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11 novembre 2018 Michele Pezza ricorda Michele Pezza alias Fra’ Diavolo (II Parte)

Posted by on Nov 12, 2018

11 novembre 2018 Michele Pezza ricorda Michele Pezza alias Fra’ Diavolo (II Parte)

Continuiamo con le relazioni del convegno di domenica 11 e oggi pubblichiamo l’intervento di Alfredo Saccoccio.

 

Michele Pezza, alias “Fra’ Diavolo”, un personaggio che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo

 

 

 

       “Fra Diavolo” fu uno straordinario personaggio che fece parlare di sé  – e fa parlare ancora – sotto tutti i profili; un personaggio che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo.

Un incredibile protagonista, che ha infiammato, come forse nessun altro, la curiosità e l’interesse popolare e che ha suscitato un fascino irresistibile su storici, romanzieri, poeti, commediografi, musicisti, registi, pittori. Il bastaio di Itri, diventato colonnello e duca di Cassano allo Ionio, celebre in tutta Europa fu ricevuto come un principe dagli inglesi. Si tratta di Michele Pezza, alias “Fra Diavolo”, grottesco e contrastante binomio, simbolo di scaltrezza e di invincibilità, che suonò come un incubo alle orecchie di ogni soldato francese calato nel Bel Paese tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. I francesi delle armate di Napoleone Bonaparte che invasero il regno di Napoli lo definirono “brigante” perché si oppose a loro con tutte le forze. In realtà, lui non era altro che un grande partigiano, un guerrigliero che lottava per la propria terra, il Sud d’Italia, essendo legato, in maniera inscindibile, alla cultura del proprio Paese, con un profondo amore per il focolare domestico, quello dei padri, reso sacro dalle tombe ancestrali.

        Per Michele Pezza la patria non era soltanto una parola vuota di significato; la patria voleva dire tre cose: il suolo, gli abitanti e la religione, trasmessa di generazione in generazione. Il leggendario ribelle, trascinatore di uomini, dal cuore generoso e nobile, fu sempre pronto ad osare tutto per il trono e per la Chiesa. Egli non sapeva tradire (e ne aveva fornito mille e mille prove) la parola data a Ferdinando IV, quello del duplice esilio volontario in Sicilia, che non meritava un suddito e un difensore dal carattere e dal valore del Pezza, la cui rapidità di mosse, la cui furbizia, i cui espedienti, la cui energia, furono funesti ai francesi e furono studiati militarmente, come è affermato da Cesare De Laugier, conte di Bellecour. I sistemi applicati da “Fra Diavolo” in battaglia colpirono tutto il Vecchio Continente. Egli rivelò, nella temperie storica, virtù militari, con abili colpi di mano, con agguati, rendendo impraticabili le comunicazioni tra Roma e Gaeta.

       Spesso il nome di Michele Pezza è associato a quello di “celebre brigante”. Non ci sorprendiamo. È più difficile sradicare una leggenda che promuovere la verità e, quanto a quello che concerne “Fra Diavolo”, come abbiamo già accennato, romanzieri, cineasti e musicisti l’hanno ormai troppo diffusa da lunga pezza, senza parlare delle vecchie passioni antiborboniche, che hanno trovato gusto a deformare la realtà storica. I francesi – è noto – dettero quell’appellativo a tutti i realisti che lottarono nel 1799 e 1806 contro la loro violenta conquista, come l’avevano regalato, nel 1793, ai generosi figli della Vandea, sterminati nell’abominevole “Guerra degli Ignoranti” da tre eserciti, che li aggredirono da tre parti, poi infamati in tutti i modi e con tutti i mezzi, allo scopo di screditarne l’azione di valore e di fedeltà, oltre che di coraggio immenso.

