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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVIII)

Posted by on Feb 10, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVIII)
 21. La proclamazione del nuovo re.

Spirato Ferdinando, temendosi mene antiereditarie, come dirò, si dispose lo stesso dì il giuramento delle milizie a Francesco II. Questi immerso nel suo dolore, in mezzo a’ fratelli e alla vedova, era risoluto di non uscire dalla reggia prima del cadavere; ma due de’ suoi zii, Leopoldo conte di Siracusa e Luigi conte d’Aquila, vennerlo a richiamare, per torlo a’ consigli e agli affetti de’ suoi cari, sperando dominarlo e sospingerlo sulla via delle concessioni. Il giovinetto che, vivo il padre, mai non ebbe volontà, pur molto contrastò; nondimeno sorpreso venne quasi con violenza da esso loro condotto quel dì stesso a Capodimonte. Lieve fatto fu, ma di gravi conseguenze principio; prima condiscendenza di questo sovrano, che per bontà fidò poi negli altri più che in sé. Ma a Capodimonte poco ei prestò orecchio a quei zii;onde eglino dopo otto dì si scostavano disgustati; e ’l buon Francesco anzi che lasciarli andare prese a rabbonirli.

Salendo al trono avria voluto fare una proclamazione da dare nelle fantasie, senza calarsi a mutar modo di governo, e già era scritta; ma in consiglio di Stato si considerò che in quei momenti d’infervorate passioni, per la guerra in Italia, era porsi in isdrucciolevole pendio; perlocché andò invece una proclamazione laconica e grave. Nunziava a’ popoli il suo esaltamento, lodava il genitore, invocava dal sommo Iddio assistenza, e prometteva giustizia e osservanza di leggi. Io credo il più de’ soggetti desiderasse giustizia legale, e uomini migliori e più capaci, senza più. Ma quel primo atto del nuovo re fu segno di censure interminabili: chi cerca il bene nelle forme, non leggendovi promesse di rappresentanze, fu scontento; chi fellone era stato compresso da Ferdinando, al sentirlo lodato, presentiva,compressioni seguenti; e lascila che di ogni cosa si fa arma, subito andò per Napoli e Sicilia strombazzando quella proclamazione essere insulto e sfida; ma se fosse stata larga di promesse, avriano strepitato più, per certezza d’impunità, per attaccar presto presto a quel nodo la contemporanea riscossa in tutta Italia. Di già pel guerreggiar sul Mincio i faziosi ilari e boriosi levavano il capo. Dicevano il gavinetto non veder oltre i pensieri e l’opre del padre, preparar ferri e funi, malaticcio di corpo, fiacco di mente, fidar ne’ favoriti, spigolistro e da convento, incapace di sedere sul maggior trono d’Italia in tempo della sua redenzione. E mancavan contumelie a dii a ogni conto volea rivolture?

Peggio sfringuellarono quando dopo pochi dì riconfermò la neutralità dichiarata dal re defunto in quella guerra e raffermò le preesistenti prescrizioni per l’osservanza stretta de’ divieti alla navigazione. Questo provvedere alla sicurezza de’ sudditi era peccato mortale per chi voleva subugli.

22. Il nuovo ministero, e il primo tumulto.

Prima d’ordinare il nuovo ministero, Francesco con decreti del 2 giugno, da Capodimonte, esonerò il cavaliere Murena dal ministero de’ Lavori pubblici, il cavaliere Scorza da audio di Grazia e Giustizia, e ’l Bianchini dalla polizia; misevi i cavalieri Mandarini, Galletti e Casella. Fe’ consiglieri di Stato, Carlo Filangieri duca di Taormina, il principe di Cassero e ‘l duca di Serracapriola, uomini in fama. Il Filangieri che volea star solo rifiutò; poi per ripetute istanze del monarca acconsentì; ma per prendersene gli onori e operare a rovescio.

