Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXXVIII)
LIBRO DECIMOSESTO
SOMMARIO
§. 1. Largizioni regie. — 2. Il Tavoliere e le Sile. — 3. Grazie. — 4. L’opuscolo Napoleone e L’Italia. — 5. Menzogne uffiziali oltramontane. — 6. Sardegna lavora a farsi assalire. — 1. Proposte di congresso. — 8. Denunzie di guerra. — 9. Lega tra Francia, Piemonte e setta. — 10. Manifesti Garibaldeschi. — 11. Rivoluzione in Toscana. — 12. E a Parma e a Modena. — 13. Proclamazioni de’ belligeranti. — 14. Interventi in Toscana. — 15. Guerra e pace. — 16. Il perché della pace. —17. Scontentezze per la pace. —18. La buonafede. — 19. Muore re Ferdinando. — 20. Suo testamento. — 21. La proclamazione del nuovo re. — 22. Il nuovo ministero, e il primo tumulto. — 23. Moti antiereditarii. — 24. I graziati, e le liste degli attendibili. — 25. Ordinamenti interni. — 26. Ritornano gli ambasciatori Francesi ed Inglesi. — 27. Maria Cristina Venerabile. — 28. Sommossa de’ soldati svizzeri. — 29. Sono mandati via. — 30. Accuse al Filangieri. — 31. Mancata dimostrazione del 15 agosto. — 32. Soldatesche alle frontiere.
1. Largizioni regie.
L’umana famiglia, benché di sventura in sventura viaggi sulla terra, quasi mai non né prevede; e sovente là dove beni sperava trova inaspettati e terribili mali. Il reame non era mai stato in tanta quiete quanto alla vigilia de’ suoi più fieri travagli; e anzi le nozze del giovine principe ereditario eran letizia al popolo, sì parevan pegno di sicurezza e prosperità duratura. Ferdinando fe’ di molte promozioni a corte, e grazie a condannati, e largizioni a quelle città di Puglia.
L’invenzione de’ banchi è italiana: Venezia n’ebbe il primo nel 1170; Genova nel 1407 fondò quel suo famoso di S. Giorgio; Napoli dal 1575 al 1640 né fe’ otto; Francia, Olanda e Inghilterra imitaronli dappoi. Prima furono depositi di danari, poi di circolazione, di sconto, e dì pegnorazione. I nostri banchi, depredati in tempi di rivolture, eran di molto scaduti nel decennio francese. Ferdinando I li riordinò a’ 12 dicembre 1816; e miglioraron poi sempre. Ferdinando II a’ 7 aprile 1845 instituì due casse dipendenti dalle antiche, a Palermo e a Messina; a’ 18 maggio 57 né mise altra a Bari, utilissima al traffico pugliese; ora per lietezza delle nozze aggiunse a’ 21 dicembre 58 la Cassa di commercio, con appositi regolamenti. A Taranto volle l’orfanotrofio pe’ trovatelli de’ due sessi, la scuola agraria, la migliorazione del porto mercantile, la edificazione di un nuovo borgo, e ripristinò la salina di S. Giorgio. A Lecce un altro borgo fuori le porte; e lo stesso dì degli sponsali vi s’inaugurarono le strade co’ nomi degli sposi. Anche a Gallipoli approvò altro borgo nomato S. Sofia. A Brindisi rafforzò l’opere incominciate del porto e de’ fari, e die’ un direttore speciale a quel porto franco. A Bari inoltre quattro chiese e molte cose ordinò, il ponte sull’Ofanto, e altre assai in ogni comune. Pria di lasciare la città graziò quei carcerati.
