Alta Terra di Lavoro

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La grande impresa del Cardinale Ruffo

Posted by on Lug 21, 2019

La grande impresa del Cardinale Ruffo

L’uomo, cui il destino riserva, in quel fatidico principiare dell’anno 1799, il gravoso incarico di risollevare l’onore delle armi napolitane contro l’invasore francese, veste panni assai strani. Almeno per un condottiero. E’ un cardinale di Santa Romana Chiesa, si chiama Fabrizio Ruffo ed è calabrese purosangue. La sua famiglia, di antica nobiltà, ha, da sempre, infatti, vastissimi feudi nella Calabria meridionale. 

Il Ruffo è uno di quegli uomini che vivono per anni in ombra, ai margini degli eventi che fanno la Storia, ma allorquando, per uno di quegli imperscrutabili casi del destino, la Storia gli assegna un ruolo, ne diventano in breve protagonisti lasciando un segno indelebile. Personaggio dunque eccezionale, che si fa amare anche per quel suo uscire di scena, alla fine, in punta di piedi e senza chiedere alcunché per sé, pago soltanto di aver riconquistato il regno al suo re. 

Fabrizio Ruffo dei duchi di Baranello nasce in Calabria nel 1744. Giovanissimo si trasferisce a Roma, presso uno zio cardinale, per intraprendere la carriera ecclesiastica. Suo precettore è il prelato Giovanni Angelo Braschi, con cui all’inizio litiga violentemente tanto da mollargli un sonoro schiaffo. Da quello schiaffo nasce tra i due una solida e duratura amicizia. E quando il Braschi diventa papa con il nome di Pio VI si ricorderà del suo manesco amico, nominandolo Tesoriere Generale della Camera Apostolica. 

Con la sagacia che gli è congeniale, il Ruffo mette subito mano al riordino delle finanze vaticane, gravemente dissestate. Il suo modo di agire per le spicce senza guardare in faccia nessuno, abolendo vecchi privilegi, gli procura una miriade di nemici e detrattori. Ma lui, imperterrito, continua sulla sua strada. Favorisce poi razionali riforme in campo economico e nel commercio. In breve le finanze dello stato pontificio rifioriscono. 

L’avvento degli “immortali” principi della rivoluzione francese lo trova schierato naturalmente a difesa della Tradizione. Comprende subito che da ora in avanti la parola spetterà alle armi, e, con la versatilità che gli è propria, si trasforma in esperto di cose militari. Propone una riorganizzazione dell’esercito pontificio; in particolare dell’artiglieria, di cui intuisce l’importanza decisiva nelle battaglie a venire. Ma ormai i numerosi e potenti nemici, che si è fatto in tanti anni di rigoroso censore degli sperperi, si sono coalizzati nel chiedere la sua testa. Nemmeno il Papa può far nulla per aiutarlo. È costretto pertanto a rinunciare alla carica di Tesoriere Generale. L’amarezza del momento viene in un certo qual modo addolcita dalla nomina a cardinale da parte di Pio VI. 

Nel 1794 Fabrizio Ruffo viene mandato a Napoli, dove è accolto a corte da re Ferdinando. E’ un cardinale povero, benché avesse maneggiato per anni enormi ricchezze. Lo precede la fama di uomo casto ed incorruttibile. Virtù che spaventano oltremodo le varie camarille della corte napoletana, le quali immediatamente brigano per farlo allontanare. Il Ruffo riceve così l’incarico di governatore della Regia Colonia di San Leucio presso Caserta, dove in breve riesce a risollevare l’economia di quella pia e utopistica istituzione. 

All’arrivo dei francesi invasori, consiglia invano il re di non abbandonare la capitale. E quando Ferdinando parte per Palermo, lo segue. L’ambiente di corte, nell’esilio palermitano, è pervaso da un acuto pessimismo. Si teme da un momento all’altro un’invasione della stessa Sicilia; per cui si fa conto, nell’assoluta penuria di truppe, soltanto sui cannoni delle navi inglesi di Nelson. 

Eppure, in quei momenti di panico generale, qualcuno ha l’ardire di pensare di passare all’azione. Quel qualcuno è il cardinale Fabrizio Ruffo. In quei giorni egli concepisce il piano di sbarcare in Calabria, sollevare quelle genti e marciare poi decisamente su Napoli per liberarla dal giogo francese. Per fare ciò chiede soltanto il beneplacito del re. Tutta la corte ride di quel pazzo furioso del cardinale e del suo ancora più folle piano. Il ministro Acton non sa darsi pace di tanta caparbia pazzia. D’altronde, dicono tutti, come può riuscire il piano di un povero uomo di chiesa, senza armi, senza soldati e soprattutto senza denari, laddove sono falliti l’esperto generale Mack e i suoi 60.000 uomini bene addestrati e meglio armati? 

Malgrado ciò, Ferdinando di Borbone, cui sono sempre un po’ piaciute le pazzie estreme, autorizza la spedizione e firma il decreto che nomina il cardinale Fabrizio Ruffo Vicario generale del Reame di Napoli e quindi alter ego del re nelle terre da riconquistare. Alla notizia della firma, Acton deve convenire che è l’occasione per togliersi definitivamente di torno quello scomodo personaggio. Così la pensa anche l’ammiraglio Nelson che odia cordialmente il cardinale, in quanto quest’ultimo non ama troppo la pelosa protezione delle armi inglesi. Tanto, pensano i due, presto la Calabria sarà la tomba di quel folle e del suo sogno. 

Infatti Re Ferdinando, oltre al decreto di nomina, non può offrire nient’altro. Niente truppe. Né tantomeno quadri di ufficiali e nemmeno denari. Di quest’ultimi solo la vaga promessa di poter attingere alla cassa reale di cinquecentomila ducati, disponibili in Messina presso il marchese Taccone. Intanto gli si dà un anticipo di soli tremila ducati! 

Con queste sconfortanti premesse chiunque si sarebbe scoraggiato. Ma il Ruffo no. Egli è un uomo di fede e come tale crede nei miracoli. E i miracoli con lui cominciano ad accadere. “Io andrò girando per le province del regno non con altro in mia compagnia che col Crocefisso”. Queste le semplici parole con cui si congeda dal suo re. Il cristianissimo segno della croce, con il costantiniano motto “in hoc signo vinces”, sarà poi impresso sugli stendardi da guerra dei suoi seguaci. 

È il 27 gennaio 1799, i corpi dei lazzari caduti per la difesa di Napoli non sono stati ancora rimossi dalle strade, quando il cardinale Ruffo lascia Palermo per dare inizio all’impossibile impresa. Lo segue un manipolo di sei persone. Per la Storia sono: il marchese Filippo Malaspina, aiutante del re, gli abati Lorenzo Sparziani, segretario particolare, e Sacchinelli, storiografo della spedizione, che compilerà “Memorie storiche sulla vita del Cardinal Fabrizio Ruffo”, infine tre domestici, di cui uno soltanto, Carlo Cucaro, ci è stato tramandato il nome. 

