Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

V. Il ducato di Benevento dall’occupazione borbonica del 1798 al Principato di Talleyrand

Posted by on Mar 13, 2026

V. Il ducato di Benevento dall’occupazione borbonica del 1798 al Principato di Talleyrand

5.1 L’occupazione borbonica

Era da pochi anni terminata la dominazione borbonica di Benevento (1768-1774), avutasi con l’ingresso delle truppe di Ferdinando IV nella città pontificia e dovuta alla contesa tra corte borbonica e Santa Sede a proposito della soppressione della Compagnia di Gesù, quando ulteriori venti di cambiamento

istituzionale ripresero a soffiare sul Sannio. Alla fine del Settecento la popolazione era di circa 14.000 abitanti per il capoluogo, di 6.000 nel resto del territorio (molto inferiore all’attuale provincia, praticamente poco più dell’attuale territorio comunale). La principale produzione consisteva in grano e tabacco, oltre all’orticoltura che rendeva pressoché autosufficiente il Ducato, retto da un governatore prelato e da 24 consoli (otto dei quali in carica a turno per sei mesi cosicché ogni due anni tutti erano stati in carica ed il consiglio veniva cambiato) scelti non più tra le quattro categorie medioevali (nobili, mercanti, artisti e agricoltori) ma, dalla seconda metà del secolo XVIII, tra patrizi, nobili viventi, probiviri e benestanti, civili e letterati. Le esenzioni fiscali facevano mancare veri antagonismi nell’amministrazione. La situazione con i confinanti non era del tutto pacifica: nel 1796 i ministri del Regno di Napoli avevano caldeggiato la cessione del ducato in cambio dello Stato dei Presidi (in Toscana), solo ricredersi – negli anni seguenti – temendo che l’acquisizione di una città “democratizzata” (a causa della presenza dei Francesi a Roma) potesse destabilizzare l’intero Regno. Infatti la morte del generale Léonard Duphot (durante la rivolta antigiacobina del 28 dicembre 1797) venne sfruttata dai francesi, che usarono l’omicidio per giustificare un attacco militare contro Roma. «Noi siamo nel più grande allarme per quanto è accaduto a Roma»[1], scriveva il principe di Castelcicala ministro degli Esteri del Regno borbonico[2] all’ambasciatore napoletano a Parigi, Alvaro Ruffo[3]. «Infelicemente non abbiamo che troppi motivi di credere che tutto è concertato con i Francesi e che il risultato di quanto hanno fatto e di quanto stiano per fare, venga da una determinazione presa di rivoluzionare, distruggere e dividere lo Stato del Papa»[4].

L’ambigua politica napoletana voleva assicurare Pio VI delle rette e leali intenzioni della Corte, mentre nello stesso tempo cercava di allontanare i sospetti dell’ambasciatore francese, generale Canclaux, il quale aveva rilevato «rumori sparsi di movimenti delle truppe borboniche sulle frontiere del Regno» nel gennaio 1798[5]. Il Castelcicala fin dal 13 ottobre 1797 affermava che tali misure non presumevano «intenzione ostile, nè veduta molto meno di invadere porzione alcuna dello stato ecclesiastico per appropiarsene il possesso»[6]. Il re aveva invece sempre desiderata «la conservazione effettiva del territorio della Chiesa, e che il Papa ed i pontefici suoi successori rimanessero nel legittimo loro diritto, tranquilli, sicuri e contenti possessori»[7]. Il ministro degli Esteri, marchese di Gallo[8] assicurò il ministro napoletano a Roma, principe di Belmonte che dopo «le più accurate e diligenti ricerche», le voci di fermento nel ducato apparivano prive di fondamento[9]. Il 10 febbraio 1798 il corpo d’occupazione francese entrava a Roma per instaurarvi una repubblica. Richiamato il Canclaux e rimasto a reggere la Legazione di Francia a Napoli, Claude Joseph Trouvé come incaricato di affari, il marchese di Gallo mentre insisteva, tramite il Ruffo, per l’ampliamento del Regno pur sempre a scapito dell’ex Stato Pontificio, sollecitava il rappresentante della Repubblica perché appoggiasse la richiesta della Corte: l’occupazione provvisoria del Ducato di Benevento. Il 23 febbraio il marchese di Gallo si rivolgeva al generale Berthier, che aveva guidato l’esercito di occupazione francese, e premesso il desiderio del re di veder consolidare la cordiale intesa fra il Regno e la Repubblica, diceva che Benevento incluso nel regno poteva minacciare la tranquillità e l’ordine dello stesso. Diceva inoltre che il re e i suoi predecessori non avevano mai voluto esercitare i loro diritti su Benevento, sia per un riguardo alla Chiesa, sia perchè non valeva la pena suscitare contestazioni per un così piccolo territorio di scarsa importanza. Ma ora la Chiesa non aveva più potere temporale e il re voleva assumere misure di polizia in un territorio senza più governo. Ma il Berthier non aveva facoltà di negoziare su tale materia[10] e l’incarico affidato al Ruffo era il solo sul quale la Corte potesse contare. Il Ruffo, infatti, mostrava un’alacre attività, tanto più che aveva di fronte un’abile e avido diplomatico, il Tallyrand, che manteneva in una penosa incertezza il ministro napoletano, tergiversando, frapponendo speranze e delusioni e creando allarmi sia nei riguardi di Benevento sia per un accrescimento del Regno a spese dello Stato Pontificio.

