Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

A PROPOSITO DEL FAMOSI MILLE…..DOPO L’AGGRESSIONE ALLE DUE SICILIE

Posted by on Feb 20, 2019

A PROPOSITO DEL FAMOSI MILLE…..DOPO L’AGGRESSIONE ALLE DUE SICILIE

Ventiquattro di loro impazzirono e furono ricoverati in manicomio, come Giuseppe Abbagnale e Giuseppe Fanelli, che morirono nell’ospedale psichiatrico di Napoli.

Sedici si suicidarono, chi in un fiume, chi con la rivoltella, chi in entrambi i modi, come il friulano Marziano Ciotti: un colpo di pistola in testa e giù nelle acque del Ledra.

Oreste Baratieri fece carriera nell’esercito, anche se fu inglorioso protagonista della carneficina di Adua del 1896 da parte delle truppe del ras Menelik, beccandosi le rampogne dell’ex compagno garibaldino Ergisto Bezzi, ferocemente critico verso le mire coloniali del Paese.

Altri furono colpiti dalla sfortuna. Carlo Invernizzi morì sepolto vivo nel terribile terremoto di Messina del 1908. Nino Bixio, il luogotenente di Garibaldi, fu stroncato dal colera nelle isole della Sonda.
Altri garibaldini lombardi, come Febo Arcangeli, Luigi Caroli e Giuseppe Giupponi, furono catturati e deportati dai russi nel freddo della Siberia.

