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UNA RIVOLTA CONTADINA A SORA IL 25 NOVEMBRE 1855

Posted by on Mar 20, 2022

UNA RIVOLTA CONTADINA A SORA IL 25 NOVEMBRE 1855

Dal diario del sacerdote DON TOMMASO LANNA

riportato ne “IL BRIGANTE CHIAVONE” di Michele Ferri e Domenico Celestino, ed.1984

«A dì 25 novembre 1855, domenica, alle ore 19 (ore 13 odierne), si sono riuniti nel Largario di Pontrinio in Sora circa 300 contadini sorani da tutte le contrade, anche Selvaroli; ivi a suon di tofa, o vorgna, congregati, armati di accette, vanghe, rongi, e falcette porzione guardava il Ponte verso Sora altra porzione la parte verso Pescosolido, ed un 50 individui si son dati a svellere la parafitta accresciuta in quest’anno per portare le acque lungo la strada di S. Nicola onde animare i Molini fuori Porta S. Lorenzo per lo passato di proprietà dei fratelli Vincenzo D. ed Agostino De Ciantis, ed ora dei fratelli Cosenza di Napoli ed altri creditori dopo il giudizio di esproprio già seguito. Tale sopralzamento di diga era di pregiudizio ai territori superiori, e alla Chiesa di Maria SS. di Valfrancesca per le acque che vi ristagnavano. L’Amministratore giudiziario dei d. Molini Don Luigi Renzi ha invitato l’Ispettore di Polizia ad andare in Pontrinio per impedire questo atto. Infatti l’Ispettore ha preso quattro Urbani armati, ed è andato a Pon­trinio. Appena colà arrivati, il D. Luigi Renzi ha incominciato a percuotere uno dei contadini a svellere la parafitta, cioè Do­menico Antonio Pellegrini; ciò osservatosi dai compagni con­tadini, si sono questi gettati contro D. Luigi Renzi che han ferito con sassi nella fronte; e che poi si è dato alla fuga. Gli Urbani si sono mostrati indifferenti; ma l’Ispettore di Polizia, vedendo che non era obbedito, ha sparato un colpo di pistola, ed ha sfoderato lo spadino. Allora tutti i contadini adirati si son gettati sopra l’Ispettore, l’hanno grandinato di sassi e di bastonate ed inseguito fino a Piazza Nova. Quivi ha cercato di rifugiarsi in una casa fuori Porta; ma i contadini facevano violenza per averlo nelle mani; ed uscendone ha ricevuto altri colpi; e così malconcio e insanguinato è stato condotto nella Sagrestia della Chiesa Cattedrale ove sono accorsi dei medici, e cerusici. Intanto tutta la turba dei contadini, terminato lo svellimento della diga si è diretta nella Piazza S. Restituta; ivi si è veduto spuntare il Sottointendente che in uniforme usciva per sedare il tumulto. Tutti l’hanno riverito con le grida di Viva il Re ed indi l’han supplicato di togliere la lista affissa delle tasse, perché mal fatta ed irregolare. Il S.Intendente vi ha aderito ed è stata strappata la lista in mezzo a grida di giubilo, di ringraziamento e di Viva il Re. Indi è arrivato dall’Isola il grosso della Gendarmeria chiamato all’oggetto, e questi Gendarmi hanno incominciato a sbandare il popolo, ed a fare degli arresti. Allora il S.Intendente andava nella Sagrestia della cattedrale a vedere l’Ispettore di Polizia; vi si è recato pure il regio Giudice Don Giuseppe Cuti per iniziare la processura; e vi è calato dal Palazzo lo stesso Mons. Vescovo, che subito poi è uscito in Chiesa ad orare. E stato finalmente ricondotto in casa sua l’Ispettore di Polizia in legno accompagnato dal medico Don Carlo Lauri. Si son fatti poi altri arresti. Il chiasso dentro Sora è stato dalle ore 21 (15 odierne) fino alle ore 23 (17 odierne). Tutte le case e botteghe si sono chiuse in tale tempo».

