UNA BURLA GENIALE DI OLTRE UN SECOLO E MEZZO FA
Oggi si chiamano fake news, per non dire notizie fasulle o farlocche. L’Intelligenza Artificiale ne è diventata la fonte più prolifica.
Ma non è un problema solo di oggi: ve ne sono sempre state, magari con mezzi poco affidabili, tanto che duravano poco.
Mi è capitato tra le mani una burla veramente geniale che mi piace condividere con gli amici di FB.
Siamo nel Regno di Napoli, anno 1857. Fu messa su una burla di straordinaria audacia che fece disperare la polizia e ridere tutta Napoli: È Raffaele De Cesare che ce la racconta nel suo libro “La fine di un Regno – Napoli e Sicilia” (Città di Castello, 1895, Lapi) e do a lui la parola.
«La mattina del 28 febbraio c’era per Toledo un’animazione maggiore del consueto, e gruppi di curiosi, affollati innanzi a piccoli manifesti ufficiali, leggevano questo decreto – che è riportato in foto –
Possono bene immaginarsi le varie impressioni di chi leggeva.
Un ispettore di polizia, letto il manifesto alla cantonata dei Fiorentini, si cavò il cappello e invitò gli altri a fare altrettanto e a gridare : “viva il Re”. Furono due ore di confusione estrema, perché la polizia, tratta anch’essa in inganno, non osava staccare i decreti, né li staccò se non quando ne venne l’ordine dal ministero. E in quelle due ore la baldoria fu grande, e tutti gridavano : “Costituzione, Costituzione”, e gli agenti erano paralizzati e parecchi atterriti.
La burla non poteva meglio riuscire.
Michelangelo Tancredi, che ne fu l’autore, si era procurato dalla stamperia reale parecchie copie di decreti in bianco e aveva fatto comporre, in caratteri e carta pressoché simili, il contenuto del decreto; e poi, con l’aiuto di pochi e fidi amici, aveva incollati i pezzi con tanta arte che non era possibile distinguere, a primo aspetto, che quello fosse un decreto apocrifo, perché autentiche erano la testata, il bollo, le firme del Re e dei ministri.
La mattina alle sette alcuni facchini della dogana, reclutati dai fratelli Carlo e Niccola Capuano, li affissero e rifiutarono i sei ducati, che il Comitato offrì loro per compenso. La circostanza che la Regina si era sgravata in quei giorni di un altro maschio, al quale fu dato il nome di Gennaro Maria, aggiungeva verosimiglianza alla cosa, e più verosimili ancora parevano i consigli della Francia e dell’Inghilterra. Quando la polizia ebbe l’ordine di strappare quei decreti, respirò ; ma, per quanto facesse, non riuscì ad appurare l’autore della burla, né i suoi complici, i quali dettero prova davvero di grandissima audacia.
Il Re, informato della cosa, ne rise sulle prime ; ma si turbò quando, avuto tra le mani uno di quei decreti, vi lesse l’articolo secondo: “Richiamiamo in vigore la Costituzione del 10 febbraio 1848 da noi sinceramente giurata sul Vangelo” ».
Per la cronaca, la Costituzione era stata promulgata dal re l’11 febbraio 1848 e prevedeva la fine della monarchia assoluta e l’instaurazione di quella costituzionale-rappresentativa. Tra l’altro assicurava l’uguaglianza tra tutti i cittadini dinanzi alla legge, la libertà di stampa e le garanzie individuali. Ma durò poco perché venne abrogata il successivo 15 maggio, dopo i moti insurrezionali di Napoli.
Emilio Pistilli





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De Cesare era un noto antiborborbonico, ed è proprio tutta questa storia ass essere una fame news, soprattutto considerando che soltanto i liberali avrebbero potuto esultare al grido di “viva la costituzione”. Con questa storia palesemente inventata, il De Cesare vorrebbe scorrettamente far credere ai posteri che il vero popolo Napolitano dell’epoca potesse avere avuto simpatie costituzionali.