fonte

fondazione Francesco II di Borbone

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Una nazione che non c’è…

Posted by on Feb 20, 2019

Una nazione che non c’è…

Sino a qualche anno fa credevo di essere italiano.
Sì, credevo, in quanto ho capito tardi di essere meridionale, del Sud.
Non che questi termini mi sfuggissero già dai tempi della scuola, ma li intendevo solo come una locazione geografica da attribuire a un territorio molto lungo, come quello italiano, per una identificazione meramente di comodo al fine di migliore e più facile collocazione di eventi meteorologici e territoriali, come per l’agricoltura, la quale è certamente diversa in funzione del clima.
E non c’è dubbio che il clima varia parecchio nel percorrere lo stivale.
Poi mi sono reso conto che “meridionale” o “del Sud” non erano usati per quello che credevo.
Ma se la Sicilia sta in Italia è la stessa cosa… O no?!?
Affatto!
E me ne rendo conto maggiormente quando di fronte a sciagure come quella delle inondazioni, dei terremoti o dei crolli (vedi ponti…), la reazione di chi “fa parte dell’Italia” è diversa dalla mia e da quella delle persone delle mie zone.
Io ho sinceramente provato sconforto di fronte alla disperazione degli emiliani che avevano perso case e capannoni, così come mi sono commosso per gli eventi del centro-Italia (L’Aquila e dintorni) e di come ancora molti di loro siano costretti a vivere nonostante il lungo tempo ormai intercorso.
E per la gente di Genova ho pianto…
Stranamente non mi lamento più di tanto se viene deciso di migliorare i servizi di città del Nord (vorrei soltanto accadesse anche al Sud con la stessa velocità e zelo… Atteso che tutte queste migliorie si facciano con soldi pubblici, quindi anche miei…).
Se si spendono miliardi di euro per raddoppiare le autostrade o fare nuovi tunnel tra le montagne non auspico che quelle montagne portino male a nessuno ma, anzi, vedo queste opere come un motivo di sviluppo e di evoluzione, oltre che di vanto per il settore dell’ingegneria civile.
Certo, magari mi piacerebbe che, anziché dar sempre priorità a chi le strade buone ce li ha già e pensa di raddoppiarle, potessero essere fatte le strade e le ferrovie ove al Sud non ce li hanno…
Non ho mai augurato male a nessuno, forse perché la mia cultura non è italiana ma borbonica.
Sono nato nel Regno delle Due Sicilie anche se non c’era più ma il dna dev’essere quello…
Quello per cui non auguro al mio vicino di fallire così che io possa primeggiare anche sapendo fare poco o facendo poco…
Io sono tra quelli che augura al proprio vicino di ottenere grandi traguardi ma che io possa ottenerne uno in più di lui.
La chiamo sana competizione.
Ora, vorrei capire che problemi hanno quelli del Nord quando augurano la morte a quelli del Sud.
Le frasi inneggianti all’Etna “che possa seppellirli tutti” o che il recente terremoto sia stato troppo lieve, tanto da non comportare decessi e se ne auspica uno “migliore” per decimare qualche “fetoso” siciliano, non li ho certamente dette io né la mia gente del Sud.
A differenza di questi “signori” io mi domando il perché delle cose e capisco che, probabilmente, gli hanno raccontato un Sud peggiore di quello che è, con persone peggiori di quello che sono.
E questo crea pregiudizio.
In fondo voglio giustificarli… E’ l’indole del Sud…
Non si giustifica però la totale mancanza di cultura e spirito critico.
Se non sai qualcosa non si parla a vanvera ma è buona norma documentarsi.
Non ci sarebbe questo Nord se non ci fosse stato un Sud iper-florido prima dell’unità d’Italia, saccheggiato (ma il saccheggio continua ancora…) dalle persone del Nord.
Quando gli austro-ungarici reputavano “zucche-vuote” le persone dell’oggi evoluta Lombardia è perché facevano a loro ciò che il Nord ha fatto per oltre un secolo e mezzo a noi del Sud.
Ma noi siamo sempre stati la patria della cultura, quella vera (non quella degli slogan) e al pari delle persone colte non fomentiamo sentimenti di odio o razzismo ma cerchiamo di capire le esigenze degli altri e i loro momenti di necessità.
I barbari erano tali perché risolvevano tutto con violenze e razzie.
Il Sud ha insegnato al mondo che può esistere la democrazia e che la cultura è l’unico modo per giungere alla verità.
Cosa intendo dire con tutto ciò? Che quelli del Nord sono a larga maggioranza ignoranti e buzzurri, sebbene ammantati di una prosopopea che li rende convinti di essere giusti e superiori?
Proprio questo!
Se ad un pazzo spieghi che lui è pazzo non può capirti!
Allora se sei un ignorante (non nel senso di chi ignora ma proprio nel senso di “capra”) è difficile accorgersene, fin quando non tenti di evolverti e da ignorante cominci a “crescere”.
Leggendo, studiando.
Solo con una media cultura (non ce ne vuole poi tanta…) capisci che non è vero che tu del Nord sei superiore a noi del Sud (semmai sarebbe il contrario… la storia ce lo insegna…) ma è solo che al Sud abbiamo subìto la violenza e la colonizzazione del Nord che ci ha massacrato nel cuore, nell’animo, nel corpo, nello spirito e nell’economia.
A quel punto, studiando, capiresti che il Sud non è fatto come te lo hanno raccontato e le persone non sono come credi.
Così come da te, caro nordico, ci sono quelli che delinquono (e a leggere le statistiche, quelle vere, ce ne sono di più da te che da me… la Lombardia è la regione più corrotta d’Italia ma non se ne parla preferendo dare sempre troppo spazio al malaffare del Sud e troppo poco a quello, maggiore, del Nord…), esistono anche al Sud.
E’ solo questione di opportunità.
E noi del Sud non ne abbiamo più avute dall’unità in poi.
In un condominio in cui quello che sta al piano di sopra augura la morte a quello del piano di sotto, preferisco cambiare condominio e non abbassarmi a contraccambiare lo stesso sentimento.
Ma ci vuole cultura…
Io ce l’ho, così come molti del Sud (abbiamo la maggiore percentuale di laureati in funzione della popolazione).
Ciò detto da domani a chi mi chiederà da dove vengo dirò di essere siciliano non-italiano.
Non è che in Libia, quando fu colonizzata dall’Italia, chi rispondeva alla stessa domanda diceva “sono italiano”… continuava a dire “sono libico”.
Bene, allora correggo. Sono duosiciliano (per quelli del Nord che leggono: andatevi a cercare su Google questo termine perché sennò non lo capite…).

Mauro Guarnaccia 

pubblicato su Terroni di Pino Aprile

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Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 19, 2019

Il ballerino pazzo : grandezza e decadenza di Nijinskij di Alfredo Saccoccio

   La signorina Romola de Pulsky, figlia della prima attrice d’Ungheria, era , a diciotto anni, bella ed imprudente: imprudente come molte ragazze di anteguerra, quando i cappelli avevano la piuma pendula, il tennis rappresentava un’audacia e il tango uno scandalo. Francis de Miomandre, Marcel Proust, Debussy e Marie Laurencin inventavano proprio allora il Mito della Fanciulla e ce la mostravano in fiore, in giardino, in amaca, o con capelli di lino, ma sempre imprudentissima.

   Romola ebbe l’imprudenza di innamorarsi: e di un uomo impossibile. Nel 1912 capitarono a Budapest il “Ballets” Djagilev, delizia dell’Europa intellettuale d’allora. Il re di Spagna, d’Annunzio, Cocteau, Paquin, i Potenti, i Poeti, sognavano solo coreografia e del resto, per venti anni, il nome dei “Ballets” rappresentò la gloria, lo snobismo e la fantasia.

    L’organizzatore teatrale Sergej Pavlovic  Djagilev aveva raccolto i migliori ballerini della Scuola Imperiale di Pietroburgo, fondata dal marsigliese Petipas nel 1847, scuola di severità ed eleganza inaudite, dove portentosi bambini venivano educati, con rigidità militare, alle piroette.  Diagilev diede a questi meravigliosi strumenti una cornice adatta al gusto del 1909, presentandoli a Parigi, che immediatamente li portò alle stelle.

