Alta Terra di Lavoro

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Tra storia e mito

Posted by on Giu 23, 2020

Tra storia e mito

Tempo addietro un alto personaggio pubblico, in una dichiarazione dal tono sentenzioso ebbe ad affermare “La storia non si riscrive”. Un’espressione che mi ha colpito, vorrei dire quasi ferito, perché segno inequivocabile di una cultura deformata e deformante frutto di un sociologismo che, anche nelle sue implicazioni storico-politiche, ha condizionato pesantemente e negativamente il pensiero italiano negli ultimi tempi, come riflesso dell’onda lunga delle “verità di Stato” imposte nei paesi di quello che fu il cosiddetto “socialismo reale”, dove la parola “revisioni-smo” era sinonimo di antistato e, per quanti ne venivano riconosciuti “colpevoli” c’erano il gulag o la rieducazione coatta in istituti psichiatrici.

Espressioni concrete di questa pseudo cultura ne abbiamo registrate fino a poco tempo fa allorché squallidi personaggi, dalla nomea di ”Libertari” organizzavano sistematici picchettaggi all’Università “La Sapienza” per impedire di tenere le sue lezioni ad uno dei massimi storici del Novecento, Renzo De Felice, additato alla pubblica esecrazione perché revisionista.

Fernand Braudel, che pure apprezzava Carlo Marx per la concezione di ampio respiro che questi ebbe della storia, scrisse al riguardo: “le colpe dei sociologi sono di studiare unicamente il tempo presente come se il presente fosse una realtà. E’ una realtà fugace e c’è nel presente una massa enorme di passato. Ma la storia tradizionale ha considerato spesso avvenimenti e personaggi senza inquadrarli nel tempo in cui si son svolti”. Riferendosi a Filippo III, da lui studiato in modo analitico ed approfondito, egli disse anche che “guardare un uomo del XVI secolo con gli occhi del nostro tempo è un’operazione assolutamente pericolosa”. Ed all’obiezione che, in tal modo, la storia risulterebbe un enigma senza risposta, egli replicò che “in verità se si arriva alle conclusioni di storico con troppa rapidità e con troppa forza, quel che si ritiene probabile lo si presenta come certo e quel che è certo lo si presenta senz’altro come verità, con il rischio di deformare il messaggio della storia”. “Per me – scrisse Braudel ” la discussione non è mai terminata e non c’è alcun libro che non verrà di nuovo riscritto”.

L’enigma trova perciò una risposta se essa viene offerta a livelli diversi e Braudel cita, a mo’ di esempio, la battaglia di Lepanto: il primo livello è quello del luogo in cui si svolge la battaglia, che è quello degli eterni conflitti fra l’Est e l’Ovest; il secondo è che la guerra contro gli infedeli, la Crociata o la Jihad tra l’Islam e la Cristianità, rappresenta la guerra degli anni difficili: quando tutto va bene non ci si batte tra cristiani e musulmani, sicché dopo il 1570/75, quando la situazione del mondo si ristabilisce, allora per i cristiani arrivano le guerre di religione in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi e i musulmani vanno a combattere contro gli iraniani. Il terzo livello, infine, è quello che viene definito con un francesismo, degli aspetti evenemenziali, che attengono alle circostanze della battaglia, alle strategie, alle forze in campo agli elementi anche accidentali che ne hanno condizionato lo svolgimento e ne hanno determinato l’esito concreto.

A queste valutazioni del Braudel sono da accostare le analisi compiute da uno studioso dell’Università del Wisconsin, Carl A. Rubino che, qualche anno addietro, pubblicando un acuto saggio critico sulla nota opera di Umberto Eco “Il nome della Rosa”, richiamandosi alle teorie di Thomas Kuhn e di Réné Girard, ha illustrato i meccanismi e le reazioni che si instaurano dopo il superamento di una crisi storica e culturale. ”E’ innegabile ‑ ha scritto il Rubino ‑ che i gruppi umani, raggiunto un certo livello di sviluppo, ritengano di esagerare e di distorcere i difetti del loro modo di esistenza precedente, sicché il passato prossimo non è solo una rosa ormai sfiorita: è un fiore sinistro, un’escrescenza velenosa che ci distruggerà se prima non la distruggiamo noi. L’ordine precedente deve essere rappresentato come qualcosa di totalmente malvagio…”.

L’irrazionalità di tale meccanismo e l’estremo danno culturale che ne deriva sono di immediata comprensibilità ed assumono dimensioni ancora maggiori tutte le volte che il nuovo “paradigma” risultante dalla distruzione dell’ordine precedente e, soprattutto, dall’affermarsi del concetto di ”capro espiatorio” elaborato dal Girard, conseguono ad una crisi maturatasi e, soprattutto risoltasi in modo violento.

Tutto ciò. comunque, spiega sul piano della psicologia di massa, a livello scientifico e assai meglio del detto di uso comune che “chi vince ha sempre ragione” la demonizzazione che normalmente viene operata del modello trascorso il quale, soltanto al momento della formazione di un terzo “paradigma”, può sperare di essere riabilitato. Così, ad esempio, il medioevo, relegato fra il ciarpame per lunghi secoli, specie dopo la riforma protestante e durante lo svolgersi dell’Illuminismo, venne riscoperto e rivalutato nei suoi profondi valori spirituali e culturali solo con l’affermarsi dei Romanticismo.

Ed una riprova della fondatezza di tale assunto ci è offerto proprio in termini di estrema attualità: se uomini come Vittorio Foa e Luciano Violante hanno potuto adoperare espressioni di comprensione e di rispetto per quanti aderirono alla Repubblica Sociale, se il Sindaco progressista di Roma ha potuto proporre di intitolare una piazza della Capitale a Giuseppe Bottai, ciò è avvenuto perché un nuovo paradigma si è formato con la condanna e in larga misura con la demonizzazione di quella che viene definita ”la prima Repubblica”.

Talvolta, però, anche questa sorta di riabilitazione postuma si presenta problematica e difficile per la presenza di un fattore non trascurabile che, assumendo, in positivo o in negativo, soprattutto se riferito a vicende o a persone che segnano la storia dei popoli, il valore di mito, finisce con il condizionare o cristallizzare a lungo ogni ulteriore processo dialettico, aggiungendo un non meno pregiudizievole elemento di irrazionalità.

E’ in questa direzione che deve essere inteso il titolo della presente conversazione, “Tra storia e mito”, assumendo quest’ultimo termine non nel senso di narrazione fantastica che assurge, all’alba della storia dei popoli ad un valore simbolico, ma nel senso di rappresentazione ideale o ideologica, è proprio il caso di dirlo, di determinate realtà o di determinati aspetti della realtà, in una parola di mitizzazione.

Pertanto, sullo sfondo di questa conversazione, non si scorgeranno certamente i poeti ed i metafrasti ma, se vogliamo, i sociologi e gli ideologi.

