Alta Terra di Lavoro

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Vittorio De Sica, tra il dramma e la satira

Posted by on Giu 26, 2018

Vittorio De Sica, tra il dramma e la satira

Nato nel 1901, a Sora, Vittorio De Sica crebbe a Napoli, in Alta Terra di Lavoro, in un ambiente modesto. Lo si destina alla contabilità, ma il suo bel portamento e la sua facondia gli assicurano, sin dall’adolescenza, buoni successi a teatro e nel cinema.

 

Attore fascinoso, De Sica si rivela, negli anni Quaranta, grande cineasta: “I bambini ci guardano” (1943), scritto assieme a Cesare Zavattini, da un romanzo di Cesare Giulio Viola, testimonia una maestrìa assoluta della forma del melodramma: mai questo ritratto di un maschietto, Pricò (Luciano De Ambrosis), devastato dal divorzio dei suoi genitori e sballottato tra i parenti, insensibili alla sua sofferenza, sprofonda nel pathos. La stessa sensibilità all’infanzia è all’opera in “Sciuscià”, del 1946, che, prendendo per eroi due piccoli lustrascarpe (Rinaldo Smordoni e Franco Interlenghi, che diverrà attore professionista), coglie al volo lo smarrimento e la miseria dell’Italia del dopoguerra.

I due monelli, Giuseppe e Pasquale, vivono a Roma. Non importa quale Roma: la capitale dell’Italia della fine del 1944, ancora tagliata in due dalla guerra. I tedeschi resistono a nord della linea gotica, mentre gli Alleati passeggiano nelle strade della Città Eterna, facendosi lucidare le scarpe dai ragazzi: una folla di marmocchi urlanti ad una sola voce in un incomprensibile brusìo. Giuseppe e Pasquale (“Giusé” e “Pasquà” nel dialetto romano del film) sono due lustrascarpe, due “sciuscià” (dall’inglese “shoe-shiner”). Grazie al loro lavoro, essi sono quasi riusciti a risparmiare la somma che permetterà loro di comprare un cavallo, il solo sogno di questi due ragazzi, costretti a guadagnare il loro pane e a nutrire la scarsa famiglia che la guerra ha loro lasciata. Il denaro che manca loro è vendendo una coperta che si procurano, senza sapere che si ritroveranno così implicati in una faccenda troppo ampia per loro.

Giuseppe e Pasquale finiscono così al riformatorio, da cui evadono.

Nient’altro che un prologo, ma tutta la pellicola, Premio Oscar, ritenuta un capolavoro del neorealismo, è lì: “la Storia qui raccontata è un’invenzione”, ci informa un titolo di testa. Un’invenzione, ma realistica, probabile. E, più importante, una volta postulata questa situazione, il seguito non sarà che una disposizione necessaria di cause ad effetti. Il destino tragico dei nostri due “sciuscià” è già bello e deciso. La forza del neorealismo, specialmente quello del duo Vittorio De Sica (regista) e Cesare Zavattini (sceneggiatore), è di funzionare come una macchina narrativa che costringe immediatamente lo spettatore non solo ad accettare l’immagine di una condizione umana, ma a riconoscervi il proprio destino ineluttabile, il tutto in una sublime economia dei piani e dei dialoghi. Così della scena in cui i due ragazzi conversano, mentre lucidano le scarpe, inginocchiati l’uno a fianco dell’altro.

Il film, emozionante e ricco di vigore, che negli States ottenne l’Oscar per il miglior film straniero, è emblematico di quel neorealismo con cui Vittorio De Sica contribuisce a forgiare i principii. Anche raccontando il più terribile dell’esperienza umana, come in “Ladri di biciclette” (1948, altro Oscar per il miglior film straniero), De Sica non perde mai la sua fede nell’uomo né il suo talento per far sorgere la poesia alla svolta di una scena di strada.

“Ladri di biciclette”, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, grande artista, poeta e scrittore, edito nel 1946, descrive una Roma profondamente devastata dall’ultima guerra mondiale (un’economia allo sbando, infrastrutture distrutte, popolazione tormentata da fame, malattie, ignoranza), ma incamminata, anche se lentamente, verso la ricostruzione. L’operaio Antonio Ricci (Lamberto Maggiorani), in compagnia del figlio Bruno (il piccolo, bravissimo Enzo Stajola), è alla ricerca spasmodica, senza esito, della bicicletta d’alluminio, bella, leggera, del peso di cinque chili, con i copertoni seminuovi, che rappresentava per Antonio il pane quotidiano, indispensabile per raggiungere il posto di lavoro, che gli è stata rubata proprio nel primo giorno da “attacchino”. Il derubato, venutosi a trovare in condizioni disperate rispetto al lavoro, si “innamora” di un’altra bici…

Il film, di grande rilevanza e di grande bellezza, grazie al maestro del neorealismo, un titano del cinema italiano ed internazionale, ricostruisce la vita quotidiana della città dei Cesari.