Il quella s’udì la prima sparata rivoluzionaria. Già re Vittorio, morto Ferdinando, avea mandato sul finir di maggio a Napoli il conte di Salmour, con missione di chiedere alleanza tra’ due Regni, sì da esser ambo arbitri della penisola. Or senza indicare quanta fosse lealtà nell’offerta, certo allearsi al Piemonte rivoluzionario significava riconoscere gli spogli perpetrati; era abdicare, ché Francesco doveva o cadere issofatto, o farsi rivoluzionario e scomunicato come Vittorio, servire con esso alla setta ed esser fabro della ruina della patria. Avea il regno indipendente, e dovea farlo dipendente del Bonaparte, per durare quanto esso e forse meno. La proposta non era da accogliere, eccetto se il Piemonte restituisse il mal tolto. Ma i mandatarii sardi, cui l’alleanza era pretesto per soffiar rivolture nel nostro quieto paese, non istettero con le mani a cintola. Un lampo se ne vide la sera del 1° giugno, giorno dell’entrata degli alleati in Milano, dopo la battaglia di Magenta. I congiuratori con le lustre di mostrarne gioia tentarono novità. Non poterono raccogliere che un centinaio di giovani attorno la casa del conte di Siracusa in sull’oro due notte; i quali là dove non temevano compressioni cominciarono un basso vociferare; sì procedettero su al Chiatamone, ov’era il consolo sardo, e dettero voci di Viva Francia, Viva Italia! Scontrato un uffiziale senza divisa, sforzaronlo a cavarsi il cappello; e dopo quest’unica bravata mossero innanzi. Ma bentosto alle Crocelle, là dove il giardino fa gomito, una pattuglia di polizia con l’ispettore Sborbone loro intimò si disciogliessero; e come non ubbidirono, lo Sborbone die’ col bastone nel folto, e fuggirono tutti. S’arrestò allora qualcuno, altri dopo. Così un ispettore con dieci uomini sedò la dimostrazione per la Francia. La dimane il Siracusa osò fare istanze per la liberazione di qualche arrestato, ch’era dei suoi familiari.

Questa inezia fu madre di gravi conseguenze. Perciocché quei due zii del re, chiamati da esso a consiglio, mostrarongli gravissimo il caso, e che dovendo egli afferrar forte le redini dello Stato, gli fosse mestieri d’un uomo insigne in quel tristo tempo; e sì di leggieri il persuasero a pittarsi tutto nelle mani del Filangieri. Imperlante questi a’ 9 giugno compieva il ministero così: «Il Troya già presidente andava a consigliere di Stato; presidente e ministro di guerra esso Filangieri; e direttori il De Liguoro alle Finanze, il Rosica all’interno, e l’Aiossa a’ Lavori pubblici, invece del Mandarini, punito per aver molti anni prima risposto alle famose lettere del Gladstone. Pose ministro di Sicilia invece del Cassisi il Cumbo magistrato, era da esso tenuto direttore di Finanze in Sicilia, che non ben piacque e cadde con esso, ora ministro dispiacque assai. Adunque co’ decreti de’ 2 e 9 giugno salirono direttori di ministeri quasi tutti uomini del Filangieri,il quale fu ogni cosa. Corse questo molto: «Sinora avemmo il re ministro, ora abbiamo il ministro re.» In lui era gran nome e grande aspettazione; ei con poco sforzo polea salvare la monarchia, e cominciò parendo volesse fare. Suo programma fu l’obblio del passato, perdono a’ ravveduti, perfezionamento delle nostre buone istituzioni, impedire disordini ed abusi: cose buone se fatte.

23. Moti antiereditarii.

Va notato per debito di storia un fievole fatto,del quale non si seppe bone il principio, e che seguito non ebbe. Furon melensi disegni per mettere in trono invece di Francesco, il conte di Traili Luigi primo-nato della vedova regina, né solo questa insciente, ma anche il giovanetto prence. I fratelli congiunti più che di sangue d’amore, né furono indignati, e insieme li vedemmo al fuoco delle artiglierie avanti Capua ed a Gaeta. Ma in quei principii alcuno forse che temea perdere il seggio tenuto negli ultimi anni, vagheggiò quel sovvertimento del dritto ereditario. La setta vi soffiò, per dividere il paese e la famiglia reale. Susurravano mogio, malato, inetto il primogenito, incapace a tener lo scettro fra’ marosi della rivoluzione minacciante, e per contrario mettevano innanzi Luigi. Né fu lieve agitazione a Foggia, ove si sospettò di quel Guerra intendente, qualch’altra minima a Bari e a Reggio, e latente anche in Sicilia qualche partigiano. Non né segui nulla, sondo forte nelle popolazioni la legge del dritto. Fu mandato il procurator generale Echanitz per le provi ncie continentali, a scrutar le cagioni di quel moto, ma su’ suoi rapporti si pose cenere, perché al debole conato di pochi bassi uffiziali, non desse altezza la severità delle punizioni. I Siciliani manifestarono loro voti con deputazioni di città a festeggiare il nuovo re, ma questi per non aggravar di spese i comuni, permise venissero i soli legali di città capi di provincie e distretti. Francesco chiamò a sé il Maniscalco direttore della polizia insulare, e n’udì colà inclinarsi a pensieri nuovi, chi per riforme, chi per odio alla dinastia. Pertanto divisava mandarvi a reggerla un principe reale, de’ fratelli tutti giovanetti e senza moglie non fe’ scelta, perché là volevasi personaggio fatto, e che ricco di famiglia mantenesse lustro di corte, né polca poi fidare nei due zìi conti di Siracusa e di Aquila, desinali eran sospetti i disegni e nota la leggerezza de’ costumi, laonde si volse a Francesco conte di Trapani, uomo all’alto ufficio accomodato, ma per quanto il pregasse non volle accettare, sicché restò luogotenente il Castelcicala, niente opportuno alla fortuna de’ tempi.