La consapevolezza del fattore d’irrazionalità nella storia ‑ ma è più corretto dire nella storiografia (la confusione fra i due termini è ormai un’inestirpabile acquisizione del senso comune e bisogna in qualche modo rassegnarsi a tale uso improprio) ‑ ha indotto uno scrittore della levatura di Jorge Luis Borges ad affermare testualmente “che cosa è la storia se non la nostra immagine della storia? Un’immagine che migliora sempre il proprio oggetto, che tende alla mitologia, che forse non somiglia affatto alla realtà”. E lo stesso disincanto tale consapevolezza provocò in Leonardo Sciascia e lo indusse ad affermare il primato della letteratura sulla storia: ”per quanto mi riguarda, io scopro nella letteratura quel che non riesco a scoprire negli analisti più elucubranti, i quali vorrebbero fornire spiegazioni esaurienti e soluzioni a tutti i problemi. Si, la storia mente e le sue menzogne avvolgono di una stessa polvere tutte le teorie che dalla storia nascono”. Lo stesso Sciascia fa dire all’abate Vella, protagonista del “Consiglio d’Egitto”, che è  “tutta un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e ad un certo punto se ne andrà pure l’albero: in fumo, in cenere…”. Solo che l’abate Vella, nel confronto con l’atroce e secolare impostura della storia, sceglie, con il suo falso storico, di opporre la menzogna alla menzogna. E pur nel suo fondamentale pessimismo, Sciascia coglie questa realtà, sforzandosi sempre di non rinunciare a quella che può essere seppure filtrata da una sorta di verità intuitiva, la onestà della ricerca. Certamente Sciascia non è uno storico, né pretende di esserlo. Certe sue valutazioni nell’opera “Dalle parti degli infedeli”, ove narra delle vicende del vescovo Angelo Ficarra, o nell’ ”L’Affaire Moro” appaiono suscettibili di forti valutazioni critiche. Tuttavia ebbe un grande amore per i fatti storici ed un grande gusto per la ricerca che, supportati da una conoscenza assolutamente eccezionale della realtà effettuale e dell’animo dei siciliani, lo portò con mano sicura a contribuire a quell’opera di demistificazione della storia che oggi appare più che mai necessaria. Valga per tutti il saggio ”Il mito del Vespro” inserito nell’opera “Cruciverba”, ove egli dopo aver percorso tutti i sentieri tracciati dalla letteratura e dalla storiografia sul Vespro, da Dante a Fazello a Michele Amari a De Santis, inquadra le riflessioni che, soprattutto nell’Ottocento, si operarono sul tema come finalizzate a supportare l’anelito di indipendenza nazionale che all’epoca agitava le coscienze, contrapponendo alla mitizzazione operata da Giuseppe Verdi ed incentrata sulla congiura di Giovanni da Procida, l’altra mitizzazione della sollevazione di tutto un popolo contro la mala signoria, per concludere, così come aveva fatto Elio Vittorini, con una lettura del Vespro come reazione, che chiude la porta alla Francia ed alla cultura europea più viva, per aprirle alla Spagna, d’accordo in questo anche con Benedetto Croce che aveva scritto testualmente: “Il Vespro Siciliano che ingegni poco politici e molto retorici esaltano ancora come un grande avvenimento storico, laddove fu principio di molte sciagure e di nessuna grandezza”. Lo storico inglese Steven Runciman, pur lodando l’opera dell’Amari, ne ha ravvisato il lato debole, certamente costituito dagli intenti di ordine politico che l’animarono, scrivendo che l’Amari ebbe il torto di ”considerare i Siciliani del tredicesimo secolo come se fossero patrioti liberi del diciannovesimo secolo”. Ma Sciascia, probabilmente, coglie nel segno quando scrive che ”quelli che fecero il Vespro, che si mossero a gridar “mora, mora!” contro lo straniero, contro l’oppressore, in nome della loro fame e della loro passione, non seppero se servivano la rivoluzione o la contro rivoluzione. Fecero un grande tentativo di mutare la loro sorte, di restituirsi alla dignità”. E mi pare, questo di Sciascia, un nobile esempio di demistificazione della storia con il rigore dell’intelligenza.

Rilettura, quindi, e conseguente riscrittura della storia. Anche la Chiesa cattolica, ultimamente in modo particolare ha avuto il coraggio di operare tale rivisitazione, come dimostrano le posizioni assunte, anche ai massimi livelli su avvenimenti e personaggi. Rivisitazione radicale talvolta, al punto di provocare reazioni in ambienti più spiccatamente conservatori, ma non bastevole, secondo altri, che fingono di ignorare che la Chiesa non può non riguardare il tutto alla luce di una verità assoluta in cui trova posto il contingente ma che non può essere ribaltata dal contingente. E il paradosso sta in questo, che sono proprio i più tenaci avversari di una revisione della storia civile ad accusare la Chiesa Cattolica di essere tiepida sul problema. Così se certe aggiornate valutazioni e certi recenti giudizi sul potere temporale, sui rapporti con altre confessioni cristiane, su personaggi come Galileo e Savonarola sono state accolte con sufficienza e con l’aria di dire “noi avevamo ragione, l’avevamo detto da tempo” sotto altri aspetti sono state accolte con ostilità le prese di posizione dei Papa in occasione della beatificazione di 64 vittime vandeane della rivoluzione francese, quando il Pontefice ebbe ad affermare “su questo Continente, nel quale oltre 200 anni fa si proclamava il programma della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità, purtroppo stravolgendolo ed inquinandolo col sangue di tanti innocenti, bisogna che risuoni con una forza nuova il programma della libertà alla quale Cristo ci ha chiamati. Soltanto la libertà per la quale Cristo ci libera può diventare fonte di uguaglianza e di fraternità. Essa non è libertà fine a se stessa, e cioè una libertà egocentrica che, come l’esperienza dimostra, finisce spesso per diventare devastante, bensì un mezzo meraviglioso per raggiungere il fine, l’amore che genera fraternità”. Parole queste che per il loro valore universale potrebbero essere accettate tutti senza riserva sol che si rimuovesse, ad opera di un laicismo neo illuministico che sembra voler occupare gli spazi lasciati vuoti dalla disfatta del materialismo storico, quel ”dogma laico” attraverso il quale l’Illuminismo pretende di proiettarsi nella storia e di condizionarne lo svolgimento, “dogma laico” le cui implicazioni negative sul piano culturale, oltre che teologico, sono state evidenziate con assoluta chiarezza a Ignazio Dimino nella nota opera “Io, il fuoco che brucia”.

Una delle figure più mitizzate della storia è indubbiamente quella di Cicerone. Ciclicamente, infatti, si affermano dei personaggi che incarnano il ruolo del “giustiziere” e nei quali il popolo e, assai spesso, le generazioni successive, ravvisano in modo acritico la personificazione della tutela della legalità contro ogni forma di ingiustizia e di prevaricazione grazie soprattutto alle circostanze del momento politico in cui agiscono o alle proiezioni, di natura prevalentemente ideologica, che i loro atti e le loro affermazioni offrono all’analisi sovente interessata degli storici e che vengono, acriticamente ripetiamo accettate a livello di opinione comune, sicché molti aspetti essenziali, pur comprovati dai documenti ed evidenziati da altri storici, restano sullo sfondo per molti degli specialisti ed ignorati a livello di opinione generale. L’inchiesta contro Verre, le Orazioni contro Catilina e Marco Antonio ed inoltre le innumerevoli pronunce di Cicerone sugli aspetti più svariati della vita e della morale, lo hanno presentato e continuano a presentarlo come il difensore più limpido del diritto e della morale e come il tutore più intransigente della res publica. In innumerevoli occasioni le sue opinioni sono state presentate come norme inderogabili dell’ “honeste vivere” e ricordo in ultimo come agli esami di maturità dell’anno 1995 sia stato proposto un suo testo di versione, tratto dal “De Repubblica” con il titolo “Chi propone ai cittadini leggi e regole di vita sia il primo ad osservarle”, una sorta di predica ‑ con tutto il rispetto dei predicatori ‑nella quale tra l’altro è detto ”Nam divitiae, nomen, opes vacuae consilio et vivendi atque aliis imperandi modo dedecoris plenae sunt et insolentis superbiae, nec ulla deformior species est civitatis quam illa in qua opulentissimi optimi putantur” (infatti le ricchezze, la fama, i mezzi privi di perspicacia e di una norma di vivere e di comandare sugli altri sono pieni di disonore e di arrogante superbia, né c’è alcun tipo di Stato più difforme di quello in cui i più ricchi sono considerati i migliori). Un testo dei genere, in sé ineccepibile, non v’è chi non veda obbedire e corrispondere ad un chiaro significato politico, anche se penso sarebbe lecito a ciascuno domandarsi – e tale provocazione, come tutti sappiamo, non è esclusivamente teorica – se siano da preferire i politici che vengono agevolati dalle ricchezze di cui dispongono piuttosto che quelli che si dedicano alla politica proprio per conseguire la ricchezza. Ma il problema non è questo. Il problema è di vedere come si pone, concretamente Cicerone rispetto a queste sue enunciazioni e come punto di partenza e come svolgimento della sua attività pubblica. Egli ebbe intanto il supporto determinante di una posizione economica assolutamente invidiabile ‑ la moglie Terenzia apparteneva a famiglia di ricchissimi latifondisti e Plutarco ci informa che gli portò una dote di 120.000 denari cui presto si aggiunse un’eredità di altri 90.000 denari. Possedette innumerevoli ville in Lazio e Campania e soprattutto, per raggiungere e mantenere il potere, si avvalse dell’appoggio dell’oligarchia senatoria più reazionaria, operando sempre, con astuzia incallita e talvolta con autentica ipocrisia, per sostenerne le ragioni e gli interessi. In una società che dopo le prime guerre civili era stata totalmente sconvolta., non capì o finse di non capire i fermenti nuovi che si agitavano e, nel gennaio del 63, riuscì a far bocciare l’innovatrice legge agraria del tribuno Servilio Rullo appoggiata vanamente da Giulio Cesare. Ancora, egli si oppose, definendolo assieme agli ottimati un provvedimento demagogico, all’abolizione dei debiti registrati, che invece nella sostanza era una misura di risanamento ‑ già adottata in parte dalla Lex Valeria dell’87/86 e che poi sarà ripresa da Cesare nel 44 ‑ misura di equità  e di risanamento in una società in cui gli usurai praticavano interessi elevatissimi, che arrivavano ai 2/3 annuali dei valore dei prestito, sistema adottato in via generale proprio dagli ottimati: basta ricordare che Giunio Bruto, l’austero cesaricida, il “libertatis auctor” esponente di rilievo della corrente oligarchica, si faceva pagare tassi annui di interesse del 48% in violazione della Lex Petelia‑Papiria che fissava il tasso massimo di interesse al 12% annuo.

