Alta Terra di Lavoro

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Schegge di Storia 4/ Palermo 1866: quando i Savoia misero a ferro e fuoco la città ammazzando migliaia di cittadini

Posted by on Giu 25, 2019

Schegge di Storia 4/ Palermo 1866: quando i Savoia misero a ferro e fuoco la città ammazzando migliaia di cittadini

uesta rubrica – curata da Giovanni Maduli – ci racconta, attraverso scritti e testimonianze, la storia di un popolo – il popolo del Sud Italia – che si ribellava all’occupazione da parte dei piemontesi dopo la ‘presunta’ unificazione italiana. Sono testimonianze incredibili di un genocidio che ancora oggi viene tenuto nascosto. Oggi parliamo della ‘Rivolta del Sette e mezzo’ di Palermo. Una rivolta contro i Savoia oppressori repressa nel sangue

di Giovanni Maduli
componente della Confederazione Siculo – Napolitana e vice presidente del Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud®, Associazione culturale

Continuando l’excursus di testimonianze relative al periodo post unitario che difficilmente possono essere soggette a “interpretazioni” o “valutazioni” diverse da ciò che effettivamente sono e denunciano, sulla ‘Rivolta del Sette e Mezzo’ a Palermo (QUI UN ARTICOLO SULLA ‘RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO’ DI PALERMO), ad esempio, da una lettera dell’ufficiale Antonio Cattaneo del 3° Reggimento Granatieri, apprendiamo:

“Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti capitavano, anzi il giorno 23 condotti fuori Porta circa 80 arrestati colle armi alla mano il giorno prima, si posero in un fosso e ci si fece tanto fuoco addosso finché bastò per ucciderli tutti. In una chiesa entrato un ufficiale e alcuni soldati, visti due frati che suonavano a stormo li fucilò con le corde in mano. Davanti alla Vicaria uno speziale si rifiutò di far qualche cosa ad un ferito, fu fucilato alla sua porta, e lo stesso giorno essendo stato fatto prigioniero un mascalzone che per 5 notti m’aveva tenuto desto pel suo grido all’erta

sentinella, ed essendo stato tradotto nelle carceri, io volea fucilarlo, ma, essendo in mano al potere giudiziario, m’accontentai di strappare una carabina di mano ad un guardiano, e, messo l’assassino tra me e il guardiano, ci demmo tante calciate di fucile nei fianchi, tanti pugni e tanti e poi tanti schiaffi che fu per forza portato in prigione finché non stava più ritto”.

Gigi Di Fiore, Contro storia dell’unità d’Italia, Edizioni Focus Storia, pag. 243.

Foto tratta da palermotoday

fonte https://www.inuovivespri.it/2019/05/04/schegge-di-storia-4-palermo-1866-quando-i-savoia-miseri-a-ferro-e-fuoco-la-citta-ammazzando-migliaia-di-cittadini/

Tommaso Romano, Sicilia 1860 – 1870, Una storia da riscrivere, ISSPE Edizioni, pag. 161.

Ancora, da un numero del giornale di Firenze Il Contemporaneo dell’agosto 1861, veniamo a sapere che:

“Morti fucilati istantaneamente: 1.841; morti fucilati dopo poche ore: 7.127; feriti: 10.604; prigionieri: 6.112; sacerdoti fucilati: 54; frati fucilati: 22; case incendiate: 918; paesi incendiati: 5; famiglie perquisite: 2.903; chiese saccheggiate: 12; ragazzi uccisi: 60; donne uccise: 48; individui arrestati: 13.629; comuni insorti: 1.428“.

– “Il Contemporaneo”, giornale di Firenze, agosto 1861

Gigi Di Fiore, noto studioso del periodo pre e post unitario, ci fa sapere che:

“Gli orrori, in una guerra senza regole dove in ballo c’era spesso la lotta per la sopravvivenza, erano ricorrenti. Cadaveri evirati dai briganti, ufficiali piemontesi suicidi, donne stuprate dall’una e dall’altra parte, prostitute aggredite dai bersaglieri che ne abusavano senza pagare, squadriglie di volontari pronti a ogni tipo di azione arbitraria sui contadini…Il quadro di quella guerra si completava con centinaia di masserie assaltate, intere greggi sterminate, familiari di briganti imprigionati. Il taglio della testa dei capi delle bande era regola diffusa.”