Tutto il mondo fece eco a Parigi e Romola fece come tutto il mondo.

Andò a teatro ogni sera. Con lei, la città perdeva la testa per i russi amabili e distanti, socievoli, ma chiusi nel loro cerchio quasi magico, fra granduchi, vecchi maestri di ballo, quinte e musiche. Una luce artificiale e raggiante li isolava. I buoni ungheresi   guardavano attoniti Anna Pavlova, così impennacchiata d’oro che la sua testa piegava  all’indietro. Kessinskaia portava gli smeraldi dell’Imperatore; i nomi splendevano: “Après midi d’un Faune”, “Le Spectre de la Rose”, “Prince Igor”. Gli arcieri persiani crudelmente marciavano sui ritmi di Borodin e “Sheherazade” ebbe cornice cinese. E Vasha Nijinskij volava.

                                              * * *

   Vasha era nato a Kiev, il 28 febbraio 188°, da genitori polacchi, ballerini randagi, perfettissimi. Fu battezzato da cattolico, a Varsavia.- Ebbe un fratello, Stanislao, che morì pazzo; una sorella, la Nijinska, grande danzatrice, grande coreografa, e se ne conosce l’opera migliore, il “Sogno di una notte di Mezza Estate”, film di Reiinhardt. I genitori gli morirono presto. La sua vita di scolaro diligente ed eccezionale fu un po’ vuota, scialba, fino al giorno in cui incontrò Sergej Pavlovic Djagilev, che lo amò e che gli diede bei ruoli, belle vesti e l’intelligenza che animò i suoi balzi. Forse gli portò  via l’anima, come si usa nei patti con il Demonio, ma Vasha sembrava contento. Ballava, sorrideva e leggeva Tolstoi.

   Di lui Romola non sapeva nulla. Sergej Pavlovic Djagilev, gelosissimo, lo faceva seguire sempre dal cosacco Vassili,, costringendolo ad una solitudine che forse non gli pesava, occupato, com’era, in allenamenti e in trionfi. E Romola non capì che bisognava lasciarlo a questa vita opaca e trasognata: lo amava.

   Ella ottenne di conoscerlo e non poté parlargli perché Vasha parlava solo il russo e il polacco. Lui stesso, l’indomani, mostrò di non riconoscerla, mentre lei, fra il pubblico, lo guardava adorante e tenace. Tanto tenace da farle abbandonare casa, madre, patria, carriera. Romola segue il Balletto Russo a Vienna. Là seduce il vecchio maestro Cecchetti, si fa appoggiare da critici musicali e da personaggi politici, fingendo di ignorare Nijinskij per non insospettire Djagilev e finalmente ottiene di venir scritturata, come semplice comparsa, nel Balletto.

   Da Vienna a Parigi, da Parigi a Londra, la ragazza viaggiò con i russi, felice, quando, in un corridoio di treno o di teatro, Nijinskij le sorrideva distratto e gentile. Disperata per settimane di solitudine, quando Dijgilev custodiva  Vasha come un allegorico drago. Finalmente una “Tournée” in Sud America: le parve un sogno. Dijgilev restava in Europa e la sua assenza le dava una possibilità di fortuna.

    I giorni di navigazione passano. Romola inutilmente sfoggia, con civetteria, bellissimi abiti. Nijinskij si allena, tace, non la guarda. La nave, carica di danzatori  favolosi, di quinte dorate, si avvicina a Rio de Janeiro: Romola dispera., ma il barone Gunzburg, un bonaccione di quelli che, scherzando, vivono all’ombra dei prodigi, un amico che parla il russo come l’ungherese, improvvisamente le dice: “Romola, Nijinskij domanda se lo vuoi sposare”.

   Romola si crede vittima di un giuoco. Ne piange, finché Nijinskij stesso, con mimica alata, la convince e due giorni dopo si sposano nella chiesa cattolica più grave e spagnolesca, poiché lo sposo vuole un matrimonio solenne, che piaccia al suo cuore primitivo. I veli sono bianchi, i paramenti scarlatti,, le musiche gravi. Sembra, a Romola sposa,, di essere finalmente ammessa nel cerchio misterioso della danza. Davanti ad un prete straniero, in terra lontana, si unisce ad uno che non le ha mai parlato.

 * * *

Karsavina, la prima ballerina, è l’interprete fra i due, che lentamente, con l’aiuto di manuali russo-ungheresi, fanno conoscenza. Vasha racconta di averla amata dal loro primo incontro. Avranno una casa in Russia, un bambino che si chiamerà Vladislav.

