SU QUESTE NOTTI IN CUI SI CELEBRA L’ASSENZA DELLA TRADIZIONE

Alcune veloci considerazioni attorno al moltiplicarsi di notti in cui si celebra, senza neanche saperlo, l’assenza della tradizione, in alcuni casi anche vilipesa e maltrattata.
Come ogni anno, dopo la Notte della Taranta, si aprono le polemiche tra puristi e modernisti, gli uni e gli altri fuori bersaglio perché là dove c’è un palco, semplicemente, non c’è tradizione che è tale solo nel vivo delle pratiche di una comunità. Parti anche significative della tradizione possono essere assunte come elementi caratterizzanti di una proposta di spettacolo, che è quanto fa da ormai trent’anni questa manifestazione, con alti e bassi che più che in relazione alla tradizione andrebbero però giudicati secondo criteri propri del mondo dello spettacolo.
Nulla da dire dunque nel merito di questa proposta: ognuno è libero di disporre del proprio tempo come meglio ritiene, e ancora di più lo sono gli enti pubblici nel decidere come investire le risorse di cui dispongono. Ma tutto sarebbe più semplice se si procedesse con più trasparenza, senza intorbidare inutilmente le acque della comunicazione: non è tradizione ma un uso mirato di alcune delle sue componenti in vista di un evento mediatico, piegato alle logiche ancora più distanti della televisione e utile come marketing territoriale.
E lo stesso potrebbe dirsi ovviamente di altre notti, anche quella dei serpenti d’Abruzzo, se non fosse che in quel caso pare che gli enti pubblici abbiano destinato alla realizzazione dell’evento fondi e risorse destinati alla promozione del dialetto, delle culture orali e addirittura delle vie della pastorizia in Abruzzo, il che non si ottiene chiedendo alla star di passaggio di cantare in abruzzese i suoi brani più famosi, a meno di non volere precipitare nell’avanspettacolo con una riduzione parodistica e caricaturale della stessa tradizione.
Basterebbe, insomma, un poco di rispetto e garbo in più per quella stessa tradizione che si dichiara di voler omaggiare, magari evitando anche altre mistificazioni in cantiere in altre notti, questa volta sotto il cielo della Campania dove un evento analogo è intestato alla memoria di Roberto De Simone che per tutta la sua vita, quali che fossero le sue ragioni, ha invece fortemente deprecato e avversato manifestazioni del genere fino a ritenere che le “Istituzioni napoletane abbiano uno spiccato trasporto per la necrofilia, per la rivitalizzazione di cadaveri culturali, per i revival di defunti fastigi”.
Del resto, come era già successo in Abruzzo dove la notte per la tradizione si era tenuta in contemporanea alla festa di Sant’Andrea, la storica festa della marineria pescarese, a Napoli l’evento in questione si tiene l’11 e il 12 settembre, in contemporanea e in sovrapposizione alla “Juta a Montevergine”, il pellegrinaggio dedicato a “Mamma Schiavona”, la Madonna Nera, che chiude il ciclo dei pellegrinaggi alle Sette Madonne, nel cui nome si apre la monumentale ricerca sulle tradizioni campane di Roberto De Simone, con un rimando esplicito fin dal titolo
“– Era nera.
– Allora so’ sett’ ’e ssòre.
– Eh… sette sòre.
– So’ sei belle e una brutta.
– Sei’ belle e una… un’ ’a chiammano brutta, però chella brutta è cchiù bella.
– Chella cchiù brutta è cchiù bella.
– È ’a Maronn’ ’e Muntevergene.
– È ’a Maronn’ ’e Muntevergene”
Qui info sul volume con sette cd di Roberto De Simone, “Son sei sorelle. Rituali e canti della tradizione in Campania”, dal quale sono tratti i virgolettati
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