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Come avvenne la conversione di sant’Agostino

Posted by on Giu 25, 2019

Come avvenne la conversione di sant’Agostino

Dopo essere stato catturato dalle lusinghe del piacere e aver sperimentato la vacuità del manicheismo, Agostino finì a Milano grazie all’appoggio del pagano Simmaco che sperava così di riuscire a contrastare la fama del vescovo Ambrogio. Ma la Provvidenza aveva altri piani…

Nato a Tagaste (nell’attuale Algeria) nel 354, sant’Agostino ebbe un’educazione cristiana grazie alla madre Monica. Il padre, pagano, decise di inviarlo a Cartagine per favorire la sua preparazione forense e corroborare la sua capacità retorica che già brillava fin dall’adolescenza. Nell’importante città africana Agostino giunse nel 370, ormai già allontanatosi dall’educazione materna, preso e catturato dalle lusinghe del piacere, entusiasta del successo che iniziava a riscuotere. Ivi, Agostino conobbe una ragazza, da cui ebbe un figlio (Adeodato) e con cui convisse per 15 anni.

A Cartagine Agostino iniziò a cogliere i limiti di una preparazione retorica slegata dalla verità, rimase affascinato dalla filosofia e avvinto dall’Hortensius di Cicerone, che lo spronava a ricercare la saggezza.

Nel 373 conobbe il manicheismo, dottrina che risaliva a Mani di Babilonia, che sosteneva la lotta continua tra i due princìpi del bene e del male e negava, al contempo, la libertà dell’uomo attribuendo la responsabilità delle azioni cattive alla forza del male. Agostino promosse questa dottrina con la forza persuasiva delle sue parole e dei suoi scritti, ma rimase sempre solo al livello di uditore, poiché non venne mai iniziato alla setta. Il suo inesausto anelito alla verità non trovava, infatti, conforto nelle parole di Mani. Agostino fu deluso, poi, quando incontrò Fausto, vescovo dei manichei: allora comprese la grande distanza tra la verità e la vuota e saccente retorica di quell’uomo.

A 29 anni Agostino si recò in Italia, prima a Roma e poi a Milano, dove venne inviato grazie all’appoggio del praefectus urbi Simmaco che voleva contrastare la fama sempre più crescente del vescovo Ambrogio. Agostino conobbe così il vescovo di Milano, iniziò ad ascoltare le sue prediche per coglierne i difetti e le aporie, ma nel tempo fu catturato da quell’uomo e dalle sue prediche. Fu la stessa Provvidenza, a detta di Agostino, a indirizzarlo verso Ambrogio, come leggiamo nel V libro delle Confessioni:

La tua mano (di Dio) mi conduceva a lui (Ambrogio) senza che io lo sapessi, per essere condotto, cosciente, da lui a Te. Egli, l’uomo di Dio, mi accolse con bontà paterna: da buon maestro accolse il pellegrino. Presi subito ad amarlo, sulle prime, purtroppo, non come un maestro di quella verità che io non speravo affatto di trovare nella tua Chiesa, ma per la sua bontà verso di me. Ero assiduo ascoltatore delle spiegazioni che teneva al popolo, non con lo scopo con cui avrei dovuto, ma quasi per giudicarne l’eloquenza, se conforme alla fama, […] e pendevo dalle sue labbra, attratto dalle sue parole, ma non interessato, anzi alquanto infastidito dall’argomento. «Lontano dai peccatori è la salvezza», e io ero di quelli. Però andavo avvicinandomi a essa, a poco a poco, senza saperlo.

L’incontro con il vescovo Ambrogio fu l’inizio del cambiamento di un uomo che cercava da anni la verità e che comprese che la verità non è un pensiero, ma una persona: Gesù Cristo. La madre Monica aveva, nel frattempo, raggiunto il figlio a Milano e continuava a pregare per la sua conversione e per la sua felicità.