24. I graziati, e le liste degli attendibili.

A’ 16 giugno fur molti decreti di beneficenze e grazie; si concedea perdono a moltissimi rei di Stato, e lo si prometteva a chi il domandasse, e dichiarasse vivere secondo la legge. Rimpatriarono 137 fuorusciti, e poco stante altri 55, schiuma di congiuratori e lance del Cavour e del Mazzini, i quali per gratitudine si sparsero tosto nelle provincie a prepararvi la rivoluzione: il Mazziotti a Salerno, il Ricciardi ad Avellino, il Petruccelli in Basilicata, il Romeo e il Musolino in Calabria, e altri nelle Puglie, in Terra di Lavoro e in Abruzzo. Niente ne’ popoli potevano, molto ne’ pochi adepti della setta, che però in ogni loco levarono il capo.

A ciò s’aggiunse l’ordine per l’annullamento delle liste de’ sospetti, detti attendibili. Queste liste erano notamenti di quelli che per mostrata avversione al governo avean da esser sorvegliati, la qual natural cosa era stata motivo di molti piagnistei, ma invero quei sospettati non pativano danno. Per ignavia o reità de’ magistrati eran poco tenuti d’occhio; e, massime negli ultimi anni, sotto la polizia del Bianchini, s’erano a salvamano stretti nelle file cospiratrici; e in prova Agesilao Milano di sorvegliato potè andar soldato. Ma stava ne’ fini loro il piagnucolare, e i giornali esteri andavan commiserando centomila sudditi privati de’ diritti civili! Di fatto godean dritti meglio che altri; e di nascosto aiutati da’ confratelli, e anche da uffiziali regi, avean riguardi e facilitazioni, e anche permessi di caccia e di armi. Alcuni di questi, siccome il poi famoso Vacca, avean mensuali pensioni dal governo; e spesso facevan la spia. Solo pativano talora qualche po’ di ritardo ne’ passaporti, ed eccezioni per uffizii municipali, che sendo onerosi né scevri di noie e pericoli, riuscivano piuttosto a privilegio che a danno. Ma eglino protestando innocenza, con melate parole s’atteggiarono a vittime, e sapean qua e là farsi strada a favori e ricchezze. Inoltre quelle liste, fatte in fretta nel 1819, avean pochi nomi di rei e molti d’inetti; i più pericolosi stavan di fuori e anche insigniti d’uffizi. Quelle liste più ridicole che minacciose saria stato bene arderle molti anni innanzi.

E chi il crederebbe? il direttore di polizia Francesco Casella, giovane e d’ingegno, non so perché per abolirle ne scrivesse un decreto; con grosso errore, ché strombazzandole n’aggravava la calunnia che fossero vessatorie: un ministro l’avea fatte, un altro ministro dovea disfarle, senza mescolarvi il re. Ma il Casella, cui piaceva il vezzo di liberale, ma se ne volea lavar le mani, fe’ peggio; ché mentre usciva stampato il decreto; ei con segreta lettera ministeriale inculcava agli uffiziali di polizia di consultar quelle liste all’occorrenze, col che invece d’annientarle le rinvigorì. Subito la setta divulgò la cosa; e l’Europa con iscandalo leggeva insieme il decreto e la lettera, prova di malafede e doppiezza nel governo. I fuorusciti nelle loro corrispondenze appellavan lui traditore; seppelo il governo e insospettì. Però il Casella, uso a far l’altalena in politica, sentendosi scollar sotto quella sedia poliziesca, fu tolto da quell’uffizio. Gli succedé Luigi Aiossa.

25. Ordinamenti interni.

Francesco cominciando suo regno in tanto pericolo, senza esperienza, ma con buona volontà si die tutto alle cure dello Stato. Alquanti uffiziali mise a ritiro, altri promosse, di nuovi creò; ma come qualcun de’ direttori volea fare il liberale, si cadde nell’opposto. Fu tempo di trapassamento tra l’antico e la rivoluzione, e come ponte Filangieri in mezzo.

Questi allora per rispondere all’aspettazione fe’ un rovescio di decreti, il più buoni. Era antico desiderio la riforma de’ giudici regi. Fra noi stavan divisi i magistrati civili e criminali, acciò meglio ciascuno intendesse al suo ramo, isoli regi giudici di circondarli giudicavano nell’uno e nell’altro, e d’avvantaggio aveano la polizia e un po’ d’amministrazione. E dove occorrevano uomini gravi, il più eran giovanetti boriosi, o vecchi senza speranza di promozione, perché all’alte magistrature s’andava assai sovente dagli alunni di giurisprudenza. Quelli adunque miseri di scienza e di mercede, se buoni eran prodigio. Si pensò rimediare crescendo loro i soldi, dal 1 gennaio in su, affinché più non lottassero tra il bisogno e il dovere. Meglio sarebbesi fatto a sgravarli della polizia e dell’amministrazione.