2. Il Tavoliere, e le Sile.
È in Puglia e un po’ in Basilicata un’ampia seguenza di contrade demaniali dello Stato, detta Tavoliere di Puglia, lunga dal Fortore ad Andria settanta miglia, ampia quasi trenta da Rignano a Troja; che fan caria 42,918 e 15 versure, moggia legali 4,559,565,05. Credonlo stato basso fondo di mare, alzato co’ secoli per terra di torrenti, ma da tempi antichissimi vengonvi in inverno bestiami d’Abruzzo, dando sempre, come ricorda Varrone, grassi tributi. Nel medio evo qua e là usurpato o dato a potenti, Ladislao v’impose invece della fida un dazio agli animali, Alfonso il richiamò al fisco, ripose la fida con leggi speciali, e né die’ a un Montuluber il reggimento. Poscia fu diviso in quarantatré stazioni, vi si fecero vie dette tratturi, la dogana per riscuoterne i proventi, e un tribunale per giudicarvi. Così durò non bene più secoli, sinché i Francesi, con legge del 21 maggio 1806, credettero far meglio censendone le terre; ma fecero meglio a sé, cresciutone il reddito che si pigliavano. Il Tavoliere peggiorò, e per più cagioni la coltura e la pastorizia s’invilirono. Ferdinando II fe’ studiare i modi del prosperarlo, verificare e reintegrare le terre, verificare e ripristinare i tratturi; onde seguirono parecchie reintegre e misurazioni di terre da pascolo, e tratturi si fecero le piante, compiute nel 1858. Però a’ 14 dicembre s’approvò a tutela di essi un regolamento, e una cassa di prestanza a pro’ de’ censuarii, con ducati centomila di capitale per allora.
Le Sile in Calabria sono altri vastissimi demanii dello Stato; grandi monti co’ versanti nel Cosentino e ’l Catanzarese, ricchi di pascoli estivi e invernali prosperità della regione, che andando ne’ privati, cadrebbe la pastorizia. Colà da gran tempo s’usurpa. Non bastarono le ordinanze rigorose de’ re Aragonesi, valsero meglio a danneggiarli i neghittosi governi viceregnali, e le Borboniane blandizie; sicché nel 1791 fu verificato ridotto a moggia 55 mila, e nel 1828 videsi lo Stato averne cinquemila appena, il resto usurpato. Ferdinando II a conciliare gl’interessi dell’erario con quei de’ possidenti, stabilì a’ 5 ottobre 38 e 31 marzo 43 un Commessario civile, da deciderne le controversie, rispettare le colonie, imporre canoni, e compensare gli usi civici delle popolazioni. Cosi la Sila nel 1857 rendeva all’erario sessantamila ducati all’anno; laonde a’ 15 aprile dell’anno seguente altro decreto creò una Direzione della Sila, amministrativa di quel demanio.
3. Grazie.
I liberali gridano sempre amnistia, perché non avendola possan lamentarsi per fare odiare i re, e avendola han modo di tornare a fellonie, sicché quando la macchina non è pronta, vorrian piuttosto no che avere il tanto chiesto perdono. Re Ferdinando sel sapeva, e voleva levarsi da quell’impaccio; però sentendosi libero dall’estere sollecitazioni, stimò quello il tempo di far grazia a’ condannati per maestà, ma con qualche modo da evitare se ne turbasse la pace del regno. Stretto aveva a’ 15 gennaio 57 una convenzione colla repubblica Argentina, per fondar colà una colonia di Napolitani esiliati in commutazione di pena; ma quella non ratificò il contratto; né tampoco riusciron meglio le pratiche con altri Stati d’America; ché sebbene repubblicani, tutti ricusarono pigliarsi quel fuoco in casa. Ora egli risoluto di graziarli con la congiuntura delle nozze, pensò avviarli agli Stati-Uniti; ben prevedendo tornerebbero in Europa a ricongiurare, ma che almeno il viaggio li ritardasse alquanto. In prima a tutelare la tranquillità del paese, insidiata dai Sardi con la mano francese ed inglese, diede a’ 27 dicembre 58 un decreto, ordinante che le flagranti ribellioni si punissero da consigli di guerra subitanei, pur con danni ed interessi a carico de’ rei. Di poi al 10 gennajo 59, diminuì di più anni le pene a’ condannati; e il giorno dopo uscì pubblicata l’amnistia per ottantanove di quelli, tra’ quali il Poerio, il Settembrini, lo Spaventa e il Faucitano; ma da andare in America. Nondimeno esaudì le suppliche di alcuni, siccome il Nisco, cui concesse ritrarsi a casa la moglie in Baviera. Fu pattuito con un legno inglese per 8500 dollari il viaggio a Nuova-Jork; e s’ingiunse a quel nostro consolo desse colà a’ graziati e danari per farveli stabilire e soccorsi e ajuti in tutte cose. Pertanto vestiti tutti a nuovo, e forniti di moneta e d’ogni arnese, fur menati a Pozzuolo dal tenente colonnello di gendarmi Francesco Dupuy, dal commessario Salvati, e da un De Lauzeries uffiziale al ministero. Quando il Salvati lor nunziò la grazia e il viaggio, il Poerio per tutti rispose ringraziando il sovrano, gli altri atteggiati a commozione dettero in viva al re. Fu commedia, e vedemmo poi quei Dupu, Lauzieres e Salvati giurar de’ primi al Garibaldi, imbarcati, li scortò un legno regio comandato dal Blocchetti (poscia pur de’ felloni) che a Cadice li lasciò. Usciti dal Mediterraneo, dichiararono al capitano inglese non volere andare in America, che se li sbarcasse colà accuserebberlo di violenza, sì il persuasero di leggieri a posarli in Irlanda, ch’egli già pagato, risparmiava il viaggio. Discesero infatti a Cork ne’ principii di marzo; poi navigarono a Bristol; quindi per la via ferrata giunsero il 21 a Londra, ricevuti festosamente alla stazione dal ministro Sardo. Ecco i Palmerston, i Russell, i Gladstone a gloriarli e soccorrerli, e loro giornali a strombazzarli eminenti, e a vituperare Ferdinando. Questi adunque dalle sue grazie guadagnava insulti.
