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Vige ancora il più ostinato e pavido top secret sui crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni meridionali

Posted by on Mar 12, 2020

Vige ancora il più ostinato e pavido top secret sui crimini perpetrati dalla        soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni meridionali

 E’ ora che si consenta il libero accesso agli archivi dello Stato Maggiore dell’esercito italiano, che nascondono, in centinaia di  grossi volumi, documenti  non solo militari (ordini, dispacci, rapporti relativi ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raids repressivi e briganteschi, movimenti di truppa), ma anche di natura squisitamente politica (istruzioni riservate ed anche cifrate del governo subalpino a luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali, profittatori; verbali di interrogatori eseguite nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali; elenchi dettagliati dei contanti, dei preziosi e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nel palazzi reali, nei banchi pubblici e nelle chiese).

Questi documenti comprovano i bestiali crimini commessi dai carabinieri a spese di popolazioni inermi, derubate da profittatori dai nomi altisonanti, trasformati in “eroi purissimi”, beatificati nei sacri testi dell’agiografia risorgimentale, come  evidenziò un’interpellanza parlamentare dell’on. Angelo Manna, nella seduta del 4 marzo 1991, alla Camera dei Deputati. Riportiamo un ampio stralcio dell’intervento dell’on. Manna: “…Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento del Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, isurpatore ed assassino – e perciò galantuomo – nonché il suo proto beccaio Benso Camillo, porco di Stato – e perciò statista sommo – ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana. L’ufficio  dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore  storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli  incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo (all’anagrafe Salvatore De Crescenzo) e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e de privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe. Quali  studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti?

…  I piemontesi “buoni”, voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Govone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli. Li vogliamo nominare tutti i cattivi? Non la finiremmo più! Certo, signor Presidente, anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe, è stato ed è  – mi consenta, signor Presidente – roba da storico voltastomaco. Il generale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue: “Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?”. Povera storia, signor Presidente! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale!. Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi, medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligustre-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. …ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clou della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione di massa, come “cacciata dei cafoni” dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti  borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo.  … Ma noi del Sud – che non intende subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento  totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò – non interessano le bubbole che i vestali del sacro fuoco del mendacio tricolore fanno propalare anche ad un sottosegretario di stato, nella certezza che, per carità di patria, anche egli, come i suoi predecessori, non disdegni di farsi complice loro nel servire la mistificazione e i suoi profeti abietti.

L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schuifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infranciosato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio (che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati) recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze  subite dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere”.

Occorre ora aprire gli armadi infami, di cui l’esercito è tenutario e protettore dal 1856, contenenti tantissimi documenti di eccezionale valore, concessi in visione soltanto a “scrittorelli” di indubbia fede antistorica, sui quali è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento, non disposti ad ammettere i crimini di cui esso si era macchiato, non mettendo in piazza , inconfutabile prova documentale, che l’annessione del regno napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad “ucciderre di mazzate” i difensori pavidi, timorosi, delle ragioni della monarchia nazionale borbonica. 

L’accesso ai documenti da parte di studiosi attendibili  e non solo dai soliti scribacchini metterebbe in piazza, oltre ai massacri belluini perpetrati dall’orda barbarica, anche il problema dell’emigrazione, che fu un’esplosione, a catena, “effetto  della raffica di calcioni tricolori  sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri”.

Alfredo Saccoccio

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