Ancora, proprio per rimarcare l’”equitas” e la ”pietas” dell’arpinate, è opportuno ricordare come, nel 63, egli impedi l’abrogazione della Lex Cornelia dell’82, la legge che era stata voluta da L. Cornelio Silla, secondo la quale i discendenti dei proscritti non potevano ricoprire cariche magistratizie dello Stato, privando di fatto numerosissimi ed incolpevoli cittadini romani dei loro diritti e perpetuando una grave discriminazione la cui abolizione sarebbe stata assai utile per svelenire il clima della res publica, rasserenare gli animi e realizzare quella “concordia ordinum” che Cicerone, a parole, dichiarava di propugnare. Per eliminare tale iniquità sarà necessario che si combatta un’altra guerra civile e solo nel 49, dopo l’affermazione di Cesare, sarà possibile ripristinare il diritto. E’ difficile credere che Cicerone non si rendesse conto di tutto questo ed è pertanto consecuenziale desumere che in lui lo spirito di faziosità prevalesse ampiamente sulla conclamata volontà di perseguire realmente gli interessi dello Stato. Questi aspetti della sua personalità emergono in modo chiaro nel suo comportamento e nella sua impostazione politica in ordine alla vicenda di Catilina, che è uno degli episodi della storia romana su cui si è maggiormente scritto da parte dei contemporanei e dei posteri, e sul quale perciò ci si limiterà ad alcune brevi notazioni. E’ opinione generale, va intanto detto subito, che le famose quattro “catilinarie” indiscutibile capolavoro oratorio e letterario, siano state rielaborate in un momento posteriore alla loro effettiva pronunzia e ciò non soltanto nella forma espositiva ma anche nel contenuto, come moltissimi autori e in ultimo Nicola Criniti, ritengono, con aggiunte tendenziose “ex eventu” da parte dell’oratore, quasi a giustificare le violazioni della legalità che da parte di Cicerone e del senato furono commesse, e ciò potrebbe da solo costituire un indizio che tali violazioni, più che essere state operate per la concitazione dei momento, erano perfettamente tenute presenti ‑ e non sarebbe stato possibile d’altra parte che esse fossero sfuggite ad un attento causidico quale era Cicerone. E’ fuor di dubbio inoltre che Catilina, fino all’estate del 63 agì nella più perfetta legalità pur con un programma, di chiara impronta democratica, che gli ottimati, rappresentati da Cicerone, definirono eversivo e demagogico, anticipandone ad arte i connotati di rivoluzionario e di nemico dello Stato. Ma l’atto emblematico di tutta la vicenda ‑ abbiamo parlato di violazioni della legalità ‑ resta la condanna a morte dei Catilinari: secondo la Lex Porcia del 199 un cittadino romano non poteva essere mandato a morte senza la “provocatio ad populum”, il diritto di appello al popolo; diritto che fu platealmente violato da Cicerone che, tuttavia, sapendo quanto poteva giovargli l’esser ritenuto liberale in quei tempi di grandi sommovimenti politici, cercò di fare in modo che quello spargimento di sangue non venisse a lui direttamente imputato. Pertanto provocò la sentenza di morte e l’esecuzione immediata degli arrestati in violazione della Costituzione, richiedendo ed ottenendo astutamente il coinvolgimento del Senato. Il Mommsen usa al riguardo parole durissime: “Il console, angosciosamente intento come tutti i vigliacchi ad evitare l’apparenza della viltà e tremando in pari tempo dinanzi alla terribile responsabilità, convocò nella sua angustia il Senato e gli lasciò la facoltà di pronunciarsi sulla vita e sulla morte dei quattro detenuti. Ciò a dir il vero non aveva senso, poiché il Senato, secondo la Costituzione, aveva meno facoltà di pronunciare tale sentenza che non il console, mentre tutta la responsabilità cadeva legalmente ancor sempre su questo; ma ‑ conclude il Mommsen ‑ quando mai fu logica la vigliaccheria?” Così. la stessa notte, gli arrestati vennero tradotti nel carcere che poi fu chiamato “Mamertino”, ai piedi del Campidoglio. Lo stesso Cicerone condusse Lentulo, mentre i pretori conducevano gli altri congiurati che, consegnati ai carnefici vennero subito strozzati, mentre il console aspettava davanti alla porta la fine dell’esecuzione per poter pronunciare rivolto agli astanti la famosa parola “vixerunt”. Per questo nobile atto il Senato, su iniziativa dei più ragguardevoli personaggi del patriziato, Marco Catone e Quinto Catulo, salutò l’autore della condanna con l’appellativo, usato per la prima volta, di “padre della patria”.

Quest’appellativo lo ritroviamo nel corso della storia altre volte. Tutti ricorderanno che venne attribuito anche al Re Savoia detto anche “Il Galantuomo”. Sarà l’ultima volta o forse la penultima, se vogliamo dar credito a qualche storico anglosassone che ha voluto conferire tale titolo anche al noto gangster Lucky Luciano, per il ruolo determinante che si vuole questi abbia avuto per favorire lo sbarco degli Alleati in Sicilia nel ’43. In seguito, caduta in desuetudine la parola “patria”, abbiamo avuto tanti Padri, ma della Repubblica. Se poi siamo stati tutti veri padri o, almeno in parte, dei “padrini” è un giudizio ancora in corso di sviluppo.

Certamente Catilina, che da lì a poco morirà combattendo valorosamente a Pistoia, si rivoltò contro lo Stato e sotto questo profilo non merita giustificazione. Egli inoltre non agì con quella perspicacia che la situazione avrebbe richiesto e che forse gli avrebbe consentito di fronteggiare più accortamente le manovre della classe oligarchica, ma, soprattutto, perse la partita e perciò ci piace riportare le parole che il nostro Matteo Sortino ‑ in un dramma che certamente meriterebbe di essere rappresentato, “Morte presso Pistoia” ‑ gli fa pronunziare prima della battaglia decisiva: “E la Storia dirà, se vinceremo, che fu un colpo di genio, come una grande battaglia vinta con l’astuzia; e se soccombiamo che fu il più efferato atto brigantesco dell’efferato Sergio Catilina. E sarà, veramente, l’uno o l’altro, perché l’essere dell’atto presente giace nel suo problematico evento..”.

Passiamo ora ad occuparci di un argomento che, per le connotazioni che ha assunto nell’opinione generale, per gli aspetti che ad esso vengono attribuiti, nell’immaginario collettivo, di sopraffazione di violenza, di ferocia, di sadismo, di barbarie, può ben considerarsi come uno dei miti più radicati, in negativo, della Storia: l’Inquisizione.

L’Inquisizione è un termine che in realtà si riferisce a tre distinte istituzioni: l’Inquisizione medioevale, sorta nel 12° secolo, l’Inquisizione spagnola istituita da Sisto IV su sollecitazione di Ferdinando d’Aragona e di Isabella di Castiglia nel 1478, e la cosiddetta Inquisizione romana, la cui esatta denominazione è quella di “Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione” istituita da papa Paolo III nel 1542. Limitandoci alla Inquisizione medievale, cercheremo di illustrarne al meglio gli aspetti più autenticamente storici, relativi alle ragioni della sua nascita e al contesto storico in cui maturò, alle conseguenze di ordine politico e sociale che da essa scaturirono, nonché alle procedure da essa adottate in concreto.

