese stesso il Principe Napoleone, futuro sposo della figlia di re Vittorio, visitava, a Varsavia, lo Czar Alessandro: ciò svelava tacita colleganza tra Russia, Francia e Piemonte.
S’inaugurava a Cherburgo un nuovo porto francese, dove con grande apparato militare fu invitata spettatrice la regina d’Inghilterra,quasi chiamata a vedere da quai forze potesse esser combattuta. Poscia veniva Lord Clarendon a Parigi per colloqui con l’imperatore; e ne’ primi di settembre anche il Palmerston caduto ministro: si disse concertato il modo da farlo risalire in seggio, e di grandi cose.
27. La cometa Donati.
Il volgo tenne sempre le comete per nunziatrici di morti a’ grandi e peripezie. E appunto in quell’ansia d’imminenti mutazioni, comparve una gran cometa in cielo, con coda lunghissima. Primo a nunziarla fu il Donati, giovane astronomo di Firenze, onde le die’ suo nome. Parea più piccola del sole, ma appressandosele crebbe volume, e mutò forma: vicino al perièlio, verso il mezzodì del 20 settembre, avea mille leghe di diametro al nucleo, tredicimila per tutta la testa, e tredici milioni di lunghezza per la coda, con volume più del sole mille volte. A ll’ottobre fu il più vicino alla terra, e pur né distava poco più dei cinque decimi della distanza dalla terra al sole; e fu quasi a un nono di tal distanza da Venere, quando a 17 ottobre le passò accanto. Sparve in novembre. Fu delle più splendide a memoria nostra; e chi Li mirava da Maddaloni chinare la luminosissima coda sulla reggia di Caserta, non potea non sentirne un sussulto d’affetti; però quel ricordo e la susseguita immatura morte di Ferdinando, e gli inenarrabili guai ch’allagarono questo bel paese del sangue de’ suoi figli, validarono belle menti la brutta fama delle comete.
28. Preliminari di guerra.
Si disse che il re Vittorio, passando sue milizie a rassegna a Torino, accennasse con parole a guerra; i giornali ne fecero gran che, chi affermò, chi negò. Più negaronlo i giornali ufficiosi di Francia. Quand’ecco al capo dell’anno 59, Napoleone accogliendo a corte i ministri esteri, volgesi al tedesco Hubner: «Mi spiace non sien buone come prima le nostre relazioni col vostro governo.» E perché questo ex-abrupto sonò come tuono in Europa, subito il Monitore del 7 gennaio l’attenuò, dichiarando non esser tali le controversie da menare a guerra. E lo stesso dì 7 l’imperatore disse al corpo legislativo: La pace, spero, non sarà turbata. E del papa disse: «I fatti parlano: da undici anni sostengo a Roma il potere del Santo Padre, e il passato dev’esser guarentigia dell’avvenire.» Imperlante, sapendosi Austria conservatrice, si capì il Bonaparte cercar pretesti. Dopo Russia, Inghilterra e Prussia, era venuta la volta dell’Austria.
Il Piemonte fallito, messo nella via rivoluzionaria, non avente speranza di salute che nella discordia, e nell’altrui mina, andò dritto, e die’ il motto alla setta. Ecco corre per le sotterranee vie il grido di novella riscossa: la scolaresca del Lombardo-Veneto tumultua; a Padova rumoreggiano attorno a’ mortorii del commediante Augusto Bon e del professore Zambra di Treviso; a Milano pe’ funerali d’un Dandolo già combattente a Roma nel 18, vollero impedire i veglioni del carnevale a’ teatri, ma il popolo si volle spassare. Allora si strinsero a dimostrazioni negative, non andare a passeggio, vestir nero, non tabacco né sigari, tutto a scontentezza. Vienna in gennaio mandò trentamil’uomini in quattro dì col principe Edmondo Schwartzemberg; Torino attelò sue soldatesche alla frontiera.