Con buon provvedimento si mandarono magistrati in giro a verificare lo stato personale e giudiziario de’ giudicati regi, per provvedere ad abolirvi inveterati abusi. E anche migliore fu l’altro che inviò segretarii generali o consiglieri a visitare i comuni, e verificarne l’amministrazione, cioè casse, conti, annona, opere pubbliche, salute,istruzione, demanii, stato civile, crediti e debiti, e la personalità de’ municipii. Io scrittore n’ebbi il carico per Terra di Lavoro. Come poi si vide, alcuni di questi visitatori erano adepti di sette. Anche minorò il troppo accentramento amministrativo in Napoli, stato lungo errore. Ma fra tanti gravi decreti il Filangieri ficcò un ordinanza per le orine che si vedean la sera avanti il teatro S. Carlo, cui appellò inondazioni serotine; cosa che di burlesco coperse tutte le decretazioni buone, e lui già insigne capitano fe’ ridicoloso in vecchia età.

Il re si dette a riformare l’esercito, menomato negli ultimi anni, ritirò vecchi, promosse giovani, ordinò nuove leve e nuove arme.

26. Ritornano gli ambasciatori inglese e francese.

Intento alle cose interne, non tralasciò d’afforzarle di fuori; rannodò le interrotte relazioni con Francia e Inghilterra, e né tornarono ministri il Brenier e l’Elliot. Il Palmerston sospettando di Napoleone che parea spartirsi l’Italia col Piemonte, accennava a stringersi a Napoli; ma invece d’appoggiarsi agli elementi conservatori di questo regno, si brogliava a Londra coi fuorusciti Poerio, Settembrini e Spaventa, uomini che qui non avevano altra seguenza che quella magra della setta, ed ei tentava farli ministri costituzionali di Francesco, per tener servo esso e il regno. Di fatto fe’ costoro navigare a Torino, dove con sorpresa degli altri esuli si spacciarono Borboniani; onde nacque tra loro una scissura. Fecero a’ 4 giugno 59, due manifesti diversi; uno firmato da otto dichiarava appoggiare il governo di Napoli, dove cooperasse alla guerra contro il Tedesco; l’altro dettato in casa il Mancini protestava esecrare la neutralità proclamata da Francesco e riconoscere Vittorio re. Taluno firmò l’uno e l’altro. Per terzo il Manin da Parigi soffiava pel Murat. Sicché poche dozzine di felloni graziati, e pur discordi, imbeccati chi da Londra, chi da Torino, chi da Parigi, si spacciavano rappresentanti di nove milioni, senza mandato; tendenti ad asservare la patria, col pretesto del liberarla. Intanto il Palmerston, che sospettava del Murat, mandò ne’ principii di giugno un’armata nel porto napolitano; la quale die’ il saluto alla nostra bandiera, e anzi fuor dell’usanza salutò co’ colpi della nave capitana e di tutti i vascelli. Avrebbe dovuto allora il Filangieri valersi di quel vento per istringere forti nodi d’interessi, se non d’amicizia, con quello Stato marittimo, corrivo all’utilità, ch’è pure alleato naturale delle due Sicilie; persuaderlo dell’inconvenienza del regime costituzionale ch’avria precipitato il reame nelle branche della fazione piemontese; e indurlo a fidare nel nuovo re, e nelle guarentigie di commerciali vantaggi. Ma o non sapesse o non volesse, lasciò cadere l’opportunità di salvare il regno. L’Inghilterra vistasi delusa, per andare innanzi al Francese, si gittò a sospingere la rivoluzione unitaria. Pertanto le riprese relazioni diplomatiche con Francia e Inghilterra, paruti segni di pace, diventarono inizio di cospirazioni a preparare la iniqua guerra rivoluzionaria, dove quei due potenti rivali s’oppugnavano l’un l’altro, a chi più facesse per subissare la nostra nazione.

27. Maria Cristina venerabile.

Il Santo Padre per allietar l’animo del giovine sovrano, affrettò un atto solenne, cui già s’era dato principio. Nel 55, riconoscendosi il corpo di Maria Cristina di Savoia, prima consorte di Ferdinando II, s’era trovato mirabilmente intatto, ciò nel popolo, che ne venerava la memoria, avea destato emozione e reverenza. La cassa funerea fu con solennità riposta nella cappella di S. Tommaso, in modesto tumulo marmoreo vuoto, stantevi per rimpetto a un altro, v’aggiunsero corona e scettro in metallo aurato, e parole ricordanti il nome e il dì che il corpo fu là deposto. Seguitarono su quella tomba voti e preghiere di devoti, e guarigioni di malattie, e presto il popolar grido di santa. Si fecero processi con testimonianze d’oneste e pie persone, e s’inviarono a Roma per la beatificazione, cui chiesero più sovrani, il collegio de’ Cardinali, l’episcopato italiano, molti generali d’ordini religiosi, e i municipii di Napoli e d’altre città. Pio IX a’ 9 luglio 59, con rituali solennità dichiarò Venerabile la serva di Dio, e stabilì la introduzione della causa per la santificazione.

