Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Ancora sul 1799 di Castrese Lucio Schiano

Posted by on Gen 15, 2019

Ancora sul 1799 di Castrese Lucio Schiano

Alcune affermazioni umane – siano esse divieti, leggi o princìpi a cui si pretende di conferire addirittura carattere di universalità – sembrano essere fatte apposta per essere o ignorate o disattese o trasgredite. Purtroppo non ce n’è una che si ponga come eccezione alla regola. Sfido chiunque a negare di non aver visto cumuli di rifiuti proprio in un’area in cui campeggia in bella mostra un enorme cartello con la scritta “DIVIETO DI SCARICARE RIFIUTI”; di non aver visto automobili imboccare senza alcuna preoccupazione strade con divieto di accesso o di transito, e così via. Quanto sopra per introdurre l’argomento di cui – con le mie limitazioni –  intendo occuparmi : il 1799. Del quale fenomeno – avendo confessato i miei limiti –  intendo occuparmi da uomo qualunque, rifacendomi alla logica del “cogito ergo sum” e senza concedere alla parte sentimentale di intromettersi nel processo razionale ; da persona, infine, che nel bene o nel male, sta pagando le conseguenze delle scelte fatte allora.

 Il 2019 è l’anno in cui cade il 220° anniversario della “venuta” dei francesi sull’intero suolo della nostra penisola.

L’ avvenimento, con tutti gli avvenimenti che costellarono tale “venuta”, costituisce per alcuni motivo di grandiosi festeggiamenti.

Poco male. Orazio (se ricordo bene) diceva che ad ognuno sembra profumo il proprio afrore. Io mi impegnerò al massimo per liberarmi da questo difetto tutto umano,  mettendo da parte simpatie o condivisioni, per tentare di esprimere un giudizio che non abbia sentore di parte e che possa essere pertanto largamente condiviso.

Ebbene da uomo qualunque, analizzando tutto il periodo – limitatamente al territorio di quello che era lo Stato in cui sarei nato – non riesco a trovare nulla che valga la pena di una celebrazione, dal primo all’ultimo giorno di quella che fu la Repubblica Napoletana. Qualunque pagina si consulti si legge solo di divieti, di eccidi, pene di morte comminate anche per inosservanza di un editto di uno dei tanti generali, di distruzione ed incendio di interi paesi, esose e continue richieste di contributi di guerra, razzie che non risparmiano neppure i luoghi sacri, che non ci si limita solo a saccheggiare, ma a profanare, ad onta della propagandata radice religiosa del repubblicanesimo. Quando, alla fine, non ci sarà più nulla da portar via si ipotecano perfino i tesori che potrebbero venir fuori dalle viscere di Ercolano! … E gli ex “regnicoli” divenuti repubblicani non hanno nulla da obiettare !

Partiamo dall’inizio, chiamando, però, le cose per nome.

Molti degli intellettuali, degli aristocratici, dei borghesi, che diverranno poi “repubblicani” ricoprivano incarichi anche importanti alla corte di Ferdinando IV. Mentre, però, erano debitori a costui della loro condizione sociale, tramavano per privarlo del regno. Ho detto in precedenza che non consentirò al sentimento di invadere il campo della razionalità. Quindi, solo alla luce della ragione, possono definirsi “eroi”, esempi da imitare, figure degne di un “pantheon dei martiri” persone del genere?

Assolte, per assurdo, dai sospetti e dalle accuse di cui sopra, queste persone erano o non erano a tutti gli effetti sudditi del Regno di Napoli? E se i sudditi di qualunque nazione aprono le porte ad eserciti nemici per farne distruggere le terre, massacrare le popolazioni, bruciare ogni paese conquistato, costoro come sono  da considerare?

Da qualunque parte della barricata ci si trovi, la definizione, totalmente asettica, non può che essere : “ traditori “.

A questo punto siamo solo al secondo momento del primo semestre del 1799. Ma purtroppo la storia, in un climax crescente di obblighi, divieti e terrore, continuò a produrre danni e vittime, in nome di principi ispirati alla LIBERTA’, all’UGUAGLIANZA e alla FRATERNITA’.

LIBERTA’ ?!

<< … Ogni terra o città ribelle alla repubblica sarà bruciata e atterrata  ;

<<  I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i curati, e in somma tutti i ministri del culto saranno tenuti colpevoli delle ribellioni de’ luoghi dove dimorano ; e puniti con la morte ;

<< Ogni ribelle sarà reo di morte, ogni complice, secolare o cherico sarà come ribelle ;

<< Il suono a doppio delle campane è vietato ; dove avvenisse, gli ecclesiastici del luogo ne sarebbero puniti con la morte ;

<< Lo spargitore di nuove contrarie a’ Francesi o alla repubblica partenopea sarà, come ribelle, reo di morte ;

<<La perdita della vita per condanna porterà seco la perdita dei beni>>. 

Vorrei che qualcuno di quelli che si apprestano a festeggiare l’anniversario evidenziasse anche la più piccola concessione alla libertà individuale emergente o contenuta “cripticamente” nelle proposizioni di cui sopra.

E dire che il Pagano, nelle sue Considerazioni sul processo criminale del 1787, da professore di Diritto Criminale, aveva sostenuto : << … le barbare nazioni non conoscono affatto il processo. Le di loro cause, o si decidono col ferro alla mano, o col parere ed arbitrio di un senato composto dai capi della nazione, o di un Re .. Senza formalità alcuna e senza ordine prescritto, con verbale processo, udendosi su due piedi i testimoni, si dà fuori all’istante la decisiva sentenza>>. E poi se ne dimentica da Presidente della Commissione legislativa. Allora la nuova repubblica, usando le parole dello stesso Pagano, era da considerare “barbara” oppure no?

Sempre in ambito di libertà, per indennizzarei Difensori della Patria, vennero approvate a tamburo battente due leggi : una che privava gli insurgenti della metà dei loro beni ed una che confiscava completamente i beni di quanti, per qualunque motivo, si erano allontanati dai territori della neonata repubblica, avessero o non avessero seguito la Corte a Palermo. Questi ultimi venivano dichiarati  emigrati e nemici della patria, e tanto bastava perché, qualora avessero rimesso piede nel territorio della repubblica, venissero arrestati e puniti con la morte.