29. Le grida di dolore.
Re Vittorio aprendo il parlamento a’ 10 di quell’anno 59, disse imbeccato dal Cavour queste parole: «Non è sereno l’orizzonte del nuovo anno: il Piemonte piccolo per territorio, grande per l’idea che rappresenta, non manca di pericoli; ma io rispettando i trattati non sono insensibile al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di me.» E quella camera gli rispose: «ch’egli compassionando con magnanima pietà i dolori d’Italia, ridestava il ricordo di promesse solenni rimaste inadempiute.» Non si comprendeva quai pericoli corresse chi rispettava i trattati, ben si comprese quai si fossero i gridi dolorosi sentiti da casa Savoia, sempre intenta a ingrandirsi su’ vicini. Chiaro era l’accordo con Francia, appunto per frangere i trattati, e saziare ambizioni col sangue de’ popoli. Univa dolori promossi da esso stesso in paesi altrui prosperosi e quieti; non udiva le spontanee lamentazioni del suo popolo macinato da debiti e tasse enormi, guasto da tutti misfatti impuniti, contristato da’ pianti dei suoi prelati e religiosi dispogliati e raminghi per la terra. Sentiva i dolori de’ sitibondi dello altrui; volea la gloria di spandere le subalpine miserie sopra Italia ricca; volea con battaglie e guerre civili pacificare Italia tranquilla; non gli bastando ch’uno straniero né tenesse un lembo, chiamava nuovo straniero ad asservarla tutta. Così tre secoli e mezzo avanti fece Ludovico il Moro.
Tal linguaggio della corona sarda fu disapprovato dal primo ministro d’Inghilterra. Con dispaccio del 13 gennaio l’accusò di terribile colpa: «non assalita da nessuno, provocava guerre europee, indirizzandosi a sudditi altrui; ciò Inghilterra dichiarare all’Europa; Sardegna restar de’ suoi alti responsabile a’ suoi alleati, e più anche a Dio.» E a 3 febbraio il Derby, ridettolo in parlamento, finiva sperando il Piemonte meglio consigliato si rattenesse.
30. Nozze tra un Napoleonida e una Savoiarda.
Il disegno della riscossa sfavillò con le nozze, fermate a Plombières, apparenti allora concluse, tra il principe Napoleone e la Clotilde figlia di re Vittorio. A’ 19 gennaio si fe’ il trattato segreto offensivo e difensivo tra Francia e Piemonte, firmato per questo dal Cavour, per quella dal Niel; ma il Moniteur a’ 24 lo smentì, dicendo essere ingiuriosa a’ due sovrani l’idea d!un matrimonio fatto a condizione d’un trattato offensivo e difensivo. Dunque era ingiuriosa l’idea? e non fu poi più ingiurioso il fatto? Il nodo seguì a 30 gennaio. Le camere sarde votarono cinquecentomila lire di dote. Il re in Genova disse al municipio: «La politica è nuvolosa; son certo che ne’ casi gravi Genova con generosi sforzi concorra al trionfo della causa.» Gl’Italiani esuli a Parigi mandarono agli sposi una deputazione ov’erano lo Sterbini, il Campello, il Galletti e ’l napolitano Ulloa: uomini, salvo l’ultimo, ch’avean detronizzato il papa, e visto assassinare il Rossi. I quali presentarono un mazzo di fiori, disposti co’ tre colori mazziniani, dicendo: «andare persuasi che l’unione di Savoia e Bonaparte sia simbolo delle simpatie dell’Imperatore per l’Italia.» Il principe rispose: «gradire l’offerta; quai si fossero gli avvenimenti, facessero fondamento sull’imperatore; ché i Bonaparte trovato già in Italia asilo, avean predice lezione per questa generosa nazione.» Tacque lo asilo averlo dato il papa; ed or contro il papa la predilezione si risolveva. Quelle nozze ebbero pronuba la discordia, talamo i campi di battaglia, ed ecatombe di cinquantamila Francesi, trentamila Tedeschi, e dugentomila Italiani.
§. 31. Savoia fa debiti.
Il ministero torinese presentò una legge per cinquanta milioni di prestito, necessarii disse agli armamenti, per difendersi dalla politica invasione dell’Austria. Molti deputati e senatori opposero: «Austria stare a difesa non a offesa, provocarla il Piemonte; ruinosa la politica ministeriale; cinquanta milioni in pace non servire, in guerra esser pochi. Far guerra soli è pericolo, più pericolo è farla accompagnai.; saria dare Italia a devastare a stranieri, e farla serva, o vincitrice o vinta.» I deputati Savoiardi ricusarono di votare, perché, dicevano; non dover Savoia pagare per una guerra, il cui primo frutto saria il dividersi dal Piemonte. Quelli, i più interessati nel baratto, avevano odorato i patti di Plombières. I ministri non fiatarono, né della pattuita vendita di Savoia li smentirono; invece fecero da’ loro giornali calunniare quei deputati, per farli esosi a’ conterranei. Gli Svizzeri insospettiti strepitarono, e quasi furono per occupare le provincie del Faucigny e dello Sciablese, giusta il patto di Vienna. Ma la maggioranza nella camera torinese approvò il debito; perché il denaro non serviva alla guerra, cui non polea bastare, ma a comprare i demagoghi degli altri stati italiani.
