Un vento di fuoco e sei vite spezzate: la tragedia dimenticata del 1879
Anche quest’anno l’accensione abusiva delle stoppie sta provocando danni collaterali più o meno pesanti: alberi distrutti per il mancato controllo della bruciatura; rischi e paura per persone e a cose; superlavoro per i Vigili del Fuoco costretti all’intervento quando le operazioni avvengono senza osservare le previste norme di sicurezza.
È un fenomeno antico e radicato, che in passato ha provocato vere e proprie tragedie. L’episodio è stato ormai rimosso dalla memoria collettiva, ma si deve proprio all’incauta accensione delle stoppie uno degli incidenti sul lavoro più gravi e funesti che ricordi la cronaca di Foggia.
I fatti accaddero nel mattino di mercoledì 9 luglio 1879, e provocarono una orribile morte per 6 lavoratori.
A riferirlo fu il Corriere della Sera del 14 luglio. Già all’epoca le autorità imponevano controlli e restrizioni all’accensione delle stoppie, ma i divieti non furono sufficienti a scongiurare la disgrazia.
«In questa regione – scrive il quotidiano milanese – si usa tagliare il grano all’altezza di circa 40 centimetri da terra, e le cosi dette stoppie che rimangono infisse nel terreno vengono abbruciate, onde ingrassare la terra.»
Nonostante un regio decreto avesse proibito l’accensione delle stoppie prima del 15 agosto, «pure nei giorni in cui il vento spira più forte, si vedono le circostanti praterie avvolte in una immensa nube di fumo e di fuoco prodotta dall’abbruciamento delle stoppie, che causa poi danni incalcolabili», aggiunge il cronista.
L’incidente si verificò in una masseria tra Foggia e Manfredonia, a circa 14 chilometri dall’abitato del capoluogo.
Il racconto è impressionante. Alcuni operai stavano ammassando il grano da poco raccolto nei cosiddetti «cavalli» (i classici covoni) quando si accorsero che in una campagna vicina stavano bruciando le stoppie.
«Il vento, che forte spirava, spingeva il fuoco in quella direzione, e, calcolato l’ immenso danno che avrebbe cagionato, se si fosse appiccato al grano di già accavallato attorno alla masseria, si diedero a tutt’uomo a scavargli un fossato tutto all’intorno. Ma, veduto che il fuoco delle stoppie, spinto dal forte vento, si avvicinava a passi da gigante, mandarono qui a chiamare il proprietario della masseria, il quale accorse tosto in compagnia di due suoi figliuoli.
Visto l’imminente pericolo, e benché il tutto fosse assicurato, il proprietario diede tosto ordini onde isolare il fuoco, ed egli stesso, coadiuvato dai figli, si pose all’opera.
Il luogo dove il proprietario, in compagnia dei due figli, del macchinista e di due coloni si era posto a scavare, restava piuttosto basso, di guisa che era nascosto alla vista degli altri tutti. Tutti i sei lavoravano colla massima alacrità, allorquando il fuoco, spinto dal vento, tutti l’involse. Cercarono subito di rinculare verso la masseria, ma diggià il fuoco s’era appreso ai cavalli di grano, talché si trovarono, ad un tratto, circondati dal fuoco e accecati dal fumo. Furono visti, per un istante, cercare di aprirsi una via di scampo, ma involti dalle fiamme, miseramente dovettero perire della più orribile delle morti.»
La tragedia provocò vivissimo dolore in città «poiché – conclude il cronista del Corriere della Sera – il proprietario era stimato ed amato da tutti quanti lo conoscevano.»
fonte
Un vento di fuoco e sei vite spezzate: la tragedia dimenticata del 1879 – Lettere Meridiane



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