Ora chiedo a qualunque mente non ottenebrata da pregiudizi o ideologie, se quelli appena riportati (e ne sono una parte infinitesimale) sono principi libertari o liberticidi, e se quanti si apprestano a celebrarne autori o esecutori possono ribattere con esempi di segno opposto.

Alla prossima per gli altri due princìpi : Eguaglianza e Fraternità.

Castrese Lucio Schiano

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IL MONITORE NAPOLITANO?……….MA

Posted by on Gen 14, 2019

IL MONITORE NAPOLITANO?……….MA

La povertà dei temi e delle idee che la repubblica napoletana, Capecelatro la definì “Repubblica da Operetta” ha prodotto e trasmesso sono racchiuse nel monitore napolitano fondato, durante quei pochi mesi del 1799, da donna Eleonora Pimentel Fonseca diventata un simbolo della città di Napoli da fine 800 fino ai giorni nostri, nonostante non abbiamo lasciato nessuna traccia, nessuna innovazione, nessuna nuova idea se non per la sua irriconoscenza verso la casa Reale che l’aveva tolta dalla miseria, se non per il suo alto tradimento verso il popolo napoletano e verso lo stato, se non per la sua attività di collaborazionista dell’esercito Francese invasore che non pensava che a saccheggiare i tesori del Regno e se non per la creazione del suddetto giornale “Monitore Napolitano” che fu solo uno strumento diffamatorio verso i Borbone, verso la realtà dei fatti che stavano accadendo e verso la cosa più importante che è la verità.

Gli stessi organi di stampa e i dispacci militari francesi erano costretti a smentire molti articoli che venivano pubblicati dal giornale che non ha fatto altro che anticipare la stampa e la tv spazzatura che ogni giorno dobbiamo sopportare.

Ancora oggi esiste il “Monitore Napolitano” organo di informazione storica che i giacobini napoletani continuano ad usare per disinformare e modificare la verità storica isolandosi dal reso del mondo che ormai ha preso coscienza di come la verità storica dal 1799 fino ai giorni nostri sia ben diversa. Di seguito pubblichiamo una storia che il nostro Raimondo Rotondi ha ritrovato che non merita nessun commento ma soltanto esser letto, nemmeno i Soviet sono arrivati a tanto.

Claudio Saltarelli

Tra i vari tipi di brigantaggio che caratterizzarono il periodo postunitario è importante evidenziare quello della zona di Sessa Aurunca in quanto, tra coloro che lo combatterono, si distinse il famoso pittore e patriota sessano Luigi Toro, che tanto aveva sacrificato per gli ideali di Libertà e Unità della Nazione.

Egli sentì il dovere di ritornare a combattere e lo fece contro i Briganti del suo territorio, quello aurunco.

Nel 1859 Luigi Toro (Lauro di Sessa CE – 1835- Pignataro Maggiore CE – 1900) si era arruolato nei Cacciatori delle Alpi ove aveva conosciuto Pilade Bronzetti di Cuneo, a cui dedicherà uno dei suoi migliori dipinti per celebrarne il sacrificio nella battaglia del Volturno.

In seguito si unì ai Mille col grado di sergente alla compagnia delle “Guide Garibaldine“ preposte alla protezione del futuro Generale.

Durante la campagna siciliana dimostrò tutto il suo valore, conquistandosi la fiducia dello stesso Garibaldi che lo volle accanto a sé in diverse occasioni.

Purtroppo dovette assistere alla morte del suo grande commilitone piemontese Pilade Bronzetti, al quale dedicò nel 1885 una tela che riproduce “La morte di Pilade Bronzetti a Castelmorrone”, oggi presente nei depositi del Museo Napoletano di San Martino.

Luigi Toro fu, dunque, uno dei protagonisti della Unificazione italiana nei momenti decisivi. Quando il brigantaggio endemico della zona sessana assunse i connotati della reazione con Francesco II che finanziava i briganti dell’alto casertano, il pittore e patriota Luigi Toro pensò che fosse il momento di difendere gli ideali per cui aveva combattuto, nonostante tutto il suo impegno era tutto dedito alla passione artistica.

In questa fase Luigi Toro fece parte della Guardia Nazionale con il grado di Maggiore e Comandante del 2° Battaglione.

La Guardia Nazionale, che era sta un’istituzione del Governo Borbonico, viene riproposta al fine di svolgere compiti di sorveglianza del territorio a sostegno delle forze governative.

Luigi Toro si guadagnò la fama di leggendario e intrepido combattente nella repressione del brigantaggio e Giovanni Sopiti, che gli dedicò una breve biografia così si esprime al riguardo del pittore e patriota sessano:

“Tutti sapevano del suo meraviglioso coraggio, e come fosse tiratore insuperabile… e dovunque si annunciasse che egli fosse per giungere, si disperdevano le masnade brigantesche…tale elevava a sé luminoso prestigio, che ne era conquista eziandio tutta la efferatezza di quei malfattori, i quali altresì lo ammiravano, ed erano costretti ad amarlo, per gli umanitari riguardi che egli adoperava verso le famiglie di quegli che aveanla abbandonata per darsi alla vita del bandito.”

Allo stesso modo il pittore e critico d’arte di Frosinone Costantino Abbatecola rivela:

“Toro mostrò molto coraggio nella lotta contro i Briganti… In quel tempo Toro si esercitava al tiro della pistola ed era giunto a tale perfezione che metteva cento colpi l’un dopo l’altro nel medesimo bersaglio. Questa qualità del Toro, accoppiata ad una grande influenza morale che esercitava sul mandamento di Sessa Aurunca, ben conosciuta dai Briganti, bastò a salvare il Paese dalle loro oppressioni perché credettero prudente non affrontare il Toro, come raccontarono parecchi Briganti venuti poi in potere della giustizia.“

Ed è proprio sul brigantaggio sessano che lo storico pignatarese Nicola Borrelli, allievo dell’artista e patriota risorgimentale Luigi Toro, dà un giudizio “tranchant” molto negativo del fenomeno del Brigantaggio nell’Alto Casertano, definendolo fanaticamente “reazionario “ in un testo che avrà tanto successo.