        Quanto al Pezza, nelle due occupazioni francesi del reame di Napoli, egli rispondeva al terrore dei transalpini con il terrore, inalberando la questione di identità e di orgoglio nazionale. Per lui, che aveva cuore aurunco e di quelli infiammabili, la rivoluzione francese fu un “virus”, che ha avvelenato, con la sua profonda irreligiosità, la società, scomponendola e distruggendo tutte quelle istituzioni e quei simboli, propri della Tradizione. Il legittimista aveva capito che, dietro il suo capillare e sanguinoso dispiegarsi in ogni strato della società civile, c’era stata l’implacabile dittatura delle società di pensiero, che erano formate da logge massoniche, da gente di penna e di parole, da avvocati, da giudici, da qualche medico. Essi si riunivano per discutere un po’ di tutto, “in astratto”, lontani dai bisogni reali del popolo, che pur dicevano di voler redimere, avendo voluto applicare meccanicamente le idee, le leggi, le istituzioni francesi, mentre il popolo del Regno di Napoli era diverso di carattere, di tradizione, di condizioni sociali, civili, economiche. Esso era dalla parte degli odiati “Trono e Altare”. Lo aveva capito il Cuoco che non tutte le rivoluzioni sono ugualmente utili e possibili, ma soltanto quelle che sono confacenti al genio di un popolo e alle sue preesistenti condizioni di vita e di cultura. Non aver tenuto conto di questo e di aver cercato di applicare alle nostre genti del Sud lo stesso schema ideale, che ebbe favorevole successo nella Rivoluzione francese, produsse il fallimento di quella napoletana, ricalcata sopra un astratto modello, estranea alle concrete esigenze della popolazione partenopea ed anzi in contrasto con essa.

        Il lealista borbonico accettava, con profondo rispetto, le decisioni delle “autorità secolari”, che conservavano il genio della stirpe. La religione, essendo lui cresciuto alla scuola di don Nicola De Fabritiis, gli imponeva l’obbligo di osservare regole morali, i cui legami più sacri erano spezzati dai zelanti repubblicani, ovviamente al nobile scopo di realizzare il paradiso in terra e una chimerica uguaglianza di beni, grazie ai cannoni e ai fucili francesi, che imponevano una falsa libertà e una falsa uguaglianza con le armi, cancellando tutto un mondo di valori (Dio Patria, Re, Famiglia), che, da sempre, avevano nutrito il popolo napoletano. Il mito della libertà era stato una sorta di sequestro delle coscienze per i regnicoli delle Due Sicilie.

        Michele Pezza fu soldato valoroso e fedele, che rispose al disperato appello del suo re, senza tener conto della sua ingratitudine, particolarmente sotto l’aspetto finanziario. Il leggendario ribelle fu il solo uomo che “facesse sul serio” nella resistenza nel reame delle Due Sicilie, il solo uomo che ebbe il coraggio di tenere alto quel vessillo gigliato che tutti ammainavano, mentre, a Napoli, “le teste calde” democratiche instauravano, con l’aiuto del generale Championnet, nientemeno che la Repubblica, osteggiata dal popolo dei bassi e dei vicoli, che desideravano il ritorno del sovrano ed il ristabilimento della “tranquillità” e non un modello estraneo, calato dall’alto, venuto dalla Francia. A suo modo, Michele era idealista, perché, quando non si hanno i mezzi di appoggio e si combatte, non si può che essere idealisti.

      L’amore della giustizia e della verità storica non deve più consentire sia così screditata l’azione spesso eroica del Pezza e dei 200.000 insorgenti che si lanciarono, con fede e coraggio, contro le vittoriose truppe francesi, in tutto il regno di Napoli, quando nessuno contrastava più la violenta conquista del suolo patrio, insanguinato dai suoi cento e cento patiboli, che funzionavano a pieno regime.

       In molti manuali “Fra Diavolo” è fatto passare da ribaldo, da volgare grassatore, da sanguinario rapinatore, reo dei peggiori misfatti, ma gli stessi francesi ne avevano ben diversa stima, riconoscendogli “generosità e grandezza d’animo” per il suo comportamento nei confronti dei viaggiatori caduti in suo potere, come nel caso delle dame francesi, trattate rispettosamente e fatte accompagnare dai suoi uomini a Capua, dove era la piazza dei francesi. Il generale Lacour gli promise, perché cooperasse alla caduta della piazzaforte di Gaeta (doveva egli consegnare una delle porte della città), nel 1806, cinquantamila ducati, che il Pezza rifiutò dicendo: “Credevo di valere più di questa miserabile somma, ma, comunque, io non tradisco il mio re!”. Una decisione presa in nome della fedeltà a un mondo, ad una parola, a uno stile di vita, a se stesso insomma.

       È ora che Michele Pezza, una delle più originali individualità del nostro passato politico-militare, dalla tumultuosa, vorticosa vicenda umana, sia riaccreditato pienamente e mondato di colpa, essendosi troppo abusato dì quell’epiteto di “brigante”. È ora che la storia trionfi sulla leggenda oscura, tragicamente tenebrosa, che adombra e avvolge ancora la fama di un soldato sfortunato, colpevole solo di aver mancato il successo finale.