4. L’opuscolo Napoleone e L’Italia.
Le sventure d’Italia questa volta cominciarono con gli opuscoli. Usci dalla tipografia imperiale di Parigi un libretto, con in fronte il nome d’un La Guerronière, nunziato con grandi parole dal Moniteur, e da’ giornali ufficiosi laudatissimo prima e dopo. Intitolato Napoleone e L’Italia, era un lampo di Plombières, programma del da fare, ultimatum bonapartesco al Papa e all’Austria. Con torto artifizio stuzzicava le voglie d’ogni partito; era l’inizio di quella serie di conciliazioni impossibili di contrarii, e quelle dorate parole e ferrei fatti, onde Napoleone III prese a far sua volontà fingendo contentar tutti. Dico fingendo, ché né egli a sé crede, né altri a lui; e va così superfluamente scherzando, perché ha seicentomila baionette in Europa divisa.
L’opuscolo sponeva lo stato d’Italia a suo modo; e diceva del ricostituirla, scacciando Austria e secolarizzando lo stato del Papa; questo lasciando per benedire in Vaticano, e far la parte di spodestato presidente d’italica confederazione. Per ottenerlo tentenna tra la guerra e la persuasione, ma appella all’opinione. Rifiuta la rivoluzione, ma dichiara doversi appagare il voto nazionale d’unità e indipendenza; rispetta il Papa, ma a patto non governi; necessaria la pace, ma bisognar la guerra per pacificare Italia, stare ai trattati, ma volersi disfare per evitar turbolenze; vorrebbe Francia ed Austria amiche per premer su Roma; e così, solo cosi, Austria non avrebbe guerra né rivoluzione. Siffatte contradizioni laudavanle i diarii faziosi come cime di senno; e con sonore trombe sforzavano la fama.
Gli assennati dimandavano: Che vuole questo libello? pacificare Italia? e che è in guerra? è stata tant’anni in pace; e vi durerà, se non portan guerra dall’alpe. Vuole stare all’opinione? e se la fabbrica con frastuono di giornali, e lampi di ferro? Vuole costituire una nazionalità, e tende a schiacciare le nazionalità vive? dice ingiusto il dominio Tedesco, e noi die’ Francia, anzi il primo Napoleone? E Francia non tiene Corsica, e non vuol Nizza? E perché non torna Algieri al Musulmano? Vuolsi liberare Italia da’ suoi prenci italiani, e perché non liberare Polonia e India e Affrica, soggette a stranieri? Vuolsi in Italia la libertà, e perché non istabilirla in Francia? Era chiaro volersi evocare nel bel paese un nuovo più spaventoso 18: quello era salito da basso, il 59 e il 60 dovean piombar dall’alto; quello era stato opera di mestatori, questi dovean esser frutti di diplomatici, con sofismi sostenuti da arme ordinate e uffiziali.
5. Menzogne uffiziali oltramontane.
Napoleone a’ 27 febbraio dava alla camera di Parigi un discorso tutto pace: e il presidente Morny spiegavalo, dicendolo conferma del motto L’impero è la pace. I dispacci a Londra assicuravano, ch’ove il Piemonte aggredisse non avrebbe aiuto di Francia. Era certo che si farebbe aggredire. I giornali ufficiosi gridavano guerra; smentivali il Moniteur, e sino al 5 marzo assicurava la pace, negando l’armamento. Quella tattica del mentire dicendo e disdicendo, siccome nuova, confondeva le menti; ora è vecchia e smaccata, e pur dura. Ma fra tante moine pacificanti, si provvedeva a battaglia: soldati assai, navi assaissimo, letti, panni, farmaci, arnesi bellici, seicento cannoni tratti dagli arsenali, chiamata di legioni agguerrite d’Algeria. Un giornale francese, a veder l’impero assoluto iniziare la libertà in Italia, osservò la libertà essere in Francia merce d’esportazione, buona per altri, mala per sé.