Il titolo del testo è Episodi di brigantaggio reazionario nella campagna sessana con la cui pubblicazione il Borrelli volle anche rendere omaggio al suo maestro Luigi Toro, che , proprio nel natio territorio aurunco, dopo essere stato uno degli artefici dell’Unità lasciò la passione artistica per dedicarsi alla repressione del Brigantaggio e riaffermare in tal modo gli ideali di libertà e di giustizia, che avevano caratterizzato la sua carriera quale Patriota.

Nel libro di Borrelli si fa riferimento al Posto di Guardia in Piedimonte di Sessa, istituito dal Maggiore Luigi Toro in relazione ad un documento inviato al Comandante della Guardia Nazionale di Carano in data 8 aprile 1862.

In esso il Comandante Toro informa:

“Conseguentemente alle mie ispezioni fatte ai diversi Quartieri, ho avuto agio di osservare la posizione strategica di Piedimonte, la quale richiede un Posto di Guardia a sé; perlocché Ella sarà compiacente disporre che sia subito aperto il locale e fornito della corrispondente forza, nella intelligenza che tale servizio dovrà prestarsi dai militi del Paese nel qual caso essi non presteranno più servizio nel Posto di Carano”.

Anche in tale momento storico Luigi Toro dimostra la sua audacia e il suo coraggio misto alla generosità che lo stesso Borrelli esplicita nella maniera seguente:

“La sua maschia figura di gentiluomo franco, benefico, generoso, coraggioso fino alla temerarietà gli ottennero l’illimitato rispetto da parte dei tristi banditi che nei primi anni postunitari gettavano il terrore nella Provincia, proprio quando il Toro, nella qualità di Maggiore della Guardia Nazionale, era incaricato della repressione del Brigantaggio e da questi mostri feroci che egli sfidava ogni giorno non gli fu torto un capello… anche quando avrebbero potuto impadronirsi di lui, vendicarsi , finirlo, ma che, per rispetto, non l’avrebbero mai fatto…”

Furono soprattutto le bande dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, di Alessandro Pace, di Francesco Tommassino e di Giacomo Ciccone e Luigi Alonzo detto Chiavone ad imprimere una direzione politica reazionaria al fenomeno del brigantaggio.

Inoltre vi era quel Domenico Fuoco che si definiva “ Capitano e ajutante del Re Francesco II”.

In raccordo storico con il Brigantaggio prodotto dalla reazione “borbonico-pontificia ” del Cardinale Ruffo che si era servito dei “famigerati” Fra Diavolo e Mammone, i ” tristissimi ” briganti che furono sovvenzionati dai Borbone, anche in tal caso la ferocia dei Capibriganti – sostiene Borrelli – era dovuta anche alla speranza che un probabile ritorno del re Borbone avrebbe apportato benefici notevoli.

Nell’agro aurunco, secondo lo storico, i Borbone aveva lasciato tale “scia di ignoranza, di incoscienza e di abbruttimento” da procurare un forte sentimento di odio contro la società borghese dell’ agiatezza e, dell’ozio e dello sfruttamento. Precisa infatti lo storico Nicola Borrelli:

“le barbari leggi che regolavano le triste accolte, perfezionarono via via la criminalità del gregario e trasformavano presto in terribili tipi di grassatori o di assassini i novizi, sovente passati alla banda, come dicemmo, per una leggerezza, un errore, in un momento di sovreccitazione, sotto l’impulso di un rammarico o d’uno sdegno talvolta giustissimi”!

Scrive ancora Borrelli: “V’era, in tal caso – disperata ma vera – una via di salvezza, una via irta di pericoli e d’incognite, ma ricca di speranza, di promesse, di rivendicazione: la campagna, la banda” ma alcuni andavano ad ingrossare le file dei Pace dei Guerra, dei Cedroni, degli Anfrozzi, dei Ciccone, che però non erano altro che “bieche figure di malvagi, spesso avanzi dell’esercito Borbonico.

La ribellione del brigantaggio nella zona sessana aveva quindi un’impronta ed un’insidia in quanto collegato al revanscismo borbonico.

Il Borrelli , appassionato di pittura e che diventerà un discepolo di Luigi Toro, accogliendolo nella sua casa di Pignataro Maggiore (CE) negli ultimi anni di vita, rende omaggio alla sua figura di patriota che fu coerente con i propri ideali di libertà nel periodo di conquista dell’Unità della Patria, prima combattendo con i Mille per liberare il Mezzogiorno dai Borbone e poi ritornando in prima linea a difendere l’Italia dai briganti prezzolati dagli stessi nel periodo postunitario nel proprio territorio natio di Sessa Aurunca, a confine con lo Stato Pontificio.

Lo storico Borrelli, a proposito di tale brigantaggio che imperversava nella zona sessana, non ha esitazione a collocarlo, quindi, in maniera decisa quale tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica ai fini della restaurazione scrivendo:

“Questo, nella sua semplice trama psicologica, il fenomeno del Brigantaggio così detto politico – reazionario, di cui fu teatro Terra di Lavoro, e particolarmente la contrada di cui trattiamo, negli albori della nostra santa indipendenza.”


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Pasquale Di Prospero e Fernando Riccardi portano il 1799 in Abruzzo

Posted by on Gen 10, 2019

Pasquale Di Prospero e Fernando Riccardi portano il 1799 in Abruzzo

L’Ass. Id. Alta Terra di Lavoro in collaborazione con l’Ass. Culturale Acquaviva ha organizzato il 1 di agosto 2018 a Tornimparte, in Abruzzo, un importante convegno sul 1799 dove veniva presentato il libro di D. Petromasi sull’epopea dei Sanfedisti guidati dal Card. Fabrizio Ruffo.

Relatori di alto livello a Tornimparte a cominciare da Pasquale Di Prospero che ha raccontato al numeroso pubblico i drammatici fatti del 1799 accaduti in Abruzzo e Fernando Riccardi autore del saggio introduttivo del testo.

