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Tangentopoli ha la stessa data di nascita dell’Unità d’Italia

Posted by on Lug 29, 2021

Tangentopoli ha la stessa data di nascita dell’Unità d’Italia

Abbiamo studiato come i Savoia abbiano conquistato il Regno delle Due Sicilie, abbiamo studiato anche come sia stata domata la popolazione del sud che si era ribellata, abbiamo visto come si siano impadroniti delle nostre ricchezze, abbiamo visto l’uscita di scena dei Borbone e quella dei Savoia.

Tutto questo sarebbe stato un inutile esercizio se non ci fossimo posti l’obiettivo di dimostrare che la nostra situazione attuale di popolazione colonizzata ha quelle cause storiche.

Vediamo allora quali conseguenze hanno avuto quegli avvenimenti sulla nostra vita quotidiana.

In questo articolo parleremo di Burocrazia, Tangentopoli e Mafia. Parleremo in seguito di Banche, Risparmio Postale, Enel, Privatizzazioni di industrie statali, Delinquenza, Fisco, e diremo anche della vita dei nostri bambini …

Partiamo dalla burocrazia che affligge il nostro rapporto con le istituzioni dello stato, ancora oggi savoiardo.

Facciamo due esempi di burocrazia piemontese.

Primo esempio. Dagli atti parlamentari (Vol. IV Pag. 107) della Camera dei Deputati del Regno di Sardegna – 5 Maggio 1852.

Il relatore, On. Farina, descrive gli stadi che occorrono per l’approvazione di un’opera pubblica riconosciuta necessaria.

L’ingegnere provinciale il quale riconosca l’opportunità di un’opera nuova lungo una strada regia, che percorre la provincia nella quale esercita il suo ufficio, ne informa l’ingegnere capo e l’Intendente provinciale, che ne avvertono l’Intendente della divisione, il quale rassegna la cosa all’Azienda generale dell’Interno, che, o direttamente, o previa comunicazione al ministero dei lavori pubblici, ordina di formare il relativo progetto. Questa previdenza è partecipata all’Intendente generale e all’ingegnere capo, che trasmettono le occorrenti disposizioni all’Intendente della provincia ed all’ingegnere che deve compilare il progetto formale dell’opera. Il progetto preparato è riveduto e corretto dall’ingegnere capo, e, o per il canale dell’Intendenza generale, o direttamente viene trasmesso all’Azienda dell’Interno la quale promuove su di esso il parere del Congresso permanente di acque, ponti e strade, che lo approva o prescrive modificazioni o variazioni per l’inserzione delle quali il progetto è nuovamente rimandato all’Azienda dell’Interno, e da questa, o per la trafila dell’Intendenza, o direttamente è trasmesso all’autore con l’invito di conformarsi ai suggerimenti e alle prescrizioni del Congresso permanente medesimo. Il progetto dell’autore emendato è, per il consueto canale, nuovamente trasmesso al Congresso permanente, che approvandolo lo invia all’Azienda generale dell’Interno, la quale previa autorizzazione del Ministero inserisce la spesa nel bilancio.

Secondo esempio. Da “A. Plebano – Storia della finanza italiana dalla costituzione del nuovo Regno alla fine del secolo XIX, Vol. I: dal 1861 al 1876 – Torino 1899.”

Un funzionario torinese, il Lencisa, così descriveva nel 1853 le operazioni da eseguire per un pagamento dello stato:

Un Ministro, in virtù dell’autorizzazione sovrana, dove è prescritta dalla legge, ordina la spedizione di un mandato sui fondi disponibili di una categoria del suo bilancio. Ora il Ministro deve perciò scrivere una lettera ufficiale all’Azienda generale cui spetta, la quale sta a due passi dal ministero, affinché rilasci il mandato in discorso. L’Azienda generale, fatto il mandato, lo invia al Ministero da cui è partito l’ordine firmato dal Ministro, e questo deve mettere ancora sul mandato la propria firma. Ciò fatto il mandato è rimesso alla stessa Azienda generale, la quale deve farlo passare al vicino ufficio di controllo. Qui il mandato va dapprima all’ufficio di registrazione, dove è registrato, come si certifica con apposita firma dell’impiegato a ciò delegato, e poi passa nelle mani del Controllore generale, il quale pure deve firmarlo. Dopo ciò il mandato si riporta dal Controllo all’Azienda generale da cui fu rilasciato e questa Azienda generale deve rimetterlo all’Ispezione generale dell’Erario, dove si deve egualmente registrare e far munire della firma dell’Ispettore generale. Ora dall’Ispettore generale torna per la quarta volta all’Azienda generale dalla quale partì, e deve essere sottoposto ad una nuova registrazione sul libro mastro dell’Azienda medesima.