28. Sommossa de’ soldati svizzeri.

Seguì un colpo inaspettato. Gran nerbo del reame era l’esercito; però quelli de’ duci e uffiziali ch’eran settarii o compri, manifestarono a’ congiurati non poter eglino tentar di guastare i fedeli soldati, se non si togliesse quel nucleo di reggimenti svizzeri, pronti a ubbidire al dovere. Servivano questi per convenzioni seguite con la Svizzera negli anni 1827 e 1829, da durare trent’anni; ed erano stati modelli di fede e valore. A’ primi quattro reggimenti s’era per decreto del 20 marzo 50, aggiunto un battaglione detto 13.° cacciatori, col maggiore Won de Mechel. Pertanto da più anni si lavorava a corromperli; e ho notato come nel 55 si trovassero le prove de’ maneggi.

L’Elvezia caduta nel partito radicale, mossa da’ rivoluzionarii del mondo, avea decretato in giugno 49, la rescissione delle capitolazioni militari con gli Stati d’Europa; e poscia violando il contratto bilaterale non die’ reclute nuove, e anzi richiese il ritorno de’ reggimenti. Ma questi, paghi della nuova patria, s’accontentarono di restare come gradisse al re, il quale sebben potesse far migliori patti, stette agli stipulati, poscia compiuti i trent’anni, i reggimenti si riconfermarono per altri trenta, sol moderati certi articoli sulle pensioni di ritiro ed altro. Seguivano in Svizzera le reclutazioni a maniera privata, senza il braccio de’ Cantoni, che tenevano per isciolto il patto; e i giovani venivano volentieri, facendo l’utilità privata tacere il liberalesco divieto. Nondimeno talun de’ reclutatori si fe’ subornare, e mandò gente trista a metter la zizzania. Nel 1859, quel governo spinto dalla setta chiese si togliessero dalle bandiere de’ reggimenti l’arme cantonali, che v’erano congiunte all’arme regia; il che più mesi non si eseguì. Se ne reiterò l’inchiesta al nuovo re, e venne anche a posta di Svizzera un maggiore Latour commessario per l’adempimento. Questo era preparato pretesto a movere subbugli. I colonnelli e gli uffiziali lo tennero ascoso; ma il Latour pel mezzo de’ congiurati il fe’ trapelare ne’ quartieri; vociando aversi a mutar bandiera, lasciar l’elvetica, prendere la napolitana, i soldati restar esteri alla patria, né averne dritto a protezione.

Era ancora segretario dell’ambasciata sarda il conte di Groppello; il quale insieme col sardo consolo, sul lievito della bandiera lavorò una pasta gonfiosa, per agitare quella gente, e fattosi autore e motore della congiura, con oro trovò mezzani. Le bandiere per vetustà serbavano appena qualche brandello delle consunte insegne, eppure gli avanzi ne fur tolti apertamente da’ sartori de’ reggimenti; né segui parola allora. Gli uffiziali scorgean da qualche tempo monete d’oro in mano a sottouffiziali e soldati, e spendersi in vino e bagordi a danno della disciplina, poi notarono in parecchi una certa calma cogitabonda ad un tratto, e non consuete mancanze agli appelli serali. Ecco la sera del 7 luglio, sull’imbrunire arriva al Carmine, quartiere del 2.° reggimento, un soldato del 3.°, con lettera che dà a un camerata giù alla porta. A un fischio succede un gridio su nelle compagnie scelte, si armano, incitano i compagni, traggon colpi da fuoco all’aria, scendono in centosessanta, sforzano il passo, e a suon di tamburo corrono ai Ss. Apostoli, ov’eran le compagnie fucilieri. Ne scaccian le guardie, piglian le bandiere, e raggranellati altri sessanta, voltano a S. Giovanni a Carbonara, stanza del 3 reggimento. Quivi anche arrovesciano le cancella, feriscono gravemente il maggiore Wolf che si oppone, piglian le bandiere, chiamano i complici, e con altri centoventi, tutti insieme frettolosi, pur sempre col tamburo, e sparando schioppettate, accorrono a S. Polito quartiere del 4.° Benché la porta sia valentemente difesa dal picchetto di guardia, irrompono, uccidono tre soldati e il tenente Roverea, e feriscono il maggiore Morel, e i tenenti Haller e Stettler. Quindi aggavignate pur quelle bandiere, e usciti altri pochi complici di là, in numero di quattrocento in tutto, piglian la via di Capodimonte, ov’era allora il re e la real famiglia. Ma quel 4.° reggimento fremente per l’aggressione e il sangue versato, e più per le rapite bandiere, piglia l’arme e dà appresso a’ ribelli.

