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«Io non faccio politica di partito. Ma sì, certo che è politica: ridare voce a chi l’ha persa è politica. È memoria, è identità. E oggi, senza memoria, siamo persi». Parole forti, pronunciate con lucidità e passione da Pino Cervo, scrittore e ricercatore non omologato, un vero topo d’archivio, come ama definirsi. Nato a Piedimonte Matese e vissuto tra Sessa Aurunca e il cuore del Mezzogiorno storico, è diventato oggi una delle voci più incisive nella narrazione controcorrente sul brigantaggio postunitario e la cosiddetta questione meridionale.
Un percorso cominciato quasi per caso, che si è trasformato in un impegno intellettuale profondo, culminato nella pubblicazione di tre volumi, di cui gli ultimi due rientrano in una collana editoriale che promette di far luce su documenti mai studiati prima. Noi lo abbiamo intervistato, raccogliendo il suo racconto fatto di ricerca, lotta per la verità storica e tanta passione civile.
Tutto inizia nel 2022, quando Giuseppe Cervo, per tutti Pino, pubblica a proprie spese “Le calze del brigante”, un lavoro che nasce dalla volontà di raccontare vicende storiche complesse legate alla vita del brigante Carmine Crocco Donatelli. Un’opera che non è solo romanzo, ma anche indagine storica, ricostruzione e atto d’amore per il Sud dimenticato.
Perché proprio Carmine Crocco Donatelli?
«Crocco è una figura centrale per capire il Sud post-unitario. È stato brigante, ma anche comandante, leader popolare, uomo diviso tra istinto e strategia. Attraverso la sua vicenda si possono leggere le contraddizioni di un’unità nazionale imposta, spesso sanguinosa, che ha generato ribellioni diffuse e ferite mai rimarginate. Raccontare Crocco significa raccontare un popolo che si è trovato improvvisamente straniero in casa propria».
Quanto tempo ha impiegato per scrivere quest’opera?
«Dieci anni, tra letture, viaggi, archivi, interviste. Non volevo scrivere un romanzo qualsiasi, ma una narrazione fondata, precisa. Ogni passaggio è frutto di collegamenti, confronti, riflessioni. Ho cercato di dare equilibrio tra rigore storico e ritmo narrativo. Per me era fondamentale rispettare i fatti, ma anche rendere viva la voce del popolo, dei contadini, dei soldati borbonici e dei ribelli».
La sua è stata riconosciuta come una prosa divulgativa e coinvolgente, da esperti e autorevoli personaggi come il Prof. Cangemi, Valentino romano o Pino Aprile.
«Per me, quando mi dicono che sono un divulgatore, è un complimento. Voglio che mi leggano tutti: il professore universitario e l’operaio. La soddisfazione più grande è quando mi dicono: Me lo sono letto tutto d’un fiato».
Il libro, pensato inizialmente come un piccolo omaggio da distribuire a pochi amici, ottiene un successo inaspettato: più di 1200 copie diffuse, la chiamata dell’editore Corrado Zano e, soprattutto, l’ingresso nel circuito dell’Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro, grazie a Claudio Saltarelli.
Cosa succede poi?
«Da lì, cambia tutto. È stato il momento in cui sono passato da dilettante a professionista. Da lì, nasce l’idea di una collana».
Insorgenze, Rivolte e Brigantaggio in Terra Aurunca è il titolo della collana, pubblicata da Zano Editore, prende forma tra archivi polverosi, documenti inediti, manoscritti ottocenteschi, e ore infinite passate a interpretare sentenze militari e lettere dimenticate.
Qual è il titolo?
