Utopia “industriale”? Brevi considerazioni su San Leucio e “l’utopia”
Andrea Ianniello
Al “secolo di ferro” – il XVII secolo – successe il – presunto – secolo d’oro, cioè il XVIII secolo, nelle intenzioni di una parte rilevante della minoranza colta che visse in quel periodo. Sappiamo che si trattò, in gran parte, di una percezione falsa ed alterata, tant’è che quel secolo terminò con il “botto” della Rivoluzione francese, con tutte le sue conseguenze; tuttavia, conteneva una parte di verità, seppur tutto fu mal percepito e distorto da pesanti lenti. Il secolo dei residui “arcadici” e dello stucco, del barocco che trascolorava nel neoclassico, è anche il secolo nel quale l’utopismo tende a passare dalle sue reali radici – religiose – all’utopia “pratica” del secolo successivo, sotto la duplice costellazione dell’ “industrialismo più democrazia” o, per dir meglio, del liberalismo.
Qual è la differenza tra liberalismo e democrazia? Quest’ultima si sarebbe, in seguito, diffusa anche ai ceti “popolari” veri e propri, mentre il primo (cioè il liberalismo) è unicamente borghese. Non dimentichiamo, infatti, che per tanto tempo: 1) il diritto di voto era legato al censo e non vi era il cosiddetto “suffragio universale” (peraltro in gravissima crisi oggi); e: 2) l’intervento del “popolo basso” (come si sarebbe detto in altri tempi) fu sempre considerato, come durante la Rivoluzione francese, un fatto negativo. Ben presto, i borghesi ripresero il controllo della Rivoluzione, infatti. Quest’importante passaggio storico doveva prodursi anche per mezzo delle fasi del “Direttorio” e del “Consolato” e cioè, in poche parole, per mezzo di fasi di “cesarismo” cioè di dominio di un solo individuo. Questo costituiva un problema per il progetto borghese? Nessun problema per il borghese liberale. Nessun problema!
E non dimentichiamoci come, a Napoleone I, successe – pur in circostanze molto differenti – Napoleone III. In altre parole, le borghesie non hanno problemi con regimi “autocratici” cosiddetti, purché – qui è “il” punto vero – il loro controllo sui centri decisionali sia mantenuto, e, se possibile, accresciuto … Bene, detto questo, le utopie settecentesche, va ricordato, in realtà mantenevano più che dei semplici echi delle utopie religiose della fase precedente: questo è il caso di San Leucio.
Su questo tema, cfr. “Alcune Considerazioni sulla Chiesa di San Ferdinando, a San Leucio” – paper – Una riflessione, link:
https://www.academia.edu/145148022/San_Leucio_Caserta_Sulla_chiesa_32_2_by_Andrea_A_Ianniello_
Non dimentichiamo un altro punto, per finire: l’utopia nasce dalla e nella sua dimensione religiosa: essa è il “luogo-non-luogo” dove si realizza, in poche parole, l’utopica (per l’appunto!) “società cristiana” nella quale le differenze di censo sono una cosa del passato, e, se non proprio sparite, di certo sono molto attenuate. Tuttavia nel centro del progetto “utopistico” rimane la religione! Questo è il punto che tutti quelli che parlano di San Leucio tendono a dimenticare. Ma basta leggere i famosi “Statuti” per rendersi conto che la centralità della religione – nell’ “utopia leuciana” – è certa e sicura. Non è un fatto episodico.
Questo si tende a dimenticare molto spesso, per concentrarsi sul lato utopistico “industriale”, produttivo insomma. Che poi le cose sarebbe andate sulla via dell’utopismo industriale, non v’è alcun dubbio. Che le cose stessero così già nell’epoca in cui esse furono pensate, al contrario, è più che dubbio.
Si può “risolvere” la vexata quaestio dell’utopia leuciana?
Non credo, poiché tale questione non è altro se non il riflesso di un fatto storico sedimentato ed ormai non più modificabile: gli studiosi sono – e rimarranno – divisi su tal punto. Tuttavia, che perlomeno non si dimentichi la radice di quell’utopismo: questo sì è possibile farlo. Direi, anzi, doveroso farlo.
San Leucio fu solo parzialmente un’ “utopia industriale” quanto, per certi aspetti, “il canto del cigno” dell’ “ancien régime” da un lato, ed una prefigurazione di ciò che le utopie sarebbero state nel sec. XIX, senza però essere come queste ultime: il punto decisivo è quest’ultimo.
L’utopia, nel suo senso vero, rimane dunque il sogno di una “societas christiana” effettivamente realizzata, e, soprattutto, realizzabile. Nel Settecento tal sogno si era in parte già “laicizzato” e stava “scendendo di livello” verso il lato “materiale” o produttivo, per così dire. Tuttavia, permanevano – ben visibili all’occorrenza! – le “stigmate” della sua origine religiosa. La religione vi era instrumentum regni, nessun dubbio al proposito, e tuttavia non era un qualcosa di “aggiunto” alla “vera” intenzione, che sarebbe stata quella dello “sviluppo industriale”, non funzionava così. Né poi era un “divertissement borghese” o un mero trastullo di regnante, ma è stato il “punto di giunzione” fra due differenti epoche: questo in realtà è stato il “progetto utopistico” leuciano.


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