Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

SULLA NOSTALGIA E SU POSILLIPO (“‘o nnapulitano, è lingua che si difende da sola!” PARTE II)

Posted by on Lug 18, 2020

SULLA NOSTALGIA E SU POSILLIPO (“‘o nnapulitano, è lingua che si difende da sola!” PARTE II)

Carissima Ass.Id.Alta Terra di Lavoro,

poichè, magnanimo, hai pubblicato (“posted on Giu 10, 2020”) sul “nostro” blog il mio precedente scritto in argomento

e poiché il mio primogenito Luigi (che mi ha letto! ed ha anche apprezzato! tanto che) mi ha fornito degli interessantissimi spunti in argomento, che vanno assolutamente condivisi, continuo il “pariamiento”, con la speranza di non urtare troppo la suscettibilità del carissimo Erminio, tetragono nel suo scetticismo.

Sono “solo” due capitoletti senza nessuna conclusione (!?), che lascio, confidando sul prosieguo della tua magnanimità, a chi avrà, ugualmente, la bontà di continuare a leggermi.

I) LA NOSTALGIA

Narra Omero (Odissea, V) che nell’isola di Ogigia la giovane e bellissima ninfa Calipso (semidea, perchè figlia del dio Atlante e di una mortale, tuttavia col privilegio dell’immortalità, anche condivisibile) riceve il perentorio ordine da Zeus di sciogliere Ulisse dal potentissimo incantesimo cui l’aveva soggiogato e di lasciarlo libero.

Calipso obbedisce ma (da donna!) lo fa a modo suo; nel senso che libera Ulisse dall’incantesimo comunicandogli che, se vuole, è libero di partire e che tuttavia al contempo, se lui liberamente deciderà di restar con lei, riceverà da lei in cambio il dono dell’immortalità e del suo eterno amore.

Ulisse, dopo essersi risvegliato dal torpore cui Calipso lo aveva costretto, assapora subito la libertà riconquistata, lasciando la meravigliosa grotta in cui aveva vissuto la sua aurea  e lussuriosa prigionia per ben sette anni, e si reca su uno scoglio in riva al mare a pensare ed a riflettere.

Qui Omero ne descrive mirabilmente lo stato d’animo, dilaniato da due opposti sentimenti:

= su un primo piatto della bilancia gravitano forte la promessa della meravigliosa e giovane Calipso, che lo affrancherà per sempre dal peso del suo “viver (mortale) come bruto facendogli divinamente e definitivamente raggiunger virtute e canoscenza (eterno amore ed immortalità)”;

= sul secondo piatto della bilancia gravitano altrettanto fortemente il ricordo della sua terra, dei suoi sudditi, della sua sposa e regina Penelope, ancorchè sicuramente invecchiata come lui.

Mentre il primo pensiero assai alletta la mente di Ulisse, viceversa il secondo pensiero ne sopraffà il cuore e lo spirito, tanto che, come sempre narra magistralmente Omero, il sale delle onde del mare che si frangono sullo scoglio, inzuppandolo, si mescola col sale delle sue lacrime, che copiose solcano il volto dell’eroe.

Cosicchè Ulisse, sconquassato da questo secondo sentimento decide di abbandonare Ogigia e Calipso e di fare, finalmente, ritorno in patria.

Omero è assolutamente magistrale a descrivere questo secondo sentimento di Ulisse e tuttavia lui, che è così prodigo di definizioni, non definisce questo sentimento per quel che è per il semplice motivo che a quei tempi (a.C.; paradossale ma vero!) la parola “nostalgia” non esisteva.

Questa magica parolina, “nostalgia” appunto, viene coniata ed inventata solo  sul finire del XVII secolo da Johannes Hofer, uno studente alsaziano di medicina a Basilea con la pubblicazione nel 1688 della sua tesi di laurea dal titolo “Dissertazione medica sulla nostalgia“.

Questo studente infatti aveva focalizzato la sua tesi dissertando sulle sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia, costretti a stare a lungo lontani dai monti e dalle vallate della loro patria.

Lo studente alsaziano, con piglio clinico, si era accorto che questi mercenari svizzeri, benchè fossero delle invincibili macchine da guerra, in quanto uomini assai alti e con possenti spalle ed ancor più possenti braccia, molto ricercati per i loro servizi militari, durante la loro leva mercenaria pativano fortemente la lontananza dalla loro terra natia tanto da ammalarsi irreversibilmente ed in alcuni casi addirittura da morirne.