Di seguito i video degli interventi che rappresentano una importante documentazione del convegno

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LE INSORGENZE NEL REGNO DI NAPOLI E IN TERRA DI LAVORO NEL 1799 A PIGNATARO MAGGIORE

Posted by on Gen 9, 2019

LE INSORGENZE NEL REGNO DI NAPOLI E IN TERRA DI LAVORO NEL 1799 A PIGNATARO MAGGIORE

     L’ Ass. Id. Alta Terra di Lavoro sabato 12 gennaio alle ore 17;00 presso la Sede del Circolo dell’Unione a Pignataro Maggiore organizza un importante convegno “LE INSORGENZE NEL REGNO DI NAPOLI E IN TERRA DI LAVORO NEL 1799”

    Interverranno l’Avv. Giovanni Morelli e Pres. del Circolo dell’Unione, Claudio Saltarelli Pres. Ass. Id. Alta Terra di Lavoro, Fernando Riccardi storico saggista e Pres. dell’Ist. Di Ricerca delle Due Sicilie e Roberto Della Rocca giornalista e storico.

     Nel convegno verrà presentato un importante testo che l’ Ass. Id. Alta di Lavoro ha di recente ristampato, in copia anastatica, l’opera scritta da Domenico Petromasi risalente al 1801, “Storia della spedizione del Cardinale Ruffo

     E’ la prima volta che nel nostro paese si compie un’impresa del genere: c’era già stata, infatti, in passato, qualche altra edizione della stessa opera, ma mai una ristampa anastatica, riproducente il testo nella sua versione originale.

     Tale libro, che contiene un corposo ed assai circostanziato saggio introduttivo a firma del suddetto storico Fernando Riccardi, ricostruisce, passo dopo passo e in maniera dettagliata, la straordinaria impresa che nel 1799 portò il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo a riconquistare il Regno di Napoli, invaso dai giacobini, con la sua “armata reale e cristiana”, composta esclusivamente o quasi di volontari raccolti strada facendo sotto l’emblema della Santa Croce.

     Una vicenda che la vulgata storiografica dominante non ha trattato, nel corso degli anni, con la dovuta obiettività, gettando sulla stessa una densa patina di oblio.

     La preziosa cronaca di Petromasi, invece, restituisce la giusta proporzione a quegli accadimenti, che molto interessarono anche il territorio del Cilento e la stessa Calabria senza mai sconfinare nella partigianeria oppure distorcere gli eventi.

     Considerata l’importanza dell’opera, che costituisce un “unicum” a livello nazionale, considerato che “Michele Arcangelo Pezza alias Fra’ Diavolo” è stato uno dei principali protagonisti di quel tumultuoso semestre e considerato che il Cilento anche in questa vicenda ha scritto una importante pagina di storia universale è importante che i Cilentani si accostino ad una vicenda storica, quella del 1799, che ancora oggi resta assai poco conosciuta

Cassino, 9 gennaio 2019

Claudio Saltarelli

Associazione Identitaria “Alta Terra di Lavoro” t

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IL MATTINO e il 1799

Posted by on Gen 8, 2019

IL MATTINO e il 1799

Antonella Orefice ha pubblicato un libro in cui si rivelerebbero in due paesini molisani “gli eccidi ordinati dai Borbone” (titolo a tutta pagina su Il Mattino del 14/6 con nota storiografica articolata che abbiamo inviato allo stesso giornale e allegata a queste premesse, in attesa di “eventuale” pubblicazione). Orefice è stata assistente di Maria Antonietta Macciocchi, comunista di posizioni maoiste che scrisse anche un libro dedicato alla de Fonseca e sintetizzato (Corriere della Sera, 8 gennaio 1999) nel libretto dell’opera allestita al San Carlo (contestata dai neoborbonici) per il bicentenario del 1799: “sono sicura -scriveva la Macciocchi- che è stata Eleonora a salvarmi dalle SS nel 1943… lasciai Napoli per Parigi ma credo che anche in questa scelta vi fosse l’influsso astrale di Eleonora…”. Una forma di cultura “neogiacobina” anche più estremizzata di qualsiasi forma di “neoborbonismo”… Lasciando da parte alcune perplessità sulla attendibilità di queste affermazioni e sulla scientificità della storia scritta dalla Macciocchi, riportiamo un post pubblicato poche ore fa dalla sua ex assistente che ha firmato il libro recensito a tutta pagina da Il Mattino: “Ecco chi sono i Borboni che tanto rimpiangi! ESULTA POPOLO LAZZARO…. ! (Ma noi SIAMO ANCORA QUA……….. La Nostra Repubblica è VIVA!)”.

Inevitabili alcune lettere di protesta che pare siano pervenute alla Orefice che se ne lamenta sempre sul suo profilo (e che non condividiamo solo se sono in qualche modo offensive e minacciose). Più di un dubbio, però, ci assale sulla imparzialità di questo nuovo libro, probabile frutto del comprensibile entusiasmo di chi non è esattamente e sistematicamente di casa negli archivi. E più di un dubbio ci assale anche sul distacco (quasi un odio, diremmo) che i giacobini del 1799 avvertivano contro quel “popolo lazzaro” (massacrato dai franco-giacobini con non meno di 60.000 caduti!) che si ribellò eroicamente a quella invasione: tenuto conto che la cultura ufficiale ha formato sulla base delle idee giacobine/liberali schiere di classi dirigenti locali e nazionali, ci assale ancora un altro dubbio che si lega al distacco che viviamo da queste parti tra governanti e governati. Distanti e contro il popolo (di Napoli e del Sud) nel 1799. Distanti e contro il popolo (di Napoli e del Sud) oggi. A dimostrazione della “pacatezza” e della sobrietà di intellettuali e giornalisti locali, l’autore dell’articolo, in un post appena pubblicato mette sullo stesso piano “neoborbonici e neofascisti” (“tra neofascisti e neoborbonici.. stiamo proprio messi male!”)…

E se la scommessa del futuro fosse, invece, proprio una classe dirigente finalmente e veramente radicata, rispettosa di tradizioni e identità, fiera e autenticamente napoletana e meridionale? E’ questo, da circa 20 anni, l’obiettivo neoborbonico: una scommessa paradossalmente davvero nuova se consideriamo i fallimenti delle classi dirigenti monopolisticamente formate dalla cultura ufficiale giacobina, liberale, antiborbonica e antinapoletana. Il successo e la diffusione (con la conseguente e facile rabbia degli “avversari”) delle nostre iniziative delle nostre idee ci fanno ben sperare…