Nel corso degli anni Cinquanta, il regista sembra diviso tra una lucidità amara (“Umberto D”, 1952, dramma della solitudine e della vecchiaia, con una implicita critica al governo dell’epoca, che non piacque a Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega agli spettacoli, ed una vena più fantasiosa (la pellicola in cinque episodi, “L’oro di Napoli”, 1954, della durata di 1 ora e 57 minuti, è tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marotta, che descrive una Napoli pittoresca, spontanea e piena di voglia di vivere ). In “Miracolo a Milano”, di tre anni prima, De Sica aveva mescolato critica sociale e meraviglioso: “Zavattini ed io avevamo paura che il neorealismo divenisse una formula; abbiamo dunque fatto questo tentativo che consisteva nell’applicare il neorealismo a tutte le formule dello spettacolo e dunque anche alla favola”. La pellicola, che sconcertò gli spettatori, inizia in una di quelle bidonvilles che circondavano ancora all’epoca le grandi città europee, ma si passa da una realtà sordida ad un universo incantato, in cui il giovane eroe, Totò (Francesco Golisano), un orfano allevato da una vecchia donna, dal sorriso raggiante, fa miracoli, in cui i bambini nascono nei cavoli e in cui gli angeli-custodi si fermano alle luci rosse ! Egli rivoluziona un quartiere delle periferia milanese. Il soprannaturale è onnipresente in questa favola che delinea abilmente la tendenza neorealistica del cinema italiano dell’epoca, ispirandosi al romanzo di Zavattini.

La critica del mondo capitalistico è sempre lì, ma trattata in un modo volontariamente caricaturale, e il marxismo primario cede il passo all’umorismo e al meraviglioso cristiano. Raramente ripreso, il film di essere rivisto. Sorprendente, inclassificabile, è, a colpo sicuro, una curiosità. Alla stessa epoca, Vittorio conosce uno dei suoi più grandi successi d’attore in “Pane, amore e fantasia”, diretto, nel 1953, da Luigi Comencini, in cui interpreta il ruolo del vivace maresciallo dei Carabinieri Antonio Carotenuto, giunto a Sagliena, villaggio dell’Abruzzo, dalla natìa Sorrento, un uomo piacente, malgrado l’età matura. La serva Caramella gli riporta tutti i pettegolezzi. Egli apprende così che Maria de Ritis, detta “la bersagliera”, è la figlia della più povera di quel villaggio povero. Benché lei attiri tutti gli sguardi maschili, è saggia e scontrosa. Carotenuto si infiamma di lei. Invano, poiché “la bersagliera” è innamorata del carabiniere Stelluti (Roberto Risso), troppo timido per dichiararsi. Carotenuto corteggia allora la sua vicina, la levatrice Annarella. Il maresciallo è diviso, dunque, tra il desiderio per la “bersagliera”, impersonata da Gina Lollobrigida, dalla superba presenza fisica, e quello della levatrice Annarella, meno bella e meno esuberante, ruolo sostenuto da Marisa Merlini.

E’ indubitabile che la commedia all’italiana sia nata dal neorealismo italiano. Orbene, malgrado il suo grande successo popolare, questa commedia in ambiente contadino di Comencini fu soprattutto considerata da noi un divertimento “folclorico”, in cui il fascino di Gina Loloobrigida e la facondia di Vittorio De Sica soppiantavano il neorealismo. Le cose dovevano cambiare in seguito e Comencini fu riconosciuto un grande regista, dal quale la commedia all’italiana dava la mano al dramma nero. Qui il villaggio di   Sagliena esiste con i suoi scenari naturali, la miseria, la superstizione, i costumi e la morale di una comunità campagnola. Con ugualmente la verità umana dei personaggi, parecchie note d’umorismo e, qui e là, degli accenti gravi.

Fino alla fine, Vittorio De Sica, che “firma” ben 31 films, vincitore di quattro Oscar, rifiuta di scegliere tra il dramma (“La ciociara”, 1960) e la commedia ironica (“Matrimonio all’italiana”, 1964). Il suo adattamento del bel romanzo di Giorgio Bassani, “Il giardino dei Finzi Contini”, 1970, Oscar per il miglior film straniero, è di una eleganza delicata. Siamo a Ferrara, alla fine degli anni Trenta. La villa dell’antica ed aristocratica famiglia ebrea Finzi Contini, che preferisce un dignitoso isolamento, è ormai frequentata da poche persone, a causa delle discriminazioni razziali. Fanno visita ai due figli minori il taciturno Alberto (Helmut Berger), la bellissima Micol (Dominique Sanda), l’amico di infanzia, Giorgio (Lino Capolicchio), e l’ardente universitario milanese Giampaolo Malnate (Fabio Testi), ambedue innamorati della ragazza. Le schermaglie amorose, però, sono presto sovrastate dall’orrore dei lagers.E’ un dramma sentimentale dai toni sommessi e lievi, dai colori tenui, dalla squisita eleganza figurativa. La pellicola vinse l’Oscar per il miglior film straniero, nonché l’Orso d’oro, a Berlino.