Generalmente si ritiene che il tribunale dell’Inquisizione abbia costituito lo strumento ordinario adoperato dalla Chiesa per combattere l’eresia. In realtà la difesa dell’ortodossia è stata sempre affidata, in via primaria, all’episcopato e, fino al secolo XII, le eresie erano state combattute solo sul piano dottrinale e con mezzi spirituali, poiché portavano a deviazioni di contenuto squisitamente teologico. Perché dunque sorse l’Inquisizione? Bisogna considerare preliminarmente due aspetti della società medievale: il primo è quello dell’intima, inscindibile compenetrazione tra fede e società civile, per il che, chi attentava alla fede insidiava la società e perciò assai spesso le eresie provocavano reazioni più violente fra i laici che fra i religiosi; il secondo è quello del sorgere di eresie a carattere popolare che, dal dissenso nella dottrina sconfinavano sistematicamente nell’eversione dell’assetto istituzionale. Il movimento ereticale che in questa direzione segnò un vero e proprio spartiacque col passato fu una dottrina dal fondamento manicheo, quella dei Catari, che è stata definita come il “totalitarismo della morte” perché, propugnando un’innaturale austerità della vita, condannava il mondo materiale, vietava la procreazione, sosteneva il suicidio e l’omicidio degli oppositori e teorizzava il rifiuto di prestare il giuramento, su cui si fondava il mondo feudale e, in genere, tutta la vita civile dell’epoca. Tale eresia si diffuse, tra il XII e il XIII secolo in tutta l’Europa, suscitando in primis le reazioni più energiche del potere civile. Basta qui ricordare come il più inflessibile nemico dell’eresia sia stato proprio l’imperatore Federico II di Svevia, lodato in ogni tempo da storici delle più svariate scuole di pensiero e considerato oggi come un anticipatore, un precursore di quello che viene definito lo ”Stato laico”. Né la reazione fu meno violenta a livello popolare e ciò a causa dei disordini spesso sanguinosi, con incendi, saccheggi e rivolte che i Catari propriamente detti e le molteplici sette da loro derivanti, come quella dei cosiddetti dolciniani, provocavano un po’ dovunque. In una situazione del genere la Chiesa non poteva non intervenire. Così dopo alcuni provvedimenti dei papi Lucio III e Innocenzo III (Concilio di Verona per imporre ai vescovi di visitare due volte l’anno le diocesi per contrastare le eresie; affidamento all’Ordine cistercense dell’incarico di predicare e disputare pubblicamente contro gli eretici per confutarne le dottrine; cosiddetta crociata contro gli Albigesi, i Catari di Linguadoca, che avevano costituito, protetti dal Conte di Tolosa, un vero e proprio Stato) papa Gregorio IX nel 1231, con la costituzione “Excommuni-camus” nomina per la prima volta gli inquisitori permanenti. Qualche decennio prima San Domenico aveva fondato l’Ordine dei frati Predicatori, poi noti come Domenicani, proprio per contrastare l’eresia con la predicazione itinerante. E fu proprio ai superiori di tale Ordine e dell’altro Ordine mendicante, quello dei Francescani, che il Papa delegò il compito dell’Inquisizione. Come si vede il compito primario di tali Ordini non fu di istruire i processi ‑ extrema ratio ‑ ma quello di combattere dottrinariamente le deviazioni, cosa in cui riuscirono in larga misura per la profonda preparazione teologica e per lo spirito evangelico di povertà autenticamente vissuta, sicché essi, ben presto, riuscirono, con innumerevoli conversioni a privare l’eresia della sua base sociale. Possiamo a questo punto riportare le parole di uno storico protestante, Henry Charles Lea, pur critico nei confronti dell’Inquisizione, ma che tuttavia, nella sua opera “A history of the Inquisition of the middle ages” è costretto ad ammettere che in quei tempi “la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso”.

Ma quali erano i sistemi, quali erano le procedure con cui operava l’inquisizione? Dobbiamo dire subito che, grazie alla disposizione, sempre attuata, di mettere per iscritto le fasi dei singoli procedimenti, le deposizioni, le testimonianze e le sentenze, si dispone di una quantità di dati tali da consentire, specie oggi, quando gli studi storici sull’argomento vengono abbondantemente ripresi, una visione realistica ed autentica dell’organizzazione e della prassi dell’Inquisizione, capace di fugare in larga misura quei luoghi comuni che ne hanno mistificato l’immagine offrendocene un quadro a volte fosco a volte caricaturale. Innanzitutto l’incolpato aveva la facoltà di ricusare gli inquisitori o i suoi assessori o di dimostrare che i denunciatori o i testimoni a suo carico erano suoi nemici personali. Nel caso in cui l’inquisito confessava l’eresia, l’inquisitore diventava suo confessore e cessava di essere il suo giudice, infliggendogli una penitenza canonica. il Concilio di Narbonne del 1243 decretò infatti: “agli eretici, ai loro partigiani ed ai loro sostenitori che si sottometteranno volontariamente verrà risparmiata la prigione. Dovranno portare delle croci cucite sui loro abiti, presentarsi tutte le Domeniche fra l’Epistola ed il Vangelo davanti al prete con una verga e ricevere la disciplina. Lo faranno anche in tutte le processioni solenni. La prima Domenica di ogni mese, dopo la processione o la messa visiteranno in abito di penitenza le case della città o del borgo. Assisteranno tutte le Domeniche alla messa, ai vespri, ai sermoni e faranno dei pellegrinaggi”.  Non si trattava, peraltro, di penitenze cumulative ma quasi sempre alternative, le cui caratteristiche sono state illustrate dal De Cauzons nella famosa opera “Histoire de l’inquisition en France”. Se l’inquisito non confessava allora si procedeva alla causa vera e propria, con l’escussione dei testimoni, mentre l’imputato restava in stato di detenzione e, come ultima ratio si adoperava la tortura, mezzo indubbiamente ripugnante ma “normale” in tutte le procedure giudiziarie non solo di quell’epoca, ma di molte epoche successive. Ricordiamo, per inciso, che secoli considerati civilissimi come il XVII e il XVIII consideravano la tortura come un mezzo del tutto lecito e che si dovette arrivare al regno di Luigi XVI per vederla sparire da ogni procedura. Senza volere minimamente giustificare tale pratica, dobbiamo però dire che essa, nel tribunale della Inquisizione, non venne assolutamente adoperata con quella sistematicità e con quella crudeltà esagerata che è divenuta leggenda, bensì in casi del tutto eccezionali e con le più grandi precauzioni. Ad esempio occorrevano almeno due indizi gravi; dovevano essere stati esauriti tutti gli altri mezzi di investigazione; il suo impiego non era lasciato all’arbitrio dell’inquisitore ma vi si doveva ricorrere solo a seguito di un giudizio presieduto dal vescovo diocesano, come stabilito dal Concilio di Vienna dei 1311; doveva essere evitato di arrivare ad eccessi “citra membri diminutionem et mortis periculum”. Il protestante Lea, prima citato ha scritto: “è degno di nota che nei frammenti di procedura inquisitoriale che ci sono pervenuti, i richiami alla tortura siano singolarmente rari”. Franco Pappalardo ha dimostrato nel saggio “Lo scandalo dell’inquisizione tra realtà storica e leggenda storiografica”, pubblicato recentemente con una introduzione di Franco Cardini dell’Università di Firenze, che proprio a Tolosa, uno dei centri più vivaci dell’eresia, la tortura tra il 1309 ed il 1323, su 636 processi, venne utilizzata solo una volta. Certamente ci poterono essere e ci furono degli abusi, come ne esisteranno sempre in tutte le istituzioni umane, ma ad essi i papi si sforzarono in ogni modo di porre rimedio. Così Innocenzo IV nel 1246 ed Alessandro IV nel 1256 ordinarono ai provinciali ed ai generali dei due Ordini di deporre gli inquisitori che avessero dimostrato crudeltà; Clemente V comminò la scomunica per quegli inquisitori che avessero approfittato delle loro funzioni per lucrare illeciti guadagni ed estorcere denaro agli accusati; lo stesso Clemente V ordinò ai vescovi di segnalargli personalmente ogni abuso connesso alle procedure inquisitoriali e di denunciare i colpevoli. Altro aspetto certamente condannabile, perché costituiva un attentato al sacro diritto della difesa, era quello che l’imputato non poteva farsi assistere da un avvocato. Bonifacio VIII aveva stabilito ”Concedemus quod in inquisitionibus hereticae pravitatis negotio procedi possit simpliciter et de plano et absque advocatorum ac judiciorum strepitu ac figura” (concediamo che in materia di eresia si possa procedere direttamente senza il chiasso e l’apparato degli avvocati e dei dibattimenti). Tutto ciò non può essere negato, ma va radicalmente ridimensionato. Infatti solo qualche anno dopo Eymeric nel suo Directorium scrisse: “Defensiones iuris sunt ei concedendae et nullatenus denegandae. Et sic concedentur sibi advocatus, probus tamen et de legalitate non suspectus, vir utriusque iuris peritus et fidei zelator, et procurator pari forma” (i diritti della difesa vanno permessi ed in nessun modo denegati concedendo un avvocato, purché probo ed incorruttibile, esperto in ambedue i rami dei diritto e zelante nella fede, o un procuratore provvisto degli stessi requisiti). Jean Baptiste Guiraud, lo storico che forse più di ogni altro ha approfondito realtà ed aspetti dell’Inquisizione medievale, in un’opera che è stata ripubblicata ultimamente con presentazione di Vittorio Messori, ha individuato numerosi registri dell’epoca in cui figurano in modo indubitabile, in processi inquisitoriali, menzioni di avvocati e, addirittura, le contabilizzazioni delle relative parcelle. Bisogna dire, inoltre, sempre avuto riguardo alla procedura, che secondo la Bolla “Licet ex omnibus” di Urbano IV dei 1261 era necessario che l’Inquisitore si facesse assistere da persone probe ed oneste, religiose o laiche, “de quorum consilio ad sententiam vel condemnationem procedi volumus”, una sorta di giuria, per la prima volta istituita, che decideva in merito al valore da dare alle testimonianze e che suppliva, in una certa misura, alla mancanza di pubblicità del dibattimento.