«Insorgenze, Rivolte e Brigantaggio in Terra Aurunca, un vero e proprio viaggio nella memoria del Sud tra il 1860 e il 1870. Il primo volume della serie: Sessa tra Borbonici e Piemontesi 1860-186, pubblicato nel 2024, non è un classico testo sul brigantaggio. Lì c’è poco brigantaggio in senso stretto. È un lavoro di contestualizzazione storica. Bisogna capire i fatti prima di giudicarli. E noi leggiamo sempre il passato con gli occhi del presente. È un errore colossale. Nel 2025 arriva il secondo volume, una costola del precedente, dedicato a Damiano Vellucci, brigante e milite realista. Una figura affascinante e tragica, fucilata nel 1863 a Gaeta, la cui sentenza di morte era sparita dagli archivi. Ho fatto un’odissea per trovarla. Alla fine me l’ha passata Valentino Romano, una leggenda della storiografia sul brigantaggio. Il libro verrà presentato a fine settembre a SS. Cosma e Damiano paese di origine del brigante.
Il suo sguardo sulla storia è molto dal basso. C’è un intento politico o culturale dietro?
«Non politico in senso stretto, ma sì, culturale. La storia del Sud è spesso raccontata dai vincitori. Io ho provato a fare l’opposto: voglio restituirla a chi l’ha vissuta. Ecco perché ne scrivo con gli occhi di chi ha perso, di chi ha resistito, di chi è stato etichettato come brigante perché difendeva la propria terra o semplicemente cercava giustizia. Il mio intento è far riflettere su quanto la nostra identità meridionale sia ancora in cerca di riscatto. Il brigantaggio non è una favola o un’epopea. Era una guerra civile. I nostri sono stati sconfitti e cancellati anche nella narrazione».
Quanto della sua esperienza da poliziotto c’è nei suoi libri?
«Moltissimo. Da ex investigatore, come funzionario della Polizia per oltre trent’anni, oggi, con la stessa dedizione e rigore, mi dedico alla ricerca storica, portando il mio approccio professionale nel lavoro storico. Io cerco le prove. Io voglio il riscontro: un biglietto, una lettera, una sentenza. Per il primo volume della collana sono arrivato a raccogliere ben 264 documenti inediti. Una quantità che mi ha cambiato la vita».
Ma basta raccogliere materiale per scrivere di questi argomenti?
«Non si tratta solo di raccogliere materiale. È una questione di linguaggio. Voglio che la mia prosa sia accessibile, breve, pulita, i miei modelli sono Biagi e Montanelli. Perché raccontare la storia deve essere anche una forma di empatia verso il lettore».
Sta già lavorando a un nuovo progetto?
«Sì, al terzo volume della collana: sarà una monografia inedita su Francesco Tommasino da Tuoro, brigante sessano di cui finora si conosce poco e male. Parallelamente, sto conducendo uno studio analitico sulle sentenze del Tribunale Militare Straordinario di Guerra di Gaeta (1863-65), relative al territorio aurunco. Anche lì, però, le difficoltà non mancano. Nell’inventario ufficiale degli archivi, trovi solo: ‘mancante, mancante, mancante’…. Molti documenti sono stati distrutti, manipolati, secretati. E noi dovremmo scrivere la storia solo con quello che è rimasto?».
Chi sono i briganti di oggi?
«Non ci sono più. Il vero problema è che oggi c’è una perdita spaventosa di memoria e identità. I giovani non sanno nulla della propria terra. È questo il vero disastro. Noi non ci fidiamo dello Stato perché quello Stato, per decenni, ci ha solo derubati e insultati».
Il suo sembra un grido d’allarme.
«Se non recuperiamo la nostra storia, saremo sempre sudditi. Come i nativi americani: prima massacrati, poi derisi, poi dimenticati. Solo quando hanno recuperato la loro memoria, hanno potuto rialzare la testa. Noi dobbiamo fare lo stesso».
Cosa si augura che il lettore porti con sé alla fine della lettura?
«Spero che si interroghi. Che si ponga domande nuove su ciò che ha studiato a scuola. Che capisca che il brigantaggio non fu solo banditismo, ma anche reazione, speranza, ribellione. E soprattutto, che riscopra la dignità della nostra storia meridionale, troppo spesso trattata come un’appendice».
fonte
INTERVISTA. Pino Cervo sulla storia meridionale: “La memoria è resistenza” – Informareonline.com


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