6. Sardegna lavora a farsi assalire.
Il Piemonte col Cavour doveva volere la guerra. Voleva slargare la frontiera, eseguiva i patti di Plombières; né poteva tener più le ingordigie settarie, tant’anni da esso pasciute con pochi danari e molte promesse. Era in tal condizione politica e finanziera, che quieto non poteva stare; perché in pace pativa guerra roditrice interna; dove nella guerra, scatenando sopra altri le sue nudrite serpi, respirava un po’ di pace. Era presso a fallire; il ministro presentando lo stato presuntivo del 1860, mostrò mancar 23 milioni 513,669 lire, senza le spese d’armamento d’avvantaggio. Avea dunque a gittarsi a occhi chiusi nel baratro guerresco, per coprire il fallimento col rumore delle battaglie, e far pagare i guai suoi ad altri.
La guerra col soccorso di Francia e della rivoluzione parea vittoria certa: però ad evocarla usò ogni mezzo; fuoco sopra fuoco, minacciare, ingiuriare, stuzzicare la dignità tedesca, fingersi vittima, offendere e lamentarsi,ferire e gridare aiuto, parole dure, insidie scoperte, braverie sbardellate; e si con insulti punger l’Austria, che le ponesse a disonore il sopportare, e inducessela a uscire in campo; affinché Napoleone intervenendo paresse aiutare il debole assalito, contro il forte aggressore.
Concertate col Bonaparte queste mene, armava con ostentazione, stampava libelli offensivi e giornali spavaldi, e n’inondava il mondo; spacciava s’avesse ad annettere Lombardia, aiuterebberlo Francia e Russia; neutrali Inghilterra e Alemagna. Così moveva le fantasie, reclutava studenti, sfaccendali,incitava a diserzione i soldati altrui,lasciava proibir sigari e cappelli cilindri, moveva subugli dove si potesse, onde altri per necessario infrenamento guadagnasse odio dentro e fuori: ciò in Italia produceva ansie, e timori di guai imminenti.
Sin dal 1855 i fuorusciti avean fondato a Torino una società rivoluzionaria sorretta da quel governo; ora il siciliano La Farina, moventelo il Mazzini, rifondava la Società nazionale italiana, col motto Indipendenza, Unificazione e Casa Savoia, presidente il Garibaldi, consenziente il Cavour. Questi chiamatosi il La Farina, gli disse: «Ella non è ministro, faccia libero; ma badi, se sarò interpellato nella Camera, la rinnegherò come Pietro!» E quegli: «Mi scacci via, mi processi pure, ma mi lasci fare.» Confabulavan segreto ogni dì; e con tai contratti, poi da essi stessi strombazzati, cominciò la propaganda palese e la reelutazione rivoluzionaria. Si chiamarono da Londra i fuggiti del 48. Intanto si cumulavano arme e munizioni. Un colonnello Cavalli comprava cinquantamila carabine a Parigi, e salnitro a Londra. Si reclutavano giovani per tutta Italia; piantavan le bandiere di reclutazione sin su’ confini lombardi, modenesi e toscani; e sì tra disertori, studenti e disperali raccozzarono alquante migliaia, cui dissero Volontarii del Garibaldi. Il La Farina, intermedio tra costui e il Cavour, quello in marzo mandò chiamando da Caprera; che vennevi colla figlia Teresita e ’l fidanzato Canzio albergato in casa esso La Farina; il quale lo presentò la notte del 25 al Cavour. Gli svelarono gli accordi di Plombières, sembra col permesso di Napoleone; e l’esortarono a far causa comune con Vittorio promessogli grado di generale e quattromila volontarii. Ei da prima ricusava, dicendo sua fede repubblicana non permettergli accedere a un programma diverso del suo; piacergli i mezzi, respingere il fine; ma il La Farina in lunga discettazione, mostrogli l’utilità del patto, e ’l non doversi allora guardare né a monarchia né a repubblica, ma fare a ogni modo la rivoluzione, il persuase. Al mattino più fiero diverbio seguì tra il Cavour e il La Marmora, che a nessun patto voleva firmare il brevetto di generale a un Filibustiero (così lo appellava), eppure vi si acconciò. Cotai brogli di Cavour stesso dappoi rinfacciò al La Farina, quando tutti e due si eran rotti col filibustiere fatto redentore; tanto che il secondo per svergognarlo fe’ ciò stampare nel Cittadino di Palermo in novembre 1860. Adunque uscì un decreto del 17 marzo, che fe’ aperto un corpo d’esercito di volontarii, con duce esso Garibaldi, già spada del Mazzini in Roma, ora surto generale regio, a mostra solenne di colleganza tra il re e ’I Mazzini. Questi in men d’un anno videsi condannato a morte da re Vittorio, e alleato alla pari con esso.