Lo studente alsaziano per la sua tesi conia allora questa nuova parola “nostalgia”, che, secondo l’uso da sempre corrente in medicina, è crasi (unione) di tue antichi termini greci: “νόστος” (=”nostos“=ritorno a casa) ed “άλγος” (=“algos”=dolore), quindi vuol dire “dolore del ritorno a casa”, ovvero esattamente quello che prova Ulisse quando piange sullo scoglio di Ogigia.

Se non che. . .

Il brillante studente alsaziano, pur avendo esattamente dissertato sulla “nuova malattia” da lui brillantemente scoperta, tanto che la sua tesi ottiene  il privilegio della pubblicazione, erra nel coniarne il termine.

Eh già!

Gli antichi greci, infatti, per definire il senso della nostra unica parola “dolore” avevano al contrario ben nove termini, ognuno caratterizzato da sfumature diverse che li differenziavano l’uno dagli altri, tanto che il “dolore da lutto” ed il “dolore da parto” avevano termini specifici loro propri; rispettivamente “πενος” (=penos) ed “οδις(=odis). Per la cronaca noto che dei nove termini greco antichi solo tre/quattro sono stati coooptati nella moderna medicina.

In particolare tra tali vari termini greco antichi “άλγος” (= algos) è propriamente il dolore generico che normalmente non conduce alla morte; mentre “λυπη” (=lupè) e/o λυπον” (=lupon) è viceversa il dolore nell’animo e nel corpo; esattamente quello che prova Ulisse ad Ogigia e quello che conduce addirittura alla morte i mercenari svizzeri.

Evidentemente nel coniare questa nuova parola (nostalgia) lo studente alsaziano, benchè assai brillante nel piglio clinico, è tradito dalle sue antiche origini celtico/galliche, quelle stesse che avevano indotto Giulio Cesare (cfr. “De bello gallico”) a definire quelle antiche popolazioni con l’attributo di “barbari”.

Al contrario in una famosa canzone classica napulitana(“Duije paravise”) l’autore E.A. Mario rispetto al paradiso divino fa preferire ai due vecchi professori di concertino quello loro proprio di Sorrento e Marechiaro, tanto che se ne scendono dal paradiso e se ne tornano a Napoli.

In realtà con Sorrento e Marechiaro ed anzi prima di loro c’è pure Posillipo, che qui finalmente scende in campo e lo fa (perdonami Erminio!) a gamba tesa franca e vincente (assolutamente invisibile al var).

Quindi, paradossale ma vero, in pieno stile juventus!!…..

II) POSILLIPO

Narra il mito post-omerico che, dopo che Ulisse (sempre lui!) riesce, grazie al noto stratagemma, ad ascoltare indenne il meraviglioso canto delle sirene, una di queste, di nome Megaride, la preferita della loro regina Partenope (a quei tempi si usava anche così), prende  a seguire da lontano la nave dell’eroe, anche solo per poter ammirare da lontano il suo nuovo amato.

Secondo questo mito Megaride è in totale balia a quel sentimento che gli antichi greci definivano “ιμερος” (=imeros). E già perchè di nuovo gli antichi greci per la nostra unica parola “amore” avevano anche qui ben cinque termini, ognuno con sfaccettature diverse dall’altro; in particolare questo termine (“imeros”)noi lo traduciamo attualmente con la perifrasi “avere le farfalle nello stomaco”.

Al riguardo segnalo che questo stato d’animo, tipico dell’età adolescenziale e di quella pre-senile (in realtà per l’agire di combinazione di ormoni parzialmente diversi), porta spesso ad assumere comportamenti tutt’altro che razionali, come il prosieguo del mito confermerà e come anche attesta l’altra nota vicenda di Medea con Giasone.

Val ugualmente la pena di rimarcare che le sirene erano esseri assai speciali, dotate di un canto celestiale ed infingardo ma, contrariamente a quella che è la vulgata comune (Andersen; Walt Disney; Rai TV; la stessa Piazza Sannazzaro a Napoli), non erano donne/pesce bensì donne alate; a comprova di quanto affermo basta fare una passeggiata al “M.A.N.” visionando ivi i numerosissimi reperti pompeiani in argomento e, per ulteriore conferma, un’altra passeggiata nel secondo angusto vicoletto (via Giuseppina Guacci Nobile; immediatamente successivo  -stesso lato-  alla sede centrale della “Federico II” (procedendo verso la stazione ferroviaria), per visionare “a gratis” la fedelissima copia della “fontana della Spinacorona” (che la vulgata comune appella affettuosamente “la fontana della zizzona”); il cui originale è conservato ed esposto al Museo di San Martino, sempre a Napoli (qui, normalmente, si paga!).