Il solito 1799 e le stragi giacobine (davvero) dimenticate

Anche per Mazzini i giacobini erano traditori…  

Caro direttore, Napoli è davvero uno strano paese: da oltre 200 anni prevale in maniera monopolistica una lettura parziale e unilaterale di certe storie (in testa quella del 1799 fino a quelle “risorgimentali”) eppure la stessa cultura ufficiale che detiene quel monopolio continua a lamentarsi perché qualcuno ha “osato”, in questi anni, raccontare altre storie. In questo caso, Mario Avagliano, recensendo il nuovo libro di Antonella Orefice su alcune stragi (“dimenticate”) del Molise durante la rivoluzione napoletana, cita i soliti esuli che tante colpe hanno avuto nella creazione di un mito negativo e ancora attuale di Napoli o che -nel caso di Settembrini- furono costretti a rivedere molte delle loro tesi dopo l’Unità. Sempre i Borbone, poi, per l’articolista, avrebbero affidato a Ruffo “il compito della repressione” e così Ruffo avrebbe “occupato Napoli nel giugno del 1799 macchiandosi di efferati delitti, con mercenari albanesi, contadini del luogo e avanzi di galera”… Peccato, però, che quei mercenari fossero 50 (sui complessivi 80.000 volontari della sua armata) e che il Cardinale non aveva avuto il compito di “reprimere” ma di “liberare” il Regno da un’invasione straniera favorita da pochi giacobini locali (“una minoranza impercettibile” li definì Luigi Blanch) così come Napoli non fu di certo “occupata” da Ruffo (o dai Borbone), visto che era già “dei” Borbone che legittimamente vi regnavano. E di certo, del resto, in nessuna guerra (tanto più in una guerra contro l’esercito più potente del mondo) nessuno ha mai chiesto il curriculum di chi combatte. La Orefice ha scritto questo libro lasciando parlare “i documenti: quelli veri, quelli scomodi” contro chi in questi anni avrebbe “santificato i briganti e definito traditori i patrioti del 1799”. Solo che da oltre due secoli si tirano fuori sempre gli stessi documenti e non quelli che raccontano le stragi (quelle sì e quelle davvero dimenticate) compiute dai franco-giacobini ai danni della parte napoletana-cristiana-borbonica: oltre ottomila (in tre giorni) nella capitale e “oltre sessantamila i napoletani passati a fil di spada” in appena cinque mesi di repubblica: “Napoli non era altro che un immenso campo di carneficine, incendi, spavento e morte “ (memorie del generale Thiebault). Fu Giuseppe Mazzini, del resto, il primo a definire traditori quei patrioti che “avevano aperto le porte della città agli stranieri invasori… il Popolo napoletano  era disposto a morire combattendo non per superstizione, come più volte si è detto, ma per un sentimento nazionale, per un’idea di Patria che vi pulsava al di sotto” (manoscritto, Museo Centrale-Risorgimento). Si ricordano, allora, le fucilazioni molisane ma non i massacri e le devastazioni  sempre molisane di Isernia (oltre 1500 morti) o quelli di Mercogliano, Caserta, Ceglie, Carbonara, Bacoli, Benevento, Briano, Cetara, Collettara, Fondi, Gensano, Casamari, Itri, Massa, Nola, Pomigliano, Pagani  (e l’elenco sarebbe troppo lungo). Fu una guerra di invasione in alcune occasioni divenuta una sanguinosa e (a partire dai Borbone) non voluta guerra civile. Solo che in qualsiasi altro posto del mondo si  ricorderebbero i difensori della propria patria o almeno “anche” loro (si pensi alla celebrazione che il grande Goya ha fatto dei popolani spagnoli antifrancesi) e dalle nostre parti si scrive ancora con una rabbia e una parzialità oggettivamente eccessive di “massacri ordinati dai Borbone” o di “orde sanfediste” lasciando spazio ad una cultura ufficiale sempre poco attenta alle nostre tradizioni e alle nostre radici (anche borboniche e cristiane, al contrario di quanto pensano alcuni intellettuali): la stessa cultura ufficiale che, se solo guardiamo alla formazione delle nostre classi dirigenti, non ha prodotto risultati così positivi…

L’esercito francese che massacra il popolo napoletano al Carmine.