La corte di Napoli, pertanto, sempre più preoccupata di un eventuale destinazione di Benevento a tutt’altri che al Regno, decideva di occuparlo e incaricava il Ruffo di persuadere il Direttorio a non considerare come atto di ostilità e nemmeno come mancato accordo un invio di truppe. Nell’attesa di una risposta, iniziava per mezzo di agenti e soprattutto del marchese Giuseppe Pacca fratello del futuro cardinale allora Nunzio a Lisbona[11], un’agitazione nel Ducato per giustificare la non lontana occupazione. Lunghe e vane le discussioni tra il Ruffo e il Talleyrand. Quest’ultimo aveva mostrato di annuire alla richiesta di un’occupazione provvisoria del ducato ma il ministro napoletano non aveva torto a diffidare delle promesse e soprattutto dell’indole venale del Talleyrand. In un successivo colloquio Talleyrand dirà al Ruffo: «Noi vi permetteremo di occupare amichevolmente Benevento ma – vous voudrez nous donner quelque argent»[12]. Il Ruffo sorpreso e indignato aveva risposto che non si aspettava una simile proposta indecorosa. Ma il Talleyrand rinnovò la richiesta di una risposta categorica e avvertendo che il Direttorio non poteva, frattanto, permettere alcuna occupazione.

La Corte era ormai decisa a tentare l’avventura ritenendola una semplice misura di polizia che non doveva comportare alcun impegno che includesse «compra o sborso di denaro»[13]. Il 16 aprile 1798 Ferdinando IV ordinava al ministro della guerra Ariola di occupare la città pontificia. Il dispaccio affermava: «Essendosi indirizzati più volte al Re nostro Signore gli abitanti della città di Benevento esponendo lo stato precario e il disordine in cui quella popolazione si ritrova dopo le note vicende del Governo Romano; ed avendo S. M. considerazione a ciò come al rapporto strettissimo che passa fra l’interna tranquillità delle sue province e quella di Benevento, ha risoluto che una sufficiente guarnigione delle sue truppe sotto il comando del suo Maresciallo di Campo, Principe di Cutò, occupi la detta Città nella sola vista di mantenervi il buon ordine e la religione insino a tanto che le circostanze politiche di quella città non abbiano preso una forma decisiva»[14]. Ferdinando IV, quindi, il 16 aprile ordinò l’occupazione militare (che avvenne 3 giorni dopo, il 19 aprile) di una città nella quasi totalità antigiacobina, ma divisa tra entusiasmo per il nuovo sovrano e rispetto per l’antico. L’occupazione, tuttavia, fu esclusivamente militare, lasciando nell’esercizio delle loro funzioni governatore e magistrati cittadini. Intanto i colloqui con il Ministro degli Esteri francese, Talleyrand, proseguivano.

