Vico Filosofo della crisi e di come risorgere
Giuseppe Gangemi
Vico è il filosofo cui si ricorre in Italia nelle situazioni di grande crisi. Poco ascoltato nel Settecento, il suo secolo, viene recuperato e rilanciato da Vincenzo Cuoco dopo il fallimento della Rivoluzione giacobina napoletana del 1799. Diventa una guida importante per l’azione politica durante il Risorgimento, quando viene interpretato come uno sviluppo ulteriore del pensiero nazionale di Niccolò Machiavelli.
Realizzata l’unità d’Italia, il moderno Principe auspicato da Machiavelli viene immaginato essersi materializzato nella rappresentazione stereotipata dei quattro padri della patria del Risorgimento italiano: Giuseppe Mazzini, il suscitatore di movimenti collettivi, l’eroe messianico; Camillo Benso conte di Cavour, il grande diplomatico, il realista che rimane ancorato alla verità effettuale della cosa e costringe gli altri a restare con i piedi per terra; Vittorio Emanuele II, l’espressione dell’istituzione monarchica, colui che ha saputo tenere insieme tutti gli attori del Risorgimento; Giuseppe Garibaldi, il condottiero militare che interviene, vittorioso, a salvare l’onore dei combattenti italiani, laddove l’iniziativa diplomatica non vuole arrivare (il Meridione con l’Impresa detta dei Mille) o dove l’esercito monarchico non ce la fa e viene sconfitto (la seconda guerra d’Indipendenza).
Realizzata l’Unità italiana, Vico viene momentaneamente accantonato come filosofo guida della nuova nazione, forse perché Vico aveva mente una nazione, quella napoletana, che si era formata naturalmente dalla viscere della propria storia che è stata storia di resistenza all’invasione saracena e turca e alla difesa dell’Europa cristiana. Tuttavia, i limiti della costruzione dell’Italianità, quei limiti che vengono indicati con la felice e fortunata espressione, “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani” (che, poi, non si sono ancora fatti), porta due grandi filosofi, i maggiori del suo tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, a riprendere in mano Vico. Perché una cosa è chiara a tutti: Vico è il filosofo della mente, il filosofo che insegna ad indagare e ricostruire, adeguatamente ai bisogni, la mente collettiva di un popolo. Per questo, essendo ancora debole e scarsamente diffusa la coscienza dell’appartenenza a un’unica nazione – basta considerare la tanto popolare, al tempo, teoria lombrosiana secondo cui in Italia ci sono due razze nella penisola italiana, la aria nel Centro Nord e la africana nel Meridione e nelle Isole, e il fatto che Scipio Sighele denunci che, essendo questa teoria vera, forse non era stato un bene che il Risorgimento avesse fatto l’Italia una -, Croce e Gentile rilancino Vico e l’obiettivo della costruzione della mente dell’Italiano medio, una mente che faccia sentire di appartenere a un unico popolo e a un’unica nazione quanti vivono nella penisola.
Con l’affermazione del fascismo, vari cattolici (i più rilevanti tra loro, Giuseppe Capograssi e Salvatore Satta), più dei massoni e laici (il più rilevante tra loro, Silvio Trentin) si convincono che il particolare recupero che Croce e Gentile hanno fatto degli studi della mente e di una lettura di Vico interpretato come anticipatore di Hegel ha messo in ombra il problema della costruzione della dottrina civile degli Italiani. Questi si propongono di fornire una rilettura di Vico alternativa a quella di Croce e Gentile e che sia capace di contribuire a rifondare quella concezione della democrazia che il fascismo ha messo in crisi in Italia e in Europa.
Cominciando le sue denunce nel 1870 e continuando fino all’anno 1900, la situazione dello Stato italiano, apparirà a un uomo del Risorgimento, Matteo Manfrin, esule e collaboratore di Quintino Sella sia prima che dopo l’Unità d’Italia, un fallimento sempre crescente. La sua condanna definitiva egli la denuncia in un volume cui dà il signiificativo titolo di Tirannide burocratica. La sua tesi è che la nuova classe dirigente italiana ha fallito per quel “sentimento che G.B. Vico chiama boria delle nazioni e lo Spencer i pregiudizi del patriottismo” (Manfrin 2011, 225).
La spiegazione di Manfrin è che i governi assoluti precedenti l’Unità d’Italia hanno continuato a operare con i loro principi attraverso i funzionari e i dirigenti statali che sono passati dai vecchi ordinamenti statali al nuovo. La prima conseguenza è stata che la compagine di governo non è mai stata del tutto omogenea e, a volte, ha prodotto omogeneità assorbendo per tutta la nazione i difetti di ciascuno Stato preunitario.