Premessa: e se Il Mattino organizzasse un dibattito? Leggo solo ora alcune considerazioni scritte dalla sig.ra Antonella Orefice autrice di un libro sugli “eccidi ordinati dai Borbone” in alcuni paesini molisani, recensito da Il Mattino qualche giorno fa e al centro di alcune polemiche e di un mio precedente intervento. La sig.ra Orefice minaccia di querelarmi ma è difficile capire le motivazioni di queste minacce poiché avevo espresso semplicemente alcuni giudizi (dovrebbe chiamarsi “dibattito”, mi pare) in merito a quanto scritto nella recensione firmata da Mario Avagliano. Giudizi storiografici (altro che “giudizi spregevoli sulla sua persona”) e che non posso che confermare perché si nota in quelle righe effettivamente un “entusiasmo comprensibile” per chi trova un documento, ma credo che sia necessario  evidenziare le lacune di ricerche archivistiche di fonti “dell’altra parte” (e citavo un lungo elenco di paesi oggetto di massacri, saccheggi e devastazioni): è forse “spregevole” a Napoli chiedersi se si tratta o no di un libro parziale o imparziale? Sempre la sig. ra Orefice, poi,  mi sopravvaluta e sottovaluta (forse solo per un naturale istinto di difesa delle proprie posizioni) la portata di un nuovo fenomeno culturale: io non ho “seguaci” (non ho mai creato una setta): circa 20 anni fa ho semplicemente creato un movimento culturale (il Movimento Neoborbonico) che ha fatto opera di ricerca e divulgazione con tesi di segno contrario rispetto a quelle della cultura ufficiale. Il consenso e il successo riscontrati sono andati ben al di là dei mezzi in campo e delle più rosee previsioni anche perché, evidentemente, c’è un forte bisogno di radici (tutte le radici), di storie ricche di orgoglio e rispettose di tradizioni napoletane, cristiane e anche borboniche… La sig.ra Orefice, allora, non può accusare il sottoscritto per tutte le lettere a lei pervenute e dalle quali (ripetiamo un concetto già abbondantemente espresso) ci dissociamo qualora fossero risultate offensive o minacciose (non è stato mai il mio e il nostro stile e non possiamo certo disporre della volontà di quanti hanno manifestato il loro dissenso). Lei stessa, del resto, in un post pubblicato prima delle polemiche si rivolgeva al “popolo lazzaro” invitandolo sarcasticamente ad esultare per le verità raccontate sui “suoi Borboni”. Chi scrive, oltre alla specializzazione in Archivistica presso l’Archivio di Stato di Napoli, ha all’attivo semplicemente migliaia di ore di studio con pubblicazioni (quasi tutte esaurite) che raccontano storie diverse rispetto a quelle raccontate dalla Orefice. Tutto qui. Altro che “storielle” o “verità manipolate” o tentativi di “vendere chiacchiere” insieme alle (nostre) incapacità di “comprendere i suoi lavori”, affermazioni che pure si presterebbero a eventuali querele ma che supereremo amando i dibattiti e non amando i tribunali italiani. In quanto alla mia critica rivolta alle classi dirigenti, la sig.ra Orefice risponde affermando che “non ha velleità politiche” né è alla ricerca di “candidature” ma, come la sig.ra certamente sa, si è “classe dirigente” anche (e di più) da giornalista o da intellettuale e resta in piedi la mia tesi sulle responsabilità di chi, in oltre 200 anni, e nonostante un vero e proprio monopolio di segno giacobino e liberale (e che, a quanto pare, ancora non basta), ha formato culturalmente chi ci ha rappresentato in questi anni e (come lo stesso Mattino spesso denuncia) non in maniera del tutto adeguata. Le inviamo, poi, i nostri complimenti per la pubblicazione, di altre recensioni positive del suo lavoro ma la cosa conferma quanto già scritto a proposito del monopolio della cultura ufficiale che, naturalmente, può prevedere anche recensioni positive su Repubblica o magari (è una citazione della sig.ra Orefice) sulla rivista ufficiale della Gran Loggia d’Italia (e cioè di quella massoneria più volte al centro dei nostri studi e delle nostre critiche per le sue responsabilità in merito a certi processi legati all’unificazione). Per tornare, poi, a quella parola a Napoli (e dalle parti del Mattino) piuttosto rara (“dibattito”), come nel mio primo intervento, vorrei evitare le facili, semplicistiche e confortanti etichette (”neoborbonici”, “giacobini” ecc.) ed entrare nel merito di alcune domande alle quali la sig.ra Orefice non ha dato risposta alcuna: non è forse vero che fu Mazzini il primo a definire traditori quei giacobini? Non è forse vero quanto affermato dalle fonti francesi e cioè che a Napoli in 3 giorni furono massacrati oltre ottomila “lazzaroni” e in tutto il Regno (in meno di 5 mesi) oltre sessantamila persone di parte napoletana-cristiana-borbonica? Non è forse vero che partivano ogni giorno per Parigi convogli con le nostre opere d’arte o che diverse centinaia di popolani furono condannati a morte solo per non aver gridato “viva la repubblica”? Non è forse vero che nella socialmente e culturalmente variegata armata di Ruffo quei “mercenari albanesi” non superavano le poche decine ed erano, invece, soldati delle comunità albanesi fedeli alla dinastia? Non è forse vero che furono devastati tutti quei paesi (abitanti compresi) sia nel 1799 che nel successivo periodo murattiano (su tutti “l’onda dei morti” di Lauria)?  Non è forse vero che in tutto il mondo chi difende la propria patria dagli stranieri è celebrato dopo secoli (un esempio su tutti i popolani spagnoli antifrancesi dipinti da Goya) e solo da noi viene ignorato e disprezzato? Queste sono le domande che abbiamo rivolto alla Orefice e al Mattino e su questo dovrebbe riflettere davvero una città che, a quanto pare, non ha ancora fatto pace con la sua storia.  Concordo, infine, con la sig.ra Orefice sul fatto che per noi il 1799 è (brutta immagine ma cito il suo testo) “un’ulcera perforata” ma solo perché, dopo oltre due secoli, avremmo il dovere di ricordare con cristiano rispetto tutte le vittime della rivoluzione franco-giacobina, “perforate” (loro sì, e a migliaia!), dalle baionette francesi al Carmine o a via Foria, a Porta Capuana o al Mercato stando dalla difficile part dei vinti, ieri come oggi. Non era il “popolo lazzaro”. Era il Popolo Napoletano. Il nostro Popolo.

Prof. Gennaro De Crescenzo

pubblicato il 19 giugno 2013

da http://pocobello.blogspot.com/2013/06/ancora-verita-sul-1799.html

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MARCIA DEI SANFEDISTI DI D.PETROMASI VISTO DA LUCIO CASTRESE SCHIANO

Posted by on Gen 4, 2019

MARCIA DEI SANFEDISTI DI D.PETROMASI VISTO DA LUCIO CASTRESE SCHIANO

    