Il 31 dello stesso mese, il cardinale giunge a Messina. Qui si rivolge immediatamente al comandante della piazza, tenente generale Giovanni Danero, al fine di ottenere armi e munizioni da guerra. Il Danero frappone ostacoli. Non può dare nulla di quanto richiesto e tanto meno dei soldati. Anche il marchese Taccone, interpellato, dichiara di non poter dare un soldo, perché i 500.000 ducati sono già stati consegnati al Pignatelli per ordine di Acton. Ruffo insiste. Da buoni burocrati, sia il Danero che il Taccone rispondono di dover scrivere alla corte di Palermo per ulteriori istruzioni. Adesso il cardinale tocca con mano il disfattismo delle alte sfere che ha perso il regno. Lo stesso fatalistico disfattismo che lo perderà definitivamente nel 1860, perché allora non ci sarà alcun cardinal Ruffo a contrastarlo. 

Comunque non si può aspettare oltre. L’ideologia repubblicana dilaga irrefrenabile in tutta la Calabria e lo scoramento assale quelle fedelissime popolazioni. Il 5 febbraio Ruffo ha un abboccamento con il maggiore Emanuele Afan De Rivera, luogotenente del governatore della piazza di Reggio Calabria, Nicola Macedonia. Le disposizioni del cardinale per il Macedonia sono di radunare quanti più elementi fedeli alla Corona e di farli convergere, armati, presso la costa calabrese di Punta del Pezzo, dove, di lì a tre giorni, sarebbe sbarcato. Nel frattempo vengono guadagnati all’impresa altri due coraggiosi: il sacerdote don Annibale Caporossi e Domenico Petromasi della città di Augusta, quest’ultimo scriverà poi il libro di memorie “Alla riconquista del regno”. 

Il dado è definitivamente tratto nella notte tra il 7 e l’8 febbraio, quando avviene lo sbarco sulla spiaggia di Catona, non lontano da Punta del Pezzo e dall’odierna Villa San Giovanni. Catona, cara a tutte le genti di Calabria per il più bel miracolo del più calabrese dei santi, San Francesco di Paola. Una località simbolo scelta non a caso da un uomo che crede fermamente nei miracoli. In tutto sbarcano otto persone, oltre al cardinale. 

Commosso, Ruffo calca, dopo anni di lontananza, la terra natia mai dimenticata e sempre amata. Ha 56 anni e sente, istintivamente, nel sangue che in fondo ha sempre vissuto in attesa di quel momento. Gli si legge negli occhi la magnetica volontà di chi ha una missione da compiere ed è pronto quindi a forzare il corso degli eventi. Ad attendere lo sparuto gruppo che sbarca sono il colonnello Antonio Winspeare, il tenente Francesco Carbone, don Angelo Fiore e pochissime altre persone male armate. Il cardinale non si scoraggia. Calabrese tra calabresi, ora soltanto si sente come un pesce nell’acqua. Fissa il suo quartier generale in un vicino casale della tenuta di suo fratello, il duca di Baranello. Da qui emana un proclama ai vescovi, ai parroci ed ai governatori, esortandoli a fargli giungere quanti più uomini possibili per intraprendere, in nome del re, la riconquista del Reame. Segno di riconoscimento e di combattimento per la nuova armata, che sta per costituirsi, sarà una croce bianca di stoffa, cucita sulla parte destra del cappello. Ed il suo cappello è il primo a ricevere l’invitto segno cristiano, imitato da tutti quelli del campo di Punta del Pezzo. Poiché manca una stamperia, il proclama viene scritto a mano in diverse copie, per essere poi diffuso. 

Già il giorno dopo, 8 febbraio, si presenta Natale Perez de Vera, tenente del Reggimento Real Borbone, con 42 soldati ben armati. Come per incanto il nocciolo duro dell’ Armata comincia a coagularsi. Seguono successivamente numerosi militari sbandati ed altra gente, che mostra orgogliosamente la bianca croce appuntata sul proprio cappello. 

In quel torno di tempo sbarca a Punta del Pezzo, proveniente da Palermo e con destinazione Napoli, l’ammiraglio borbonico Francesco Caracciolo. In cuor suo, benché ancora tormentato dal dilemma, egli ha già deciso di passare dalla parte dei repubblicani. Non poco devono aver influito, in questa grave decisione, gli astiosi rapporti con il Nelson. Nel breve colloquio intercorso tra i due, Ruffo intuisce quel che passa nell’animo del Caracciolo e lo invita a fermarsi per una sosta. Ma l’ammiraglio declina l’offerta; ormai un demone lo spinge inesorabilmente verso il suo tragico destino. Al governo repubblicano fornirà la prima notizia dello sbarco di Ruffo in Calabria. Da questa delazione l’origine di una grossa taglia sulla testa del cardinale. 

Intanto Ruffo ha già costituito tre compagnie per una forza totale di 210 uomini. Purtroppo la maggioranza di essi è lacera, scalza e disarmata. Dando quindi fondo alle misere finanze disponibili, fa subito confezionare da artigiani dei dintorni molte paia di robusti scarponi, poi compra nei paesi vicini grosse pezze di ruvido panno nero, con cui si vestono da sempre i contadini del posto, infine acquista del panno rosso, che, una volta confezionate le divise di panno nero, servirà per i paramani delle stesse. E poiché le armi scarseggiano, si tagliano dai boschi vicini delle lunghe aste, cui saranno adattate in punta dei ferri affilati: ecco pronte delle micidiali picche. 

Ruffo provvede anche alla paga. Dispone per la truppa la paga giornaliera di 25 grana; per i caporali, uno ogni 15 soldati, 35 grana; per i capi-massa e sergenti, uno ogni 30 soldati, la diaria di 5 carlini. Alla fine costituisce i quadri degli ufficiali. Promuove al grado di capitano sia il tenente Perez che il tenente Carbone, quest’ultimo viene incaricato di occuparsi delle truppe scelte degli armigeri, specie di guardia feudale. Nomina altresì Ispettore dell’Armata il marchese Malaspina, segretario particolare sarà l’abate Sparziani, mentre per gli Affari di Stato è incaricato don Angelo Fiore; Cappellano dell’ Armata è don Annibale Caporossi, Commissario di Guerra Domenico Petromasi. 

La meticolosa cura, dalle divise all’assegnazione dei ruoli, con cui il cardinale Ruffo si dedica a preparare la sua macchina bellica, la dice lunga sulle capacità organizzative dal punto di vista militare di quest’uomo. La lunga e vittoriosa marcia fino a Napoli ci dirà poi delle sue doti di brillante stratega, come i futuri scontri del suo coraggio di combattente. 