Parlando ora delle pene, la nostra mente si rivolge subito a quella terribile del rogo, che più di ogni altra ha contribuito a suscitare nel corso dei secoli il terrore e ad alimentare il mito di un’Inquisizione inumana e spietata. Ebbene, diciamo subito che tale tremendo castigo venne introdotto non dall’Inquisizione ma proprio dall’Imperatore Federico II che, con l’editto di Amalfi del 1229, esteso nel 1232 a tutti i territori dell’Impero, aveva dichiarato l’eresia crimine di lesa maestà comminando il rogo per il colpevole impenitente “auctoritate nostra ignis iudicio concremandus”.

Con ciò si dimostra ulteriormente quanto detto più sopra circa la valenza civile‑sociale e politica oltre che religiosa, assunta all’epoca dall’eresia. Tale estrema pena (le altre erano l’ammenda, l’incapacità civile, la confisca dei beni, il carcere) che si comminava con l’abbandono al braccio secolare dell’inquisito, venne in realtà applicata in percentuali assai modeste. Il più famoso degli inquisitori medievali, il domenicano Bernardo Gui, su 930 sentenze emesse, di fronte a 139 assoluzioni complete ed a moltissime sanzioni minori, comminò soltanto 42 condanne di “relicti curiae seculari”. Il Gui fu uomo di grandissima sensibilità e profonda cultura ed è considerato uno dei più notevoli storici del Trecento ed il massimo storico domenicano dei medioevo, ciò che sarà Tommaso Fazello per l’epoca successiva. L’immagine che ce ne offre Umberto Eco nel citato “Il nome della rosa” è un’immagine distorta e falsa, volta a coonestare essenzialmente una tesi precostituita, che obbedisce ai soliti luoghi comuni e ne accentua, se possibile, la portata, la tesi di una Chiesa nemica della cultura e della libertà e che conduce, alla fine, all’affermazione nichilistica di un nominalismo assoluto, come dimostrano le parole con le quali si chiude il libro “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (l’archetipica rosa è solo un nome ed i nomi che possediamo sono vuoti). La figura di Bernardo Gui offertaci da Eco, come molti ricorderanno, viene ripresa nella nota versione cinematografica, volta a concretizzare un sensazionalismo a buon mercato capace di eccitare la fantasia degli spettatori, ma assolutamente fuorviante sul piano storico: il domenicano viene inizialmente inquadrato da lontano, su uno sfondo cupo di nebbie e con un’ampio mantello svolazzante che lo fa assimilare più al conte Dracula che ad un religioso; poi, a lungo, viene inquadrato di spalle, come per suscitare un senso di angosciata aspettazione nell’attesa di vederlo in faccia; infine viene presentato il suo volto, improntato ad una espressione truce e disumana e con gli occhi iniettati di sangue, mentre il religioso, coll’immancabile contorno di sicuro effetto scenografico di catene, tenaglie, ferri arroventati ed altri strumenti di tortura, parla col tono di un esaltato aguzzino. E’ anche questo tipo di letteratura che crea, o almeno alimenta e perpetua, i miti e le mistificazioni. Vogliamo concludere con un elogio dell’Inquisizione? Non proprio. Ci basta aver tentato di rimuovere quell’immagine distorta che, generatasi con il Protestantesimo e consacrata dall’Illuminismo e da certo pensiero laicistico, viene sempre proposta con l’obiettivo, non tanto inconfessato, di additare all’esecrazione degli spiriti liberi la Chiesa cattolica. Nessuno potrebbe pensare oggi di riproporre tale istituzione ed essa va vista nel contesto in cui sorse e nelle ragioni che la ispirarono. L’Inquisizione comportò indubbiamente degli eccessi, anche gravi, che noi non possiamo che respingere senza mezze misure: ma tali eccessi. come abbiamo visto, vanno imputati in larghissima misura agli uomini, in minore percentuale all’istituto in sé e per sé ed alle condizioni dei tempi ed in nessuna misura al magistero della Chiesa. L’affermazione di Bernard Délicieux “San Pietro e San Paolo, se fossero vissuti in questi tempi e fossero stati accusati di eresia, si sarebbero trovati nell’impossibilità di difendersi e sarebbero stati senza dubbio condannati” si può accettare solo come un paradosso, un brillante paradosso, degno di Voltaire, ma come nulla di più. In realtà penso che nessuno di noi, in nessun momento, eviterebbe di sottoscrivere proprio le seguenti parole di Bernardo Gui sulla giustizia (Practica): “L’amore della verità e la pietà, che sempre devono risiedere nel cuore di un giudice, brillino nel suo sguardo, affinchè le sue decisioni non possano mai sembrare dettate da cupidigia e da crudeltà. Nelle questioni dubbie il giudice deve essere circospetto, non dar facilmente credito a ciò che sembra probabile e spesso non è vero; non deve nemmeno rigettare ostentatamente le opinioni contrarie, perché quel che sembra improbabile finisce non di rado per essere la verità”.

Passiamo ora a delineare, prima di avviarci alla conclusione, qualcuno del miti dell’età contemporanea, miti che diciamo subito, sono forse più radicati di quelli antichi, anche per l’incidenza che i mezzi di comunicazione di massa, dall’Ottocento in poi, hanno avuto nelle forme dei linguaggio, che, a loro volta implicano talvolta forse in modo inconsapevole, un giudizio sostanziale su personaggi, avvenimenti e situazioni storiche. Malgrado la profonda rilettura che gli storici più recenti hanno operato di quella fase che va sotto il nome di Risorgimento Italiano, l’aggettivo ”borbonico” viene adoperato, in via generale, come sinonimo di oppressivo, retrogrado, reazionario, oscurantista e questo viene fatto da persone che, per la loro qualificazione pubblica e per quello che dovrebbe essere il loro livello culturale, certamente avrebbero motivo di essere più aderenti alla realtà storica. Indubbiamente il regno borbonico espresse un regime assolutistico, come lo furono, all’epoca, la maggior parte degli Stati europei. Ma, come ha scritto Francesco Renda, dell’Università di Palermo e presidente dell’Istituto Gramsci, “Sul periodo borbonico la verità esige un giudizio storico più equilibrato. Sotto il profilo materiale e culturale le condizioni della Sicilia non furono sempre deplorevoli ed il ruolo del regime noti fu sempre negativo. L’abbattimento del regime feudale, l’introduzione di un moderno sistema dell’Amministrazione civile e dell’Amministrazione giudiziaria fu anche un merito dei Borboni. L’avvio di uno sviluppo industriale, in relazione ai tempi notevole fu pure il risultato della loro iniziativa. Quella stessa realtà, piccola o grande che sia – scrive sempre il Renda – di riformismo statuale volto a cambiare la società secondo il metodo, allora in voga in Europa “tout pour le peuple, rien par le peuple”, è fuor di dubbio appannaggio della politica borbonica. Anche l’età della restaurazione, prima ad opera di Luigi dei Medici e poi per volontà e impegno personale di Ferdinando II, é meritevole di una non volgare considerazione”. Non è questa la sede per approfondire una tematica meritevole di analisi certamente più ampia, e perciò ci limitiamo ad esaminare, per sommi capi, solo uno degli aspetti della politica borbonica, quello del diritto e della giustizia e, soprattutto, della politica criminale. Non è fuor di luogo ricordare intanto come il primo Codice di Procedura Penale in Italia sia stato promulgato da Ferdinando I.