Queste cose che spaventarono la città eran durate intorno a tre ore, e nessuno pensò darne avviso al re; che fu molto sorpreso a udir su per la strada di Capodimonte tamburi e soldatesche, suppose subbugli in città e milizie accorrenti a tutelare la reggia, mandò lo Schumaker tenente-colonnello a veder che si fosse. Questi sendo svizzero, subito al linguaggio dei tumultuanti conobbeli felloni; e retrocesse a tempo a serrar le cancella della real villa. In quella discesi i generali Sangro, Del Re e Ferrari, e con essi lo Schumaker, dimandar che si volessero; e rispondendo quelli in frotta, tra le parole di bandiere e diritti, non mancò qualche viva Vittorio; sicché i paesani del luogo s’andavan dimandando al mattino che si fosse cotesta vittoria. Fu un tristo momento; là stavan di guardia ventiquattr’uomini appena,che quantunque pigliassero l’arme sarian morti alla prima irruzione, e sulle regie stanze eran famigliari, e donne e bambini spaventatissimi. La giovinetta regina stette virilmente al balcone. I generali tentavano di calmare i tumultuanti con buone parole, e indurli a tornare a’ quartieri; ma la salute fu il rumore d’altri tamburi che s’udivan salire; perciocché i faziosi presentendo fosse il 4.° svizzero accorrente a vendicare lo insulto, non l’aspettarono; e lesti tiraron dritto avanti, verso il Campo. Quivi rotti ad ogni violenza e al bevere, presto ubbriachi, per non pagare uccisero un tavernaio.

È da notare che il Filangieri, per una delle sue consuete velleità, avea chiesto un’altra volta la dimissione a 5 luglio, cioè due giorni prima, e s’era ritratto a Sorrento; eppure quella sera, strana coincidenza! s’era senza ragione tornato. Al rumore, egli co’ generali Lanza, Garofalo e Nunziante, postarono soldatesche in guisa da vietare il ritorno a’ ribelli. Poi i reggimenti svizzeri e il 13.° battaglione cacciatori, rimasti fidi co’ loro colonnelli e generali, trassero la dimane al Campo, e tentarono chiamare i ribelli all’ubbidienza, ma indarno. Allora facendosi a circondarli, quelli per aprirsi il passo furono i primi a trarre co’ moschetti su’ loro connazionali, e uccisero un uffiziale e parecchi sottouffiziali del 4.° e del 13 Incontanente pochi colpi di cannone a scaglia ne rovesciarono al suolo morti venti e feriti settantacinque, altri 262 vennero disarmati; il resto cacciati per le campagne, caddero dappoi nelle mani delle guardie urbane.

29. Sono mandati via.

Questo primo frutto delle corruzioni sarde sarebbe stato niente, se il Filangieri e ’l Nunziante non avessero studiato a far licenziare quei reggimenti, che allora appunto, cannoneggiati i rei compagni, avean di loro fedeltà dato prova solenne. S’eran trovati napoleoni d’oro addosso ai morti e a’ prigionieri; e invece di farne processi per iscoprire la fonte del male, dissero ampia e universale in tutti gli Svizzeri la corruzione. Al re dicevano esser ire grandi in essi pe’ compagni spenti, volersi l’un l’altro affrontare nelle vie di Napoli; questa ne andrebbe insanguinata (e ’l sospetto d’insanguinar Napoli fu eterno spauracchio allora e poi), non potersi tener la quiete se; non licenziando quei pericolosi stranieri. Il re a redarguirli propose che il Filangieri, il Lanza ed egli stesso, presone ciascuno un reggimento, conducesserli chi a Caserta, chi a Nocera e chi a Nola, sinché posassero l’ire. Né solo di tal facile rimedio il dissuasero, ma il Filangieri volea non lasciasse Capodimonte, né tornasse alla reggia in città; e suo figlio Gaetano corse al conte d’Aquila, Perché rattenesse il sovrano dall’esporsi a’ rischi; di che questi rise e fè opposto, assicurando il nipote, Napoli tranquilla e sicurissima stanza.

Allora n’inventarono una che la die’ vinta. Finsero opportuno s’interrogassero i soldati stessi, se volessero restare o tornare in patria; nel qual caso avrebbero ciascuno sessanta ducati; e i colonnelli, uomini allora di soverchio bonarii, si lasciarono indurre a far siffatta proposta a’ soldati; cioè scegliere tra la durezza militare, e la libertà co’ denari. Eppure pochi da prima dissero sì; poi il veder luccicar le monete a’ partenti; e il replicarsi quasi ogni dì l’offerta, e ’l risulto pensiero de’ focolari e de’ natii monti, a poco a poco presero gli animi. Il commessario di guerra Pianelli, padre del famoso generale, era il pagatore postovi dal Filangieri; e facea sonar l’argento e pagava alacremente, quasi a ognun che pagava trionfasse d’un nemico. Così con ispreco di molta moneta perdemmo quei buoni soldati, de’ quali parecchi si partían piangendo, e parecchi minacciando di tornare a vendetta ben presto. Chi prese servizio col Garibaldi, chi in Roma, in Piemonte, in Algieri o altrove; prova che non s’eran mossi per amor delle bandiere o della patria lontana.