Il Cavour cominciò una guerra diplomatica di menzogne e ipocrisie: scrisse a’ quattro febbraio alle Corti europee, ricordando: «le grida di dolore, il congresso parigino, l’Italia speranzosa, l’influenza preponderante dell’Austria, il mal governo degli altri italiani prenci, le popolari scontentezze, e la moderazione, la riserva, la calma, la pazienza del Piemonte. Nondimeno Austria armare, mandar truppe; i suoi uffiziali parlar alto: ciò minacciare il Piemonte. Perciò questo aver fatto l’imprestito di cinquanta milioni, perciò sperare nell’arme sue e degli alleati suoi, per combattere il disordine, o che venga dall’Austria o dalla rivoluzione.» E a 1 marzo mandò altra nota a Londra, accusante «l’Austria di mal governo, pedantismo burocratico, polizia vessatoria, tasse schiacciami, leve militari durissime (e chi non ride?) e più che altro il nuovo concordato col papa, accrescerne i privilegi del clero; per questo essere l’odiatissimo dei governi, per questo la potenza tedesca minacciare il Picee monte, per questo venirne la rivoluzione e la guerra. Essa potersi evitare a condizione: che il Lombardo-Veneto abbia governo nazionale e separato; che si tolgan le truppe austriache dall’Italia centrate e dalle Romagne; che Modena e Parma dieno costituzioni simili alla subalpina, Toscana ripigli quella del 18, e il papa dia separata amministrazione alle provincia oltre l’appennino.» Dettava leggi da vincitore, sicuro che sarieno respinte.
L’esercito Sardo stava tutto sulla frontiera tra Alessandria e ‘l Ticino; gli avamposti austriaci guardavano la linea lombarda. Undici Tedeschi la notte del 19 al 20 marzo passarono per isbaglio il confine al luogo detto Limìdo su quel di Carbonara, e tosto pel ponte di Gravellona si ritrassero. Subito il Cavour lo stesso dì lanciò un dispaccio bellicoso, notando «gli effetti disastrosi che tal fatto degli Austriaci avria provocalo, senza la moderazione del re Sardo!»
7. Proposte di Congresso.
La Russia uscì a proporre che un Congresso de’ cinque primarii Stati d’Europa assettasse le cose italiane. Ciò facea vane le insidie piemontesi: come n’arrivò la nuova, i ministri tennero consiglio; e temendo perdere il frutto di tante macchinazioni, stettero per rompere le dimore e passare il Ticino. Ben lo minacciarono, i giornali sbizzarrivano, parea lo scoppio imminente. Il Cavour a 1.° marzo, quel di stesso ch’aveva sguainate le accuse all’Austria, e dettate le su citate condizioni, scrisse a Londra, chiedenti; s’ammettesse il Piemonte nel congresso; poscia chiamato a Parigi, v’andò il 21, tornò al 1 aprile. Francia, Inghilterra e Prussia accolsero la proposta russa sotto condizioni; l’accolse Austria a’ 25, dichiarando si rispettassero i trattati e i diritti. Londra propose quattro condizioni: modo da pacificare Austria e Sardegna; ritratta de’ Tedeschi dagli Stati papali, e riforme da farvi; modifiche alle convenzioni speciali tra Austria e gli altri Stati italiani; non toccarsi i territorii né i patti del 1815. Russia le approvò a’ 25. Austria al 31 v’aderiva, spiegando: il congresso dovere spingere Sardegna a compiere le sue obbligazioni internazionali; non discutersi la validità de’ trattati, ma se altre corti europee sottoponessero al congresso i trattati loro con le corti italiane, anche Austria il farebbe; in fine dover tutti i potentati simultuaneamente disarmare.