In un’epoca in cui, in tutta l’Europa, il duello era diffusissimo e obbediva ai canoni del cosiddetto codice d’onore, Ferdinando II, con legge del 21 luglio 1838, per contrastare il principio della vendetta privata e evitare che la forza prendesse il posto del diritto, come è testualmente detto, sanzionò in maniera gravissima questa pratica affidandone la cognizione alle Gran Corti Criminali. Il Codice penale delle Due Sicilie prevedeva il reato di usura, non contemplato dal Codice Sardo, e per rivedere tale previsione in Italia occorrerà aspettare il Codice Rocco. Il regime penitenziario borbonico a sua volta definito inumano ed efferato, non si discostò in nulla da quelli di tutti gli altri Stati contemporanei. Si legge ancora in molti libri di storia la famosa frase di Lord Gladstone “Il Governo borbonico rappresenta la negazione di Dio”. Oggi si sa con certezza che il diplomatico inglese non visitò mai nessuna prigione siciliana e forse, ma questo è contestato da Carlo Alianello, entrò solo nel carcere di Nisida. Ma ci si dimentica soprattutto di dire che il giudizio dei diplomatico obbediva ad un deliberato disegno del Governo di Londra, volto a screditare il Regno delle due Sicilie dopo che Ferdinando Il aveva tentato di modificare, per gli zolfi di Sicilia, quella clausola della ”nazione più favorita” che, di fatto, rendeva gli inglesi padroni delle miniere di zolfo siciliane, tentativo a seguito del quale il primo ministro inglese lord Palmerston aveva mandato la flotta nel golfo di Napoli. Ci si dimentica, soprattutto, dei fatto che lord Palmerston aveva motivi personali di rancore contro il Re Borbone dopo che questi, oltraggio supremo per un nobiluomo britannico, aveva negato il consenso a che il fratello, don Carlo, principe di Capua, sposasse la signorina Penelope Smith, nipote dello statista inglese.

I Borboni e la mafia. Numerosissimi furono i provvedimenti del Governo borbonico volti a contrastare la criminalità organizzata che all’epoca, com’è noto, si connotava essenzialmente come mafia rurale, legata alle correnti più retrive della nobiltà in un fenomeno osmotico che sovente acquisiva connotazioni politiche per l’ostilità di una parte dei latifondisti che in Sicilia, a differenza di quanto avveniva nelle provincie continentali, era maggioritaria, alla politica del Governo tesa ad affermare sempre più l’autorità dello Stato contro soprusi, privilegi e angherie che duravano da secoli. L’aspetto politico del problema è stato colto dallo stesso Renda quando egli dice che: ”i Borboni respinsero ai margini della legalità e costrinsero all’esilio il capo politico del baronaggio… 1 Sabaudi lo vollero poi subito ai vertici dello Stato e proclamarono Ruggero Settimo primo Presidente del Senato del Regno D’Italia”. Già nel 1841 Re Ferdinando, per contrastare il fenomeno dell’abigeato in Sicilia praticato anche attraverso il trasporto via mare dei capi di bestiame da una località all’altra aveva decretato “i capitani ed il padroni di legni e tutti coloro che saranno sorpresi nella flagranza nei bastimenti come individui che abbiano scientemente accolto sui medesimi legni animali vivi o morti… di furtiva provenienza per trasportarli altrove e facilitare in tal modo il furto di abigeato, oltre alle pene inflitte per la contravvenzione doganale saranno giudicati dai Consigli di Guerra subitanei come fautori e correi”. Il personaggio che più di ogni altro si rese interprete della politica borbonica contro la mafia fu il Capo della Polizia in Sicilia, Salvatore Maniscalco, un siciliano che, fino allo sbarco di Garibaldi, non diede tregua alla criminalità, raggiungendo risultati eccezionali. Un uomo che, per motivi politici, intere generazioni hanno considerato come la personificazione del male, nelle sue forme ributtanti di perfidia, oppressione e ferocia e la cui citazione ancor oggi è sistematicamente accompagnata dall’aggettivo ”famigerato”. Egli, amico di Carlo Filangieri, luogotenente generale di Sicilia nel decennio preunitario, rinnovò profondamente la polizia, come ha ampiamente dimostrato Giacinto De Sivo, uno storico molto lodato, malgrado il suo legittimismo, da Benedetto Croce. Coadiuvato dai suoi più stretti collaboratori, il capitano Chinnici e il segretario particolare Favaloro ‑ da lui chiamato scherzosamente, in armonia con la tradizionale tendenza borbonica alle arguzie e al motteggio “fava d’oro”, egli, a costo di amputare qualche articolazione del complesso meccanismo che andava creando, impose ai collaboratori civili della Polizia (una categoria da sempre in Sicilia adusa al doppio gioco) quale speciale segno di riconoscimento che li “compromettesse” agli occhi dell’opinione pubblica, l’uso di uno speciale berretto, per il che  rimasero collaborare quanti non temessero di sfidare apertamente cospiratori e criminali dai quali finirono con l’essere odiati più dei poliziotti veri e propri. Il Maniscalco poi, attraverso direttive impartite agli Intendenti (figure corrispondenti agli odierni Prefetti che però svolgevano anche compiti amministrativi di capi di provincia) promosse l’emanazione dei regolamenti di polizia urbana, superando quasi ovunque le resistenze frapposte dagli ambienti locali. Egli fu anche l’anticipatore di una concezione moderna della polizia, ed in occasione del colera del 1854 non solo il Corpo fece esemplarmente il suo dovere scongiurando gli episodi di sciacallaggio e le scene barbare viste nel 1837, ma partecipò attivamente alle operazioni di soccorso e vigilò con energia e con umanità a quelle di carattere sanitario: lo stesso Maniscalco, incurante dei pericoli del contagio si recò spesso di persona a portare aiuto agli infelici colpiti dall’epidemia. Altri provvedimenti contro la criminalità furono drastici, come l’ordinanza luogotenenziale che decretava la pena di morte per i detentori abusivi di armi ma gli effetti furono giudicati positivamente se uno storico unitario come Raffaele De Cesare, poté affermare che “a giudizio di amici e di nemici, giammai la Sicilia ebbe tanta sicurezza come in quel periodo”. Malgrado tutto ciò la figura di Salvatore Maniscalco cominciò ben presto, nella considerazione dell’opinione pubblica, ad assumere aspetti e contorni sinistri e a lui, espressione di uno zelo e di un efficientismo che davano fastidio a molti, venne attribuita ogni sorta di misfatti: attraverso una propaganda sapientemente manovrata dagli oppositori del regime che godevano l’aperto appoggio di centrali estere, si deformarono gli aspetti di operazioni da lui realmente disposte, gli si attribuirono colpe non sue o, addirittura, si inventarono di sana pianta notizie calunniose. Chi visita oggi il Museo del Risorgimento, di piazza San Domenico a Palermo, può notare un dipinto in cui un malcapitato viene torturato con uno strumento chiamato “la cuffia dei silenzio” che sarebbe stato adoperato dalla polizia dei Maniscalco per estorcere confessioni. Chi ideò tale favola, l’ostetrico Raffaele, ad unità d’Italia compiuta, deluso dal trattamento riservatogli, rivendicò “il merito” di aver contribuito a screditare i Borboni propagando una notizia da lui stesso inventata. Al Maniscalco vanne attribuita la responsabilità della fucilazione di Francesco Bentivegna e delle 13 persone coinvolte nel noto episodio della rivolta del Convento della Gancia; egli venne accusato di aver “inventato” la confessione del fontaniere Francesco Riso a carico dei congiurati della sollevazione. Fedele fino alla morte al suo Re egli venne definito un novello Fouché; religiosissimo, venne considerato ateo; di lui si scrisse che “dai suoi cenni pendono ventimila soldati e i cannoni di tutte le fortezze; a lui obbediscono spie e delatori; sino nel santuario delle giustizia, conta uomini di sua fiducia, giudici e magistrati corrotti con l’oro, con le promesse, con le minacce”; il Comitato Rivoluzionario di Palermo in un proclama, lo additò al pubblico disprezzo, definendolo un carnefice. un torturatore, un feroce tiranno. Storici di assoluto rigore e di indiscutibile imparzialità, tutti di fede liberale ed unitaria, hanno fatto giustizia di queste accuse, pubblicando i rapporti d’Ufficio ed il carteggio privato che mettono in evidenza le sue doti di generosità ed il suo spirito incline alla clemenza, come hanno fatto il De Cesare e Mirabella. Il De Mayo, nelle sue “Memorie Storiche e Militari” pubblicate a cura dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha scritto che “formeranno titolo di onore per lui e per le sue opere di integerrimo funzionario gli stessi odii violenti andatisi via via accumulando sul suo capo”. La sua “colpa” principale, sostanzialmente, fu quella di servire e di restare fedele fino all’ultimo a quello Stato a cui aveva giurato fedeltà mentre tutti si preparavano a salire sul carro del vincitore. La domenica del 27 ottobre dei 1859, di fronte alla Cattedrale di Palermo, dove era andato con la famiglia ad ascoltare la Messa, egli venne ferito a colpi di pugnale da un noto mafioso, tale Vito Farina, detto “FarinelIa”, che, convinto di averlo finito, lo lasciò sanguinante per terra. Tale attentato, a cui il Maniscalco sopravvisse, è il primo in ordine di tempo, posto in essere dalla mafia contro un alto funzionario dello Stato e maturò chiaramente nel contesto dell’alleanza fra le classi dominanti ostili ai Borboni e la mafia. Il De Cesare scrisse che la mafia, che detestava Maniscalco, aveva indispensabili contatti col Comitato Rivoluzionario, perché purtroppo quando si cospira non si distingue. Ma è anche vero, come è stato osservato dal Mirabella e come i fatti successivi avrebbero dimostrato, che assai spesso non si distingue anche quando non si cospira. Dopo l’entrata di Garibaldi allorché il Maniscalco venne mandato in esilio, a Palermo si annunciava negli avvisi teatrali “Teatro Nazionale a San Ferdinando: Salvatore Maniscalco, dramma e ballo”,  opera anonima satura di invettive contro l’ex Capo della Polizia la cui persona, al momento di comparire sulla scena, era accolta da un uragano di selvagge imprecazioni in cui trovavano posto gli istinti più ignobili della fantasia popolare.