Talleyrand chiedeva per la cessione di Benevento due milioni di lire tornesi ed il riconoscimento da parte di Ferdinando IV della Repubblica Romana[15]. Di milioni non se ne sarebbe parlato ma Talleyrand sembrava pronto ad accettare duecento mila lire per lui solo. La prospettiva di questa ricompensa aveva reso il ministro francese più cordiale e più condiscendente. Il Ruffo doveva fare il possibile per evitare che nell’accordo da stipularsi, si parlasse di riconoscimento della Repubblica Romana. Avviate in tal modo le pratiche diplomatiche Ferdinando IV il 19 aprile ordinò di occupare Benevento e ottocento granatieri ne prendevano tranquillo possesso[16]. Il comandante delle truppe borboniche il Principe di Cutò rifiutò le chiavi delle porte cittadine proprio per confermare la volontà di non alterare il governo[17]. Alla fine dell’anno la situazione precipitò; Ferdinando IV decise di attaccare Roma (14 novembre), la conquistò e la perse nel giro di pochi giorni (14 dicembre). Il successivo armistizio di Sparanise (12 gennaio 1799) previde la presenza di una guarnigione francese a Benevento e il 14 gennaio i dragoni comandati da Chabrier entrarono in città.

5. 2 La Repubblica giacobina e l’insorgenza.

La democratizzazione imposta dai francesi, non fu accolta positivamente a Benevento, che mantenne un atteggiamento di «non larvata ostilità» nei confronti della Repubblica Napoletana. Il 17 gennaio 1799, un proclama dei rappresentanti pubblici di Benevento al popolo della città[18] sanzionava l’avvenuta occupazione e il nuovo assetto politico. I rappresentanti affermavano: «Gli applausi e le acclamazioni fatte da Voi all’arrivo delle sempre invitte armi francesi, hanno destato in voi un intenso giubilo ed hanno meritato il nostro encomio. La Nazione francese proteggerà la nostra religione, l’onore, i diritti, i beni, le proprietà di ciascuno. Saranno sagge le leggi, provvide le disposizioni ed amoroso il Governo»[19]. Lo stesso proclama obbligava tutti i cittadini, escluse le donne, ed inclusi quindi, i preti e i frati, di portare al cappello un nastro tricolore in segno di subordinazione; ingiungeva ai disertori dell’esercito borbonico di non dimorare sul territorio; ai prigionieri evasi il 13 gennaio di presentarsi o di lasciare per sempre il Ducato; ai possessori di armi, di consegnarle entro due giorni. Per mantenere la tranquillità pubblica, veniva istituita una guardia civica al posto del disciolto corpo di polizia. I tremila soldati entrati a Benevento il 19 gennaio 1799 confermarono la triste fama di spoliatori: lasciarono la città il giorno dopo aver depredato durante la notte il tesoro della cattedrale e il Monte dei Pegni dal quale portarono via gli oggetti preziosi e settemila ducati[20]. La reazione fu immediata:

«Accortosi il popolo dell’accaduto si levò al rumore e col suono delle campane a martello, chiamati gli abitanti dei circonvicini paesi, si fece ad inseguire i francesi che a marcia forzata si inoltravano verso Napoli. Li sopraggiunsero, di fatti, passato Montesarchio, ed ivi venne alla mischia con i medesimi. sul principio dell’azione numerosi francesi rimasero vittima del furore dei beneventani, ma essendo questi armati in massa, senza guida e direzione, rimasero come è naturale sopraffatti»[21]. Lo scontro, avvenuto in contrda Campizze, fu breve. Gli insorgenti circondati dalla cavalleria furono travolti lasciando sul campo numerosi morti (accertati – con nome e cognome – 13, ma alcune fonti salgono addirittura a quasi 500).

L’insorgenza, guidata dal sacerdote Francesco Viespolo, si spostò quindi nel capoluogo, dove ci furono numerosi feriti (tra cui lo stesso religioso) e tre morti[22]. L’esercito francese, che stava marciando su Napoli, dove pure trovò una fierissima resistenza da parte della popolazione locale (si parla di oltre cinquemila morti – ma qualcuno sostiene che la cifra vada almeno raddoppiata – in tre giorni di combattimenti), non poté far pronto ritorno a Benevento, ma il generale Championnet impose comunque una pesante “contribuzione” (10.000 ducati) e la solita erezione dell’albero della libertà, posto di fronte al monumento a Papa Orsini (venne alzato nottetempo per la palese ostilità dei cittadini). La permanenza della brigata francese nel capoluogo costò subito alla città altri 3. 500 ducati, per sedare i soldati che minacciavano di saccheggiare la città[23].