La circostanza della metànoia (radicale cambiamento e conversione) è da Agostino raccontata nelle Confessioni:

Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: «Prendi e leggi, prendi e leggi». 

Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte.

Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. Avevo sentito dire di Antonio [sant’Antonio abate, ndr] che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: «Va’, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi». Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a Te.

Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: «Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze». Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono (Sant’Agostino, Confessiones VII).


L’episodio risale al 386. Agostino aveva trentadue anni. La voce di un bimbo lo aveva esortato ad aprire la Bibbia e a leggere. Il passo su cui era caduto lo sguardo era di san Paolo di Tarso, grande peccatore che divenne poi l’Apostolo delle genti.

Agostino venne battezzato da Ambrogio il Sabato Santo del 387. Nel suo animo rimase la consapevolezza che la verità che lui aveva sempre cercato gli era stata a fianco nella sua vita già dal primo momento:

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con Te. Mi tenevano lontano da Te le tue creature, inesistenti se non esistessero in Te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di Te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (Confessioni X, 27,38).


Agostino aveva ben compreso che un uomo è ciò che ama. Se ama la terra, allora sarà terra. Se ama Dio, allora sarà Dio. Nell’incontro con Ambrogio Agostino comprende che Deus caritas est (Dio è carità), caritas in veritate (carità nella verità) e che l’amore è alla radice di ogni bene:

Dilige, et quod vis fac: sive taceas, dilectione taceas; sive clames, dilectione clames; sive emendes, dilectione emendes; sive parcas, dilectione parcas: radix sit intus dilectionis, non potest de ista radice nisi bonum existere.

fonte http://lanuovabq.it/it/come-avvenne-la-conversione-di-santagostino

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1799: PROVE TECNICHE D’ANNESSIONE 1860: Unità d’Italia scontro tra Massonerie

Posted by on Giu 24, 2019

1799: PROVE TECNICHE D’ANNESSIONE  1860: Unità d’Italia scontro tra Massonerie

Fu una breve stagione, quella della “Primavera Napoletana”. 

Il termine “Rivoluzione”, giunse a Roma nel 1798, insieme alle truppe francesi.

S’insinuò nelle strade, tra i nobili palazzi di Napoli; deflagrando il 17 gennaio 1799.

I giacobini presero d’assalto il Castello di Sant’Elmo, che domina la città da un colle.

Il 21, con un Decreto del Generale Championnet, fu istituito un Governo Provvisorio; era nata ufficialmente, la Repubblica Napoletana.

Dal suddetto Castello, in quattro giorni, caddero sotto le palle di cannone, circa ottomila napoletani e “eroici Lazzari” come riconobbe lo stesso Championnet, ad opera di giacobini locali, e francesi.

Senza l’ausilio dei traditori locali, “il potente esercito francese, non avrebbe mai avuto la meglio, sulla resistenza popolare”, ammise Thiebault nelle sue “Memorie”.

Nel 1734 i Borbone erano diventati Re di Napoli, e avevano manifestato la ferma volontà di creare uno Stato autonomo, indipendente, improntato sui valori tradizionali, cristiani e popolari.

In breve, la Capitale del Regno divenne uno dei più importanti centri produttivi internazionali, grazie anche ai porti.

 La città, e il suo entroterra, erano in piena esplosione economica e demografica.

 Pregevoli fabbriche di tessuti e ceramiche (ancora oggi, esistenti!), di lavorazione delle corde e delle vele per la navigazione, ne decretarono la supremazia commerciale, e culturale a livello internazionale.

Sul destino del Regno di Napoli e in generale sull’Europa, però, spirava già il vento “illuminato” della Rivoluzione pronta a piantare “alberi della libertà” ovunque arrivasse.

La “Primavera Napoletana” arrivò, e piantò i suoi “alberi della libertà” in ogni piazza della Capitale.

Furono mesi febbrili, il “cittadino” sostituì il nobile, vennero promulgate leggi che garantivano le libertà individuali, i diritti feudali abrogati.

Per spezzare la resistenza del popolo napoletano che abbatteva in continuazione gli “alberi della libertà” (odiato simbolo di invasione e violenza), i francesi emanarono oltre 1500 sentenze capitali.