Il primo difetto è stato portato dai funzionari del Lombardo-Veneto che hanno portato nel nuovo Stato “l’arte finissima dei funzionari fiscali ex-austriaci” (Manfrin 2011, 226). Il secondo difetto è stato portato dai funzionari meridionali i quali hanno portato l’arte di trovare, per giustificare un operato già messo in atto, le massime di giurisprudenza che lo legittimavano. “Ad ogni nuovo fatto un nuovo testo e le massime di giurispudenza andavano a cementare l’opera del cannone” (Manfrin 2011, 227). Il terzo difetto è stato portato da Meridionali e dai funzionari del Papato e consiste nel ritenere che “fra Governo e amministrati (che è quanto dire tra Governo e Popolo) la lotta è continua. Gli amministrati esagerano .. ed è perciò che anche il Governo è obbligato ad esagerare, come avviene in tutte le lotte” (Manfrin 2011, 230-1). Il quarto difetto venne da varie parti d’Italia e soprattutto dalla Toscana ed è l’avere sostituito la pratica delle ispezioni sul posto con l’invio dei questionari che, spesso, le autorità comunali, non sentendosi competenti, fanno compilare agli stessi controllati, con la conseguenza che i controlli vengono di fatto vanificati. Dalla Toscana è venuto anche la venerazione per la partita doppia, cioè con l’esattezza delle statistiche. Ed invece, quando nel 1876 il ministro Marco Minghetti asserisce (e consegna alla storia) il racconto che il bilancio è andato in pareggio, come mai il suo successore, Agostino Depretis, “asserisce invece che l’esercizio del 1876 si chiude con un disavanzo? … Dopo il Depretis, il Seismit-Doda. E mentre il Depretis lamentava un disavanzo, il Seismit-Doda vede un sopravanzo” (Manfrin 2011, 239-40). Ma nessuno dei tre ha mai smesso di considerare esatte e indiscutibili le proprie cifre, glissando sulla loro difformità rispetto alle altre.
La prima cosa che si nota in questo elenco è che nella responsabilità del nuovo Stato unitario sono coinvolti tutti i precedenti Stati preunitari (Lombardo-Veneto, Toscana, staterelli come Modena, Papato, Meridione) ma non il Regno di Sardegna. Il che si comprende facilmente se si pensa che Manfrin è un esponente della Destra Storica che ha condiviso la politica preunitaria del Piemonte e anche quella post unitaria di Vittorio Emanuele II, di Camillo Cavour e, naturalmente, quella dell’esercito (di cui denuncia solo il fatto che i Meridionali ne hanno giustificato ex post la legittimità di molte azioni illegali e l’eccesso di uso del cannone).
La seconda cosa che si nota è che Manfrin si accorge, e lo dichiara con un brevissimo accenno alla boria dei dotti che si è manifestata nel nuovo Stato unitario, del tradimento della cultura prerisorgimentale che aveva elaborato una strategia di costruzione del nuovo Stato che era modellata su una interpretazione di due grandi pensatori italiani. Un’interpretazione che era stata formulata, a partire da Vincenzo Cuoco, per spiegare il fallimento della rivoluzione giacobina napoletana. Un’interpretazione che aveva la funzione di assicurare che certi errori non si ripetessero. Invece, ci dice Manfrin, l’errore più grave, quello della boria dei dotti, fondamentale per il fallimento del 1799, era stato ripetuto anche dal 1860 al 1900 e aveva realizzato un disastro. Un disastro che ancora oggi impedisce che l’Italia abbia potuto esprimere quei caratteri di omogeneità, energia e solidarietà richiesti da una nazione, cioè da un popolo. Caratteri che sarebbero dovuti emergere da una caratteristica che è lo stesso Manfrin a dichiarare tipica dello Stato moderno: la genesi della formazione dello Stato moderno presuppone che questo sia guidato da “una compagine d’individui aventi i caratteri di omogeneità, di energia e di solidarietà necessari per costruire ciò che si chiama una nazione, un popolo, il quale si dà una forma ordinativa (un Governo) perché meglio la compagine, il consorzio, proceda. Il omogeneità, energia e solidarietà richiesti da una nazione, cioè da un popolo. Caratteri che sarebbero dovuti emergere da una caratteristica che è lo stesso Manfrin a dichiarare tipica dello Stato moderno: la genesi della formazione dello Stato moderno presuppone che questo sia guidato da “una compagine d’individui aventi i caratteri di omogeneità, di energia e di solidarietà necessari per costruire ciò che si chiama una nazione, un popolo, il quale si dà una forma ordinativa (un Governo) perché meglio la compagine, il consorzio, proceda. Il concerto che da questa genesi scaturisce limpido, è quello di protezione, che cioè i cittadini si danno un Governo perché esso sia il loro protettore” (Manfrin 2011, 231).
C’è in questa affermazione, letto alla luce del titolo del volume Tirannide burocratica, la profezia che, non affrontando e risolvendo questa crisi, il Governo protettoire si trasformi in un vero e proprio Governo tirannico e libertario, come effettivamente si è rivelato essere il Fascismo. Poi, costruita la Repubblica, si dirà che la Resistenza al Fascismo sia stata la prosecuzione del Risorgimento. Non mancheranno, però, quelli che pensano o penseranno che il Fascismo sia stata la vera prosecuzione del Risorgimento.


invio in corso...