Altri 14.000 ducati vennero pagati, a più riprese, nel corso dei mesi successivi per mantenere ufficiali e truppa. in quel febbraio 1799 fu inviato a Benevento come commissario organizzatore ed amministratore Andrea Valiante, «singolare e non limpida figura di agitatore»[24], implicato nelle congiure giacobine e pertanto noto nelle carceri napoletane, che sarà nuovamente protagonista della storia beneventana durante l’insurrezione carbonara del 1820 e morirà nel carcere di Pantelleria nove anni dopo. Il Valiante insediò la prima municipalità composto di sedici membri sedici membri scelti pur sempre fra i nobili, gli ecclesiastici e i beneventani e presieduta dal marchese Pacca. Le (scarse) richieste di annessione alla Repubblica Napoletana vennero bocciate: Benevento faceva a tutti gli effetti parte della Repubblica francese e ben presto Valiante venne sostituito dal francese Charles Popp, che il 7 aprile fece ingresso in città, rivolgendosi immediatamente ai beneventani usando il bilinguismo italo – francese. Nel giro di un mese Popp riformò la municipalità dimezzandone i membri e riconfermando presidente il marchese Giuseppe Pacca; introdusse la leva obbligatoria definendola un «allargamento dell’onore di portare le armi»; per le esigenze delle truppe spogliò le chiese degli argenti superflui e soppresse una decina di conventi. La popolazione, naturalmente ostile ai democratici, continuamente vessata dalla richiesta di denaro e resa speranzosa dall’avanzata delle truppe del Cardinale Ruffo, prese le armi e si oppose all’ennesimo ingresso di milizie repubblicane (24 maggio 1799). Il generale Matera, che comandava le truppe repubblicane, si ritirò a Napoli portando con sé come ostaggi due membri della municipalità (il marchese Giuseppe Pacca ed il barone Sebastiano Schinosi).

Il Monitore Napoletano diretto dava immediatamente la – falsa – notizia della capitolazione della città sannita (25 maggio). Nonostante le minacce repubblicane e gli ordini di procedere alla mobilitazione generale ed all’arresto dell’arcivescovo, gli eventi precipitarono: il 27 gli insorgenti abolirono la municipalità, , sostituirono le coccarde della libertà collocando, al suo posto, in riparazione, una Croce e formarono una “truppa civica reale”. Seguivano l’esempio della città, Arienzo, Airola, Montesarchio, e la provincia di Montefusco. Il 29 maggio Ferdinando IV dichiarò Benevento la «più benemerita città del Regno» avendo dato per prima «i contrassegni di valorosa Religione e di attaccamento al trono», mentre il 3 giugno una schiera del Ruffo faceva un trionfale ingresso in città accolto dal grido «viva il re!»[25].

5.3 La prima Restaurazione

Il breve periodo repubblicano aveva delineato le tre correnti che avrebbero delineato lo spirito pubblico: la conservatrice filo – papale (rappresentata soprattutto da nobili e clero), dominante fino all’Unità, e le due unioniste, quella realista o filo-borbonica e quella liberale, di stampo borghese. Tra queste ultime, la borbonica vedrà a mano a mano scemare le sue file a favore della liberale, facendosi notare soprattutto nel 1838 e nel 1852 (quando Ferdinando II farà pressioni per annettere il Ducato), mentre la liberale, a parte la parentesi rivoluzionarie (1821, 1830, 1848) prenderà il predominio nel 1860. Sotto l’attento occhio del «visitatore» fra Lodovico Ludovici, vescovo di Policastro, i collusi con il governo francese furono condannati a pene lievi (e quindi beneficiarono dell’indulto del 23 aprile 1800) e la pace fu ristabilita. Non venne ristabilita, invece, la chiara giurisdizione pontificia sul Ducato, che di fatto sembrava essere passato (assieme a Pontecorvo) al Regno di Napoli: abolito il diritto di asilo, presente una guarnigione regia (che fece festoso ingresso in città il 2 dicembre 1800), non irrilevanti i contrasti con il governatore pontificio, monsignore Giuseppe Stefano Zambelli, e con i consoli, che ritenevano eccessivo il gravame economico dei militi borbonici sulle entrate beneventane.