30. Accuse al Filangieri.

Perfidamente si prese a plaudire il Filangieri e ‘l Nunziante, autori di quest’opera insigne; dicevano eglino aver inteso serbare il pane a’ Nazionali, mandato via quell’onta alla fedeltà de’ Napolitani; ma il tempo scopritore del vero chiarì gran traditore quel Nunziante, e sul Filangieri gravi sospetti cumulò. Ambi perspicacissimi non potean cadere nel grosso fatto dello scacciare pagando provati soldati, in quei perigli del regno, quando pagando avrebbero dovuto addoppiarli. Subito gli uffiziali nostri tinti di setta alzarono il capo, susurrando propositi nuovi, gli stolti ripetevano, e si nell’esercito nazionale s’instillavano pensieri insidiosi, a preparare la ruina della patria.

De’ pochi Svizzeri restati volonterosi il re volle far tre battaglioni esteri, ingrossandoli con reclute boeme e tedesche, ma la mescolanza delle nazioni e de’ linguaggi mal li unirono a disciplina. Invece ne venne nuovo e peggior male, ché tosto un comitato rivoluzionario in Boemia lavorò a farne avere gente trista e rotta a’ vizii, per guastare i nostri, di che poi gli autori stessi vantaronsi, e vennero qui a pigliarsene il premio dal Garibaldi (1). E pur troppo né vedemmo i frutti a Paterno, a Maddaloni ed a Mola. Intanto per colmar nell’esercito il vuoto degli Svizzeri, oltre una leva di diciottomila, usci ai 30 agosto il decreto per reclutar volontari nel regno.

A quel tempo il Filangieri né più onori, né più potenza poteva avere: egli i ministri, egli l’esercito, egli l’amministrazione faceva, tutti dal suo senno aspettavano maraviglie. Ei rispose con quel primo incredibile fatto dello spogliarsi di forza, appunto quando gli altri Stati italiani andavan mietuti da forze indigene e straniere. Ma pel fatto suo fu avvedutissimo. Oltre i benefizii che narrerò poi, pretese questo: Avea pe’ servizii resi nel 49 titolo di duca di Taormina, con dodicimila ducati l’anno, ipotecati su’ demanii di Sicilia, ora dimanda farne la riscossione su fondj napolitani, dettaglisi ostare la istituzione del maggiorato, solo potersi con giro di tesorerie, se ‘l volesse, pagarsi in Napoli, egli che ad altro intendeva ritira la dimanda. E perché questo? si mormorò: Teme egli dello avvenire di Sicilia, che vuol porre in salvo il suo? Tai dubitazioni e sospetti s’avvaloravano dal suo reiterar dimande di dimissioni, che ben sei o sette fra agosto e settembre né porse, sicché Francesco si calò a dargli due mesi di congedo. Perché ritrarsi dagli affari in tant’uopo, e lasciare il re tra tanti uomini nuovi da esso postigli su? Sapeva egli l’avvenire, e sperava, scacciati gli Svizzeri, fuggire la responsabilità degli eventi?

31. Mancata dimostrazione del 15 agosto.

Poco innanzi avea egli fatto creare maggior generale di tutto l’esercito regio il suo amico principe d’Ischitella, stato ministro di guerra. Inoltre dopo la battaglia di Magenta, pensando far complimentare Napoleone e Vittorio, a questo spinse il principe di Ottaiano, a quello l’Ischitella; cosa non so quanto politica e giusta, dopo la dichiarata neutralità. Partirono la sera appunto che fu la sedizione degli Svizzeri. L’Ischitella ossequiò l’imperatore a Milano, che tornava da Villafranca, e disse, quegli raccomandassegli di indurre il re a contentare il paese, ad adottare un governamento come quel di Francia; cosi sarebbe più forte.