   Quante cose devono dirsi ! Vasha parla di Djagilev  che lo dominò, di Tolstoi che ora lo domina e gli sembrano due angeli quasi ugualmente potenti, uno bianco ed uno nero, il Bene ed il Male, intenti a disputarsi la sua anima. Romola, stupita, scopre un marito insospettato, tenero, religioso. E’ tanto contenta che neppure si allarma quando lo vede perdersi in strani sogni di purezza difficile, inumana. Ha altro da pensare, deve godere il suo bene, deve preparare il corredo per Vladislav, che presto nascerà.

   Questi nasce a Vienna. Non  Vladislav, ma soltanto Kyra. Nijinskij adora la sua bambina. Sogna di farne una prima ballerina, la chiama “Son Amabilité”. Quando Djagilev, con un rancore di vecchia donna abbandonata, lo scaccia dal Balletto, Nijinskij sorride, indifferente e tranquillo. Il giugno è dolce, a Vienna. Nel giardino della clinica Vasha si allena davanti a Kyra, che placida ride in braccio alla mamma. Le campane suonano nel cielo chiaro, perché a Serajevo è stato ucciso un arciduca.

   Romola vuole andare a Budapest, per mostrare Kyra alla nonna. imprudente ! La guerra li trova là, russi, nemici, prigionieri. La suocera si rivela bisbetica, litigiosa, e tormenta la piccola famiglia danzante, obbligata a vivere nella sua casa, ma Romola è felice lo stesso. Kyra impara a parlare e Vasha, sempre più splendido, mangia spinaci, legge Tolstoi, pensa agli anacoreti e agli eremiti.

   Ma il re di Spagna, il Papa, gli Impresari ed i Granduchi, chiedono la libertà per Nijinskij. Offrono, in cambio, dieci prigionieri, fra cui un generale. Si tenta di farlo evadere. Djagilev stesso, ansioso, lotta da New York con tutta la potenza neutrale del Metropolitan, che ha ingaggiato il Balletto. E mentre Vasha si viene staccando dal mondo, ne viene ripreso: accolti come sovrani, i tre profughi raggiungono Vienna, Parigi, New York. Djagilev li aspetta allo sbarco.

   E’ difficile, ma vogliono tornare quelli di prima, anche se Nijinskij è sposato, padre di famiglia, misteriosamente ascetico; anche se il pittore Bakst è prigioniero, Strauss  è boicottato, Tamara Karsavina incinta e Strawinsky chiuso in Svizzera; anche se in Europa si combatte. Ecco “Le Spectre de la Rose”: onde di valzer, fanciulle velate di bianco, chiaro di luna, scenari Biedermeier: Nijinskij si innalza, ricade “comme un roi qui descend”, dice Claude, e con un solo balzo attraversa la scena.

                                                              ***

   Romola ritrova l’atmosfera gloriosamente pazzesca che sempre aveva accompagnato Nijinskij. E’ di nuovo il cerchio magico, il Balletto da cui la donna si sente esclusa. Ella ne dà la colpa a Djagilev, lo provoca chiedendogli del denaro arretrato, lo offende, e quello, che la detesta, rompe il contratto. Vasha, quieto, sorride, porta Kyra a passeggio, per la vasta America sconosciuta. Sorride sempre. Tornano ed in Spagna studiano i “fandangos”, le ispirazioni di Argentina e l’Escorial. Due amici filosofi, eccessivamente sporchi ed inquietanti, si installano nella loro casa. Di chi parleranno, esaltati ed infelici? Di Tolstoi, si capisce. Romola dispera e, per salvarsi, immagina la sua imprudenza più grande : mette accanto a Vasha la bellissima ed innamorata “Duquesa” di  X., cugina del re di Spagna.

   Non serve. Dall’avventura, Vasha esce con un desiderio umiliato di purezza, con un’avversione verso la moglie, che ha permessa, aiutata la sua colpa. Ballerà ancora, ad intervalli, nell’America del Sud, in sale private. Più volentieri si chiuderà, con Romola e Kyra, in una casetta solitaria di Saint Moritz, tra la neve. Qui sapranno, finalmente, che la guerra è finita. Per l’ultima volta, in una sala dell’Hotel Suvretta, Vasha compare dinanzi a un pubblico ansioso. Lo accompagna Romola e la pianista Berta Asseo, che nulla sanno dei progetti di lui. Immobile, Vasha guarda i suoi spettatori, tenendoli, per ore, in attesa, mentre inutilmente Romola gli fa cenni disperati. Berta Asseo accenna le melodie che per anni furono le sue. Egli non vede, non sente, è perduto. Finalmente, incrocia sul pavimento una striscia di velluo bianco e una di velluto nero e annuncia di voler ballare la pace e la guerra. E balla come fino allora non aveva mai ballato.