Egli è dunque in tutto e per tutto un uomo di guerra; nella versione più difficile, quella per bande, dove il confine tra combattente irregolare e brigante è davvero tenue, dove basta un nonnulla per ritrovarti con una taccia infamante. Questo timore, quotidianamente presente, spiega la spietata determinazione con cui il cardinale punirà sempre gli eccessi dei suoi uomini. Gli farà difetto, come ad ogni vero uomo di guerra, l’arte di contrastare l’intrigo, che pur avrebbe dovuto imparare dopo che meschini intrighi di cortigiani lo avevano sbalzato dal prestigioso incarico presso il Papa. Ma in questo campo resterà sempre un ingenuo. Così che ottusi intrighi delle camarille della corte borbonica, favoriti strumentalmente dagli inglesi e da Nelson in particolare, gli guasteranno la vittoria finale, quando, malgrado il suo fermo parere contrario, si vorrà, per mera sete di vendetta, infierire sui vinti, consegnando così stupidamente alla Storia dei martiri, quelli della Repubblica napoletana. 

A pensare che tra quest’ultimi ci sono personaggi che, senza l’alone di martirio di quella tragica fine, sarebbero stati schiacciati per sempre, nei secoli a venire, dall’infamia delle loro azioni. Come la Sanfelice ad esempio, una delle madri della patria per dirla con la Pimentel, in verità una donna di non sempre irreprensibili costumi (ad essere benevoli). Approfitterà di un momento di abbandono del suo giovane amante filo-borbonico, il Baccher, per carpirgli dei segreti e quindi farne delazione subito dopo. Il Baccher e gli altri verranno poi messi a morte a dispetto dell’Armata di Ruffo in quel momento ormai alle porte di Napoli, quasi a voler esasperare a tutti i costi gli animi dei sanfedisti, invitandoli alla vendetta. La provocazione riuscirà in pieno. Così oggi ci si ricorda di Luisa Sanfelice, madre della patria, e non del giovane Baccher, morto per essere restato fedele al proprio re, ma soprattutto per aver ingenuamente creduto in quello che reputava un grande amore. 

Ma torniamo alla costituenda Armata di Ruffo in quel di Pezzo. A rinforzare il nucleo primigenio, sopraggiungono ben presto altri 150 armigeri provenienti da S. Eufemia di Sinopoli. Il totale complessivo degli uomini radunati è ora di circa 400, a questi il cardinale dà l’orgoglioso nome ufficiale di Armata Cristiana e Reale, o più brevemente della Santa Fede, da cui sanfedisti i suoi combattenti. Lo stendardo da guerra che garrisce al vento è quello intravisto nelle primissime ore dell’impossibile sogno: una bianca bandiera con il simbolo della croce e il motto “in hoc signo vinces”. 

Il 13 febbraio l’Armata è pronta a marciare. Ad indicare la strada, su un cavallo bianco, Fabrizio Ruffo dal volto ascetico. Si va verso Scilla. Malgrado il freddo, malgrado la pioggia battente che impasta il terreno e rende pesante il passo di marcia. 

Precede, in avanguardia, il Petromasi con l’incombenza di trovare alloggi, viveri e foraggi per la truppa man mano che si avanza. Tutto ciò costa e molto anche. L’esercito sanfedista non ha però il becco di un quattrino, per cui il Ruffo deve fare appello all’esperienza acquisita quando era un bravo economista. Dà quindi espresso ordine al Petromasi di procedere, nella sua qualità di Commissario di Guerra, alle requisizioni forzate dei beni e delle rendite di tutti quei feudatari calabresi, che dimorano ancora in Napoli, benché vi sia in essa un governo illegittimo, per cui gli stessi sono sospetti di collusione con il nemico appunto perché lontani dal proprio feudo e quindi non al servizio del re. E perché non vi fossero particolarità, comincia col far sequestrare i beni di suo cugino, il principe di Scilla. Con ulteriore oculata disposizione stabilisce che le requisizioni servono a garantire le polizze, rilasciate dai commissari dell’Armata a copertura delle esazioni in denaro o in natura. Si raggiungono così due scopi: l’autofinanziamento dell’Armata e il costringere la nobiltà calabrese a ritornare nei feudi, abbandonando Napoli. 

A Scilla, aspettano diverse migliaia di contadini e montanari. Ruffo parla direttamente al loro cuore. Parla delle cose semplici, della loro terra minacciata dall’invasore straniero. Li conquista alla sua causa. Essi saranno i primi nuclei della riscossa in terra di Calabria, da cui molti altri nasceranno. A Scilla ci si ferma per due giorni, poi si prosegue per Bagnara, dove il cardinale fa sequestrare i beni di suo fratello, il duca di Bagnara. Intanto nomina Tesoriere Generale il facoltoso don Pasquale Versace, che può garantire un’immediata cospicua liquidità. Scrive inoltre a Messina per richiedere l’invio di due cannoni con relativo munizionamento. 

Sempre senza incontrare resistenza, ed ingrossandosi lungo la strada, l’esercito sanfedista arriva a S. Eufemia di Sinopoli. Per saggiare lo spirito combattivo dei suoi uomini, Ruffo fa circolare ad arte la falsa voce che truppe francesi sono sbarcate sulla vicina spiaggia di Radicena. Alla notizia i volontari non si sbandano, anzi accorrono decisi al combattimento, ma sulla spiaggia trovano soltanto dei pacifici mercanti. Il cardinale adesso sa che lo seguiranno fino all’inferno; per premio ordina una distribuzione di generoso vino calabrese. 

Presso Palmi, in considerazione dell’alto numero di nuove reclute, si procede all’addestramento della truppa con faticosissime marce e contromarce. Quando giunge a Gioia l’Armata della Santa Fede conta ormai 6.000 combattenti. Nel frattempo è arrivata da Messina l’artiglieria richiesta, portata da don Domenico Mazzei, che viene nominato comandante di essa con il grado di primo tenente. Si passa poi a Rosarno. 

Mileto viene raggiunta il 24 febbraio, la cittadina è il luogo convenuto dove, con un proclama emesso in precedenza a Gioia, si è dato l’ordine a tutti i realisti della Calabria meridionale di convergere, armati, appunto per il giorno 24. L’arrivo delle squadre continua per ore; alla fine l’Armata della Santa Fede ascende a 17.000 uomini. Intendimento del Ruffo è quello di piombare fulmineamente su Monteleone (l’attuale Vibo Valentia), che si ostina a parteggiare per la Repubblica. Ma la notizia di un così ragguardevole numero di armati, radunati in Mileto, riduce a più miti consigli la città, che invia una deputazione chiedendo il perdono ed offrendo un donativo straordinario di 10.000 ducati, oltre a 13 magnifici cavalli completi di finimenti. Con questi ultimi si costituisce un primo nucleo di cavalleria. 