Siamo così arrivati a Garibaldi. La sua presenza a Palermo così come in tantissime località italiane, è ricordata da innumerevoli lapidi: qui pronunciò un discorso, lì s’incontrò con questo o con quel personaggio lì ancora dettò un proclama e così via, fino ad indicare i luoghi che ebbero il privilegio di vederlo riposare, fare colazione e così via. Garibaldi nel tempo è stato esaltato da personaggi della più diversa estrazione ideologica e politica: gli anticlericali ne hanno fatto un simbolo per il suo dichiarato ateismo; la Massoneria ne ha sbandierato il suo diploma di “primo massone d’Italia”; Mussolini si recò a Caprera e si fece ritrarre mentre rendeva omaggio alla sua tomba col saluto romano; gli antifascisti italiani combatterono nella guerra di Spagna nel battaglione Garibaldi; molti partigiani durante la resistenza si raggrupparono nelle ”Brigate Garibaldi”, socialisti e comunisti nel ’48 adottarono la sua immagine come emblema del “Blocco del popolo” (salvo a diffondere la voce ad uso delle vecchiette, che quella figura barbuta rappresentava San Giuseppe); Craxi lo idolatrava (è di chiara comprensione il motivo per il quale pur essendo Craxi in vita io abbia adoperato l’imperfetto). L’Italia liberale lo commemorò con 4 francobolli; l’Italia fascista con 17 francobolli per il territorio metropolitano e con 147 francobolli per le colonie ed i possedimenti: l’Italia repubblicana gli ha sinora dedicato 9 francobolli ed una moneta d’argento da 500 lire. E ancora, in tutti gli angoli più sperduti del territorio, a lui sono dedicati busti, monumenti equestri e non, vie, piazze, lungomari, ponti, moli, banchine, navi traghetto, incrociatori, scuole, teatri, caserme, giardini pubblici, circoli ricreativi, saloni di rappresentanza, ospedali, porte di città. Non avendo più cosa altro dedicargli hanno pensato di dare il suo nome anche ad una marca di mezzi toscani. Egli é, diventato, più che un mito un nume tutelare, una sorta di dio Quirino della nazione italiana. Guai a parlar male di Garibaldi. Sciascia in un articolo su ”l’Ora” di Palermo del 3 aprile 1965 scrisse: “Ha detto male di Garibaldi, un grido che per 100 anni ha coperto tutte le cose sporche e sciocche che sono state fatte in Italia”. Quando nel 1960 venne realizzato da Rossellini il film “Viva L’Italia”, in diversi articoli di stampa si mostrò indignazione perché l’eroe quasi ad offuscarne la sacralità, veniva visto mentre usciva in mutandoni da una tenda prima di una battaglia.

Ma la storia pensiamo sia tutt’altra cosa. Limitandoci, perciò a quello stesso aspetto che abbiamo tratteggiato per i Borboni, il diritto, la giustizia, la politica criminale, ricordiamo solo qualche episodio e citiamo alcuni dati. Certamente fa senso che taluni collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti, abbiano dichiarato in recentissimi processi che Garibaldi sia stato aiutato dalla mafia; fa senso e provoca perplessità perché né le aule dei tribunali sono il luogo più adatto per queste valutazioni, né persone caratterizzate da una barbara incultura appaiono 1e più idonee ad affrontare questi temi; ma se si scava, e non tanto a fondo certe verità anche se solo sussurrate dagli storici veri e propri, finiscono purtroppo con l’emergere. Intanto chi erano quelle centinaia di persone portate sul posto dai Coppola di Erice, dai Sant’Anna di Alcamo che come ci raccontano i memorialisti dal crinali delle colline attorno al “Pianto Romano” di Calatafimi assistettero alla battaglia quasi ad aspettare di vedere chi ne sarebbe uscito vincitore per poi fare un’aperta scelta di campo? E da chi erano capeggiate e formate quelle bande che, mentre l’esercito dell’imbelle Landi si ritirava verso Palermo lungo la strada di Partinico, tesero agguati alle truppe borboniche? Chi erano Luca Cuccia da Corleone, Lupo e Badalamenti ‑ potenza dei nomi che ritornano ‑ che capeggiarono le bande che discesero su Palermo a fiancheggiare Garibaldi in quel giorni decisivi? Agli interrogativi si affiancano dati di fatto inconfutabili. Garibaldi ordinò, come ci ricorda il Renda, la liberazione di ben 12.000 criminali comuni che dilagarono letteralmente in tutto il territorio dell’isola seminando il terrore. Si tratta di una cifra enorme ove si consideri che la popolazione carceraria in tutto il territorio della Repubblica Italiana. nell’anno 1995 ammontava a 48.000 unità e che la Sicilia nel 1861 aveva una popolazione di 2.360.000 abitanti, pari cioè a meno della metà della popolazione attuale, di 4.966.000 abitanti. Ed ancora il Dittatore, dopo aver fatto dichiarare il Maniscalco “nemico della Patria” ed aver ordinato il sequestro dei suoi beni personali, arrivò persino a concedere un sussidio al mafioso Farinella che aveva perpetrato l’attentato contro il Direttore di Polizia. “E fu vergogna” scrisse il De Cesare. Come si vede, quando gli alleati, nel 1943, nominarono sindaci di numerosissimi comuni siciliani noti capimafia, non inventarono nulla di nuovo. E cosa fece poi Garibaldi a Napoli se non chiamare a far parte del consiglio della luogotenenza e nominare Ministro dell’Interno don Liborio Romano, già Prefetto di polizia e Ministro di Francesco II, che aveva arruolato nei ranghi della polizia tutta la camorra napoletana? Ma restando in Sicilia non si può non fare breve menzione di un episodio rimasto per lungo tempo coperto da una coltre di silenzio e che solo da alcuni anni è stato apertamente divulgato nei suoi esatti contorni. Mi riferisco ai fatti di Bronte, che implicano una responsabilità di Garibaldi solo indiretta ma la cui paternità precisa personale e diretta va riferita ad uno degli uomini a lui più vicini, quel Nino Bixio ancor oggi riguardato nella visione oleografica di un eroe intrepido e scanzonato, magari guasconesco, ma prode e generoso, “l’Aiace dell’età moderna” è stato definito, sempre collegato all’immancabile richiamo delle fatidiche parole rivoltegli dal suo capo dopo Calatafimi: “Nino domani a Palermo!”