Passò quasi un anno prima che – per intervento diretto di Napoleone, che aveva firmato un concordato con Pio VII – Benevento fosse ufficialmente riassegnata allo Stato Pontificio e molto tempo ancora prima che la guarnigione borbonica lasciasse la città (cosa che avvenne nell’aprile 1802). Immediatamente venne rinnovato il consiglio (con una procedura di maggior controllo, questa volta furono eletti 64 anziché 24 nominativi: la Santa Sede avrebbe poi stabilito quali tra di essi sarebbero diventati i 24 consiglieri) e ricominciarono le usuali beghe (il Governatore ci mise del proprio entrando in rotta con il Cardinale Ruffo, divenuto Commendatore della badia di santa Sofia). Nel 1803 si registrò un’epidemia (1.500 morti nel Ducato) che durò da aprile a giugno. Passato il contagio, la situazione sembrò andare normalizzandosi, nonostante i problemi causati dal regno di Napoli in questioni di dogane e viabilità (Ferdinando IV pretese un aiuto nella manutenzione della rete stradale che passava vicino alla città pontificia).

5. 4 Il ritorno dei francesi: l’Impero

La battaglia di Austerlitz (1805) segnò il momentaneo imporsi del dominio napoleonico in Europa. Per quanto riguarda il Regno di Napoli, l’avvicendamento tra Borbone e Francesi fu – a differenza del 1799 – pressoché indolore: il 14 febbraio 1806 le truppe napoleoniche entrarono agevolmente a Napoli, “rea” di aver appoggiato la terza Coalizione. A Benevento, dove negli ultimi mesi si era accentuato il contrasto tra i nobili ed il Governatore Zambelli, i militari francesi giunsero il 18, guidati da l generale Duhesme, già comandante delle truppe repubblicane sette anni prima. Il governatore si affrettò a nascondere i realisti beneventani, mettendo agli arresti domiciliari Giuseppe Collenea, tenente colonnello delle truppe provinciali, che si era presentato con la divisa militare napoletana per sottolineare le proprie idee politiche, e fece rimuovere le insegne monarchiche 8 nottetempo, come nel 1799 era avvenuta l’erezione dell’albero della libertà) nel tentativo di mantenere la neutralità del Ducato. Salendo sul trono di Napoli il 30 marzo 1806, Re Giuseppe Bonaparte confermò i diritti della Santa Sede (e particolarmente la dipendenza di Benevento da Roma), mentre le lotte partitiche si riaccendevano e Ercole Consalvi (Segretario di Stato e costante punto di riferimento per le questioni beneventane) scriveva a Zambelli di evitare qualsiasi atto che implicasse un pur implicito riconoscimento di Re Giuseppe, fino ad omettere di nominarlo nelle lettere, indicandolo semplicemente come «Governo di Napoli».