Il cardinale quindi attende a rafforzare la truppa di soldati regolari, costituendo il reggimento Real Calabresi agli ordini del colonnello Antonio de Settis, già ex tenente colonnello borbonico. Nella sterminata massa di irregolari dalla disciplina, logicamente, sempre un po’ sui generis, il fedelissimo reggimento è un sicuro punto di riferimento. 

Tale precauzione si rivela lungimirante, quando il 10 marzo Ruffo occupa Monteleone. Alcune bande di sanfedisti, ignorando deliberatamente i severissimi ordini al riguardo, smaniano di vendicarsi dei cittadini filo-giacobini. Il pretesto viene dato dal ritrovamento di alcune coccarde repubblicane nel convento dei frati cappuccini. Si dà principio al saccheggio. Il cardinale, che intanto ha preso alloggio nel palazzo ducale, si rende immediatamente conto che, se si fa prendere la mano adesso, non gli sarà mai più possibile in seguito tenere a freno i suoi uomini. Ordina pertanto ai battaglioni del De Settis di circondare quelle bande, fa puntare poi i cannoni e ne fa accendere le micce. La tensione è al massimo, basta un niente per scatenare una sanguinosa battaglia fratricida. Il cardinale impassibile procede ad una rapida inchiesta, poi condanna i tre capibanda più riottosi all’impiccagione. Il terribile esempio fa rientrare immediatamente tutti nei ranghi. La prova di forza vinta ha consegnato nelle mani di Ruffo le chiavi del cuore dell’ Armata: egli è veramente un capo. Eppure alcuni storici futuri (in malafede) lo accuseranno di essere stato corrivo alla violenza brigantesca delle bande irregolari! 

Da Tropea e dai paesi vicini giungono intanto delegazioni popolari a rinnovare l’antico giuramento di fedeltà al re. Giunge nel contempo da Messina un torchio ed uno stampatore. Da quel momento i proclami, fino allora vergati a mano in più copie, vengono finalmente stampati. Due cannoni, tolti alla piazzaforte di Monteleone, raddoppiano il parco di artiglieria dell’Armata Sanfedista. Si formano anche due compagnie di genieri al comando degli ingegneri Vinci e Olivieri. Intanto arrivano degli emissari, che informano come nella provincia di Salerno numerosi paesi hanno innalzato il vessillo reale e 4.000 uomini sono già in armi. Il cardinale invia un messaggio al vescovo di Policastro, consigliandolo di mettersi a capo di questi insorgenti ed assicurando che presto sarà in quei territori. 

Ruffo, che per il momento ha optato per la scelta strategica, dimostratasi vincente, di favorire la diffusione delle insorgenze a macchie di leopardo e quindi teme, in questo tipo di guerra essenzialmente per bande, il concentramento dei sanfedisti in un’unica grande armata, che finirebbe con l’essere troppo vulnerabile per molteplici motivi, distacca dal suo esercito due forti colonne. 

La prima colonna, al comando di don Giuseppe Mazza dirigerà su Nicastro; la seconda, guidata da Francesco Giglio, su Catanzaro. Intanto il grosso dell’ Armata, agli ordini dello stesso Ruffo, prende la strada per Pizzo. Arrivati in quest’ultima città, i sanfedisti ricevono altri due obici spediti dalla Sicilia. Uno di questi cannoni, tramite una veloce feluca, viene fatto proseguire per Amantea. Là lo attendono le bande realiste di Mazza, che hanno stretto in un morsa le città repubblicane di Paola e del circondario cosentino. 

Maida è raggiunta da Ruffo il 5 marzo, qui si arruola altra gente. Anche la cavalleria è ormai una magnifica realtà al comando del tenente Perez. Dopo l’occupazione di Borgia, giunge una deputazione della città di Catanzaro, che offre la sua sottomissione. Alla stessa, per aver parteggiato per la Repubblica, viene imposta una contribuzione straordinaria di 65.000 ducati. 

È l’arrivo di Ruffo in Catanzaro a mettere provvidenzialmente fine ad un inizio di saccheggio, cui stavano abbandonandosi le bande del Giglio già entrate in città. Il cardinale poi, dopo aver concesso, con la consueta bonaria indulgenza, il proprio perdono a tutti i catanzaresi accusati di filo-giacobinismo, si dedica al riordinamento amministrativo dei territori liberati. 

Frattanto la colonna Mazza ha preso Nicastro, Amantea, Cosenza ed è giunta a Rossano. Praticamente tutta la Calabria è nelle mani dei realisti. Resta soltanto l’irriducibile Crotone, dove si sono asserragliati i più fanatici repubblicani del circondario, spalleggiati da un contingente francese. 

Ruffo ha però anche un fronte interno non meno pericoloso, quello delle mene degli intriganti che si annidano nella corte a Palermo. Questo fronte interno sarà una dolorosissima spina nel fianco per tutto il corso della campagna militare e non poche volte rischierà di mettere in forse il successo dell’impresa. 

Da Palermo né un soldo, né un uomo, ma in compenso una prodigalità infinita di raccomandazioni e d’inviti alla vendetta. Poi raccomandazioni per bellimbusti in cerca di facili prebende quando ci si rende conto, con dispetto, che il cardinale è comunque vincente. Come quel marchese Taccone che, invece di portar soldi, pretende, in forza di una lettera dell’Acton, di essere nominato tesoriere delle ormai pingui casse dell’Armata. Viene però rimandato al mittente da Ruffo, senza tanti complimenti. Inoltre il cardinale si accorge che anche la sua corrispondenza riservata, spedita a Palermo, con cui informa le Loro Maestà degli sviluppi della campagna in corso e dei piani futuri, è in certo qual modo conosciuta a Napoli. Segno certo della presenza di spie a corte. Pertanto da quel momento preferisce, nelle sue missive, tacere dei suoi veri intendimenti per il futuro. Come sempre qualcuno a corte fa di tutto, ma proprio di tutto, affinché le armi borboniche vengano sconfitte. 

Da quando l’Armata è partita da Pizzo il tempo è stato sempre inclemente. Il freddo del rigido inverno calabrese e la pioggia a dirotto rappresentano sempre dei grossi problemi nella marcia e nell’acquartieramento, nonché nel vettovagliamento di un’Armata, soprattutto quando essa è raccogliticcia come quella di Ruffo. Malgrado ciò, da buoni calabresi, si tira testardamente innanzi. 

Il 21 marzo, giovedì santo, mentre attende ai riti della Settimana Santa, celebrando in aperta campagna presso il Casino Schipani la sacra funzione dell’ultima cena degli Apostoli e la lavanda dei piedi, il cardinale ha già dato ordine alla sua avanguardia forte di 3.500 uomini, al comando di Raimondi e di Petromasi, di investire la città di Crotone. Però non ha ancora perso la segreta speranza di addivenire ad una resa senza spargimento di sangue, per cui manda tre suoi parlamentari a trattare con i repubblicani crotonesi. Ma quest’ultimi, mettendosi sotto i piedi il diritto delle genti, procedono ad un’esecuzione sommaria dei tre. 