   E’ pazzo ? Romola lo pensa, rabbrividendo, ogni tanto. Quando, con una spinta, fa cadere lei, che tiene Kyra al collo, dall’alto di una scala. Forse è solo uno scatto di cattivo umore. Le chiede  teneramente perdono. O quando lo incontra, per le vie del paese, vestito di bianco, copn una grande croce al collo, seguito da un gruppo di ragazzacci. Forse è solo la prova di un balletto nuovo: egli stesso lo spiega con eloquenza. Vasha gioca, ogni giorno, con stravaganze di cui è il primo a sorridere, alternando lucidità assoluta ad assolute nebbia, sempre parlando di pace, di Dio. Finché, un giorno, il domestico, esitante, racconta a Romola di aver servito, in Sils Maria, un uomo che poi impazzì. SI chiamava Federico Nietzsche e si comportava proprio come il signor padrone.

   Romola non vuol credere; si illude parlando di esaurimento, di crisi. Deve salvarlo. Con un’imprudenza, questa volta eroica, desidera, come una redenzione, un figlio. Non lo avrà: un grande medico svizzero, consultato, le dirà, invece, la certezza della fine di Vasha. Egli è pazzo. Forse la sua infanzia fu troppo dura, forse somiglia al fratello. Più ancora, la sua lotta, continua, fra il bene e il male, fra le complicate colpe di Djagilev e la terrificante purezza di Tolstoi, gli hanno bruciato il cuore, il cervello.

   Assorto in danze che non danzerà, in pitture che nessuno comprende, Vasha è chiuso nella casa di salute Kreutzlingen, sul lago di Costanza.

                                                  *  * *

     Messa in collegio Kyra, Romola restò sola. Chi la conobbe, in quel tempo, la dice bellissima, opaca, taciturna. Abitava nell’Albergo Suvretta, aveva meravigliose mani, perle meravigliose e il più malinconico e distratto sorriso del mondo. Sentiva di aver perso, si lasciava andare. Poiché il medico dell’albergo, il dottor M., piccolo, brutto, uomo ammogliato, e con due bambini, si era innamorato di lei, Romola non fu capace di resistere a questo amore ed ebbe figli dal dottore. La moglie di lui si stancò di soffrire in silenzio: il dottore tentò di suicidarsi. Romola restava  distante, quasi annoiata.

   Un ultimo tentativo di dare la ragione a Nijinskij Romola lo tentò nel 1927, quando i medici consigliarono di rimettere il pazzo in presenza di quello che era stato il suo mondo. Tutto il Balletto Russo si riunisce, a Parigi, nel teatro Sarah Bernhardt, come in uno di quei  finali che le dissonanze di Debussy splendidamente ritmavano. Eccoli, si son fatti fotografare, gli eroi del grande Balletto, che esercitò un’azione incalcolabile, per circa un decennio, sull’arte e sul gusto musicale, teatrale, pittorico di Parigi e d’Europa, e ci si chiede perché. Decoratori, ballerini e Dijgilev, che  fra due anni morirà, stanchissimo, in una pensioncina del Lido di Venezia, con il suo viso di demonio disperato.  E Tamara Karsavina, sfiorita, diritta sulle punte dei piedi, con una grazia frivola e commovente, di farfalla moribonda. E Serge Lifar, adolescente, nelle luccicanti vesti di Petruska. In mezzo a loro, sta Vasha. Gli altri lo fissano con un riso largo, indulgente e falso. Vogliono dargli, si capisce, l’illusione che tutto sia come prima e certo Djagilevf, tra il lampeggiare del magnesio, chiede, teneramente imperioso: “Vasha, ritorna con noi, il Balletto ha bisogno di te ”. Ma quello che fu il Principe, il Fauno, il Sogno,  che porta un colletto troppo largo, un abito da impiegatuccio, china la testa, con rassegnata malizia sorride. “Sergio, non posso più, perché sono pazzo”.

                                                               * * *

   Che pensava, intanto, esclusa, ancora una volta,  dal loro gruppo e dal Balletto,  l’imprudente , l’intrusa, la stanchissima Romola ?

   Passano gli anni, musiche e balletti nuovi corrono il mondo. Lifar imita Mary Wigman; la scuola di Isadora prima, quella di Dalcroze poi, hanno mutato il gusto delle folle. Scenarista, impresaria, scrittrice di memorie, Romola cerca guadagni divenuti difficili. Forse altri  uomini piccoli e brutti stanno accanto a lei, che fu compagna del più bello, del meno umano. Però la sua vita temeraria, sprecata, ci sembra ancora buona, purificata da un amore inutile, ma superiore ad ogni dignità, ad ogni delusione. Abbiamo letto, un giorno, fra gli annunci vari del “Times”, un appello umile e supplichevole di donna, che per mantenere al manicomio il marito pazzo chiedeva, come una mendicante, l’ elemosina. E questa donna era Romola Nijinskij.