Una “Primavera” a tinte vermiglie.

Il Generale Thiebault si vantò che la “Campagna Napoletana” era costata la vita a oltre sessantamila napoletani, in cinque mesi di Repubblica.

La Rivoluzione del 1799 con tutta evidenza, dimostrò d’essere: anti cristiana, anti napoletana, anti borbonica.

La Repubblica ebbe vita breve; il 13 giugno il Cardinale Ruffo e la sua Armata Sanfedista, piombarono su Castel Sant’Elmo annientando l’ultima resistenza repubblicana.

A posto degli “alberi della libertà”, furono messe le forche, dalle quali penzolarono un centinaio di repubblichini, subito dopo il ritorno dei Borbone sul Trono.

Poco più tardi, al pennone della “Minerva” penzolava il corpo dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, affiliato alla Loggia Massonica “Perfetta Unione”.

L’ ammiraglio, aveva tradito il suo Re, e la sua Nazione. Il codice militare penale, comminò la pena di morte.

Quell’estate furono eseguite altre sentenze di morte, a carico di: Gennaro Serra Duca di Cassano, Michele Natale Vescovo di Vico Equense, Domenico Cirillo; tutti Massoni, appartenenti alla Loggia “Officina Vittoria” di Napoli, ideatori della Repubblica.

I Moti che seguirono, e la stessa Unificazione, furono ideati, finanziati, e realizzati dalla Massoneria internazionale con l’avallo della Massoneria locale.

La storiografia ufficiale è scritta da coloro che sono usciti vincitori da quelle vicende.

I Massoni infatti, rivendicano con orgoglio di essere stati i padri della “Patria”.

Dal Massone Caracciolo, al Massone Garibaldi. I nemici restano gli stessi di allora.

1860: MASSONERIA E CHIESA

Accertato che, l’élite repubblicana napoletana fu ispirata dagli ideali massonici; di contro, il popolo per ripristinare lo status giuridico monarchico, costituì l’Esercito della Santa Fede, con a capo il calabrese Cardinale Ruffo Fabrizio.

La Massoneria incise (e incide) molto sul destino della Nazione; dalla Napoli e Milano settecentesca, fino all’unità d’Italia.

Un “attore” semisconosciuto (a torto, visto il ruolo decisivo) della Libera Muratoria italiana tale, Friederich Munter teologo luterano Massone di origine tedesca, affiliato all’Ordine degli Illuminati una società segreta fondata nel 1776 in Baviera, agì da agente segreto con il ruolo di “sobillatore”.

Si trattava di un’organizzazione massonica filo-rivoluzionaria segreta, propugnatrice di ideali politico-sociali estremisti, che promuovevano su scala internazionale, piani eversivi, finalizzati a rovesciare governi monarchici e le religioni, con l’obiettivo di instaurare un nuovo ordine internazionale.

Fu (anche) un conflitto tra Massoneria e Chiesa.

Nella seconda metà del settecento, era molto attiva la Massoneria napoletana, la più cospicua e vivace d’Italia; ebbe un ruolo di prim’ordine nel Regno di Ferdinando IV di Borbone (ereditato dal padre nel 1759). Nel 1768 il giovane sovrano sposò Maria Carolina d’Asburgo Lorena, proprio quando i Fratelli napoletani cominciavano a tradire gli ideali della Massoneria locale, cristiana e legittimista.

Gli stessi ideali che animavano Raimondo de’ Sangro, volti al miglioramento dell’individuo; progressi che avrebbero influenzato anche il Governo.

La Massoneria napoletana, si immischiò nella politica dando il via ad un laboratorio di idee per l’ammodernamento dei comparti statali, a modello delle massonerie straniere di Francia, Inghilterra, Olanda.    

Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano, Francescantonio Grimaldi, si affiliarono alle varie Logge; pure la Regina si attorniò di uomini legati alla Massoneria, per arruolarli nella formazione di un partito di Corte filo-austriaco, al fine di estromettere dal Governo il Primo Ministro Bernardo Tanucci.