Tai basi al congresso, capaci di seppellire le rivoluzioni, potevan gradire alla gente onesta, non agli ambiziosi. Sursero quistioni secondarie: se disarmarsi prima o dopo del congresso, se da’ soli Tedeschi e Sardi o da tutta Europa, se intervenirvi i piccoli Stati, se con voto consultivo o deliberativo. Parevano le difficoltà risolte, pronto il congresso, assicuravate il Moniteur; e appunto quel giorno nelle Camere inglesi si parlava di pratiche abortite. Il Cavour, parlamentato con Napoleone, sicuro d’aver Francia seco, volendo a ogni conto guerra, vincolò il consenso del Piemonte a non accettabili condizioni. Il ministero Derby fe’ ogni sforzo a impedire la tetta, e propose la mediazione inglese; ma il Bonaparte stretto al Palmerston, che lavorava a risalire in seggio, la rifiutò. Deciso a battaglia, la mediazione temeva, il congresso scherniva.
7. Denunzia di guerra.
Vienna tenendosi derisa, vistasi strascinata a guerra, volle affrontarla. A’ 49 aprile spinse a Torino il barone Kellersperg e ’l cavaliere Boschi, con lettere suggellate da aprirsi colà: giunsero a vespro del 23, e presentarono al Cavour un ultimatum. Ricordava: «Austria aver acceduto a un congresso de’ cinque Potentati per definire le quistioni italiane, ma non potendosi trattar pace con istrepiti d’arme a’ confini, aver chiesto il licenziamento de’ corpi franchi, e ‘l ritorno dell’esercito Sardo all’antico. Inghilterra approvatolo, aver anche offerto guarantia collettiva per sicurezza del Piemonte, questo sembrar rispondere rifiutando, il che obbligar Austria a non movere le sue genti dalla frontiera lombarda, come bramava. Deluse le speranze, fare un supremo sforzo per indurre il governo a Sardo a risoluzioni più miti: il messo tratterrebbesi tre di, dove non venisse risposta da sicurare la pace, sarebbe necessità levar l’arme per averla.»
Emmanuele a’ 22 aprile, prima che l’ultimatum gli arrivasse, divideva l’esercito in cinque divisioni per la guerra, oltre il corpo garibaldese. Poi rispondeva al 26: «La proposta del disarmamento aver prodotto lunghe discussioni tra’ grandi Stati, questi aver offerte condizioni, aderitovi Sardegna, nulla potere aggiungere sulle difficoltà del congresso. La condotta del Piemonte essersi approvata dall’Europa; ora le conseguenze della minacciosa intimazione dover ricadere su chi armava il primo e respingeva le istanze d’una grande nazione.» Ma già quel dì stesso 25, prima che avesse l’ultimatum, avea chiesto e ottenuto dalle Camere la facoltà dei pieni poteri.
Napoleone a’ 20 aprile, facea dire dal Moniteur esser vicino l’accordo, nulla s’opporrebbe al congresso: e il giorno dopo, cioè due dì prima ch’arrivasse a Torino la nota tedesca, die’ l’ordine alle truppe dipartire per Tolone a Grenoble, e per vie ferrate accostarsi alle alpi. Il 22 divisele in quattro corpi d’esercito: serbò a sé il comando, i generali lo stesso giorno spinse in Italia. A’ 26 sbarcavano a Genova i Francesi; inondavano il Novarese e il Vercellese, mentre altri scendevano pel Moncenisio. Cotesto arrivo rapidissimo di centinaia di migliaia di combattenti mostrò studiata e premeditata da lunga mano quella guerra, cui fingeva volere impedire. Arrivava a Vienna il 26 una nota di lui, dichiarante ch’ove il Tedesco varcasse il Ticino, ciò sarebbe dichiarazione di guerra alla Francia. Pio IX ai 27 dava un’enciclica per la pace.
