Un amore alla corte vicerale di Napoli, nelle opere di don Giuseppe Storace d’Afflitto
Vincenzo Palmisciano, ‹Sonia Benedetto›, Un amore alla corte vicerale di Napoli, nelle opere di don Giuseppe Storace d’Afflitto, e.i.p., 2024, p. 814, [€ 103,26]
«Sgruttendio! Chi era costui?» Se don Abbondio avesse letto testi di poesia napoletana, anziché i panegirici in onore di San Carlo, si sarebbe forse potuto porre tale quesito. Felippo Sgruttendio de Scafato è universalmente noto come l’autore di La tiorba a taccone (1646), raccolta di circa 190 componimenti poetici con un titolo che riecheggia La lira di Giovan Battista Marino, derivato dallo strumento musicale detto tiorba, e dal taccone, o pezzo di suola, con cui se ne pizzicavano le dieci corde; naturale, pertanto, la divisione per l’appunto in dieci sezioni intitolate corde; «ignoto, per contrario, quale personaggio reale si nasconda sotto lo pseudonimo, quasi certamente anagrammatico», scrive il Dizionario Biografico degli Italiani. Palmisciano, seguendo il saggio di Elvira Garbato (Saggio introduttivo a La Tiorba a Taccone, Magma, Napoli 2000) ripercorre gli studi in materia: inizialmente fu attribuito a Francesco Balzano, conosciuto per L’antica Ercolano overo La Torre del Greco tolta dall’obblio (1688), da studiosi come Raffaele Liberatore nel 1837 e, più recentemente, da Francesco Matrone nel 1986; a Francesco Antonio Giusto, membro dell’Accademia degli Incauti e autore di alcuni sonetti dialettali; e soprattutto a Giulio Cesare Cortese (si veda l’approfondito studio Il gran Cortese di Ferdinando Russo, del 1913, e La scoperta di un poeta: Giulio Cesare Cortese di Enrico Malato nel 1977); infine altri (tra cui Pietro Martorana, Benedetto Croce e Fausto Nicolini) non presero posizione, giudicando inestricabile il problema.
Sempre nel 1977 lo stesso Malato in Nuovi documenti cortese-sgruttendiani rievocò l’ipotesi dell’anagramma, grazie al suggerimento di Concetta Caputo che, nella propria tesi di laurea, aveva appena riportato alla luce l’affermazione del poeta marinista Antonio Muscettola (1628-1679), secondo cui «Filippo Sgruttendio fu un tal don Giuseppe Storace d’Afflitto, che stampò parimente alcuni pochi sonetti, che dissero i maledici avergli comprati dal fu Girolamo Fontanella» (p. 5).
In effetti “don Giuseppe Storace d’Afflitto” corrisponde esattamente all’anagramma di “Felippo Sgruttendio de Scafato”, anche se non tutti gli studiosi concordarono nell’attribuirgli la Tiorba, ipotizzando un possibile lascito letterario da parte di Cortese (morto nel 1622), di cui lo Storace (1605 – post 1648) si sarebbe impadronito, pubblicando le poesie sotto pseudonimo.
Secondo Ferdinando Russo, partendo dal fatto che tra le opere annunciate di Cortese c’era una raccolta intitolata Calascione (strumento a tre corde), secondo il critico poi evolutasi nella Tiorba (strumento a 10 corde, quanto i capitoli della raccolta poetica edita sotto questo nome), l’autore si sarebbe nascosto sotto lo pseudonimo di Sgruttendio per segnalare ulteriormente l’abbassamento del tono dalla nobile Lira mariniana alla popolare tiorba, mettendo in rima non aulici canti, bensì rozzi sgrutti (ovvero rutti); dal canto suo Palmisciano, dopo aver segnalato la ricorrenza del termine calascione nella Tiorba, continuando a lavorare con gli anagrammi, rileva che tiorba lo è di robati e calascione di cà ne lascio; e significando taccone non solo tacco di scarpa, ma anche toppa e, in senso lato, modifica, conclude: «di conseguenza, il titolo potrebbe suggerire l’idea di una raccolta modificata di componimenti rubati» (p. 30, corsivo mio), il che ci riporta al punto di partenza del plagio letterario.
Vincenzo Palmisciano, invece, propende per «la parodia comica e la costruzione alterata [che] diviene un controcanto» (p. 30). A tal fine, ripubblicando la Tiorba in napoletano,anziché mettere la traduzione nel testo a fronte, la pone a piè di pagina, contrapponendo, nella pagina di fronte, un’ampia antologia dei sonetti italiani della sua Musa lirica e dei Nove cieli di Girolamo Fontanella.
