Una controversia indiretta con il professore calabro-torinese Luca Addante
Giuseppe Gangemi
In data 28 maggio 2021, IlGiornale.it ha pubblicato un articolo a firma Angela Leucci di critica a un post attaccato dal senatore Saverio De Bonis sul sito del Senato. Dopo avere presentato correttamente il post, per verificare se “le cose sono veramente così”, l’autrice dell’articolo intervista un docente di storia moderna dell’Università di Torino, Luca Addante, autore di due testi il cui settarismo antimeridionalista è già evidente nel titolo:
1) I cannibali dei Borbone: Antropofagia e politica nell’Europa moderna; 2) Le colonne della democrazia. Giacobinismo e società segrete alle radici del Risorgimento. Malgrado, dal curriculum vitae di quest’ultimo non emerga alcuna pubblicazione sull’argomento Musei o su Lombroso, nella sua presentazione, il docente si dichiara particolarmente titolato a una valutazione della controversia perché: a) è nato in Calabria, a Cosenza; b) sono 12 anni che vive a Torino dove insegna; c) prima ha insegnato a Venezia; d) in quanto meridionale, sarebbe particolarmente interessato alla questione del razzismo meridionale; e) quando, con una delegazione, si è recato a visitare il Museo Lombroso, c’è “andato anche con un pregiudizio” (antilombrosiano).
Nessuno degli argomenti sopra elencati ci sembra titolo preferenziale per essere accettato come valutatore competente. Soprattutto l’accenno al pregiudizio che il Dizionario della Treccani definisce una “opinione concepita sulla base di convinzioni personali e generali, senza conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, spesso superstiziosa o senza fondamento”. È evidente, infatti, che prima aveva, o almeno così dice, un pregiudizio contro Lombroso senza conoscenza dei fatti e ora ha un pregiudizio pro Lombroso, sempre senza conoscenza dei fatti (come cercherò di mostrare).
Infatti, dopo la visita al Museo, il pregiudizio di Luca Addante non è scomparso, ma abbia solo cambiato segno. Infatti, ci appaio pregiudizievoli gli argomenti in base ai quali si è convinto che il Museo non contiene nulla di razzista perché, egli dice: a) non contiene solo teschi di meridionali, ma anche di Piemontesi; b) in alcuni manifesti c’è scritto “brigante italiano” e non “brigante meridionale”.
Tutto qui? È questo l’argomento “scientifico” che assolve il Museo? E allora ripeto: il Museo è razzista in quanto ha espunto dalla propria collezione i teschi dei sicuramente atavici settentrionali. In primis, non contiene il teschio di quello che Lombroso considerava il criminale atavico più sicuro: il bergamasco Vincenzo Verzeni (a differenza di Giuseppe Villella che si è preso la pellagra, malattia padana, non meridionale, Verzeni è stato liberato in vecchiaia ed è tornato al suo paese di nascita, malgrado i paesani non ce lo volessero). Che Lombroso ritenesse sicuramente atavico Verzeni lo sostiene la figlia Gina nella presentazione de L’Uomo delinquente, versione ridotta, da lei curata 15 anni dopo la morte del padre: “Un delinquente egli ebbe poco dopo a peritare, un certo Verzeni il quale aveva successivamente strangolate una ventina di donne. Egli confessò al Lombroso, che le strangolava per poi succhiarne il sangue, il che faceva nei dì susseguenti al delitto in una capanna dove portava i cadaveri. Prova più diretta dell’atavismo egli [mio padre] non poteva trovare”.
Eppure, a partire dal 1884, Lombroso classifica Verzeni tra i criminali occasionali. Perché? Perché la tesi razzista di Lombroso richiedeva che nessun settentrionale fosse definito atavico. Il che mostra quanto Lombroso fosse preconcetto nel suo razzismo. Che lo sia anche il Museo lo dimostra il fatto che in esso non si trova alcun riferimento critico al modo in cui Lombroso ha trattato il caso Verzeni.