Nel suo ultimo film, “Il viaggio”, 1974, Vittorio De Sica dirige Sophia Loren e Richard Burton in una drammatica storia d’amore deruivata da Luigi Pirandello. Lo stesso anno l’attore-regista muore a Neuilly sur Seine, vicino Parigi, lasciando un’opera di primaria importanza, profondamente umanistica, con “Ladri di biciclette”, collocato al primo posto in un elenco di cento pellicole italiane da salvare e da consegnare alla storia.

De Sica attore

 

Il primo, grande successo di Mario Camerini, sceneggiato da Aldo De Benedetti e da Mario Soldati, fu “Gli uomini, che mascalzoni…”, che fu il trampolino di lancio Per Vittorio De Sica, fino ad allora attore del teatro leggero. Benché abbia sempre rifiutato di aderire al fascismo, Mario Camerini giunse a far carriera nel cinema italiano, sotto Mussolini, grazie a suo cugino Augusto Genina. Egli aveva allora trentasette anni, quando si scopre, nel 1932, alla prima Mostra del cinema di Venezia, “Gli uomini, che mascalzoni…”, commedia   romantica, sentimentale, che sembra riallacciarsi a quella corrente detta “dei telefoni bianchi”, in riferimento agli accessori chic dei salottini e delle camere da letto e nel quale la realtà sociale era elusa. Orbene, Camerini praticava una resistenza discreta ma ostinata alle consegne ufficiali. A Milano, Bruno (Vittorio De Sica), autista, cade innamorato di Mariuccia (Lia Franca), venditrice di profumeria in uno stand e figlia di un conducente di taxi. Per sedurla, egli la conduce a spasso sul Lago Maggiore nell’automobile del suo principale, facendosi passare per un borghese. Però òa sua menzogna è scoperta. Camerini filma in scenari naturali e dà, al di là dei malintesi amorosi, dei battibecchi, una tonalità grigia a questa commedia, il cui eroe si ritrova disoccupato e in cui si indovina la barriera tra classi sociali e le difficoltà della gente modesta. Seducente primo amoroso, Vittorio De Sica canta “Parlami d’amore, Mariù” di C.A. Bixio, con i due fidanzati che ballano durante una scampagnata in Brianza.

Tre anni dopo Mario Camerini girò il film “Darò un milione”. Stanco delle vane ricchezze, il miliardario Gold ( Vittorio De Sica) fugge dal suo yacht ancorato sulla Costa Azzurra e prende gli abiti

di un clochard che egli ha salvato dal suicidio e al quale ha dichiarato che darà un milione a chi avrebbe verso di lui un semplice gesto fraterno. Un giornale locale si impadronisce della faccenda e il direttore di un circo organizza pranzo e spettacolo per i poveri nella speranza di ritrovare Gold e il suo milione ! E’ la più sbrigliata delle commedie di Camerini, che si sta riscoprendo. Certamente, la satira sociale graffia la falsa carità dell’alta borghesia e l’appetito del denaro, ma equivoci e corse-inseguimenti, personaggi caricaturali e romanza amorosa del falso povero e della vera ragazza (Assia Noris) non ricca ci fanno irresistibilmente pensare alla leggerezza poetica, all’arte delle messinscena comica di René Chomette, meglio conosciuto come René Clair, l’autore de “Il cappello di paglia di Firenze”.

Nel 1937 Mario Camerini realizzò “Il signor Max”, con la stessa coppia del film precedente. Gianni, che tiene un chiosco di giornali a Roma, sogna di condurre una grande vita. Egli riesce a partecipare ad una crociera di lusso, sotto il nome del conte Max Varaldo, e cade innamorato di donna Paola. Costretto a ritornare al suo chiosco, è allora riconosciuto da Lauretta, la cameriera di Paola. Gianni fa credere ad una rassomiglianza e deve indossare le due personalità, poiché Lauretta si è invaghita di lui. In questa commedia brillante, da telefoni bianchi, non se ne vede alcuno ! Camerini ha ripreso, amplificandolo, il tema de “Gli uomini, che mascalzoni…”: la vanità di voler appartenere ad un’alta società egoista, futile, tagliata fuori dal mondo reale, e la verità delle classi medie. Gags a suo sostegno, Vittorio De Sica, in Max, appare spesso ridicolo; in Gianni, egli è seducente e capace di veri movimenti del cuore. La sua partner, Assia Noris, attrice bella e sensibile, era allora la compagna di Camerini.

Alfredo Saccoccio

 

 

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