Attraverso la ricostruzione e l’interpretazione dell’autore, che talvolta sorprende e convince, tal altra stupisce ma lascia dubbi (cfr. le disquisizioni sui vari frontespizi o su ulteriori, a mio modesto avviso poco probabili, anagrammi, alle p. 33-34, che riporto sotto), si ipotizza una storia d’amore clandestino tra il poeta Giuseppe Storace ed Anna Carafa della Stadera (1610-1644) a cui si deve la costruzione di palazzo Donn’Anna, che porta il suo nome, viceregina di Napoli in quanto consorte di Ramiro Núñez de Guzmán (1600-1668), duca di Medina (quello della strada e della fontana, rimaneggiata sotto il suo viceregno: 1637-1644).
Intrigante l’analisi (p. 24-26) delle opere pubblicate dopo la morte di Cortese ed imitate da Sgruttendio al fine di escludere la paternità cortesiana della Tiorba: va detto però che la decina di esempi riscontrati potrebbe indicare una interpolazione propria di Storace su un’opera precedente, mentre ben più convincente è l’affermazione secondo cui «lo stile poetico di Giulio Cesare Cortese è diverso da quello di Storace d’Afflitto per la strutturazione dei periodi, le scelte lessicali, le rime utilizzate, la selezione delle metafore…» (p. 26-27). Peccato che a quei puntini sospensivi non segua una esplicazione più dettagliata.
Abile ricercatore – come dimostra presentando le proprie approfondite indagini archivistiche, tramite le quali è riuscito a rinvenire la (in precedenza ignota) fede di battesimo di Giuseppe Storace, figlio di Marzio e di Diana d’Afflitto, risalente al 24 agosto 1605 (p. 12) e quelle di fratelli e sorelle, risultando quarantunenne (e vivente) al momento della pubblicazione della Tiorba nel 1646, a differenza di Cortese, deceduto 24 anni prima – si dimostra meno dotato come storico e narratore: la trascrizione delle ricerche effettuate risulta troppo spesso farraginosa e la divisione del primo capitolo avrebbe potuto essere gestita meglio.
Il lettore, comunque, non si spaventi per la mole del libro: il saggio di Vincenzo Palmisciano su Giuseppe Storace d’Afflitto occupa solo le prime sessanta pagine, il resto consiste in una antologia poetica, attentamente commentata dal punto di vista letterario, de La Musa lirica (p. 61-126), l’unica edita a proprio nome; del testo integrale de Il Monte Posilipo (p. 127-232), de La tiorba a taccone (p. 233-750) e del rarissimo Rebuffo agli Spagnuoli (p. 751-762), il tutto seguito dall’approfondimento di alcuni vocaboli (p. 763-774) e dalla descrizione della ricostruzione di un abito della viceregina (p. 775-810), quest’ultima sezione a cura di Sonia Benedetto.
Interessante, perché poco conosciuta, la canzone in 115 tra endecasillabi e settenari Rebuffo agli Spagnuoli, pubblicata all’inizio del 1648 (evidentemente, per il suo astio antispagnolo, prima dell’ingresso di Juan José de Austria a Napoli, avvenuto nell’aprile) in cui l’autore – che si cela sotto lo pseudonimo Affritto accademeco Abbesognuoso – si dimostra ferocemente ostile al governo ispanico. Possibile che Giuseppe Storace abbia giocato sul nome materno per firmare, senza però scoprirsi troppo, quest’opera, ben pericolosa nel caso in cui (come in effetti avvenne), gli Ispanici avessero ripreso il controllo di Napoli dopo il caos della rivolta di Masaniello e, soprattutto, della “Reale Repubblica” filo francese, che portò per nove mesi a una spaccatura della città in due fazioni in (moderata) guerra tra loro. Un ulteriore novità è la presenza della traduzione integrale in prosa italiana della Tiorba e del Rebuffo, con cui Palmisciano auspica il contributo di altri studiosi, come avvenne dopo la traduzione (1935) di Benedetto Croce del Pentamerone di Basile.
Va infine ricordato che nel 1645 era stato dato alle stampe un prosimetro in italiano, Il Monte Posilipo, che apparve sotto il nome di «Filippo Afflitto, [l’]Incauto figlio della sirena Partenope», frase in cui Palmisciano (p. 34) ritiene nascosto l’anagramma di «La lira è aliena con Felippo Sgruttendio» (cioè: “Sgruttendio non scrive in lingua toscana, come il Marino della Lira”), aggiungendo la “l” che si trovava in più nel frontespizio originale della Tiorba (dove si legge Felilppo Sgruttendio), giungendo alla quadratura del cerchio: ambedue le opere sono di Giuseppe Storace d’Afflitto.
Gianandrea de Antonellis


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