Che casino! Riconoscete in quello che avete letto come ancora oggi lo stato abbia una burocrazia piemontese?

Ed ora una citazione, di marca piemontese, sulla burocrazia borbonica. Da “Il Segretariato generale delle finanze di Napoli dal 1 Aprile al 31 Ottobre 1861” – Napoli 1861.

Relazione a firma di Sacchi, segretario generale inviato da Cavour. Trovava il Sacchi meno costoso che in Piemonte il sistema tributario, ammirava la semplicità dei mezzi di riscossione; lodava il sistema di tesoreria; la direzione del debito pubblico gli pareva così buona che voleva “modellarvi il servizio del debito pubblico nazionale”.

Le aziende finanziarie “ottime dal lato del meccanismo amministrativo, lasciano ben poco a desiderare dal lato del personale”. In generale, secondo il Sacchi “molte belle intelligenze vi si facevano rimarcare. E checché voglia dirsi in contrario vi si trovavano uomini di grande istruzione. Le scienze economiche, altrove generalmente sconosciute alla classe degli impiegati, erano qui generalmente professate. Facili e pronti i concetti, purgata ed elegante la lingua, si scostavano le scritture degli uffici da quello amalgama di parole convenzionali che altrove rimpinzano le corrispondenze ufficiali. In una parola, nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napolitane si trovavano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato governo.”

Quindi, quando siamo vittime di una ottusa ed arrogante burocrazia, correttamente dovremmo imprecare: “Burocrazia piemontese!” dove piemontese si carica di significati negativi (o, per chi vuole, sarà il termine burocrazia che si caricherà di significati negativi a causa dell’aggettivo piemontese!).

TANGENTOPOLI

Definiamo innanzi tutto il termine Tangentopoli come collusione tra rappresentanti delle istituzioni ed operatori economici, al fine di trarne vantaggi privati. In questo senso Tangentopoli è nata nella stessa data della nascita dello stato unitario italiano.

Il primo provvedimento preso dal governo piemontese fu quello di nominare Luogotenenti e Prefetti direttamente collegati al governo piemontese (questa norma piemontese dura ancora oggi alla faccia del decentramento e della regionalizzazione!). E subito i provvedimenti di questi ultimi, e quelli governativi, furono in linea con Tangentopoli.

Furono date concessioni di linee ferroviarie, telegrafiche, furono date autorizzazioni all’esercizio del credito, privative sulla riscossione dei tributi, concessioni sulla vendita di beni demaniali, eccetera, eccetera. Combinazione erano quasi tutti, i personaggi beneficiati, piemontesi. E chi non era piemontese era lombardo o toscano, con qualche eccezione. E questa norma non scritta proseguì fino agli anni ’80 quando si aggiunse anche qualche romano alla lista dei beneficiati. E la norma ha fatto ingrassare quelli del nord con la prima Grande Guerra, la norma divenne patto iniziale durante il fascismo, la norma si è consolidata negli ultimi 50 anni ed è attualmente vigente. Quelli del sud visti gli effetti della norma, cercarono di adeguarsi: anch’essi volevano entrare nel club dei beneficiati. Niente da fare: riservato, il club, a chi è del nord!

“Al massimo, se in cambio mi sostieni al potere, posso darti la provvigione (possiamo dire il pizzo?) del 10% sugli affari che io concluderò!” E … il tizio del sud accettò.

E da allora abbiamo avuto, noi del sud, oltre che il peso degli iscritti al club (Mediomafia), anche quello dei rappresentanti degli iscritti al club. Alcuni iscritti al club: Bastogi, Agnelli, Rossi, Marzotto, Rattazzi, Pirelli, Olivetti, De Benedetti. Alcuni rappresentanti degli iscritti al club: Croce, Crispi, Gava, Pomicino, Colombo, Gaspari, Lattanzio.