Bronte, alle pendici dell’Etna, era quasi un ”enclave” inglese in territorio siciliano, in quanto la “Ducea” che ne costituiva in larga misura il territorio, apparteneva agli eredi Nelson, a seguito dell’investitura fattane all’Ammiraglio inglese dal Re Ferdinando IV quando gli inglesi, durante le guerre napoleoniche, occupavano militarmente la Sicilia. Già l’origine della Ducea ne avrebbe comportato, se si fosse trattato di altri stranieri la confisca, ma, trattandosi di cittadini britannici, Garibaldi si guardò bene dall’adottare tale misura. I Brontesi, però, esasperati anche per la perdita degli usi civici ed esacerbati contro gli amministratori comunali, speravano almeno che, con l’avvento del “Liberatore”, si procedesse alla divisione dei beni comunali che avrebbe loro assicurato condizioni di vita accettabili. Basti pensare che quando un povero veniva sorpreso a far legna nei boschi della duchessa, era tenuto a pagare un’ammenda pari al valore dell’albero vivo e non della legna. Negli archivi sono state trovate registrazioni per ammende fino a 39 ducati, somme che il bracciante non guadagnava in tutta una vita. Le speranze dei Brontesi andarono però deluse e, di fronte all’arroganza degli amministratori municipali e del “partito ducale” scoppiò una sanguinosa rivolta che provocò diversi morti. Garibaldi in quel momento si trovava a Messina per preparare lo sbarco delle truppe a Reggio e, raggiunto da telegrammi pressanti del Console inglese, che vedeva minacciati gli impiegati e i beni della ducea di Nelson, ordinò al prode Bixio di recarsi sul posto per soffocare la rivolta. Sappiamo tutti perché il Dittatore non poteva esimersi dall’ottemperare sollecitamente ad una richiesta degli inglesi. Altro che “va fuori d’Italia, va fuori o straniero” dell’inno garibaldino.

Dunque Bixio arriva a Bronte e come prima misura, dopo aver occupato militarmente il paese, impone una tassa di dieci onze l’ora fino alla regolare riorganizzazione del paese. Sembra un’anticipazione dei balzelli imposti da Kappler agli ebrei del ghetto di Roma.

Si ordina quindi, sulla base di accuse avanzate da nemici personali e da interessati esponenti del partito “ducale”, l’arresto di 5 persone da giudicare subito sul posto con l’istituzione di una Commissione di guerra. mentre per molti altri il giudizio verrà demandato al Consiglio di Guerra di Messina. Fra gli arrestati c’è l’avvocato Nicolò Lombardo, capo del partito che possiamo chiamare popolare, che peraltro si era prodigato durante la sommossa per placare gli animi e moderare gli eccessi; c’è anche Nunzio Ciraldo Fraiunco, l’idiota del villaggio, una di quelle figure caratteristiche dei paesi di una volta sempre in prima fila, del tutto innocuo, in occasione di processioni., cortei e pubbliche manifestazioni e, che, naturalmente, nella vicenda non aveva la benché minima responsabilità.

Il processo, poi, fu una vera e propria farsa. Bixio, in una lettera scritta al Dezza la sera dell’8 agosto 1860, annunciava la condanna degli arrestati, mentre il giudizio sarebbe finito alle ore 20.00 del giorno 9. Perciò la sentenza era già stata scritta prima dello svolgimento del processo. La causa si svolse il giorno 9 in poche ore: alle 12.00 fu notificato agli accusati di presentare la propria difesa entro il termine improrogabile di un’ora e le memorie difensive, presentate alle ore 14.00 non vennero accettate dalla Commissione. La sentenza, come già detto, venne pronunciata alle ore 20.00 e, nel testo, fu scritto falsamente che erano state raccolte le discolpe degli accusati. La stessa sera i parenti dell’avv. Lombardo implorarono il Bixio di poter abbracciare per l’ultima volta il loro congiunto, ma egli negò seccamente questo estremo conforto e ad un garzone, che era andato a portare al condannato due uova sode, rispose cinicamente: “non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte!”. La mattina del 10 agosto ebbe luogo l’esecuzione. Lungo il percorso che i condannati attraversarono dalla prigione al luogo della fucilazione, Nunzio Ciraldo Fraiunco, il povero idiota, fu il più sereno di tutti: certo della sua innocenza e fidando nell’aiuto della Madonna baciava continuamente uno scapolare che portava al collo dicendo “la Madonna mi salverà”. Sorprendentemente, la scarica di fucileria non lo colpi ed egli allora, si gettò ai piedi del Bixio gridando: “1a Madonna mi ha fatto la grazia, ora fatemela voi”, al che questi, rivolto al sergente Niutti, rispose implacabilmente “ammazzate questa canaglia”.

L’ ”Aiace dell’età moderna”, poi, non solo non ebbe il coraggio di sostenere le ragioni del proprio operato, ma addirittura si adoperò nel tentativo di confondere le idee e di alterare la realtà stessa dei fatti, tanto che nella seduta alla Camera dei Deputati del 3 luglio 1862, affermò testualmente: “Potrei citare fatti dolorosi in cui mi sono trovato nella necessità di far fucilare. Nel fatto di Bronte potrei provare che ho impedito, ho minacciato quelli che volevano la fucilazione, ho impedito i miei soldati col revolver alla mano di toccare la popolazione civile, ed ho minacciato i municipi e la guardia nazionale se versavano il sangue, quindi gli accusati sono stati giudicati dai Tribunali del Paese, a porte aperte, senza alcun militare al di fuori della sentinella alla porta e dei soldati necessari a mantenere l’ordine, e solo quando il tribunale ebbe pronunziato, dico, furono dolorosamente fatti fucilare da me”. Benedetto Radice scrisse, parlando di Bixio, che “1a rivoluzione gli fu propizia a salvarlo forse da una vita ignobile” e Leonardo Sciascia, a proposito dei fatti di Bronte, citò la frase scritta dal Manzoni sul processo agli untori “un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano”. Ma la storiografia e la letteratura oleografica, e dispiace dovervi inserire anche Giovanni Verga che scrisse dei fatti di cui abbiamo parlato nella novella “Libertà”, hanno creato e perpetuato quella mistificazione che ha fatto del Bixio il prototipo di una bronzea figura di eroe.

Pur dopo quanto abbiamo detto finora, specie su fatti e personaggi di quello che viene chiamato “il Risorgimento”, non si può per questo, in nessun modo mettere in discussione le ragioni dell’Unità Nazionale che, comunque conseguita , é stata consacrata dai sacrifici e dal sangue di milioni di italiani, dal Capo Passero al Brennero, in oltre cento anni di storia, né, tanto meno, giungere alla conclusione che il nostro popolo debba vergognarsi della sua storia. Se alcune figure ne possono uscire ridimensionate o, peggio, offuscate, se alcune vicende, viste nel loro reale svolgimento, ci lasciano con l’amaro in bocca, per contro altre figure ne vengono rivalutate o esaltate ed altre ancora, ne siamo certi, col passare del tempo, emergeranno in una luce assai più positiva di quanto non sia stato possibile vederle fino ad oggi. Per questo mi piace concludere con le parole che Graham Greene fa pronunciare al protagonista del film “Il terzo Uomo” l’indimenticabile Orson Welles: “In Italia ci sono stati i Borgia e i loro delitti, e al tempo stesso il rinascimento con le sue opere meravigliose, mentre in settecento anni di pace e di democrazia gli svizzeri sono riusciti ad inventare soltanto l’orologio a cucù”.

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