Imbaldanziti da questa bravata e dal fatto che una parte dell’avanguardia sanfedista, spedita contro di loro, è rimasta al di là del torrente Tacina, ingrossatosi a dismisura per le recenti e copiose piogge, i repubblicani tentano spavaldamente una sortita per attaccare coloro che sono riusciti a traghettarlo. Per la loro malasorte essi ignorano però che dai folti boschi dell’Aspromonte è sceso per la sua guerra personale il sanguinario brigante Panzanera, al secolo tale Angelo Pacconessa, con la sua banda. Il brigante, che spera di trarre il suo egoistico tornaconto dagli eventi in corso, li attacca di sorpresa, facendoli a pezzi. E come è sua abitudine non fa prigionieri. Poi, sull’onda della vittoria ottenuta, Panzanera e i suoi d’impeto forzano le difese della città. È l’inizio di un orripilante saccheggio con gli uomini trucidati e le donne sistematicamente violate. Crotone ha la sua Pasqua di sangue. 

Quando Ruffo entra nella città è il lunedì in albis. Egli ha dovuto al momento far buon viso ai massacri del Panzanera, ma, da esperto conoscitore dell’animo di suoi uomini, sa che quanto è accaduto ha turbato irrimediabilmente l’Armata. Sono giorni difficilissimi per il cardinale, che pur è consapevole di aver brillantemente conclusa, con la liberazione delle Calabrie, la prima fase della sua campagna. 

Malgrado abbia ordinato l’immediata impiccagione nella pubblica piazza del truce Panzanera, cominciano le defezioni. Numerosissime e per diversi motivi. Vi sono quelli disgustati dagli eccessi della Pasqua di sangue e quelli compromessi con gli eccidi e quindi timorosi di una prevedibile terribile punizione, infine, i più numerosi, quelli che, nel clima di sfaldamento generale, considerano conclusa la guerra con la liberazione dei luoghi natii e non intendono avventurarsi al di là delle Calabrie. 

Sembra quasi che l’Armata Cristiana sia destinata a squagliarsi come neve al sole. Ma Ruffo è un uomo di fede e crede nei miracoli. Sa che la crisi innescata dai fatti di Crotone passerà. Con tenacia ricomincia daccapo. Altri proclami ai suo bravi calabresi. In breve 7.000 armati sono nuovamente ai suoi ordini. In questa fase critica giunge da Palermo a dargli man forte un suo fratello minore, Francesco, che riscuote la sua completa fiducia. A lui vengono affidati i delicati incarichi di Ministro degli Affari di Guerra ed Ispettore Generale delle Reali Finanze. 

A Crotone Ruffo si trattiene fino al 3 aprile, abbozzando il piano di guerra per la seconda fase della campagna che, spera, dovrà portarlo a Napoli. Nel frattempo gli giungono notizie delle dure repressioni dei francesi contro gli insorgenti delle Puglie. Pur rattristato, tira un sospiro di sollievo. Guai se i repubblicani avessero deciso di puntare con tutto il loro potenziale bellico, e non con le sole sparute schiere del generale Schipani, verso le Calabrie, lo avrebbero colto in un momento crucialissimo, con l’Armata in profonda crisi. Ciò avrebbe senz’altro comportato la fine del sogno della riconquista del regno. Un clamoroso errore dell’avversario, quindi, da cui il cardinale cerca di trarre il massimo profitto. 

Anche le condizioni meteorologiche sono dalla sua parte. Dopo Crotone, il tempo è quasi sempre al bello. Questo permette marce veloci, ma soprattutto di accamparsi all’aperto senza grossi problemi. Il 4 di aprile, con le bianche bandiere crociate al vento, la rinnovellata Armata della Santa Fede passa per Fasano. Il 5 per Capo d’Alice, per giungere poi a Cariati. Il giorno 8 anche Mirto è liberata. Rossano viene raggiunta l’11 aprile. Qui ci si ricongiunge con la colonna sanfedista, guidata dal Mazza, proveniente dal Cosentino, dove ha riportato all’obbedienza del re tutte quelle contrade. Si bivacca presso questa città per quattro giorni. 

Adesso l’Armata è forte di circa 16.000 combattenti. Essa comprende un reparto di cavalleria di 200 cavalli; un corpo di 5000 ex soldati borbonici; un centinaio di bande per un totale di 10.000 irregolari, vestiti quest’ultimi secondo il tradizionale costume calabrese, cioè abito di panno nero e cappellaccio a punta, armati con fucile e micidiale pugnale tipo stiletto, più una bandoliera di cartucce stretta alla vita detta “patroncina”; infine circa 1.000 ex armigeri baronali, che sono la fedelissima guardia del corpo del cardinale. 

Mentre Ruffo procede nella marcia, i suoi rapporti con Palermo peggiorano. Soprattutto Nelson sembra invidioso dei suoi successi, la malevolenza dell’inglese influenza negativamente la regina Maria Carolina. Ne approfitta il nido di vipere, che alligna a corte, per combinarne un’altra delle sue. Con una sventatezza, che rasenta il tradimento, si dà ordine alle navi inglesi del comandante Troubridge di sbarcare un migliaio di galeotti, liberati dalle prigioni siciliane, sulle coste calabresi. Loro compito dovrebbe essere quello di guastatori nelle retrovie nemiche. Ciò nelle teste geniali degli ideatori della cosa, che tralasciano il particolare non da poco che ormai tutta la Calabria è nelle mani realiste. Logicamente la prima cosa che fanno questi ex galeotti è quella di gettarsi sui primi paesi indifesi che incontrano e saccheggiarli, rubando e stuprando donne. Senza andare troppo per il sottile nella distinzione tra amici e nemici. 

Alla notizia l’Armata Cristiana vacilla. Tutti vogliono andar via, ritornare nelle loro contrade a difendere le case e le donne. Solo la fredda determinazione del Ruffo riesce ad evitare quello che potrebbe essere il secondo, e questa volta definitivo, tracollo dell’esercito sanfedista. Fa circondare l’Armata dalle truppe più fedeli, con l’ordine di sparare a vista su chiunque tenti la defezione. Poi, una volta ristabilito l’ordine, si dedica al rastrellamento dei forzati. Dopo averli radunati in un corpo di truppa, li affida alle “cure” di un gigantesco ex galeotto, tale Nicola Galdieri detto “Pan ‘e grano”, che gode la sua completa fiducia in quanto ha già riscattato il suo passato, tenendo in precedenza un comportamento eroico. In breve, anche per la sua straordinaria forza erculea, “Pan ‘e grano” diventa il capo carismatico di quella gente, che non darà più problemi, anzi sotto le mura di Napoli si coprirà di gloria. Buone nuove giungono intanto dal Cilento e dalla Basilicata, dove vaste zone sono in mano agli insorgenti. 