Friederich Munter morì nel 1830 durante i Moti Carbonari italiani; aveva guidato e assistito le evoluzioni della Massoneria napoletana e napoleonica, fino alla Restaurazione.

Recentemente, lo studioso napoletano Ruggiero Ferrara di Castiglione, professore universitario appartenente al Grande Oriente, ha donato alla biblioteca del GOI, tutto il carteggio di Munter con i Massoni del Sud Italia, che va dal 1786 al 1820.

Corrispondenza che testimonia la mutazione genetica ed ideologica, della Massoneria Napoletana, dimentica delle sue origini cristiane e legittimiste.

Dimentica, degli obiettivi di miglioramento spirituale e individuale, manifestati ed eternati dalla nobile pietra della Cappella di Sansevero, nel cuore di Napoli.

Foriera delle sciagure e del rovesciamento definitivo del Regno delle Due Sicilie 61 anni dopo (1799/1860).

Al netto, di tale argomentazioni, non è ardito concludere che ci fu uno scontro tra la Massoneria Repubblicana (internazionale) e la Massoneria Monarchica borbonica; con esiti letali per la seconda.

Si ringrazia per le fonti: Napoli Capitale Morale di Angelo Forgione (Magenes, 2017), Associazione culturale Neoborbonica.

Lucia Di Rubbio

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TRA FRANCESI, SAVOIA, TEDESCHI ETC, CI SONO RIMASTI SOLO PALAZZI E CHIESE PERCHE’ NON TRASPORTABILI…….

Posted by on Giu 24, 2019

TRA FRANCESI, SAVOIA, TEDESCHI ETC, CI SONO RIMASTI SOLO PALAZZI E CHIESE PERCHE’ NON TRASPORTABILI…….

REAL SITO BORBONICO (Casina Vanvitelliana )
FUSARO…BACOLI

La Loggia del Fusaro è un’altra delle delizie architettoniche costruite da Carlo e da Ferdinando.

Nel 1752 Re Carlo acquistò il Fusaro creando, proprio in mezzo al lago, su un naturale livello granitico, una “casinetta ottagonale”. Ferdinando IV nel 1782 diede poi incarico all’architetto Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, di progettare e realizzare la residenza di caccia, la Casina Reale del Fusaro.

Furono costruiti “sei bassi terranei’ destinati alla scuderia reale, a “osteria per gli ospiti che vi si recavano a diporto”; fu restaurata l’antica foce di Torre Gaveta, e soprattutto, fu incrementata la coltura delle ostriche, di cui il re era molto ghiotto (al punto che si divertiva a partecipare alla vendita del pesce e delle ostriche del Fusaro).

Verso la sponda del lago “furono costruiti vari fabbricati, uno detto Baraccone, che un altro fabbricato detto Cassone per conservarvi i “pesci a vivo che comprendeva una grande tettoia sostenuta con archi e pilastri per porvi a riparo barche ed attrezzi da pesca ad uso della famiglia reale”; la vendita”.

Così quello che un tempo era l’alloggio del guardiano divenne il “Real Casino” al centro del Fusaro.

Solo successivamente verrà costruito il pontile di legno, mentre l’ “Ostrichina”, ossia la villa a riva, progettata dall’architetto di Casa Reale Antonio De Simone, inaugurata nel 1825, aveva anche un ampio spazio per consentire la sosta delle carrozze reali.

Molti furono i grandi eventi che vi ebbero luogo e gli ospiti illustri. Ad esempio, il 15 maggio del 1819 Re Ferdinando offrì al Fusaro un pranzo in onore dell’Imperatore d’Austria Francesco II.

Ma se sotto l’aspetto architettonico questo monumento è legato al prestigioso nome di Carlo Vanvitelli, sotto quello decorativo richiama il nome di uno dei più illustri paesaggisti del ‘700: Philipp Jacob Hackert.