Torno al mito post-omerico, che narra che Megaride è stata letteralmente folgorata da Ulisse sia per la sua proverbiale astuzia che per il suo indiscusso fascino ma temendo, causa l’astuzia dell’eroe, per la sua stessa sorte si tiene a debita distanza da lui, volando così in alto che ad un certo punto perde contatto visivo con la nave dell’eroe.

Vani sono tutti i tentativi di Megaride di tornare ad individuare l’amato, che accortosi dell’accaduto è assai guardingo, infinito è il dolore nell’animo che deriva alla sirena.

Megaride, tuttavia, non si arrende e prende a volare incessantemente per tutto il Mediterraneo, di tal che al dolore dell’animo si aggiunge anche quello nel corpo, fiaccato dalla fatica.

Ad un tratto Megaride, sempre più spossata nello spirito e nel corpo e sempre più convinta di aver irrimediabilmente perso l’oggetto del suo amore, quindi in preda ad un dolore totale, giunge in una piccola baia sormontata da una rigogliosa collina poco più a nord dell’allora ancora non esistente Neapolis e qui resta letteralmente ammaliata dall’incantevole bellezza di quel posto.

Quindi, esausta, smette di volare e da altissima altezza si lascia precipitare in mare, dove va a sfracellarsi; perdendo la vita, come un kamikaze.

Per tutto il lungo tempo della caduta Megaride con la sua splendida voce canta un canto celestiale fatto di due sole parole ripetute incessantemente e celebrative di quell’incantevole luogo:

πάυσι” (=pausi=ciò che fa cessare) e “λυπον” (=lupon=dolore nell’animo e nel corpo).

I nostri antichi antenati, genti osche, quindi barbare anch’esse, che popolavano le rupi scoscese di quell’incantevole baia, ammaliati da quel sovrumano spettacolo e dal quel melodioso canto  hanno fatto crasi (unione) di quelle due parole e quindi hanno preso a chiamare quel luogo Posillipo, iniziando così ad affrancarsi dalla condizione di barbari.

III) “L’OMME TENE ‘A PAROLA E ’O VOIE ‘E CORNA. . . .”

Ho promesso all’inizio di non trarre conclusioni.

Resto tetragono anche perché diversamente correrei seriamente il rischio (come da titolo) di divenire emulo di Romeo; evidentemente nell’accezione gallica(/alsaziana) non in quella (ben peggiore!) napulitana.

Un’altra cosa però la devo assolutamente fare. Si tratta di “crianza”, che a Napoli è per definizione “bbona”.

Devo quindi pubblicamente ringraziare, e di vivo cuore, il mio carissimo amico medico dott. Raffaele, che, benchè di origini salernitane, è divenuto membro attivo e fattivo di questa associazione identitaria laborina.

Questo “pariamiento”, infatti, non l’avrei potuto fare senza i preziosissimi suggerimenti medico/scientifici/etimologici di Raffaele, per altro estortigli ed elargitimi in questo (solo!) caldo luglio (non afoso, come gli ultimi passati; sarà un effetto del lockdow?).

Che dice sig. Feltri Vittorio, ne vogliamo parlare? Sempre che la Sua quarantena sia scontata e conclamata!

Dal profondo Sud della “olim Campania Felix”

brigante Martummè

3 Comments

  1. Il riferimento polemico a Feltri stroppea un pariamento che dalle lacrime di Odisseo ci aveva condotto, via Alsazia e via Posillipo, ben oltre l’Olimpo. Peccato perché contenuti e forma sono impeccabili. Anzi la scrittura è scorrevole, incalzante e piacevol

  2. ?

  3. eh…il lockdow gioca brutti scherzi, o belli… ci permette di vagare con la fantasia distogliendoci dalle impellenze pratiche lavorative troppo assillanti a volte…in fondo “no tutto il mal vien per nuocere”!…forse era anche la condizione di omero che, mi sembra di ricordare, era cieco… caterina ossi

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