Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Vogliono far davvero l’Italia

Posted by on Giu 25, 2019

Vogliono far davvero l’Italia

Dicono esser noi nemici d’Italia, quasi che questa patria non fosse Italia per eccellenza.
Gli antichi intendevano Italia appunto questa. 
La scuola di Pitagora Cotroniate, era detta la scola italica; perché qui divampò la prima italiana, anzi europea, scintilla del sapere.

Più su era Gallia, eterna nemica del nome latino; e fra essa e l’Italia era il Rubicone. 
Dopo la barbarie, qui risorgeva la civiltà, alla corte di Federico II.

Qui la poesia, qui le leggi, qui le scienze umane risfavillavano. Flavio Gioia e Pier delle Vigne nacquero qui; e qui dappoi sursero ingegni, che la italiana grandezza elevarono, sì che questa meridionale contrada nella universale opinione non rimase addietro a qualsivoglia nobilissima nazione.

Nell’età moderna il settentrione della penisola è stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e bensì per una certa simiglianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per una certa comunanza d’insieme, che da a tutta la penisola una ideale incontrastabile unità. Ma niuno al mondo pensò mai l’Alpigiano esser più italiano di chi nasce nella patria di Cicerone e d’Orazio, di Giovanni da Procida, del Tasso e del Vico.

Era serbato a noi viventi l’onta del soffrire i rozzi cinquettatori d’un semi-gallico dialetto, venire a insegnare l’italianità a noi, maestri d’ogni arte, e iniziatori d’ogni scienza.

L’arte settaria denigrava il nostro paese, e il Piemonte si pensava davvero di venire a incivilire questi barbari popoli; e fu sì insolente e stupido da portarne l’abbiccì, e obbligare i nostri maestri di scuola a udir le lezioni di certi Torinesi, appositamente inviati per imparare a balbettare non so qual sillabario; e, per farne meglio italiani, ne recò un incomprensibile vocabolario, e cento ineseguibili leggi, e le sue monete di falsa lega, e i suoi debiti, e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia di cui dopo i Vandali s’era perduta la memoria.

Ma noi, la Dio mercé, siamo ancora gl’Italiani per eccellenza. Il seno della nazione non può esser domo dalle luccicanti fallacie delle sette.

L’Italia fu grande perché fu virtuosa, né può tornare a grandezza, se non torna a virtù.

Il Piemonte corruttore non può essere iniziatore, se non di decadimento.Noi, noi vogliamo la civiltà, la libertà, l’indipendenza, il progresso, e l’esaltamento vero del nome italiano; non già rovesciare il concetto radicale di tai parole; né valerci di esse per coprire l’avidità e l’ambizione.

Vogliamo la civiltà cristiana; vogliamo il dritto, la ragione, il bello e Dio.

Non attentiamo all’altrui, e siam paghi del nostro; non vogliamo guerra, ma pace; non ciarlatanerìa, ma scienza; non la ipocrisia atea e ladra, ma la carità, l’amore, e il fraterno amplesso della Fede.

Napoli non avversa l’Italia, ma combatte la setta, ch’è anti-italica, com’è anti-cristiana, ed anti-sociale.

La setta dice unificar l’Italia per derubarla; Napoli vuole unire l’Italia davvero, perché proceda a civiltà, non retroceda a barbarie, perché salga al primato della sapienza e della virtù, non perché inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglomerare intorno a sé le percosse forze sociali, perché la società non pera.

E come da’ monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica favilla, così da questi luoghi i primi concetti di vera libertà contro le sette sfavilleranno.

La società aggredita si dissonni dal suo letargo; ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro è la nostra e la universale libertà.

L’Italia può esser collegata, Con la lega restan sacri tutti i dritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti e gl’interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. Riconduciamo le nazioni dal campo della forza a quello del dritto, e l’Italia cristiana riederà al suo naturale primato.

La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etnische, l’altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde uscivano quelle legioni che vinsero il mondo ne son prova.

E quando l’Italia fu serva d’un despota, e retta da avidi proconsoli, non ebbe più difesa, e cadde ne’ Barbari. Bensì nel medio evo le leghe ne salvarono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiche insieme, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de’ Medici un’ampia confederazione di stati italiani compieva.

Fu una lega italica che ricacciava di là dall’Alpe il Francese Carlo Vili; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo straniero] E non fu forse il regnante Pontefice Pio IX che nel 1848 si faceva a stringere la confederazione, dal fedifrago Piemonte avversato?