Alfredo Saccoccio

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Cesare vs Pompeo, la brama del successo oscura il bene

Posted by on Feb 19, 2019

Cesare vs Pompeo, la brama del successo oscura il bene

Nella sua Pharsalia, Lucano canta la guerra fratricida che contrappose Cesare e Pompeo dopo l’uccisione di Crasso per mano dei Parti. Il poeta latino non ci dice se fu un bellum iustum ma spiega che fu una guerra impari, perché si fronteggiarono un capo (Pompeo) che ha ormai disimparato «l’arte del condottiero» e un uomo (Cesare) «incapace di riposo», «aspro e indomabile».

Dopo il proemio dedicato a Nerone, Lucano ricerca le ragioni di una guerra tanto nefasta. Le cause sono chiare:

tu, o Roma, sei la causa dei tuoi mali, tu,

resa possesso comune di tre padroni, e i patti funesti di un dominio mai

prima affidato a tante persone. O malamente concordi e resi ciechi

da una eccessiva ingordigia, che giova mescolare le forze e tenere il mondo sotto

il vostro dominio? Finché la terra sosterrà il mare e l’aria la terra

e il sole continuerà a svolgere la sua lunga fatica e la notte terrà dietro al giorno

sempre con le medesime costellazioni, quelli che hanno in comune

un dominio non saranno mai leali fra loro e chi detiene il potere

non sopporterà di dividerlo con un altro.

Nessun altro popolo, a detta di Lucano, è mai arrivato a combattersi all’interno, nessun’altra gente ha combattuto una guerra fratricida. Cesare, Pompeo e Crasso, i tre padroni di Roma, hanno stipulato un accordo segreto per la spartizione del potere a Roma nel 60 a. C. con il primo triumvirato. In base a questa alleanza segreta Pompeo e Crasso avrebbero appoggiato Cesare nelle elezioni per il consolato del 59 a. C., il primo sostenendolo con la sua notorietà, il secondo finanziandolo grazie alle sue immense ricchezze. In cambio, se eletto, Cesare avrebbe riconosciuto la ricompensa delle terre ai soldati che per tanti anni erano stati fedeli a Pompeo nelle guerre e avrebbe ridotto di un terzo il canone d’appalto delle imposte della provincia d’Asia. Così Cesare venne eletto console. L’alleanza era, però, solo temporanea.

Non appena Crasso – che teneva

separate le crudeli armi dei capi – con la sua miseranda morte macchiò

di sangue latino l’assiria Carre, il disastro partico scatenò il furore

romano. O Arsàcidi, con quella battaglia avete ottenuto più di quanto

crediate: avete dato ai vinti la guerra civile.


Purtroppo, Giulia, giovane sposa di Pompeo e figlia di Cesare, scomparve prematuramente. Il precario equilibrio si ruppe e iniziò la lotta per il potere.


Infatti Giulia, rapita anzi tempo dalla crudele mano delle Parche, recò nel regno

dei morti il pegno dell’unione del sangue e le torce nuziali divenute

funeste con un sinistro presagio che se il destino ti avesse concesso un

più lungo periodo di vita, soltanto tu avresti potuto trattenere

da un lato il marito, dall’altro il padre, entrambi impazziti, ed unire

le loro mani armate, dopo aver strappato ad essi il ferro, come le Sabine,

gettatesi nel mezzo della mischia, unirono i generi ai suoceri.

Con la tua morte invece la lealtà venne spazzata via e fu consentito

ai capi di muover guerra.


Lucano sostiene che i Parti uccidendo Crasso hanno ottenuto più di quanto sperassero, perché hanno posto i due rivali l’uno di fronte all’altro, i due eroi negativi della Pharsalia.

Pompeo aveva ricevuto l’epiteto «Magno» per le vittorie contro Mitridate, re del Ponto, contro i pirati,contro i gladiatori di Spartaco, contro il rivoltoso Sertorio. Aveva, quindi, contribuito in maniera considerevole alla salvezza della patria. Nel 52 a. C. era stato designato consul sine collega, unico console in un momento particolarmente drammatico per la storia romana. In tre versi Lucano lo presenta ora come una persona che non vuole perdere il prestigio ed essere oscurato dal nuovo astro nascente della politica romana:
          

tu, o Grande, temi che le nuove imprese dell’avversario oscurino i tuoi

antichi trionfi e che la gloria conseguita nella guerra contro i pirati

sia superata da quella derivante dalla conquista delle Gallie.


Anche Cesare è mosso dal potere e dal desiderio di occupare finalmente il primo posto:


tu, invece, sei sollecitato dalla lunga consuetudine con le fatiche della guerra

e dalla Fortuna che non tollera di occupare il secondo posto: né Cesare può

sopportare che qualcuno venga prima di sé né Pompeo che qualcuno gli stia accanto.