La struttura è composta da due piani sovrapposti, ma non simili. Quello inferiore risulta più ampio a causa di due ambulacri posti l’uno verso nord, l’altro verso sud ed ambedue ai lati delle arcate frontali. Tra questi due ambienti e la sala centrale vi sono due vani semicircolari utilizzati come corridoio, quello a lato nord e come cassa scale, quello opposto, al lato sud. Queste aree furono adibite a cucina, alloggi per il personale di servizio, dispensa e, più tardi, uffici e ripostiglio. Attualmente, dal mese di ottobre del 2001, gli ambulacri sono stati trasformati in “galleria degli ospiti illustri”.

Accedendo a questi locali si può provare l’incredibile sensazione di trovarsi sospesi sulle acque del lago; inoltre si possono leggere le biografie e i motivi di legame dei prestigiosi personaggi che hanno segnato la storia d’Europa per oltre due secoli e che furono ospiti al Sito Reale del Fusaro. L’intera dinastia dei Borbone, lo Zar di Russia Nicola I, il Principe di Metternich, Francesco I Imperatore d’Austria, sir William Hamilton, Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, e quindi Gioacchino Rossini e Wolfang Amadeus Mozart, per citarne solo alcuni.

Vanvitelli ed Hackert, attraverso il loro genio creativo, avevano fatto ancora di più. Il piano nobile presentava infatti uno splendido pavimento il cui colore di fondo era un raffinato azzurro pastello, con temi floreali e multiformi decori gialli.

La volta era finemente affrescata con temi pertinenti alla caccia, alla pesca ed alla natura in genere. Le pareti invece erano state coperte da quelle che lo stesso Hackert, rivolto a J.W. Goethe, aveva definito la migliore opera eseguita per la corte di Napoli: il ciclo delle quattro stagioni. L’artista aveva pensato di intervallare ciascuna stagione con il panorama che si può ammirare attraverso le ampie finestre. I dipinti infatti, a grandezza naturale, quindi a tutta parete, presentavano la linea d’orizzonte esattamente coincidente con quella naturale del lago senza alcuna soluzione di continuità. Una fusione completa tra i suoi capolavori e quelli che la natura aveva generosamente distribuito intorno al lago. Una sintesi di tutti i luoghi più amati da Ferdinando IV.

Purtroppo i capolavori di Hackert scomparvero durante la Rivoluzione Napoletana nel gennaio del 1799. Gli originari pavimenti furono invece rimossi dopo il secondo conflitto mondiale.

L’opera meno appariscente, ma sicuramente di grande ingegno è rappresentata dal tetto, sorretto da un complesso sistema di travi e supporti che hanno garantito grande tenuta contro gli agenti atmosferici, ma anche notevole resistenza alla natura vulcanica dei Campi Flegrei.

Dal Casino si ammira un panorama di eccezionale bellezza e, in particolare, il tramonto rappresenta uno spettacolo unico che estasiò e continua ad estasiare, con immutata intensità, potenti, artisti e gente comune.

Nelle giornate di bel tempo è di ineguagliabile suggestione vedere l’immagine della Casina riflessa nelle calme e trasparenti acque del lago, come fosse uno specchio ed ancora vere e proprie colonie di pesci che disegnano strane figure geometriche mentre compiono straordinarie evoluzioni fra gli scogli o ancora i rocchi, proprio quelli voluti da Re Ferdinando IV, pietre ammucchiate in una sorta di conca sulle quali venivano deposte le fascine con le ostriche perché queste non entrassero in contatto con il fango, disseminati, come tanti crateri, intorno all’isolotto.

Il posto è stato definito più volte un luogo d’incanto, un gioiello architettonico sull’acqua muta e trasparente. Maurice Coste inviato dal governo francese proprio per studiare l’allevamento delle ostriche del Fusaro, gridò ad un miracolo che andava “fatto anche in Francia”. Un gioiello che destò le meraviglie di geni, come Mozart e Goethe.

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Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

Posted by on Giu 23, 2019

Il Sud sta morendo: un milione di giovani in fuga. Disoccupazione alle stelle

“Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. È quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di

sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

fonte https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/denunciamo/259328-il-sud-sta-morendo-un-milione-di-giovani-in-fuga-disoccupazione-alle-stelle/?fbclid=IwAR3kKWDhWEa5JL_NTO-oHoFwfRnaxbsTyikx_Rn3_4NsY36s7Jigo6zni2M

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