Tutte precauzioni che risultarono inutili quando, il 5 giugno 1806, Charles – Maurice de Talleyrand, già vescovo apostata di Autun ed attuale ministro degli esteri, venne insignito del titolo di Principe di Benevento (mentre il maresciallo Bernadotte diventava Principe e Duca di Pontecorvo, prima di ascendere al trono di Svezia). Il 16 giugno il feudo veniva occupato militarmente, poiché si doveva evitare «scintille in un paese tanto infiammabile», come affermò Talleyrand, utilizzando lo stesso argomento di Ferdinando IV del 1798; nello stesso giorno l’arcivescovo Domenico Spinucci era costretto – dopo che gli era stata rifiutata la «la rassegnata impotenza e nobile sdegno» con cui Consalvi scrisse a Napoleone protestando per la violazione «senza titolo» in uno «stato di pace e di amicizia» tra Imperatore e Papa: il Segretario di Stato dette le dimissioni senza impressionare il generale Lanchantin, che entrato in città fece abbattere gli stemmi pontifici, salvo convocare Governatore e Consoli sostenendo di essere giunto con il consenso della Corte romana (falsità che non rassicurò la popolazione la quale, memore delle ruberie giacobine, si riversò al Monte dei Pegni per “spignorare” i propri beni). Ancora una volta il Consalvi spinse il Governatore Zambelli a non compiere atti che potessero far credere ad una accettazione dello status quo e confermò la falsità del pretesto accordo tra governo francese e Santa Sede. Il 28 luglio giunse il primo governatore indicato direttamente da Talleyrand, Alexandre Dufresne Saint-Léon, già alto funzionario sotto Neker, che chiese a tutti un giuramento di fedeltà secondo la formula: «Io giuro fedeltà ed obbedienza a Sua Altezza Charle Maurice Talleyrand-Périgord Principe Regnante, Duca di Benevento mio sovrano». Soddisfatto, sentenziò che quello sarebbe stato il primo giorno della «rinascita beneventana», promettendo «di impiegare, per la felicità individuale e per la prosperità generale, tutti i mezzi che il Suo sovrano potere e la bontà suprema di Dio potranno somministrargli»[26]. Un entusiasmo che lo stesso Talleyrand (cui si deve il motto «Surtout, pas de zèle») non avrebbe approvato, deciso come era ad utilizzare il titolo all’esclusivo fine del proprio personale arricchimento. Scrive Alfredo Zazo: «Cominciava, ad ogni modo, per la travagliata Città un nuovo periodo: qualche riforma iniziata o progettata dal Governo pontificio sarà mandata a termine; vari utili provvedimenti saranno presi; non pochi abusi si correggeranno, ma un vero rinnovamento mancò»[27].


[1] Alfredo Zazo, Il ducato di Benevento dall’occupazione borbonica del 1798 al principato di Talleyrand, A. Miccoli, Napoli, 1941, p. 2.

[2] Fabrizio Ruffo principe di Castelcicala, ambasciatore a Londra e poi ministro degli esteri a Napoli dal 1795 al 16 gennaio 1798, quando fu sostituito dal marchese di Gallo, membro in seguito, della Giunta di Stato nella quale assunse un atteggiamento di rigore; esule con Ferdinando IV in Sicilia, ambasciatore a Parigi nel 1815 e poi a Londra per breve tempo.

[3] Archivio di Stato, Napoli [ A. S. N. ], Esteri, Roma,  fasc. 1560. Napoli, 3 gennaio 1798.

[4] E. Gachot, La premiére campagne d’Italie ( 1795 – 1798 ), Paris, 1901, p. 325.

[5] Samnium 1936, p. 242: Transito delle truppe borboniche di Ferdinando IV per Avellino, Torrecuso, Paduli.

[6] A. Zazo, op. cit., p. 5.

[7] Ib.

[8] Dal 16 gennaio 1798.

[9] A.S.N., Esteri, Roma, fasc. 1560. Gallo a Belmonte – Napoli, 23 gennaio 1798.

[10] A. S. N., Esteri, Roma, fasc.1560. Belmonte  e Gallo.  Roma, 5 febbraio, 1798. Tuttavia il Berthier al pari dei generali Massena e Dalle Magne, espresse parere favorevole all’occupazione borbonica di Benevento.

[11] B. Maresca, La missione del comm. Alvaro Ruffo, in Arch. Stor. per le Prov. Nap., XXXII, 1907, p. 472.

[12] A. Zazo, p. 16.

[13] A. Zazo, p. 17.

[14] Id. p. 20.

[15] V. Maresca, op. cit., XXX, I, p. 4.

[16] M. Martini, Per la storia del dominio napoleonico in Benevento, in Rivista Storica del Sannio, 1914 – 1915, p. 260

[17] A.S.V., Benevento , Affari ecclesiastici, anni 1800 – 1801.

[18] Il proclama a stampa è conservato nell’A.S.V., Segreteria di Stato, Gov. di Benevento, 1802.

[19] A. Zazo, p. 45.

[20] Id., p. 47.

[21] A.S.V. Benevento, Affari Ecclesiastici, 1800 – 1801. Zazo, pp. 47  – 48.

[22] A. Zazo, p.49

[23] Id. p 51.

[24] Id. p. 52.

[25] A. Zazo, p.69.

[26] A. Zazo, p. 177.

[27] Id., p. 178.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.