Cotesto inchinarsi a’ combattenti alleati era ispirazione di felloni, che rendean così isolata la monarchia napolitana; ma era pur poco a chi volea proceder oltre rapidamente, onde se ne pensò un’altra che mancò. Appressandosi il 15 agosto, festa onomastica de’ Napoleoni, i Francesi facean cantar messe solenni a S. Giuseppe a Chiaia, e la fazione, che volea dar segni di vita, assicurò il ministro Brenier che tutto il popolo griderebbe Viva Francia. La polizia avvisata fe’ entrar di nascoso dugento guardie urbane da’ villaggi con soli bastoni, e sparseli in istrada e nella villa reale, con ordine impedissero le grida. Cominciata la messa, i faziosi ch’eran poche dozzine e codardi, vista quella gente nuova, non fiatarono; ma in chiesa fecero porgere certi polizzini piccolini dicenti: Napoli inneggiare a Francia. Frattanto la potestà militare, benché non occorresse, mandò nella villa un drappello di ventiquattro Ussari, i quali stesi dall’un capo all’altro, e serrale le cancella di dietro, procedendo a passo, spazzarono di gente il luogo. Così la designata dimostrazione popolare non partorì altro che la impedita passeggiata alla gente pacifica. Il Brenier dopo la sacra funzione s’intrattenne alquanto con altri sugli scalini del tempio, voltando gli occhi da ogni banda; ma aspettalo indarno un ette dei tanti promessi viva, né scorgendo persona dei promettitori, s’ebbe a ritrarre a casa digiuno di plaudimenti.

32. Soldatesche alla frontiera.

Mentre i casi di Toscana e Romagna, come narrerò, rumoreggiavano, e il Garibaldi scorrazzando per quei paesi accennava all’Umbria e al Reno, fu stimato provvedere mandandosi a’ 14 settembre ai nostri confini d’Abruzzo un nerbo di soldatesche. Colà stanzionavano tre battaglioni cacciatori il 3., il 4 e il 10.°; ve n’andarono altri cinque, cioè due da Napoli, due da’ Principati, e uno da Puglia, rimasta sguernita affatto; e vi s’aggiunsero buone artiglierie e alquanti squadroni di cavalli. Poco stante perché la frontiera è lunga, e senza strade parallele che n’agevolino la difesa, si mandavano altri quattro battaglioni del 1.°,3.°,5 e 7.° di linea, tolti alle guarnigioni di Capua e Gaeta. Comandavanli i generali Fonzeca, De Benedictis, Viglia e Colonna; generalissimo quel Pianelli del 1848, creatura del Filangieri, che sendo degli ultimi brigadieri fu da esso preposto a quel carico da tenente-generale; dove bene avrebbe potuto, sorgendone l’opportunità, cominciare la danza ch’egli e il Fonzeca e il De Benedictis compierono l’anno dopo, codardi traditori.

Il Piemonte che stava facendo le annessioni dell’Italia centrate, né voleva essere scomodato chiese al nostro governo il perché di quelle truppe al confine. Si rispose starsi sul proprio suolo non confinante col Piemonte, poterne il papa non esso dimandar ragione. Esso allora appellava intervento un nostro possibile aiuto al S. Padre; non fu poi intervento quando con oro e arme entrò in casa nostra a sorreggere la mandata da lui rivoluzione mondiale. A quel tempo si temea la congiunzione delle forze napolitane con le papaline; il che sarebbe stato consiglio buono, e unica tavola di salute; ma i nostri reggitori e i liberaleschi concordi sclamavano neutralità, e vantavano prudenza quello imprudentissimo aspettare d’essere vinti alla spicciolata. Napoleone con consigli vietò che Pio IX né domandasse soccorso; e per addormentarne fece dal Piemonte richiamare il Garibaldi da’ confini romagnoli.

A quella guisa assicurali noi, il nostro esercito d’Abruzzo faceva marce e contromarce e parate, per dar nel genio del burbanzoso duce. Egli con seguito quasi regio, la moglie appresso in carrozza ira squadre di cavalli, andava per quei paesi insultando la privata parsimonia. Lei appellavano la reina degli Abruzzi; in ogni villaggio le facevano luminarie; e quel surto dal fango s’inebbriava di fumo. Non però provvide, qual era debito di generale, all’occorrente a un esercito: non servizio ospitaliero, non provvigioni di vettovaglie e di guerra; tutto a stento, sì da bastare appena al necessario. Sorgendo caso di battaglia, mancava tutto, come mancò poi in Sicilia e in Calabria, mancanze a disegno per dissolvere il volonteroso e fido esercito nazionale. Intanto liberamente correan pe’ reggimenti le scritture de’ fuorusciti incitanti a diserzione, e furono uffiziali che mandarono le adesioni al comitato di Firenze. Altri offersero di chiedere le dimissioni; ma ebbero ingiunto restassero per far proseliti e disertare a buon tempo. Il Pianelli lasciava fare; confabulava talvolta con incogniti viaggiatori, e di nascoso; talvolta egli stesso facea di misteriosi viaggetti fuor della frontiera, massime a Rieti, albergato in casa i più caldi unitarii; e per contrario, chiamato poi dal Lamoricière generale del Papa a segreto convegno, rifiutò.

In quella compiuti i sei mesi di lutto pel trapasso di Ferdinando, re Francesco che s’era stato a Portici, facea con la real famiglia in Napoli ritorno. A’ 27 novembre percorreva la città, plaudito dalla buona popolazione; e la sera si recava al teatro S. Carlo.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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