Alta Terra di Lavoro

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STRAGE DI SCURCOLA MARSICANA (COME A MARZABOTTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE…)

Posted by on Gen 18, 2019

STRAGE DI SCURCOLA MARSICANA (COME A MARZABOTTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE…)

22 gennaio 1861, Scurcola Marsicana, Abruzzo. Parole di chi (Domenico Lugini) quasi cento anni fa ebbe a fare una ricostruzione dell’avvenimento, tutta filopiemontese, però dati i tempi comprensibile, ma è l’unica che ci è pervenuta fra le mani e sulla quale ognuno di noi potrà fare le dovute considerazioni ed estrapolazioni: “Carlo Pietro Quintini, 1° colonnello del 40° fanteria (piemontese) ravvisando che le truppe formanti la sua colonna erano ormai insufficienti ad arrestare le schiere del Loverà (capobrigante), alle quali era dischiuso il piano della Marsica, chiese ed ottenne in rinforzo il 4° battaglione del 6° reggimento fanteria agli ordini del maggiore Antonio Delatila. Disponendo cosí di forze maggiori e nel timore che il Loverà da un giorno all‘altro si sarebbe avanzato contro Avezzano per la via dei Piani Palentini, in difesa di questi collocò a Magliano de‘ Marsi la V e la VI compagnia del 40° reggimento sotto il rispettivo comando dei capitani Giuseppe Rosti e Cesare Cavanna, ed inviò di presidio a Scurcola la XIV compagnia del 6° reggimento sotto il comando del capitano Antonio Foldi. Giuntavi questa il giorno 22 di gennaio, nel pomeriggio vi fu assalita dalle schiere del Loverà, che, sotto il comando di Giacomo Giorgi, improvvisamente piombarono sull‘abitato, prima che la stessa avesse potuto provvedere all‘assetto difensivo del paese. Ma nonostante l‘enorme numero dei nemici, l‘anzidetta compagnia resistette strenuamente e, a furia di assalti e contrassalti, riuscí a sostenere il combattimento per piú di due ore in buone condizioni, favorita specialmente dall‘oscurità della sopravvenuta notte e da una nebbia fittissima che tutto ricopriva. Ma i borbonici, sebbene aspramente contrastati in ogni loro avanzamento, erano già riusciti ad occupare la maggior parte di Scurcola. Avvertito il fragore del combattimento a Magliano de‘ Marsi, si raccolsero prontamente le due compagnie di soldati che colà stanziavano e una cinquantina di guardie nazionali del luogo, per andare a soccorrere la XIV. Mosse per prima a quella volta la VI percorrendo la via del villaggio di Cappelle e con ordine alla V di seguirla a breve distanza … Pervenuti, a qualche ora di notte, non molto lungi da Scurcola, furono accolti da una scarica di piú fucili da alquanti nemici appiattati in un piccolo ontaneto; alla loro pronta risposta con un bel nutrito fuoco, non piú si ascoltarono i colpi degli avversari. Il capitano allora, fatti tacere completamente i suoi, intimò l‘alto “chi va là?”, cui fu risposto “Sardegna” che era la loro parola d‘ordine. Credendo egli pertanto che costoro fossero amici e che, solo, per errore di riconoscimento, avessero fatto fuoco contro di essi, avanzò verso il luogo dell‘imboscata, ma non vi rinvenne alcuno. Erano stati i borbonici che avevano risposto in quel modo per far cessare il fuoco ed aver tempo di fuggire, come poi potette bene accertarsene. Giunto presso Scurcola ebbe la grata sorpresa di trovarvi anche la V compagnia che eravi pervenuta in quel momento, percorrendo un‘altra via piú breve, sebbene assai meno praticabile, perché molto fangosa e segnatamente in quei giorni nei quali era caduta una discreta quantità di neve. E poiché dalla parte superiore dell‘abitato e verso il convento dei cappuccini dal titolo S. Antonio, a duecento metri fuori del lato destro di Scurcola, numerosi ancora si ascoltavano i colpi di fucile, i due capitani fecero suonare le trombe all‘attacco, anche per rendere cosí avvertita del sopraggiunto aiuto la XIV compagnia, ed entrati prontamente in azione, il Rosti di sorpresa occupò l‘anzidetto convento di S. Antonio posto sulla via di ritirata dei reazionari, ed il Cavanna con la VI circondò la borgata ed incalzò i nemici col fuoco e con le baionette. Vedutisi questi assaliti con tanto impeto, per la maggior parte, con a capo il Giorgi, si diedero alla fuga e, dalla parte del convento anzidetto e dalla via del monte che sovrasta Scurcola, si diressero alla volta di Tagliacozzo; altri poi gettate le armi, corsero a nascondersi nelle stalle, nei pagliai e nelle abitazioni dei loro piú sicuri aderenti, ed altri si diedero prigionieri implorando salva la vita. Ma per impedire ogni evasione, le truppe cinsero d‘assedio l‘intera Scurcola. Fin dai primi momenti che la XIV compagnia era entrata in combattimento un sotto-ufficiale della stessa corse di soppiatto ad Avezzano e presentatosi al colonnello Quintini, l‘informò del grave pericolo in cui versavano i propri compagni, perché assaliti con straordinario vigore e da un numero eccessivamente superiore di nemici. A tale tristissima notizia, il Quintini spedí un plotone di cavalleria del X battaglione piemonte reale, per assumere informazioni precise e le altre tre compagnie, cioè la XIII, XV e XVI del VI reggimento sotto il comando del maggiore Delatila. Queste vi giunsero poco dopo della mezzanotte, ma non ebbero che a constatare l‘avvenuta fuga dei nemici e a concorrere con gli altri compagni al già diligentissimo assedio. Appena giorno il maggiore anzidetto emanò un bando con cui, sotto pena di morte, si faceva obbligo ad ogni Scurcolano di denunciare quei reazionari, o sospetti essere tali, che si trovavano nascosti nelle loro case, stalle e pagliai. Quel bando ottenne ben presto il desiderato effetto, perché non vi fu neppure uno di quegli sciagurati che non venisse consegnato, ovvero additato all‘autorità militare; ed il numero complessivo di tutti i prigionieri fu di 277, i quali vennero rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante che sorgeva nella parte inferiore dell‘abitato, senza tener conto di circa altri settanta [79 per l‘esattezza, n.d.r.], che furono fucilati nella mattina del 23 dinanzi all‘anzidetta Chiesa”.