Alla metà di aprile, dopo aver fissato il quartier generale nella vicina Corigliano e ceduto il comando dell’ Armata al fratello Francesco, Ruffo parte per Cosenza con la scorta di pochi cavalieri al comando dell’ alfiere De Luca. A Cosenza procede al riordino politico-amministrativo delle terre liberate, nominando realisti di sicura fede negli incarichi più importanti. Al ritorno, prende la strada per Tarsia, al fine di raggiungere Cassano e quindi la piana di Sibari, dove si sta dirigendo, su suo ordine, l’Armata. Durante questo viaggio di ritorno, s’imbatte in una masnada di disertori con al seguito dei muli carichi del frutto delle loro rapine. Dà quindi ordine al De Luca di attaccarli con i suoi cavalieri. Nella mischia che segue, quelli dei disertori, che non rimangono sul terreno, sono presi prigionieri. A Cassano, dopo un breve processo, vengono poi giustiziati, a pubblico esempio dei malintenzionati. Da questa città Ruffo manda dispacci al fratello con l’ordine di portarsi con tutto l’esercito nella piana di Cerchiara e da qui, per il giorno 24 aprile, ad Amendolara. 

Nella pianura di Sibari marciano oltre 16.000 combattenti sanfedisti. Hanno la certezza della vittoria e cieca fiducia nel loro capo. Marciano cantando. Niente li può fermare, neppure l’improvvisa epidemia di scabbia che colpisce 800 di loro. A questi si provvede allestendo un ospedale proprio in Cassano, grazie alla munificenza del possidente Stanislao Serra. 

È nelle insonni notti di bivacco che comincia a prendere corpo, tra le squadre dei realisti, la leggenda che Fabrizio Ruffo sia “inciarmato”, cioè difeso da un incantesimo che lo rende immune ai proiettili e alle lame dei nemici. Già a Crotone è sfuggito all’attentato di un prete repubblicano. Anche a Rossano è sfuggito ai colpi di due sicari, spediti appositamente dalla Repubblica. Così il giorno che, non volendo cavalcare l’usuale cavallo bianco, ne preferisce uno di manto scuro; ebbene quel giorno stesso un prelato sanfedista, che cavalca su un cavallo bianco, è fatto oggetto di numerose fucilate. 

Il 26 aprile l’Armata Cristiana giunge a Rocca Imperiale; qui don Domenico Petromasi viene promosso, per meriti di guerra, al grado di tenente colonnello. Policoro è il primo paese della Basilicata ad essere attraversato, si passa poi a Bernalda. In questa cittadina, cadendo il 3 di maggio la ricorrenza religiosa del prodigioso ritrovamento della Croce di Gesù Cristo, il cardinale Ruffo celebra una messa solenne, ascrivendo appunto a quel simbolo sacro il merito delle vittorie fino ad allora conseguite. All’ufficio divino assiste l’intera Armata schierata, mentre l’artiglieria spara ripetutamente a salve. Alla fine della messa risuona, immenso, il grido dei combattenti realisti “viva la Croce, viva lu Re”. 

Montescaglioso è raggiunta il 4 maggio. Il 6 è liberata Matera, dove il giorno dopo sopraggiunge la fanteria e la cavalleria del De Cesari, proveniente da Taranto. A Matera il De Cesari viene insignito dal Ruffo, a seguito espresso ordine del re, del grado di generale, quale giusto riconoscimento delle sue brillanti imprese di guerra, in terra di Puglia, in favore della Dinastia. In questo torno di tempo molte città della Basilicata e della Puglia, scacciata la componente giacobina, si “realizzano” spontaneamente. 

Rinforzato dalle bande pugliesi del De Cesari, il cardinale decide quindi di rivolgere le sue attenzioni alla ribelle città di Altamura. La città, con circa 24.000 abitanti, è difesa da una robusta cinta di fortificazioni, che la rendono difficilmente espugnabile. 

Delle quattro porte cittadine, quelle dette di Bari e di Matera sono particolarmente rinforzate con l’ ausilio di alcuni pezzi di artiglieria, in quanto poste sulle direttrici di marcia delle colonne sanfediste. Guidano le milizie repubblicane, poste a difesa di Altamura, lo spietato generale Felice Mastrangelo e il fanatico commissario generale del dipartimento del Bradano, Nicola Palomba. 

L’8 maggio uno squadrone della cavalleria realista viene inviato in avanscoperta presso Altamura, con il preciso ordine di non impegnarsi in scontri con il nemico. Dalla cittadina esce immediatamente un contingente di 150 cavalleggeri, che dà addosso ai sanfedisti, i quali, in ossequio alla consegna ricevuta, si ritirano ordinatamente. Dopo di che i repubblicani decidono di presidiare le alture circostanti. È un errore tattico che pagheranno caro. Saggiate così le intenzioni dell’avversario, la notte che segue 10.000 uomini dell’Armata Cristiana, appoggiati dall’intero corpo di cavalleria, ricevono l’ordine di marciare su Altamura. 

All’alba del 9 maggio sono in vista della città. Colti di sorpresa, gli avamposti nemici sono facilmente sbaragliati. Anche la cavalleria repubblicana è in fuga; una parte trova rifugio tra le mura cittadine, mentre l’altra si sbanda per le campagne. I sanfedisti catturano inoltre due cannoni. 

Nel primo pomeriggio giunge al campo Ruffo con la sua guardia. Sono così altri 1.000 uomini per le armi realiste. Prima di far suonare la diana per l’assalto il cardinale, come è sua consuetudine prima di uno scontro con il nemico, celebra un ufficio divino in cui dispensa l’assoluzione generale alle truppe schierate. Poi decide di fare un giro tutt’intorno alle mura. Quella figura che cavalca quietamente rappresenta un magnifico bersaglio per i cecchini avversari. Così una vera e propria gragnuola di colpi si abbatte sul Ruffo, che non si scompone più di tanto, continuando a guardare, tranquillamente, con il cannocchiale gli spalti da cui gli si spara con accanimento contro. Si vuole che facesse allontanare, in quel frangente, tutti i suoi fedelissimi per timore di un loro ferimento mortale. Nessun colpo scalfisce il cardinale. Per la sua truppa, strabiliata, egli è veramente protetto dall’incantesimo. 

Al grido di “viva lu Re” i sanfedisti si lanciano all’attacco. Il fuoco di fucileria è vivissimo d’ambo le parti. Così il duello delle artiglierie; in particolare presso la porta di Matera. Trovandosi allo scoperto, larghi vuoti si aprono tra le fila degli attaccanti. La battaglia dura, con alterne fasi, per tutto il pomeriggio. Come sempre Ruffo è là, dove più ferve la mischia. Sembra veramente “inciarmato”. Numerose le pallottole nemiche che lo sfiorano senza ferirlo. Il sopraggiungere della notte pone fine ai combattimenti. 