        In quell’ora di follia collettiva, cagionata da un grande rivolgimento sociale, la cronaca fu scritta, come sempre, dai vincitori e, quindi, servì poi a fabbricare una storiografia di parte che ancora si insegna nelle nostre scuole.

        È ora di ristabilire, senza remore, la verità, escludendo le passioni. Una storiografia faziosa che dipinse il capo-massa a fosche tinte, era troppo interessata a screditare l’antica sovranità per non cogliere l’occasione di fare del difensore del trono borbonico un criminale. Michele Pezza fu un uomo che seppe sempre battersi da leone, intelligentemente e con un disinteresse che lo portò a sacrificare perfino la vita e, pur avendo valide ragioni di risentimento per le ingratitudini del suo sovrano, gli rimase disciplinato ed obbediente fino in fondo.

 

       Uno storico imparziale francese, Gachot, ne traccia il profilo nel volume sul Massena, dicendo che il Pezza era un “patriota che ci si ostina a trattare da bandito”, un “martire del patriottismo e della legittimità, dalla grande energia morale e fisica”. Un altro storico transalpino, il Rambaud, ritiene che il legittimista “resta una grande figura di partigiano”, ricordato come il primo tecnico, in Italia, della guerriglia condotta nel Mezzogiorno d’Italia, degli anni 1799 e 1806, autentico prodromo di Che Guevara, che infiammò il Sud America con la sua guerriglia.

        Il più veritiero ritratto del magnifico e sfortunato soldato di Itri lo dobbiamo, però, a Victor Hugo, figlio del maggiore Sigisbert, colui che lo braccò facendolo catturare, dopo un lungo ed estenuante inseguimento. Secondo lo scrittore francese, il colonnello Michele Pezza era un insorto legittimo. Conquistato dal suo coraggio, dal suo valore e dalla sua abnegazione, l’autore de “I Miserabili”, deplorando le esitazioni della storia esitasse su Fra Diavolo, verso cui ebbe sempre una fervida ammirazione, usò eque e generose parole, rompendo le trame ordite da libri, da “pamphlets” e da giornali prezzolati, fatti stampare dal Paese dominante, a scapito della vera storia: “Fra Diavolo personificava quel tipo che si riscontra in tutti i Paesi in preda allo straniero, il bandito legittimo in lotta con la conquista. Egli era in Italia quello che poi sono stati l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el-Kader in Africa”, ovvero un patriota, un legittimista, un eroe, la cui fama travalicò le Alpi.

        Le parole di Victor Hugo su questo intrepido ed indomito capo di insorti, sono come un raggio di sole in tempo di malsana caligine, di zuccherosa gelatina del “liberalismo avanzato”. Di questo “Waldganger”, per usare un termine caro a Junger, che conduceva un’aspra guerriglia contro “lo spirito del secolo”, l’Hugo apre una breccia nelle ferree muraglie dell’ideologia eretta dagli artefici del consenso. Victor-Marie Hugo, la massima gloria letteraria dell’Ottocento francese, rende omaggio, da par suo, al dinamico e carismatico capo massa, “Comandante generale del dipartimento di Itri”.

        Il Regno di Napoli non ha avuto la grazia di alcun grande letterato che abbia speso una parola sulle epopee “fraddiavolane”, sulle insorgenze. I nostri meschini ed astiosi cantori si illusero di aver collocato, per sempre, “Fra’ Diavolo” nell’Inferno. La partita, invece, si riaprì grazie al poeta e romanziere francese, che riscrisse la storia delineando la sacralità di questo personaggio, che non piegava il collo al giogo della parte vincitrice.

        L’affermazione di Victor Hugo gli rende giustizia e ne rivendica la fama storica ristabilendo verità distorte e fatte tacere. Lo scrittore transalpino, un “libero spirito”, scevro da passioni politiche, ha giudicato il Pezza nella sua “vera luce”, con giudizio sincero, spassionato. La sua concezione del colonnello Pezza non può essere trascurata e proietta su di lui una luce nuova, tracciandone una fisionomia più veritiera, riuscendo, a nostro parere, a delineare il profilo definitivo della figura di “Fra Diavolo”, la cui fama sarà “aere perennius”, cioè più duratura del bronzo.

Alfredo Saccoccio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alfredo Saccoccio

 

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