Di fronte a questa palese parzialità, diventa irrilevante il fatto notato da Addante: che, in alcuni cartelli esplicativi del museo, c’è scritto italiano e non meridionale. Anche perché è da 165 anni che, quando conviene, ci chiamato italiani e quando possono ci chiamano meridionali, atavici e cannibali (come nel titolo del libro di Addante: i cannibali dei Borbone). Nel caso di Villella, poi, non mi sembra che il “brigante” (Giuseppe Villella) da cui Lombroso è partito per fondare la sua teoria delle due razze, la ariana del centronord d’Italia e la africana del sud e delle isole, sia definito “italiano”. Ricordo di avere sempre letto, nel museo, che Villella è calabrese. Questo ho trovato scritto a chiare lettere in tutti i documenti e persino all’interno del suo teschio che è esposto nel Museo dopo essere stato, per decenni, usato come fermacarte sulla scrivania dello studio privato di Lombroso.
L’articolo di Angela Leucci su IlGiornale.it prende spunto, come si è detto, da una anticipazione di una mozione che De Bonis stava presentando in Parlamento. Correttezza avrebbe voluto che IlGiornale.it avesse aspettato di prendere visione dell’intera mozione, cosa che potrà essere fatta tra non molti giorni, prima di criticare spezzoni parziali di una complessa operazione politica che era, al 2021, strutturata su tre livelli, ancora adesso validi:
- Umanizzare la figura di Giuseppe Villella il cui cranio è stato trasformato da Lombroso in un oggetto (fermacarte) ricostruendone l’identità e restituendogli uno spessore umano. Quando questa campagna per la ri-umanizzazione di Villella è cominciata, l’unica cosa che si sapeva di Villella era quanto dichiarato da Lombroso: che Villella fosse stato un brigante. Quanti denunciavano allora il razzismo di Lombroso sostenevano che, in quanto brigante, Villella avesse combattuto per l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie. IlGiornale.it sostiene che Villella non fosse brigante e questo errore lo attribuisce al Senatore De Bonis e a quanti denunciano il razzismo del Museo, invece di attribuirlo a Lombroso che ha costruito e diffuso questa balla.
- Sostenere che la teoria lombrosiana non è mai stata una teoria scientifica perché è stata argomentata con prove false. La prima si è già detta: avere tolto Verzeni dal novero degli atavici pur considerandolo la prova più diretta di atavismo. Altre prove di manipolazione dei dati le ho presentate, nel mio esaustivo volume (Stato Carnefice o Uomo Delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso). A quel del 2018 volume rimando per l’illustrazione dell’intera argomentazione.
- La battaglia da fare contro il Museo Lombroso non è contro un Museo della scienza, ma contro un Museo che veicola un messaggio sbagliato su cosa sia scienza. Esattamente il seguente messaggio: “La scienza opera in questo modo: errori, correzioni di errori, altri errori, altre correzioni e così via – illustra Addante ripetendo come un pappagallo quanto si legge nei cartelli illustrativi del museo – Noi esseri umani non sappiamo tutto e andiamo cercando la verità attraverso il pensiero scientifico, per tentativi. Nella disposizione museale della struttura tutto ciò è spiegato in modo esemplare, cristallino”. Se questa definizione della scienza cogliesse, anche solo lontanamente, l’essenza del metodo scientifico, sarebbe uno scienziato anche quello sperimentatore agricolo, di cui si narra ne Il Gattopardo, il quale sbagliava ripetutamente e si correggeva, ripetendo con piccole modifiche l’assurdità di piantare gli alberi interrando le chiome ed esponendo al sole le radici convinto che stava sperimentando teorie innovative per ottenere prodotti migliori. Il Museo Lombroso non è un Museo della scienza in quanto veicola un messaggio parziale (e perciò riduttivo e sbagliato) su cosa sia scienza. Il metodo scientifico non consiste nello sbagliare e correggersi, ma nello sbagliare e correggersi pur avendo applicato i canoni della logica sperimentale o comparativa, dal meno comprovante (il canone della concordanza usato con malizia da Lombroso che toglieva i casi che non si accordavano con le sue tesi) ai più comprovanti (il canone della differenza magistralmente perfezionato da Charles Darwin e Max Weber o quello delle variazioni concomitanti perfezionato da Emile Durkheim).



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Un plauso alla sobrietà espositiva ed all’incontestabile serietà professionale del professor Gangemi.