È un bellum iustum quello combattuto tra i due potenti? Chi dei due ha ragioni più giuste? Non è lecito saperlo, secondo Lucano. Di certo, è stata una guerra impari, perché si sono fronteggiati un capo (Pompeo) che ha ormai disimparato «l’arte del condottiero» e che «faceva affidamento sulla fortuna di un tempo» «senza allestire nuove forze» e dall’altra parte un uomo (Cesare) «incapace di riposo», «aspro e indomabile»,  che «scatenava la sua violenza dovunque lo chiamasse la speranza o l’ira». Quest’ultimo sarà il vincitore, lo anticipa da subito Lucano, il primo sarà il vinto. «La causa del vincitore piacque agli dèi, quella del vinto a Catone».

Pompeo verrà rappresentato nel suo splendore di un tempo, di quando era stato salvatore della patria e definito Magno, solo in punto di morte, quando si comporta in modo nobile e coraggioso, sostiene il dolore pensando alla fama futura, all’ultima moglie (Cornelia Metella) e ai figli:


I secoli, che parleranno sempre dei travagli di Roma, mi stanno osservando

ed il futuro sta guardando da ogni parte del mondo

la nave e la fedeltà faria: la gloria deve essere, in questo momento,

il tuo unico pensiero. Un fortunato destino ha caratterizzato la tua lunga vita:

le genti ignorano se tu sei in grado di sopportare le avversità, se,

sul punto di morire, non ne dai prova. Non piegarti alla vergogna e non

addolorarti per chi adempie il volere del fato: da qualunque

mano tu venga colpito, pensa che è quella del suocero. Facciano pure a pezzi il mio

corpo e ne disperdano le membra: purtuttavia, o numi, sono felice

e nessuna divinità ha il potere di strapparmi questo bene. La sorte propizia

può cambiare nel corso della vita: ma non si diviene infelici quando si muore.

Cornelia e il mio Pompeo stanno guardando la mia uccisione:

con una capacità di sopportazione tanto più grande, ti prego, o dolore, soffoca

i gemiti: se il figlio e la sposa mi ammirano nel momento in cui vengo

assassinato, essi mi amano.


La bellezza e la fierezza del suo volto brilleranno ancor di più nei versi in cui Lucano descrive con toni macabri obbrobriosi il capo reciso dal corpo. Nonostante questi versi, il giudizio di Lucano sul Pompeo che ha intrapreso la guerra civile contro Cesare è categorico e negativo, perché il condottiero non combatte più per la collettività e per la difesa della patria, ma per il potere personale.

Vi è un solo personaggio eroico nella Pharsalia, quel Catone l’Uticense che ha aderito alla causa del perdente. La sua eroicità consiste nel rigore, nella sobrietà, nell’essenzialità, nell’altruismo, sempre rivolto all’interesse della collettività.

Catone rappresenta, al contempo, sia la fedeltà all’antico mos maiorum romano che la migliore manifestazione della virtus stoica greca. Così lo tratteggia Lucano nel secondo libro della Pharsalia (vv. 380-391):

Questo il carattere, questi i principi immutabili del duro Catone:

conservare la misura, non uscire dai limiti, seguire la natura,

dedicare la vita alla patria, credere di essere nato non per se stesso,

ma per tutta l’umanità. Il banchetto era per lui far cessare la fame;

uno splendido palazzo il tetto che lo proteggesse dall’inverno;

una preziosa veste la toga ispida che gli coprisse il corpo al modo del quirite;

il supremo bene dell’amore la prole; per Roma era un padre,

per Roma era un marito, cultore della giustizia,

custode dell’inflessibile onestà, valente nell’interesse comune;

mai l’egoismo si insinuò ed ebbe parte nella condotta di Catone.

Giovanni Fighera

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Storia della spedizione dell’ eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo di Lucia Di Rubbio

Posted by on Feb 19, 2019

Storia della spedizione dell’ eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo di Lucia Di Rubbio

Diario di guerra.

IL succitato libro è un vivido resoconto di una guerra santa, vinta all’ insegna della Fede e della Croce. 

Laddove non poté un esercito straniero, crudele, avido e ateo, riuscì un’ insegna bianca, e un motto: “In hoc signo vinces”; a capo, un geniale, coraggioso, visionario Cardinale, comandante di un esercito raccogliticcio, ed eterogeneo; ma fervente in amore per il proprio sovrano, la propria religione, la propria terra e identità. 

L’ esercito in oggetto, aveva un nome: “Esercito Sanfedista”, e due Patroni, uno più grande dell’ altro: Gesù e Sant’Antonio di Padova. 