32. Nozze del Duca di Calabria, e malattia di re Ferdinando.
Anche nel regno furono nozze reali, ma con mesti auspici. Francesco Duca di Calabria, nato a 16 gennaio 1856 dalla prima sposa di Ferdinando, Cristina di Savoia, fu promesso a Maria Sofia Amalia, sorella della imperatrice d’Austria, figlia di Massimiliano cugino del re di Baviera. Le nozze s’annunziarono a 4 gennaio, si celebrarono l’8 del 59 a Monaco; e Luitpoldo germano di quel re tenne la parola dello sposo assente. La principessa dovea per Vienna recarsi con l’imperatrice a Trieste, ov’era aspettata da due nostre fregate, con baroni del regno, per condurla a Manfredonia; ma sospesero il viaggio le novelle della malattia di re Ferdinando.
Questi lo stesso dì 8 gennaio, dopo il meriggio, partia da Caserta con la reale famiglia, per Puglia, a ritrovare la sposa: accompagnavanlo tra gli altri il Murena ministro di Finanze, e ’l Bianchini direttore d’Interno e Polizia. La stagione più del consueto era fredda; fu una tempesta delle più rare tra noi; nodi di venti non più visti travolsero piante e seminati; il turbine svelse querce secolari, un pino immenso s’arrovesciò sulla via ferrata, presso Caserta, e ’l real bosco ebbe tai colpi che il legname caduto si vendé seimila ducati. Maddaloni, Caserta, S. Maria, percosse più che altre videro i tetti squarciati e lanciali all’aria; non un albero serbò foglia, né solo fragili agrumi, ma lauri, ulivi, cipressi restar nudi e brulli. Se tanto in Terra di Lavoro, peggio ne’ Principati. Il re dormì il 9 ad Avellino, ed era lietissimo; rimesso in via, scivolando i cavalli sul ghiaccio, fermò sotto Ariano, dubbioso se proseguire; ma invitato dal vescovo salì al vescovado. Vescovo era monsignor Caputo, già per male opere preso a sassate nella diocesi d’Oppido, traslocato là per regio favore, che fu poi reissimo apostata e ribelle. Questi allora tutto cortegiano tenne a mensa la real famiglia; e fu chi gli scorse in viso (e ’l ricordò poi) un ghigno amaro. Non soleva Ferdinando desinare mai in casa altrui, soprattutto allora che per minacce settarie stava sull’avviso; ma là, in casa un vescovo beneficalo, stanchezza e opportunità indusserlo a mangiarvi. Giunto l’11 a Foggia, si sentì male; ebbe brividi, dolori nell’ossa, insonnie e sconci sogni; ma designando fare un’aggirata per le Puglie, si spinse avanti, sempre peggiorando. Fu il 12 ad Andria, il 15 a Taranto di tristo umore, né toccò cibo della ricchissima mensa dell’arcivescovo; tirò la sera ad Acquaviva, e il l i sull’alba a Lecce. Qui più non si tenendo in piè, si mise a letto il 16 gennaio, natalizio dello sposo figliuolo. Dissero avesse febbre con psoilide reumatica a destra. Ebbe la visita degli arciduchi Guglielmo e Ranieri, e dell’arciduchessa Maria,giunti a Brindisi il 24; i quali ossequiatolo ripartirono per Palermo e Napoli, e quindi a Bari, per ricevere la Duchessa di Calabria.
Ella accompagnata dall’imperatrice a Trieste fu consegnata all’alto commessario del re duca di Serracapriola, al duca di Laurenzana cavallerizzo, e alle dame, duchessa di S. Cesareo e principessa di Partanna. Partì a 1° febbraio sulla nostra fregata Fulminante, giunse il 3 a Bari, scese a terra sul mezzodì con regale pompa, e dopo tre ore l’arcivescovo Barese ribenedisse il matrimonio. Ma Ferdinando che a stento s’era condotto colà, n’ebbe la febbre e il femore aggravati, e bisognò si fermasse. Tal malattia di lui non più sentito ammalato, fe’ maraviglia: chi la negava, chi l’attenuava, i settarii davanlo per morto. Intanto si perdevano le pompe preparate su tutte strade e città: archi, iscrizioni, dipinti cadevano a brani; fiori e mirti tessuti in ghirlande s’appassivano, e penzoloni, scolorati e gialli, davano sinistri presagi.
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