Sin da allora il Piemonte agognava al conquisto, non alla unione, a far da padrone, non da fratello. Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate.

Ventidue cantoni Svizzèri, l’America collegata, trentanove stati germanici, son rimasti collettivi e forti e non tocchi, sino a’ giorni presenti.

E l’Italia per le sue cento città, pe’ suoi varii mari, per le sue naturali ricchezze e divisioni, è fatta per essere collegata, e diventare una grande nazione!

Chi lanciava in Italia la parola unità, volle gettarvi il pomo della discordia, per abbattere la sua troppo crescente prosperità, e infiacchirla e ammiserirla… Oh! io tremo a diradare un velo che copre la storia contemporanea: chiarirà il tempo quel pomo a prò di chi fu lanciato.

Gli stranieri che si mostran teneri della italiana libertà, ne desiderano liberi, e non ne fanno indipendenti; e per giunta vorrebbero che il primo, il sommo italiano, il pontefice di Dio cadesse nella dipendenza d’un re di setta, cioè d’un re dipendente!

Non v’è libertà senza indipendenza; né in Italia v’è indipendenza senza confederazione. Lasciate dal guidarne; lasciatene stare, e saremo confederati, indipendenti e liberi.

Siete voi o stranieri che ne fate avere la libertà a parole e il servaggio in fatti. Siete voi l’ostacolo vero e storico e futuro alla nostra redenzione, voi siete.

Se il trattato di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non ispargeremmo tante lagrime, né sarebbero caduti sin ora in guerra nefanda più che centomila italiani.

Ma la setta voleva roba; però usciva da tutti i suoi antri, esordiva sul sicuro Marsala, e correva innanzi a spogliare la pinguissima Napoli.

La rivoluzione ha riempiute le tasche de’ suoi campioni, e ha raggiunto lo scopo suo.

Ma il nobile sangue francese sparso per questa pattuita federazione sarà indarno? Impassibile la Francia si vedrà in viso lacerare i sacrosanti patti d’un solenne trattato? E l’onor Franco resterà vilipeso? E qual nazione poserà più l’arme per patti, se i patti fermati con una Francia saranno impunemente per avidità di conquista lacerati? A voi o generosi Francesi è l’offesa; a voi su’ quali s’appoggiano le pazze sabaude ambizioni; e se voi stessi non vi ponete rimedio, tal vi rimarrà macchia nella storia, che saran pochi a lavarla dieci Solferini e cento Senne.

Fra Zurigo e Gaeta è un abisso; ed ei bisogna colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta lega; e l’Italia non potrebbe voler con sé quel Piemonte.

Mal s’accoppiano lupi ed agnelli. L’Italia, quando col voler di Dio sarà collegata, e che i protettori stranieri la lasceranno far da se, ha anzi il sacro debito d’accorrere su quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle già felici contrade dal giogo di chi le ha cardie di debiti e di vergogne, e l’ha fatte carceri di preti, e le ha retrocesse al paganesimo, e alla brutalità, in onta al nome italiano.

Dovrà stendere la mano soccorrevole a quei miseri italiani fratelli, gementi sotto gravissime tasse, sforzati a pascere i settarii dell’universo, spinti a far guerre nefande, e a mirar vilipesa la religione e la morale, e a tenere una larva di re disonesto, che di lascivie è miserando spettacolo al mondo. Liberare quelli ammiseriti popoli è carità di patria, ed è necessità per la comune quiete e del mondo.

L’Italia ha il dovere di dare fratellevole aita a quella fredda sua regione; di riscaldarla con l’amor della Fede, e con lo splendore delle scienze e delle arti; di restituirla alla morale, farla salire all’eccellenza delle altre, e ritornarla alle benedizioni del Vicario d’un Dio che perdona.

Imparerà Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carità patria, e l’amor di Dio, e che sia libertà e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno come le nostre santuarii d’amore; e la vecchia stirpe de’ suoi re, rionorando la croce del suo nobile scudo, ripiglierà le avite virtù, prenderà da’ Borboni di Napoli esempi di magnanimità e di valore; e apprenderà come sia più grande il combattere per la patria, che rapire l’altrui con la corruzione e la menzogna. Il Piemonte allora entrerà nella famiglia italiana; e l’Italia davvero sarà fatta.

segnalato da Gianni Ciunfrini

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