Con premesse così, il risultato non poteva che essere uno: la vittoria!

I fatti narrati, a cui la storiografia ufficiale, non dà i reali meriti (così da proseguire la sua mendace, secolare narrazione), riguardano l’ eroica stagione, datata 13 Giugno 1799.

Il reporter di guerra Petromasi 

Ma chi è il narratore, e a che titolo parla?

Domenico Petromasi, medico siciliano, dalle indubbie capacità umane e professionali, ampiamente riconosciute dai dotti del suo tempo. Personaggio di notevole caratura, lasciò un’ impronta nella storia della sua città. Una figura interessante, che meriterebbe più lustro di quanto ne abbia. 

Aveva 33 anni, e si trovava a Messina a motivo della sua professione di medico. Erano i primi mesi del 1799, e il destino lo sospinse a risollevare le sorti del regno, insieme al Cardinale Ruffo e la sua Armata Sanfedista; della quale ne divenne il cronicista fedele, come un inviato di guerra ante litteram.  

L’ odio che provava per gli invasori, che il 20 gennaio 1799 ad Augusta avevano compiuto un massacro, l’ amata capitale Napoli invasa dalle truppe rivoluzionarie francesi, lo determinarono a gettar via il camice di medico, e indossare i panni di Commissario di guerra per le operazioni logistiche. Il suo amor patrio, il coraggio, e l’innata intraprendenza, gli tornarono utili nell’espletamento delle attività logistiche affidate. Inoltre, le sue preziosissime capacità di medico, diventarono determinanti, nel contribuire a portare alla vittoria un’ impresa che pareva impossibile. 

“L’ itinerario” opera letteraria e geografica di Antonino Cimbalo, funse da “scheletratura” per la ricostruzione accurata dei luoghi citati nei quaderni di guerra del Petromasi. 

Alla riconquista del Regno perduto.

1799: una stagione memorabile, affollata di personaggi indimenticabili. 

Un esercito che ingrossava le file, partendo dai feudi calabresi del Cardinale Ruffo. 

Creato e comandato da quest’ultimo, lo aveva posto agli ordini del Re.

1799- 800

Nazione: Regno di Napoli 

Esercito Corpo d’ Armata

Comandanti: 1° Re Ferdinando IV

2° Fabrizio Ruffo 

Generale e Vicario del Regno: Dionigi Ruffo (fratello del Cardinale) Duca di Bagnara 

Capitano e Comandante 1° Colonna: Abate Giuseppe Pronio detto: “Gran Diavolo”

Capitano Generale e Comandante 2° Colonna: Michele Arcangelo Pezza detto: “Fra’ Diavolo”

Composto da 25.000 unità così suddivise: Fanteria, Cavalleria, Artiglieria, Amministrazione militare, Sanità militare.

Soprannome: Esercito Sanfedista 

Patroni: Gesù e Sant’Antonio 

Colore: Bianco

Marcia: Canto Sanfedista 

Motto: ” In hoc signo vinces”

Battaglie: 2° Coalizione francese

Riconquista del regno

Assedio di Modugno

Reparti: 16° Formazione a “Massa”

7° Formazione “Mista”

16° Formazione “Militare”

13 Giugno l’ attacco.

Il 13 giugno festa di Sant’ Antonio di Padova a cui Ruffo pose la sua Armata supplicandone la protezione. 

Il Prelato puntò su Portici, da cui diresse l’attacco per liberare Napoli.

Eroici Lazzari al grido di “Viva il Re” si misero a caccia di giacobini.

“Così mercé il coraggio, e valore dell’Armata Cristiana, delle savie disposizioni di Sua Eminenza, e soprattutto della virtù della Croce per parte del Cielo, superata videsi ogni forza dei Giacobini, sicché vittoriosi all’ intutto rimasero i crocesegnati”.

Un destino irriconoscente

Portata a termine la mirabile missione, due anni dopo, 1801 Petromasi redasse il suo diario di guerra. Già nel 1805 dell’ opera cronicistica si perse la memoria, e un destino irriconoscente, immerse nell’ oblio questo carismatico personaggio, insieme alla sua opera. Del Petromasi si persero le tracce.

Un cronista di parte, certamente, ma sostanzialmente onesto; perciò questo documento è di eccezionale valore 

storico.

Un sentito ringraziamento va all’ Associazione  Identitaria Alta Terra di Lavoro e al Presidente Claudio Saltarelli che investendo risorse in questo pregevole progetto di ristampa anastatica ha consentito a chi volesse leggere questo libro (che consiglio vivamente), di ripercorrere le eroiche gesta della miracolosa impresa di guerra datata 1799; come se, insieme al Petromasi e all’ Armata Crocesignata, ci fossero anche i lettori, in presa diretta. 

Lucia Di Rubbio

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