[omissis]

Il fatto di Pontrinio, come s’è detto, creò apprensione. Per dire degli effetti della ribellione torniamo al manoscritto Lanna che, alla data del 26 novembre ’55, riporta: « Questa mattina il S. Intendente ha spedito una staffetta con tre rapporti dell’accaduto di ieri, uno cioè al Ministro di Polizia, l’altro all’Intendente, il terzo al gen. Vial, Comandante territoriale di questa Provincia ».

Il documento, circostan­ziato nella ricostruzione dei fatti, forniva i nomi degli animatori della sommossa. Venivano indicati come capi Domenico Antonio Pellegrini, Nicola Colucci, Bernardo Bartolomucci e, tra i più arrabbiati, Saverio Caringi, Saverio Cianfarani, Antonio Tersigni e Bartolomeo Nicolella. Il 26 nov. stesso il giudice regio procedeva all’istruzione del processo interrogando il canonico pe­nitenziere don Francesco Lanna «perché questi impedì in mezzo Piazza Nova e vestito di abiti corali (perché così trovavasi in Chiesa in quell’istante) che i contadini uccidessero l’Ispettore». Il 27 fu spiccato mandato di cattura per Domenico Pellegrini, soprannominato la Vedova, e per Antonio Tersigni, «soccio» dei Bastardi. I gendarmi andarono ad arrestarli, ma i due fuggirono verso Forca raggiungendo in un baleno il monte S. Angelo. All’inizio di dicembre già molti erano gli arrestati, parecchi contadini furono ascoltati come testimoni e sottoposti a tortura (II Lanna dice testualmente:«I testimoni contadini vengono assoggettati alle bastonate per far rivelare», a significare che certe infami carezze, riprovevoli su chiunque, erano riservate esclusivamente a testimoni «contadini».).

L’11 del mese il vescovo Montieri, paternalisticamente sensibi­lizzato al fatto, spedì il suo segretario a Napoli «affinché in suo nome si presentasse a S.M. per ottenere la grazia per un generale perdono a tutti coloro che avevano avuto parte al fatto del 25 nov.».

Anche il Lanna parla di un abboccamento del vescovo col real giudice di Sora, della richiesta da Napoli degli atti processuali, di rapporti al re, «tutte queste cose» aggiungeva il canonico «sono effetto della supplica umiliata del lodato Mons. Vescovo a S. Maestà».

Il 21 gennaio 1856 arrivò a Sora la notizia dell’avvenuta celebrazione del processo. Due carcerazioni furono confermate, ma molti vennero scagionati. Da un rapporto del 1° febbraio ’56 si rileva che 16 furono i ribelli posti in libertà a quella data «per mancanza di prove».

Antonio Tersigni fu Giacinto, uno dei capi della rivolta e poi brigante della banda Chiavone, colpito per primo da ordine di cattura, fino al marzo 1862, quando fu di nuovo arrestato per brigantaggio, riuscì a collezionare ben 10 reati di vario genere per i quali fu regolarmente processato. Per i fatti di Pontrinio sulla fede correzionale si legge: «Comitiva armata che scorrendo pubbliche strade ha commesso dei fatti pubblici diretti a spargere il malcontento contro il Governo, con attacco e resistenza, con violenza per vie di fatto contro un ufficiale pubblico, e contro gli agenti della forza pubblica, feriti e percossi, onde costringerli a non fare atti dipendenti dal loro ufficio; uso privato dei mezzi della pubblica autorità, e minacce di misfatto per mezzo di un foglio anonimo, fatte con ordine e cognizione contro un ma­gistrato dell’ordine amministrativo, per occasione dell’esercizio delle sue funzioni; essendo tutti i reati suddivisati accompagnati da violenza pubblica». Per il «danno volontario in pregiudizio di D. Luigi Renzi, fu Bonaventura di Sora» e per «ferite e percosse gravi in persona di D. Gennaro Fiore, Ispettore di Polizia residente in Napoli, e Francesco Landazio, guardia urbana di Sora» fu condannato definitivamente con sentenza del 23 die. 1856 ad un mese di reclusione e spese.

segnalato da Raimondo Rotondi

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