In tempi ritenuti barbari, ultimi anni del VI sec. a. C., Sun Zu, teorico insuperato di arte militare per acume e profondità di pensiero, nel libro L’Arte della Guerra consigliava al re cinese dello Stato di Wu: “Tratta con buone maniere e magnanimità i prigionieri e abbi cura di loro” (II, 19). Quasi un precetto evangelico per quelle feroci belve savoiarde, per loro Sun Zu era uno sconosciuto carneade, né poteva essere altrimenti per una genía di barbari matricolati della peggior specie. Ma un altro pensiero di Sun Zu prorompe energicamente dalla penna, dato che il suo opposto lo stiamo contemplando tragicamente oggi: “La suprema arte della guerra consiste nel soggiogare il nemico senza combattere” (III, 3). Gli altri 277 dicono che furono condotti ad Aquila dalle “patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de‘ Marsi” (Storia della Brigata Aosta), come dire che non arrivarono mai a destinazione, come era costume delle guardie nazionali di risolvere sbrigativamente il “problema” prigionieri. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il manigoldo comandante della colonna infame, il Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò il verbo demenzial-nazista alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria che operava nell’Ascolano, messaggio che fece prendere le distanze perfino ai sostenitori degli invasori, Francia ed Inghilterra:
«Ufficiali, soldati! La vostra marcia fra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna d‘encomio. S.E. il ministro della guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico mirando le vostre penne sulle piú alte vette dei suoi monti, ove si teneva sicuro, le scambiò per quelle dell‘Aquila savoiarda che porta sulle sue ali il genio d‘Italia; le vide, impallidí e si diede alla fuga.
Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali, pietà è delitto, vili e genuflessi quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti ad ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del Vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale quando l‘oro, carpito alla stupida credulità dei fedeli, non basterà piú a sbramare le loro voglie. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotale vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell‘Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall‘immonda sua bava e da quelle ceneri sorgerà piú rigogliosa e forte la libertà».
 Ad Avezzano altri ordini: Pinelli voli a Civitella del Tronto. Da Ponzano, piccola località a qualche chilometro ad est della Fortezza, rifugio tranquillo per degustare con calma la sua ansia e voluttà di uccidere, il perverso duce scrive al comandante della piazzaforte Ten.Col. Ascione, invitandolo alla resa: “Ponzano, 6 dicembre 1860, Il Gen. Pinelli al Comandante la Piazza di Civitella. Sig. Comandante, lo scopo di questa mia è d‘invitarvi a desistere da una resistenza divenuta ormai inutile; se vi arrendete ora, otterrete patti onorati, se no impiegherò le mie Artiglierie rigate a lunga portata e non vi rimarrà piú altra alternativa che di morire di fame o di essere passati a fil di spada” (S.M.E.: Ufficio Storico: Assedio Civitella: G.63/31 in A. Procacci, Storia Militare dell’Abruzzo Borbonico). Fratellanza nordista!
Una decina di giorni dopo, il 3 marzo 1861, il generale piemontese Della Rocca, raccomandabile signore della guerra, comandante generale per le “Provincie Napoletane” messe a ferro e fuoco, con un ordine del giorno, “vero inno al suo prode comandante Quintini” (Guido Cortese), blaterò sul registro musicale del Pinelli: “Soldati … i distretti di Sora ed Avezzano sono pacificati … ecco i felici risultati ottenuti col vostro perseverante valore … Continuate … nella gloriosa via per la quale vi siete messi …”. E nella gloriosa via continuarono i liberatori, per oltre dieci anni, morti infiniti non numerabili come i punti di una retta, finché il nostro popolo, abbandonato da tutti (anche dallo Stato della Chiesa una volta amico), avette ’a acalà ‘e recchie e ridursi, da soggetto attivo sulla scena del mondo, a colonia senza storia, senza dignità, senza radici, in una parola senza identità culturale, dominata da genti barbare a causa della canea infame degli unitaristi di marca risorgimentale e dei politici meridionali, senza eccezione, tutti di marca servile.
 Altre prodezze del 40° fanteria
Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni delle prodezze della colonna infame. Il 40° fanteria dei drautti Pinelli e Quintini lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in altrettali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo, in centinaia di piccole località, etc. etc.: in totale alle orde centronordiste, per le buone opere compiute in dieci anni, furono elargite 4 medaglie d’oro, 2375 d’argento, 5012 menzioni onorevoli sul cui rovescio stava scritto: sangue meridionale. Secondo Cesare Cesari (Il brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, pag. 167) le ricompense furono dispensate in numero esiguo (!) per “misura di opportunità politica del momento”. In particolare circa il 40° fanteria furono assegnate: 2 medaglie d’oro agli infami polemarchi Pinelli e Quintini, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alla truppa. “

fonte http://www.ondaradio.info/index.php/notizie/cultura/item/42564-

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