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Vico dopo il De Ratione, settima orazione del 1708

Posted by on Ago 18, 2025

Vico dopo il De Ratione, settima orazione del 1708

Giuseppe Gangemi

Dopo aver letto il De Ratione, davanti alle autorità accademiche e alle autorità politiche, viceré Grimani in testa, Vico corre rischi e prende provvedimenti per rimediare. Per suggerimento di Paolo Mattia Doria, si dota di una sua metafisica e scrive il De Antiquissima, che pubblica nel 1710. Ma siccome il pericolo è già passato, non prosegue con gli altri due libri di metafisica previsti. L’unica conseguenza del De Ratione è il fatto che a Vico non verrà più richiesto di tenere l’Orazione inaugurale all’apertura dell’anno accademico, per i successivi 11 anni. Non per questo, però, smette di scrivere di politica. Lo fa con qualche precauzione e lo accenna nella sua Autobiografia, che scrive in terza persona.

“Ed egli [Vico] molto più poi si fé addentro in quest’opera del Grozio, quando avendosi ella a ristampare, fu richiesto che vi scrivesse alcune note, che’l Vico cominciò a scrivere più che al Grozio, in riprensione di quelle che vi aveva scritte il Gronovio, il quale le vi applicò più per compiacere a’ governi liberi, che per far merito alla giustizia; e già ne aveva scorso il primo libro, e la metà del secondo; delle quali poi si rimase sulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico di religione adornare di note opera di autore eretico” (1836, I, 414).

L’episodio viene annotato senza precisare se Vico abbia o meno concluso la stesura di queste note introduttive all’edizione di Grozio. Nel 1837, Giuseppe Ferrari ipotizza che un manoscritto di Vico – venduto al Marchese di Villarosa, Carlantonio De Rosa e ancora consultabile -, sia un frammento della bozza di introduzione di Vico a Grozio. I successivi editori di Vico, Benedetto Croce, Giovanni Gentile e Fausto Nicolini, dissentono dall’ipotesi di Ferrari. Essi ipotizzano che il frammento sia parte di una bozza di prefazione al De universi juris o alla Orazione inaugurale del 1719 (Waldmann 2021, 244). Solo che, nel 1959, Dario Faucci, in un breve articolo, riferisce di avere trovato più di una copia di “una edizione in due volumi del De Jure belli ac pacis di Grozio e pubblicata nel 1719”, ma con “un’appendice a Mare Liberum di Grozio, e con incorporato l’apparato di Johann Friedrich Gronovius, che comincia con un’epistola dedicatoria a Eugenio di Savoia, firmata ‘D.J.D.B. Advocatus Neapolitanus’” (Waldmann 2021, 244).

Con varie pubblicazioni, Faucci diffonde questa scoperta e riesce a convincere non pochi studiosi che quel frammento manoscritto di Vico sia la prova che la dedicatoria al generale Eugenio di Savoia posta in premessa all’edizione del volume di Grozio sia stata scritta da Vico il quale avrebbe nascosto la propria identità dietro la sigla D.J.D.B. Advocatus Neapolitanus. Faucci categoricamente afferma che due delle quattro iniziali puntate indichino Giambattista Vico: J starebbe per Johannes e B per Baptista (Waldmann 2021, 250). Argomento che molti trovano poco convincente, dato che rimarrebbero inspiegate le due D puntate.

Waldmann smentisce del tutto Faucci mostrando di avere trovato un volume in cui la dedicatoria è firmata “Dominicus Jannuccius Advocatus Neapolitanus” (Waldmann 2021, 252). Rimarrebbero non spiegate la D e la B, ma quello che c’è è sufficiente ad escludere Vico. L’editore dell’opera si è mantenuto anonimo per le copie messe in vendita, e si è rivelato solo a un numero limitato di persone. Una di queste è il principe Eugenio di Savoia cui una copia a firma Domenicus Jannuccius sarebbe stata inviata. Rinunciando a spiegare D.B. (un secondo editore che è voluto rimanere anonimo?) Waldmann concentra la propria attenzione su Domunicus Jannuccius, alias Domenico Jannucci. Egli ritrova a Napoli un Domenico Jannucci che studia giurisprudenza dal 1711 al 1717 e che, in seguito, è magistrato a Cosenza. Che sia il Jannucci giusto lo mostra il fatto che abbia scritto una lettera al Principe Eugenio e abbia ricevuto una risposta dove si accenna a una “dedicatoria del consaputo libro” [Grozio?] (2021, 269).

Waldmann parte dalla convinzione che Faucci “ha ragione nel sostenere che il 1719 coincise con il momento della Vita di Vico in cui gli fu chiesto di collaborare alla ripubblicazione del De jure belli ac pacis” (2021, 264). Quindi, si concentra sul fatto che, nella dedicatoria al generale Eugenio, viene usata l’espressione fas gentium per indicare il diritto delle genti. Waldmann osserva che questa espressione è frequente in Vico, mentre è quasi assente negli altri autori che preferiscono usare l’espressione jus gentium. Infine, ricorda che è Tacito ad avere spiegato che “fas” e “jus” sono quasi sinonimi, con la lievissima differenza che “fas” ha un’implicazione più emotiva di “jus”. L’uso dell’espressione fas gentium si trova già nello scritto De rebus gestis Antonj Caraphei, pubblicato nel 1716. Secondo Waldmann, nella dedicatoria, ci sono altre espressioni che rimandano a Vico. E, siccome è escluso che la dedicatoria sia di Vico, occorre ipotizzare che potrebbe trattarsi di qualcuno che aveva dimestichezza con le opere di Vico.

Un ulteriore elemento sottolineato da Waldmann è che anche “Vico aveva inviato una copia del De universi juris con dedica scritta [a mano] a Eugenio di Savoia intorno al 1722” (2021, 248). Il testo della dedica definisce il Principe “Il più grande imperatore della guerra, che tutti i mondi lontani desiderano vedere, tutti i posteri di tutte le epoche desidereranno vedere” (2021, 248). Infine, Waldmann ipotizza che “Vico e l’editore potrebbero aver previsto la protezione di Daun nel 1719, ma ora [con il nuovo viceré Johann Wenzel von Gallas] furono costretti a nascondere il loro coinvolgimento, e così decisero di pseudonimizzare l’epistola dedicatoria a Eugenio” (Waldmann 2021, 270).

La conclusione è che è esistito a Napoli un “partito della riforma fiscale” nel quale si è riconosciuto anche Vico e che ha avuto vari referenti ideali: Antonio Carafa, il quale, appartenendo a una generazione precedente, percepisce la necessità di finanziare un esercito per la difesa di ogni nuovo regno conquistato, ma non la soluzione di una rigorosa riforma fiscale; il Principe Eugenio cui, in tempi diversi, si rivolgono sia Jannucci, sia Vico che è il riferimento principale di quanti sono convinti della necessità di efficienti ed eque riforme fiscali; l’ex viceré di Napoli (per due volte ex: governa per otto mesi nel 1708 e dal 1713 al 1719) Wirich von Daun il quale, dal 1725 al 1736, come Governatore di Milano, realizzerà la parte tecnica della più efficiente ed equa riforma fiscale del Settecento, il Catasto Teresiano.

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