Alle prime luci dell’alba del 10 maggio è presa, da tre compagnie di realisti, la porta di Matera. Per quella breccia l’intera Armata irrompe poi nella città. La stessa però è quasi del tutto deserta. Infatti, approfittando dell’oscurità notturna, le milizie repubblicane, trascinandosi dietro gran parte della popolazione, sono fuggite per la porta di Napoli. Unica via di scampo, lasciata libera volutamente dal Ruffo, che vuole evitare, more solito, un inutile controproducente massacro. 

Ora la bianca bandiera gigliata sventola sul campanile di Altamura, mentre nel luogo, dove poco prima v’era l’albero della libertà, viene issata la Santa Croce. Già per le leggi di guerra del tempo, la caparbia ostinazione della città alla resistenza andava punita con il saccheggio. Ma quello che fa inasprire l’animo dei sanfedisti, dando così la stura ad un memorabile saccheggio, è un truce episodio causato dalla stupida ferocia dei capi repubblicani, Mastrangelo e Palomba. Essi, prima di fuggire, hanno dato il bestiale ordine di trucidare tutti i prigionieri realisti. Il massacro avviene nel refettorio del convento di San Francesco. Qui vengono ritrovati 48 poveri corpi martoriati, legati due a due; alcuni di essi sono ancora moribondi. Tra i morti sono riconosciuti gli ingegneri Vinci ed Olivieri, inviati, qualche giorno prima, dal Ruffo per una ricognizione alle fortificazioni altamurane. Da qui il motivo del saccheggio. Malgrado ciò, nei giorni che seguono, la popolazione, rientrata in città, fraternizza con l’Armata. Tanto che al momento della partenza non sono pochi a rimpiangere la calorosa ospitalità. Per i malevoli cronisti dell’epoca il vero rimpianto è per le focose e belle donne di Altamura. 

L’Armata della Santa Fede dimora in questa città per ben 15 giorni. Ne approfitta il Ruffo per mandar un suo fido, il capitano Raimondi, nelle Calabrie a reclutare altri soldati in vista della spallata finale contro la Repubblica. Il generale De Cesari, unitamente a circa 600 sanfedisti, viene poi spedito alla volta delle coste pugliesi con l’incarico di ricondurre all’obbedienza del re tutti quei paesi, che ancora parteggiassero per i francesi, ma soprattutto per agevolare lo sbarco del contingente alleato di soldati russi. Inoltre gli insorgenti del Cilento ricevono l’ordine di marciare su Salerno. 

Alla vittoriosa marcia del cardinale fa quasi da contrappunto la lunga sequela di menzogne pubblicate dalla Pimentel sul suo giornale, Il Monitore, in cui Ruffo e la sua Armata vengono descritti come un’accozzaglia di miserabili banditi assassini. Tra le altre panzane, si accusa il Ruffo di essersi autoproclamato Papa. 

Dopo Altamura la marcia dell’ Armata acquista il sapore dell’epopea. Adesso i soldati del re marciano al suono di ciaramelle e pifferi di un corpo di zampognari lucani, che hanno deciso di essere anch’essi della partita. Questa volta si recano a Napoli non per la consueta novena di Natale, ma per suonare una novena d’addio agli invasori francesi. Il caro e vecchio suono delle zampogne parla segretamente al cuore dei realisti, risvegliando struggenti ricordi di vita familiare. È la loro tradizione che marcia con essi, per cui vale la pena, se necessario, anche morire. Sfortunati combattenti che non hanno trovato mai un cantore tra i registi cinematografici. Eppure il loro festoso andare alla guerra, e forse alla morte, non è poi molto dissimile da quello dei reggimenti scozzesi con le loro cornamuse, esaltato in tanti bei film! 

Il 24 maggio l’Armata di Ruffo entra in Gravina. Da questa cittadina vengono spediti dei messaggi per il De Cesari, che in quel momento è accampato nei pressi di Bovino. Gli ordini sono di portarsi immediatamente a Foggia e di lì puntare su Campobasso, quindi ridiscendere con direttrice Benevento, scacciando dai luoghi attraversati le milizie repubblicane. Nel contempo è sbarcato nel porto di Manfredonia il contingente alleato, forte di 450 soldati della marina russa e 8 pezzi di artiglieria. Sotto il comando del capitano Baillie puntano decisamente su Foggia, che occupano, proseguendo poi per Pontecalvello. 

Intanto Ruffo è a Poggio Ursino il 26 maggio, il 27 a Spinazzola e quindi a Venosa. Qui, il 28, si uniscono all’ Armata il maggiore Casmezzi ed il capitano Spiro con le loro bande di volontari albanesi detti Camiciotti. 

Il 29 maggio si lascia Venosa per raggiungere Melfi. Durante i solenni festeggiamenti per l’onomastico del sovrano, Ruffo riceve la visita dell’ufficiale turco Acmet, latore di una lettera dell’ammiraglio Kadir Bey, il quale chiede che gli venga indicato il luogo della costa dove sbarcare i 10.000 soldati, posti dal Sultano a disposizione dei suoi alleati. Grave è l’imbarazzo del cardinale. Può far marciare i suoi uomini crocesegnati con i giannizzeri della mezzaluna? Quindi, accampando vari pretesti, cerca di prendere tempo, pertanto scrive al Cadir pregandolo di mandare quelle truppe per mare nel golfo di Napoli, intanto, al momento, accetta solo il simbolico aiuto di un piccolo reparto di turchi. 

Poi Ruffo, con lettere circolari inviate a tutti i capi delle bande di insorgenti che imperversano nel territorio circostante la capitale, ordina di mettere ogni loro cura nel contrastare i vettovagliamenti ai repubblicani di Napoli. 

L’Armata sanfedista passa poi per Ascoli e Bovino, raggiungendo il 5 giugno Ariano. Tra Bovino ed Ariano si accodano anche i russi del capitano Baillie. L’entrata in Ariano avviene, bandiere in testa ed al suono delle zampogne lucane, tra gli evviva della popolazione. Nella città giunge, dalla Sicilia, il colonnello Scipione della Marra con due compagnie di granatieri reali, due cannoni e, graditissimo dono, lo stendardo da guerra con l’invitto segno della croce, ricamato personalmente dalla Regina Maria Carolina e dalle sue figlie. La bandiera è donata ai bravi e fedeli calabresi. 

Da Ariano Ruffo prosegue per Montefusco, per pervenire poi ad Avellino, città quest’ultima ridotta allo stremo dai ripetuti e rapaci saccheggi delle forze repubblicane. Al cardinale che lo invita ad entrare in Napoli con lui, il re risponde che già il principe ereditario Francesco è in viaggio a bordo della flotta inglese, e pertanto proibisce di prendere la capitale prima del suo arrivo. 