     Nel campo delle scienze positive sono state avanzate diverse ipotesi aventi per oggetto d’indagine il mondo fisico. Tali ipotesi, verificate nel tempo, hanno portato alla formulazione di leggi e principi, come il così detto effetto farfalla ( che ha studiato l’intima connessione fra tutti i fenomeni di un sistema ) e il principio di Huygens (che ha avuto per oggetto il fenomeno della propagazione delle onde ), i quali hanno dimostrato che una perturbazione prodotta in un qualunque punto dello spazio produce effetti fin nelle sue parti più estreme. Contemporaneamente l’ effetto Kirlian ( relativo all’aura che contorna i corpi ) e le leggi di  Planck, Wien e Stefan – Boltzmann ( relative all’emissione di raggi infrarossi da parte di corpi ed oggetti ) hanno dimostrato che, anche abbandonando progressivamente un determinato punto dello spazio, una nostra traccia – più o meno visibile a seconda del calore del corpo e della relativa lunghezza d’onda – rimane per un certo tempo nello spazio proprio a testimoniare il nostro passaggio. I dati emergenti da questi fenomeni, da queste leggi portano a vedere una grande analogia tra essi e quel tenace ma invisibile filo che lega fra loro i vari momenti della storia ( anch’essa – in ultima analisi – prodotto di corpi in movimento ), in modo che un qualsiasi momento è la naturale conseguenza di quello che l’ha preceduto, ed esso stesso, a sua volta, costituirà l’ antecedente del momento successivo.  Sicché, proprio come per le leggi e gli effetti appena citati, una qualunque situazione che ci interessa oggi è la naturale conseguenza di una serie di eventi  verificatisi anche molto tempo addietro, ovvero “ La storia non è cosa passata, ma è il passato che raggiunge in modo vivo il presente”[1]. E’ indubbio, pertanto, che la situazione che viviamo oggi è la diretta conseguenza di tutti i momenti storici precedenti, e conseguentemente è indubbio che la frenesia che assalì i liberali nel 1860 affonda le proprie radici negli eventi che nel 1799 interessarono la nostra penisola ; eventi, a loro volta, originati  dalla ideologia della precedente “epoca dei lumi”, e così via.  Noi, dovendo non senza timore esprimere una timida opinione sul resoconto del Petromasi “Storia della spedizione dell’Eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo”,  prenderemo le mosse dagli eventi del 1799, dato che costituiscono il momento temporalmente più vicino al tema che interessa queste righe.  La prima cosa che salta agli occhi dalla lettura del libro è l’obiettività con cui vengono registrati gli avvenimenti. Un’obiettività che non ha bisogno di alcun aggettivo per rafforzarne il significato. Ogni pagina del resoconto, infatti,  è assimilabile al fotogramma di una videoregistrazione, per cui, alla fine,  tutte le pagine possono essere paragonate ad una pellicola cinematografica, la quale, però, è priva del sonoro per il semplice fatto che non ce n’è bisogno. I giudizi espressi col sonoro per accompagnare le varie azioni/fotogrammi, infatti, avrebbero potuto fuorviare lo spettatore. Allora, proprio per scongiurare tale pericolo, si è fatto ricorso al sistema del “muto”, in modo che le immagini parlassero da sole, mostrando azioni  che non debbono essere interpretate, ma solo viste. In tal  modo se un “repubblicano” si comporta correttamente le sue azioni non possono essere equivocate da chi  “repubblicano” non è, perché il fotogramma, volutamente,  non consente di essere frainteso. E così per l’altra parte.

   Un tal modo di registrare la storia fa grande onore all’autore, perché, nonostante membro della spedizione e cronista degli avvenimenti, è riuscito a non  peccare mai di partigianeria. Quando, infatti, le circostanze richiedevano che ci fosse  da fare un apprezzamento per la parte avversa,ciò è avvenuto puntualmente e senza far ricorso  ad un uso scorretto della lingua, cercando di presentare la cosa  in modo che ognuno la potesse vedere come più gli faceva comodo. La stessa correttezza è stata adottata quando si trattava di redarguire o criticare comportamenti  della parte “amica”, come nel caso del saccheggio di Crotone :  << … Non deesi in quest ’occasione passare sotto silenzio l’indicibile saccheggiamento fattovi per parecchi giorni dalle Truppe Calabresi; e tanto meno meritevole, quanto il popolo s’impegnò, ad onta di qualche ribelle,disserrare la parte della Città, e rendersi del tutto ubbidiente>>.    

     Ovviamente se riteniamo il Petromasi degno di credito quando condanna il comportamento scorretto di alcuni componenti dell’armata di cui egli stesso fa parte, non possiamo dubitare della sua sincerità quando invece ha l’occasione di registrare – senza intento celebrativo – avvenimenti ai quali solo i posteri possono attribuire importanza per il fatto di avere a disposizione  materiale di confronto che permette loro  di esprimere giudizi sul succedersi degli avvenimenti e sul modo in cui sono stati presentati. Per dare poi un’idea della correttezza di fondo della spedizione ( che non era nata per depredare, ma per riconquistare ), spedizione di cui il Petromasi è stato spettatore e comprimario, citiamo qualche riga del suo resoconto.    Arrivati a Pizzo (ma questo si verificava in tutte le città e i paesi che venivano gradualmente riconquistati alla corona), <<… Si sistemano frattanto i politici affari di quel Paese, non solo col richiamare al possesso degli stessi Regj impieghi, chi n’era stato deposto da quel Repubblicano Governo, ma con pubblica giornaliera udienza si ascolta chiunque dall’Eminentissimo Vicario Generale, ed ognuno pago rimane di quella giustizia, che gli si comparte. Un tal sistema non si lasciò di praticarsi per l’intero corso della Campagna, onde le popolazioni tutte del Regno fossero servite nel miglior modo che si dovea, e poteano permetterlo le circostanze del tempo>>.  

     Ora dobbiamo spiegarci perché l’Armata della Santa Fede ebbe dal popolo un’accoglienza ben diversa da quella delle truppe francesi . Differenza di comportamento che – non analizzata con la lente dei pregiudizi ideologici – non può che avere un’unica spiegazione : il favore e la simpatia di cui godeva l’Armata ; favore e simpatia spontanei originati in primis dal fatto che i componenti dell’Armata erano quasi tutti di provenienza popolare e, quindi, con gli stessi problemi  quotidiani ; e poi da considerazioni più dolorose. Infatti gli atteggiamenti di apparente favore e simpatia verso le truppe francesi  possono ascriversi certamente al particolare momento di disordine ed alla situazione di paura nutrita nei riguardi dell’esercito invasore, di cui era tristemente noto il “biglietto da visita” allorquando riusciva ad entrare nelle città vinte : immediata e perentoria richiesta pecuniaria come tassa di guerra, saccheggi, rapine, violenze, atti sacrileghi, ad onta delle affermazioni di sostanziale identità tra gli ideali repubblicani ed i principi del Vangelo, con cui imbonivano le masse. Oltre a subire violenze di tale natura, le popolazioni delle città occupate dovevano provvedere anche al sostentamento delle truppe, il cui numero talvolta era superiore a quello degli abitanti. E sicuramente questa ulteriore violenza non poteva incontrare il favore delle vittime.

