Alta Terra di Lavoro

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Storie del brigantaggio post-unitario nei Picentini(VII)

Posted by on Dic 21, 2021

Storie del brigantaggio post-unitario nei Picentini(VII)

Voi avete saputo il sito dove nacquero questi due fratelli (i Summa),da chi avevano essi appresa l’arte di comandare uomini, farsi amare, ubbidire,e temere,dove attinsero queste tre sublimi virtù,tanto difficile a godersi,quanto difficile a possedersi.Eppure un rozzo contadino,senza conoscere neanche la z, tartaglione,rozzo,e selvaggio, era temuto ubbidite ed amate da una banda furmidabile, cui riponeva le feducia in lui per la loro salvezza e non restavano mai delusi.Circa due mesi fu sempre con me, apprese così bene l’arta del deludere dell’incannare,e del sorprendere, che non ebbe simile, veloce come il lampo nella defesa,sapeva così bene scegliere la posizione difensive ed offensive che una volta prese, non ce la levava senza grave contusione,con tal tattica e sempre riuscite a sosoprafare forze due volte superiore alla sua, ed io stima che non vi puole essere migliore sensibilità per uno uomo dedite alla Guerra,fourchè la scelta del terreno da manovrare”.
Elogio postumo di Ninco-Nanco scritto da Carmine Crocco e tratto da Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità.     

        

“ Ah, signorì, s’avesse saputo legge e scrive avrìa distrutto lo genere umano”.
   Michele Caruso
“Merito anche pietà e perdono,perché contro la mia indole mi hanno spinto al delitto.Ero sergente di Francesco II, e ritornato a casa come sbandato,mi si tolse il sonetto,mi si lacerò l’uniforme,mi si sputò sul viso e poi non mi si diede più un momento di pace…così per colpa di pochi divenni feroce e crudele contro di tutti; ma io sarei vissuto onesto,se mi avessero lasciato in pace”;
Pasquale Cavalcante prima di essere impiccato.

“Popolo,tu solo puoi ancora salvarmi,per te ho sempre combattuto!  
Il capobanda Giuseppe Schiavone ,prima di essere fucilato a Melfi.

“Chi mal si guverna, prest mor ”
Gaetano Manzo di Acerno

Gaetano Manzo di Acerno era senza dubbio il più scaltro e determinato tra i Capi briganti del salernitano. Nel suo corposo curriculum di guerrigliero non ci sono tracce evidenti di atrocità o atti di barbarie anche se le sue reazioni spesso non era ispirate alle buone maniere. Era inflessibile con le spie, i delatori e i traditori ma questa era la conseguenza di un contesto imbarbarito dove la stessa vita era una guerra e valeva poco o niente. Non era un rozzo capraio come Ciardullo che non era in grado di spiccare il “salto di qualità” né un temerario come Tranchella che si gettava nella mischia anche in condizioni sfavorevoli. A leggere bene la sua storia di fuorilegge s’intuisce che due erano le caratteristiche che gli consentirono di sopravvivere così a lungo, in condizioni spesso disperate: la generosità calcolata verso i suoi uomini, i suoi amici  e verso quel vasto e complesso mondo di sfruttati che fu bollato come manutengolismo e che costituiva il mare magnum dentro cui si alimentava la pianta del brigantaggio. Una “dote” che gli era riconosciuta dagli stessi militari che per lunghi anni gli diedero una caccia spietata. Questo aspetto della “liberalità”, fatta con i soldi degli altri ma pur sempre liberalità , venne colto bene dall’inglese Moens che si stupisce, quasi scandalizzandosi, del prezzo pagato per i generi alimentari dalla banda ai fiancheggiatori, quasi il doppio del loro valore reale. L’inglese con la mentalità mercantile non poteva comprendere che si trovava di fronte a un abile organizzatore di consenso,si direbbe oggi. La distribuzione dei proventi dei ricatti e dei sequestri raggiungevano i paesi e le campagne e consentiva all’ultimo ceto , di guadagnare in cambio della fedeltà al capo, somme di denaro che gli consentivano di vivere meglio.Il brigantaggio era insomma per i contadini e i braccianti, una grande chance per elevarsi dalla condizione di sfruttato a vita, senza speranze per il futuro. L’altra dote, oltre un certo carisma conseguenza di una serie di colpi di mano audaci e spettacolari,  era la tattica brigantesca, cioè la guerriglia: fare imboscate, colpire e fuggire. In occasione del sequestro Mancusi l’effetto-sorpresa,malgrado un incredibile fuga di notizie, fu ancora una volta decisivo. Carmine Donatelli (Crocco) e Ninco-Nanco erano dei maestri in questo tipo di guerra, l’unica possibile,  che spesso fu scambiata per semplice codardia.  
Gareggiava con Mamzo in audacia l’altro famoso Capobrigante del picentino: Luigi Cerino di Gauro. Per certi aspetti ha compiuto azioni ancora più eclatanti, ma ispirate al contrario di Manzo a un impulso anarchico e di distruzione che sconfinava talvolta in sanguinari  atti di vendetta. Ecco, per il nostri lettori un esempio raccapricciante ed inedito di una incursione compiuta dalla banda Cerino nel villaggio di Gauro. Correva l’anno 1866.   
                   
Invasione del villaggio di Gauro da parte della banda Cerino
Al Signor Sostituto Procurare del Re di Salerno il Delegato Capo
Urgentissimo
Montecorvino Rovella, 26 settembre 1866.

Il delegato Capo

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