L’Austriaco a tal minaccia, veggendo già le bandiere francesi in Italia, considerata la rapidità della venuta, la preconcetta offesa, gl’insulti sardi, le insidie, le finzioni, i tranelli sì a lungo usati, pensò non potersi trarre indietro senza scapito d’onore; e a’ 29 aprile, quando già i Francesi s’avanzavano sopra Alessandria, passò il Ticino; dando un lungo manifesto alle Nazioni. Noverò le perfidie piemontesi, l’ambizione sabauda, la voglia di pigliarsi Italia, l’essersi alleata alla rivoluzione, l’aver sollevati, chiamati, pasciuti i settarii, e ’l promuovere in casa altrui le ribellioni, per lamentarne ipocritamente i mali e crearsi liberatore. E finiva: «Abborre l’Austria, perché tutelatricc de’ diritti e de’ trattati. Austria nel 1815 ebbe Venezia in cambio del Belgio, e il Piemonte con lo stesso trattato ebbe Genova in cambio di nulla. Austria non vuole altro, il Piemonte vuol tutto; Austria governa con giustizia, né avrebbe felloni, se il Piemonte non li suscitasse. La pretesa delle nazionalità è sovversiva della pace mondiale, ignota alla storia, contraria all’ordine sociale, minaccia di caos. Francia sorregge Sardegna, e la la forte a lacerare i trattati e a sfidare l’Europa, perché quel regnatore di Francia vuol ripigliare le napoleoniche tradizioni. Vegga Europa oggi trattarsi come or la mezzo secolo della indipendenza e della vita degli Stati contro l’ambizione e le rapine. L’imperatore Giuseppe è costretto a cavare la spada per difendere la dignità e l’onore della sua corona, e combattere col sentimento del dritto, e con la fiducia nella Provvidenza.»
Alcuno tacciò il tedesco d’imprudenza pel passato Ticino, quasi sfidasse Francia e aggredisse il Sabaudo, altri disselo arrogante pel chiesto scioglimento de’ volontarii, come volesse comandare in casa altrui. Ma Francia era stata prima a venire in Italia, arca preparata, creata la guerra, rattenersi era mostrar paura. I volontarii, disertori d’ogni Stato, erano insidia e sfida, gl’insulti Garibaldesi e Cavourrini, la rivoluzione sonante intorno, le minacce eran truppe, il sopportarle sconveniva a un grande impero propugnatore del dritto. Piuttosto fu fatto di strategia lo entrar nel paese avverso contro forze doppie, ma se nell’imperatore alemanno fu errore, fu errore d’anima brava.
9. Lega tra Francia, Piemonte e Setta.
Eccoci a un’altra discesa di Francesi in Italia. Scesevi Carlo VIII nel 1494, e benché gl’Italiani lo combattessero, pur né seguirono guai infiniti, e frullò a noi Napolitani due secoli e un terzo di servitù. Vennervi i rivoluzionarii dell’89, e tutta insanguinatala, a noi partorirono il nefando anno 99. Napoleone I gridante libertà e indipendenza si prese Italia, e se la smozzicò a suo grado: Piemonte al cognato Borghese, Toscana alla sorella Elisa, Roma al figlio neonato, Napoli al fratello Giuseppe o al cognato Murat, Genova repubblica spense, Venezia repubblica vendé. Caduto esso, l’Italia tornò alla prisca quiete lunghi anni. Ritornati i Bonaparti, ecco né ritorna la guerra, e né lasciate ignobili catene d’una setta sterminatrice e spogliatrice.
Non fu già guerra di nazione a nazione, ma rivoluzionaria, divampante foco civile. Non so se Napoleone avesse mestieri del braccio settario per aver vittoria, certo né volle l’ausilio, e videsi la bandiera francese, unita alla garibaldese, combattere accanto a quelli avventurieri ch’avea scacciati di Roma, con quel duce stesso nel quale la rivoluzione s’incarna. A un re e a un imperatore fu messo compagno il marinaio Garibaldi, fatto a posta generale regio, per suscitar fazioni e guerre civili tra gl’Italiani. Inoltre Napoleone pose a capo del 5 corpo d’esercito suo cucino, il genero di Vittorio, quello ch’avea testé accolto il mazzo di fiori dello Sterbini, già demagogo a Roma, acciò s’ingegnasse di rivoltare Toscana e Romagna, e farne forse un regno.
La rivoluzione, benché impotente da sola, avesse necessità del braccio francese, pure diceva avversare la straniera dominazione, onde bisognò dissimulare i patti di Plombières. Essa dunque aperto lavorava a pigliarsi tutta Italia, ma i rivoluzionarii eran divisi, chi volea l’Italia del Piemonte, e chi volea farla repubblicana ed una, nondimeno a ribellare repubblicani e regi andavan congiunti, come masnadieri senza fede, solo concordi a pigliar l’altrui. I regi con Cavour si vulcano de’ repubblicani, per ispingerli avanti, e non mantenere le promesse al Bonaparte, e i repubblicani annuirono a servir Vittorio, perché stimavano opportuno d’arrivare alla repubblica una, passando per la monarchia una. La setta fu d’ausilio grande agli alleati, perche colle sue branche in tutta Italia e in Germania, operò da cemento a stringere i faziosi in uno scopo, e da dissolvente a slegare le forze tedesche, a sgominare loro schiere, a spargere spaventi, a ribellar loro le terre alle spalle, e a rattenerli con dubitazioni e sospetti.