MAFIA

Quando il buon Garibaldi arrivò in Sicilia, si sa, aveva 1.089 uomini. Pochi giorni dopo il suo sbarco, a Palermo, aveva migliaia di persone al suo seguito (e già all’epoca li chiamava “picciotti”!). Perché la storia non dice (per la verità la storia lo dice, non lo dicono quelli che hanno interesse a falsare la storia!) che in quel momento fu stabilito un patto tra le ex guardie dei campi degli ex feudatari e lo stato? E che quel patto non si è mai rotto fino ad oggi?

Nel primo decennio del 1800 ebbe fine la feudalità cioè l’assoluto dominio, da parte del feudatario, principe, conte, marchese o barone che fosse, sul territorio del feudo e sulle persone che lo abitavano. Un vero e proprio piccolo stato nello stato, con la sua struttura amministrativa, giudiziaria, di polizia. Nei feudi siciliani, enormi per estensione, le funzioni di polizia erano svolte dai campieri che vigilavano sulle proprietà del feudatario. Una delle ragioni dell’insofferenza della Sicilia verso il regno dei Borboni fu proprio il desiderio dei feudatari siciliani di costituire un regno autonomo per ritrovare la perduta potenza.

La principale ragione dell’appoggio dato a Garibaldi dai feudatari siciliani fu questa. Ecco perché tanti “picciotti” accompagnarono Garibaldi. Ma quell’avvenimento non avrebbe avuto niente a che fare con il fenomeno moderno della Mafia se gli inviati dei Savoia, non avessero direttamente patteggiato con quei campieri facendoli diventare, in quel momento, mafiosi. Con quel patteggiamento nacque la collusione tra lo stato ed i mafiosi, patteggiamento che dette coscienza ai mafiosi della loro potenza.

E già nelle prime elezioni, dopo l’unità, i mafiosi controllarono i consensi elettorali … e la tradizione si è tramandata.

Quando i campieri hanno avuto coscienza della propria potenza è nato il fenomeno della Mafia moderna per il quale i due contraenti, i mafiosi ed i politici, trovano intese per reciproche convenienze, i primi appalti e favori, i secondi consensi elettorali.

Una riprova del fatto che fosse una strategia voluta e studiata? A Napoli, pochi giorni dopo i fatti siciliani, il primo Ministro dell’Interno dello stato unitario arruolò i delinquenti come poliziotti.

Ecco l’inizio della Mafia e della Camorra così come le intendiamo ora. Prima organizzazioni di guardie private e di delinquenti, poi organizzazioni di delinquenti insieme allo stato. E lo si è visto nel 1945 sia in Sicilia che in Campania come la Mafia e la Camorra abbiano surrogato lo stato e lo abbiano supportato, tanto che dovremmo ora dire che la Mafia e la Camorra sono tra i padri fondatori di questo stato.

Il fenomeno della delinquenza associata al potere si è trasformato da contadino ad industriale e, poi, a postindustriale. L’interesse del nord d’Italia è quello di tenere viva l’attenzione sugli aspetti cruenti del fenomeno. Con le campagne di stampa sugli orrendi assassinii, si cela il vero problema della Mafia dai grandi capitali investiti e da investire. (In quali regioni o in quali nazioni vengono investiti quei capitali? Chi li gestisce?).

E grazie a queste ben orchestrate campagne di stampa la Mafia è associata all’Italia meridionale nell’immaginario di tutte le popolazioni del mondo: ci sembra logico che le grandi multinazionali preferiscano l’Irlanda e la Spagna invece della mafiosa Italia meridionale!

E questo è sempre frutto della mentalità piemontese, travasata nello stato unitario, che non era (e non è) interessato alla qualità della vita dei suoi sudditi, ma solo all’interesse di una piccola quantità di “potenti”.

E’ corretto, dopo aver esaminato i problemi relativi alla burocrazia, alla corruzione, alla delinquenza, affermare che lo stato piemontese, divenuto unitario, ha contribuito, almeno, ad aggravarli? Piove?! Governo savoiardo!!

Carmine De Marco 

fonte

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