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Verga e la statua di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ott 22, 2019

Verga e la statua di Alfredo Saccoccio

       Giovanni Verga lasciava che la letteratura parlasse di sè dalla bocca di Gabriele d’Annunzio: sommati , in questo campo, il silenzio di Verga e la loquacità del d’Annunzio, si ottiene un rilevante numero di parole, tale da potersi attribuire a due persone che abbiano parlato abbastanza.

   Questo silenzio, naturalmente, e la stessa natura della sua arte, che pare fatta di parole pronunciate a bassa vice, compromisero il Verga agli occhi dei catanesi. Rapisardi, tanto più minuto di Verga nella figura, riempiva la vita di Catania. Egli era come un tuono cittadino, conservato nella casa patrizia di una via centrale : bastava che un gruppo di studenti si raccogliesse sotto il balcone di quella casa, perché  il tuono rumoreggiasse. E quando egli andava per la  strada, tutti si accorgevano che passava un poeta.

   Nelle giornate di sole, i ragazzi, domandando perché “quel signore” portasse un enorme parapioggia nero, apprendevano che queste cose si fanno quando si è poeti. Non è, dunque, da meravigliarsi se, da queste parti, l’immagine della poesia si presenta con un parapioggia aperto sotto un roseo, tiepido e calmo sole d’aprile. Però, a parte gli scherzi, Verga fece di tutto per scivolare fuori  dall’attenzione e riempire, il meno possibile, di parole proprie la memoria degli altri. Tutto questo si ripercuoteva in quel mondo, figlio della memoria, xhe è la statuaria. Forse non vedremo mai la statua di Giovanni Verga nel giardino pubblico di Catania, in quel viale degli Uomini Illustri, ove il busto del Rapisardi ha un posto eminente e si erge, con i capelli e la cravatta di poeta,, sopra una colonna in cui Victor-Marie Hugo e Giuseppe Garibaldi lasciarono le loro umili parole : “Vous etes un précurseur” e “Alla vanguardia del progresso, noi vi seguiremo!”. Forse non vedremo mai, in marmo bianco, fra gli alberi di pepe e le palme, quell’alto, magro signore siciliano, che tutto aveva in meno nei riguardi dei conterranei della sua età, perfino la “pancetta”. Così si paga il non portare un grosso parpioggia nero nelle giornate luminose di aprile e il non parlare troppo di sè. Un solo catanese ricorda di lui alcune parole, che ci permettiamo di pubblicare. Questo catanese era Francesco Guglielmino, professore di letteratura greca nella Regia Università di Catania e poeta dialettale di rara potenza.  Il professore raccontò a Vitaliano Brancati che, un giorno, avendo letto in un giornale la notizia che l’autore  de “I Malavoglia” aveva terminato “La duchessa di Leyra”, disse al Verga la sua contentezza… Questi si fece scuro in faccia. Guglielmino  chiese allora se la notizia, per caso, fosse una bugia.

   “Parru a Guglielminu amicu o a Guglielminu giurnalista ?” domandò Verga, con la faccia aggrottata.

   “A Guglielminu amicu”.

   “Allora vi dirò”, aggiunse Verga, sempre in siciliano, “che io non scriverò mai “La duchessa di Leyra”. La gentuccia, sapevo farla parlare; na questa gente del gran mondo, no. Quando essi parlano, mentiscono due volte : se hanno debiti, dicono di aver l’emicrania…”.

   Queste poche parole sono importanti. Il piano stesso della sua opera, esposto nelle prefazione de “I Malavoglia”, aveva spinto Verga, come la mano di un amico che voglia far violenza ai nostri gusti, dentro una società, dentro un salone in cui Verga non voleva assolutamente entrare. La sua poesia consisteva in quei sentimenti immediati che si   esprimono nel linguaggio immediato dei siciliani incolti. Potevano parlare, i suoi nuovi personaggi, deputati, duchi, dame, come i pescatori di Acitrezza? No, di certo. Ma poteva, d’altra parte, il sentire immediato del Verga esprimersi nei discorsi distesi, letterari, convenzionali dei suoi nuovi personaggi ? Nemmeno. Avrebbe potuto, a questo punto, soccorrerlo l’ironia, della quale egli, nel “Mastro- don Gesualdo”, aveva dato bellissime prove. Ma lavorando sempre nel comico, gli sarebbe rimasta, inusata e turbante, entro l’animo una gran dose di pietà cristiana ; durante la scrittura, egli avrebbe avuto,  continua, l’impressione di adoperare mezzo se stesso e, al termine del suo lavoro, quella di aver scritta mezza opera.

   Prima di chiudere questo articolo, diciamo che i personaggi del Verga (i pescatori,  i contadini) non sono affatto popolari tra i pescatori e i contadini, nemmeno fra quelli  di Acitrezza e della Piana di Catania.  E’ solo la borghesia che ama  vedersi descritta e messa in scena dagli artisti : il popolo, no. Gli eroi del popolo  non sono mai né contadini né pescatori, ma re, aviatori, pugili, maghi e tutta la gente ricca e fortunata.  La poesia della miseria, il popolo non la capisce.

   Però, non essendo cari al popolo, questi personaggi verghiani saranno cari alla borghesia ? Nemmeno e per quello che si è detto : la borghesia ama trovare se stessa nei romanzi e nelle commedie.

   E allora di chi saranno gli eroi questi padron ‘Ntoni e Mena e compare Alfio ? Degli intellettuiali ! Proprio così : gli intellettuali, nel senso umano e alto che può avere questa parola, di uomini intelligenti e versati in buone letture filosofiche e letterarie, gli intellettuali  sono gli unici, beati lettori di Giovanni Verga. Essi soli, stanchi dei cavilli, delle chuiacchiere, delle grida presuntuose e del falso tono epico, troveranno nel lamento di compare Alfio la più gradita poesia di questo mondo e, chiusi i libri di d’Annunzio e di Oscar Wilde, vedranno in sogno, come il greco di un tempo vedeva Achille e  l’italiano di un tempo Orlando, il loro eroe: ‘Ntoni di padron ‘Ntoni.  La medesima, pacificante bellezza, di cui splendevano Achille e Orlando, splende, agli occhi di questi ottimi lettori, nella figura del marinaio di Acitrezza. I libri di Verga si sono venduti e si continueranno a vendere. Forse si venderanno poco, ma essi sono acquistati dall’unico pubblico rispettabile che esista in Europa, da quando la borghesia è diventata così rozza e priva di ideali e il popolo così distratto: il pubblico dei cosiddetti intellettuali, i quali, d’altronde, per il loro numero cresciuto  e per il loro comune gusto, possono costituire assai bene la categoria del lettore medio : lasciando al lettore medio del tempo antico l’appellativo, che ormai gli si conviene, di infimo.

Alfredo Saccoccio

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