    L’altra spedizione, invece : l’Armata del “Cardinale mostro” – per usare uno degli epiteti con cui lo definì la Pimentel – (cardinale su cui il distorto modo di “fare storia” ha inventato una nuova menzogna, sostenendo  che, arrivato a Palmi, il Ruffo si fosse spacciato addirittura per il papa [2]) già dall’inizio si differenzia da quella francese. Il Ruffo, infatti, chiede insistentemente al re ( senza, però, ottenerlo ) il denaro sufficiente al mantenimento della truppa per evitare qualunque atto di violenza. Queste le sue parole : << … denaro indispensabile se vogliono conservarsi quieti ed affezionati alla buona causa i vassalli di S. M., i quali altrimenti sarebbero vessati dalla truppa senza che potesse impedirsi così grave inconveniente>>. Ispirandosi ad una tale correttezza di fondo, la spedizione non poteva che godere delle simpatie, dell’appoggio e della più totale solidarietà da parte delle città che man mano venivano “realizzate”. Non potette evitare, però, il Cardinale che ogni tanto alcuni gruppi di briganti che, per “ripulirsi la fedina”, si erano aggregati alla spedizione, si abbandonassero al saccheggio,  come avvenne per il Panzanera ( al secolo Angelo Paonessa ) durante l’assedio di Crotone.

     C’è da dire – sempre a difesa del Ruffo, ma lontano da piaggeria – che la banda del Panzanera  ( e stiamo parlando di briganti! )si limitò  unicamente a rubare tutto quello che le era possibile, risparmiando le persone – e in particolare le donne – proprio per il timore della giustizia del Cardinale, che era molto rigorosa per i reati contro le persone. Altro che “Cardinale mostro”, diavolo, Satana o altro!       Questo dovrebbe essere il vero modo di “fare” storia, conformandosi semplicemente agli accadimenti di cui si è testimoni e ai quali ci si riferisce, senza decadere nell’ideologia, che, per far quadrare il tutto secondo la propria visione, mistifica la realtà, arrivando a creare dei veri e propri miti, che non hanno più nulla a che vedere con la storia, diventando un coacervo dove  gli indegni divengono eroi e i veri eroi perdono addirittura il diritto di essere ricordati.

    Partendo da queste premesse stupisce veramente, per dirla col Riccardi, che buona parte della storiografia abbia definito questa “memorabile impresa … un’azione barbara e ripugnante”[3] .  E, per ritornare alla mitopoiesi di protagonisti e momenti storici particolari, si noterà certamente il diverso modo con cui gli stessi storiografi hanno consegnato alle pagine della storia altre “spedizioni” : quella dei fratelli Bandiera(1844), quella di Pisacane (1857), e quella di Garibaldi (1860). E’ noto come queste ultime siano state studiate per privare un legittimo sovrano dei suoi possedimenti, ma, ciononostante, sono state tramandate per imprese degne di memoria e come eroi i suoi protagonisti, mentre la seconda,  che aveva il solo scopo di recuperare ciò che subdolamente era stato portato via, è passata come l’ azione di un’orda barbarica, quasi satanica, ad onta dell’insegna della Croce sotto  cui  il Cardinale aveva messo quell’esercito improvvisato, che, pur non comandato da ufficiali sfornati da prestigiose accademie militari , riuscì  tuttavia ad aver ragione di un vero esercito sotto la guida di famosi generali ed ufficiali superiori. E pensare che il primitivo nucleo della spedizione del Ruffo, in cui credeva poco anche Ferdinando IV, era composto da appena sette persone : il Cardinale Fabrizio Ruffo, l’abate Lorenzo Spanziani, il marchese Filippo Malaspina e quattro servitori. Partiti da Palermo per Messina il 27 gennaio 1799, ricevettero qui altre due adesioni : quella del sacerdote Annibale Caporossi e quella di Don Domenico Petromasi. Il 13 febbraio l’armata sanfedista si avvia verso la capitale del Regno e man mano che attraversa i vari territori fa sempre nuovi proseliti. Il numero esorbitante di adesioni raccolte dal Ruffo è il chiaro indice di una situazione socio – politica. Se, infatti, quell’enorme massa di persone che, senza essere forzata o obbligata, andò  ingrossare le file dei sanfedisti si fosse trovata bene sotto la nuova forma di governo, sicuramente non avrebbe ingrossato le file dei sanfedisti, ma ne avrebbe ostacolato in tutti i modi l’avanzata. Se invece le cose andarono diversamente, la spiegazione non può risiedere se non nel fatto che un esercito sceso in Italia solo per depredare, saccheggiare, trucidare ed uno stato fantoccio come quello della Repubblica Napoletana, non riconosciuta nemmeno dall’ideale madre-patria, imposti con la forza e con le armi, non erano ben visti dal popolo, che, quindi, non li appoggiò, andando ad ingrossare le file dei crocesegnati e decretando con la sola forza del loro numero e del loro coraggio la fine del predatorio e tirannico regime francese e dell’effimera Repubblica Napoletana.

       La storia registrava ancora una volta un fenomeno che gli storici poco obiettivi continuano pervicacemente ad ignorare : il ruolo del popolo, definito, a seconda delle circostanze,  volgo,  plebaglia, lazzari  o briganti. I quali quando sono veramente interessati rappresentano una forza di cui nessun esercito può essere sicuro di aver ragione. A dimostrazione di tale affermazione basti prendere in considerazione un momento della storia a noi molto vicino : quello delle “Quattro giornate” di Napoli, dove poveri, disarmati e sprovveduti popolani ebbero ragione della più organizzata e sanguinaria macchina di guerra che la storia ricordi.

Castrese Lucio Schiano


[1] J.Lortz, Storia della Chiesa considerata in prospettiva di storia delle idee – Ed. Paoline, Roma 1980, Vol. I, pag.12

[2] Ognuno giudichi se queste parole del Ruffo – come i fotogrammi riportati ad esempio – possono dare adito al minimo equivoco : << … Bravi e coraggiosi calabresi, un’orda di cospiratori settari dopo aver rovesciato in Francia altare e trono, dopo aver con sacrilego attentato fatto prigioniero ed asportato in Francia il Vicario di Gesù Cristo, nostro santo pontefice Pio VI … sta facendo tutti gli sforzi per involarci (se fosse possibile) il dono più prezioso del Cielo, la nostra Santa Religione …>>

[3] F. Riccardi, Saggio introduttivo alla “Storia della spedizione …” pag.54 �

    

  

    

    

        

   

      

 


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