10. Manifesti garibaldeschi.
Per fondere in una volontà le due aspirazioni rivoluzionarie e porle in mano al Ministero sardo, s’era istituita a Torino l’Assemblea nazionale italiana con 94 persone, senza mandato di popoli, adunata apertamente a strada Arcivescovato n.° 13, il cui scopo era movere con ogni mezzo le ribellioni in tutte le contrade d’Italia. Né discussero il programma i più saputi cospiratori, dimoranti in Italia e fuori, tra’ quali oltre il Cavour si citavano i noti Pallavicino, Farini, La Farina, Foresti, Garibaldi, Ulloa e Manin. Costui, a conciliare i pensieri d’unità con quei di federazione, inventò la parola Unificazione, significante l’una o l’altra cosa, o tutte e due occorrendo. Il programma volea ch’ogni città avesse un comitato, e così si fece quasi in ogni banda. Organo della società fu un foglio detto II Piccolo Corriere Italiano, mandato in carta velina gratis per la posta, incitante a rivolture e sbandamenti di truppe. Presidente secreto il Cavour, eralo di forma il grosso marinaio Garibaldi, segretario il La Farina siciliano. Questi già scrittore di romanzi, poi d’una rivoluzionaria storia sicula del 18, avea nel 47 scritto nell’Alba, giornale toscano, e nel 18 era stato a Roma col Ventura, il Pisani e l’Amari, come rappresentanti di Sicilia indipendente. Dappoi fattosi unitario, in un conciliabolo a Parigi disse: «Certo la Sicilia deve far parte d’Italia, ma prima si deve vendicare dei Napolitani.» Uniti dunque il Garibaldi, il Cavour e costui, stamparono un manifesto firmato Garibaldi presidente, La Farina segretario, col motto Indipendenza, Unione. Ordinavano che cominciate le ostilità tra Austria e Sardegna, ciascuna città ribellasse gridando Italia e Vittorio Emmanuele; se non si riesce a sollevarsi, i giovani escano armati e corrano alla più vicina città, e in preferenza alle più propinque al Piemonte. S’usino tutti modi da tagliare le comunicazioni a’ Tedeschi: romper ponti, guastar vie, ardere vettovaglie, sperdere vesti, arnesi e foraggi, prendere in ostaggio famiglie a esso devote. Le soldatesche si ribellino ai loro sovrani, e presto vadano in Piemonte. Dove la sollevazione riesce, pigli il governo il più liberale, col titolo di Commessario di re Vittorio, abolisca le imposte sul pane e sul grano, faccia leve di giovani il dieci sul mille, recluti volontarii, e tutti in Piemonte. Subito si depongano magistrati e impiegati non ribelli, e consigli di guerra subitanei giudichino e puniscano in 24 ore ogni attentato contro la rivoluzione. Siasi inesorabile contro i disertori della causa nazionale. Si mandin note a Torino dell’arme e munizioni e denari presi ne’ luoghi sollevati. Requisizioni di cavalli, carri, moneta, navigli, secondo il bisogno. In tutte guise dimostrare l’avversione d’Italia al Tedesco e l’amore a Savoia.» Siffatte e altre minori prescrizioni si davano col nome del Garibaldi generale regio e del La Farina ascoso segretario del regio ministro Cavour, impudente nequizia di quel governo che si diceva assalito. Poco dopo il Garibaldi si dimise da quella presidenza, e creò un’altra società detta La nazione armata, con segretario il milanese medico Agostino Bertani. Il Cavour lasciò fare, perché qualunque si fosse agitazione riusciva allora a’ suoi fini.
Quel manifesto nel nostro regno, dove forte era il governo e fievole la setta, andò piuttosto deriso che letto, e si vide che dopo tante prediche ed esortazioni per aver volontarii, allo stamparsene le liste, non si trovò notato neppure un Napolitano, e solo due Siciliani per la guerra dell’indipendenza. Poco fece il manifesto nel patrimonio della Chiesa, anche perché s’era con serpentino consiglio serbato ad altro tempo lo spogliare il pontefice, ma fé frutto in altri Stati.
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