Il giorno 10 giugno l’Armata giunge finalmente nella vasta piana di Nola. Là di fronte, a poche miglia, è Napoli, meravigliosa nei colori dell’incipiente estate. A Nola sopraggiunge anche il gruppo di 84 turchi, guidati dal capitano Acmet. Nell’Armata confluiscono poi le bande degli insorgenti dei dintorni di Napoli. Infine ritorna dalla sua missione il generale De Cesari, portando con sé un forte corpo di cavalleria di oltre mille cavalli. A questo punto l’Armata, che ascende a circa 20.000 combattenti, si apparecchia per l’attacco finale alla capitale. 

Intorno ai fuochi dei bivacchi, risuonano festosi canti guerreschi: 

A lu suono de la grancascia
viva sempe lu popolo bascio!
A lu suono de li tammurrielli
so’ risurte li puverielli!
A lu suono de li campane
viva, viva li pupulane!
A lu suone de li violini
sempe morte alli giacobini 

Sona sona
sona, sona carmagnola
sona lu cannone
viva sempe ‘o Rre Burbone! 

Nel frattempo è saltato il programmato arrivo, per via mare, del principe ereditario, il duca di Calabria. È accaduto che la flotta inglese, su cui si è imbarcato il principe con il suo seguito, mentre è in rotta verso Napoli, ha ricevuto l’ordine, da parte dell’ammiraglio Keith, di tenersi pronta ad ingaggiare eventuale battaglia con la flotta franco-spagnola, che incrocia nel Tirreno. È giocoforza per Nelson ritornare a Palermo, sbarcare il duca di Calabria e riprendere poi il mare in caccia del nemico. 

Alla notizia Ruffo decide di rompere gli indugi. Con fine umorismo, manda quindi un messaggio d’intesa alla sorella in Napoli, in cui è scritto semplicemente “il malaga è sempre il malaga”. Come dire il buon vino resta buon vino, malgrado tutte le traversie. E che lui sia rimasto buon vino se ne accorgeranno presto i repubblicani. A questo aristocratico sfottò, i francesi rispondono, stizzati, con l’arresto dei suoi congiunti, il duca e la duchessa di Baranello. 

Cominciano le prime defezioni in campo repubblicano. Lucio Caracciolo, duca di Roccaromana, passa, con l’intero suo reggimento di cavalleria, dalla parte di Ruffo, consegnando così Capua e il suo circondario ai realisti. Analoga defezione compie il principe di Moliterno, Girolamo Pignatelli. Intanto gli insorgenti del Cilento, spalleggiati dalla formidabile banda di Sciarpa e dalla legione di ex forzati siciliani di “Pane ‘e grano”, sono giunti in quel di Salerno. 

Alla Repubblica non resta altro che giocare un’ultima carta, quella di un attacco a raggiera per tentare di frantumare, in qualche punto, il cerchio mortale, che stringe la capitale. A tal fine suddivide le sue forze in quattro colonne d’attacco. La prima, agli ordini del generale Federici, punta direttamente su Nola contro Ruffo. La seconda colonna, comandata dal generale Schipani, verso Salerno per fermare i Cilentani. La terza, forte dei tremila soldati del Manthoné, marcia su Barra. Mentre la quarta, quella del generale Basset, ha come direzione di marcia la zona di Venafro, dove si trovano le bande di Mammone. Infine l’ammiraglio Caracciolo riceve l’ordine di bordeggiare con le sue navi le coste del golfo, cannoneggiando le truppe realiste. 

Ma il sogno di una vittoriosa controffensiva repubblicana s’infrange ben presto, appena oltrepassati i sobborghi di Napoli. La colonna del generale Federici è fatta a pezzi a Marigliano. Schipani è inchiodato a Torre Annunziata e non riesce a passare il fiume Sarno. Anche Manthoné a Barra non riesce a passare, anzi deve ripiegare precipitosamente su Napoli. Analogo amaro ripiegamento tocca al generale Basset. La disastrosa sconfitta di Federici ha reso ormai libera la strada per Napoli all’Armata di Ruffo. 

Pertanto, l’11 giugno, il tenente colonnello De Filippi con il suo Corpo dei Fucilieri di Montagna, unitamente ad uno scelto reparto di cavalleria guidato dal De Luca, riceve disposizioni di attestarsi dalle parti di Portici e di tenere, ad ogni costo, le posizioni di fronte al munito forte del Granatello, difeso dai repubblicani. Ruffo ha intuito che la chiave di volta dell’intero schieramento difensivo nemico si trova nella zona litoranea, stretta tra il mare e le pendici del Vesuvio, cioè presso Portici. È lì che è necessario sfondare per vincere. D’altronde l’avversario è conscio della cosa, per cui ha provveduto a rafforzare oltremodo le difese di quei luoghi. Ha così costruito un poderoso campo trincerato, protetto da numerosa artiglieria. Capisaldi di questo trincerone sono il forte di Vigliena con le sue casematte e appunto il forte del Granatello, a guardia dello strategico ponte della Maddalena sul Sebeto. Comanda l’intero scacchiere difensivo lo svizzero Wirtz. 

È l’alba del 13 giugno 1799, quando Ruffo dà ordine alla sua Armata di spostarsi da Nola a Somma. Il cardinale è ancora dubbioso se lanciare l’attacco alla capitale quel giorno stesso, anche se, in cuor suo, propende per tale scelta in quanto ricorrenza della festività del grande taumaturgo Sant’Antonio da Padova, cui è sacrato l’esercito sanfedista. 

Durante la marcia di avvicinamento al casale di Somma, quasi fosse un segno divino, giunge inattesa la buona nuova che il forte del Granatello è stato espugnato dal bravo De Filippi. Da valente stratega qual’è, Ruffo, fatto il punto della situazione con i suoi comandanti, procede immediatamente a modificare il piano di battaglia, dando quindi l’ordine all’ Armata di dirigersi, questa volta, direttamente verso Portici. Si prende l’angusta strada di S. Jorio. Procede, in avanguardia, una folta colonna di combattenti calabresi. 

Ruffo però non ignora l’estrema pericolosità della situazione in cui si sta volontariamente cacciando. Infatti, quando giungerà a Portici, si troverà ad avere alle spalle la temibile colonna Schipani con gran parte delle forze ancora intatte. L’eventuale arrivo da tergo di Schipani sarà l’incubo ricorrente del cardinale per l’intero svolgimento della battag1ia; anche se ha mandato messaggi a Gerardo Curcio detto Sciarpa, che intanto ha oltrepassato Salerno, di agganciare ed impegnare con le sue bande, a qualsiasi costo, i repubblicani di Schipani. Il contatto avviene nei pressi di Boscotrecase con sanguinosissimi combattimenti, dall’esito incerto fino al giorno 14. Lo scontro è reso più aspro dalla determinazione di Schipani, che vorrebbe rifarsi della sonora ed umiliante sconfitta subita, per mano dello stesso Sciarpa, alla Castelluccia (odierna Castelcivita) nei mesi precedenti. Comunque l’eccessivo timore del Ruffo non è per nulla infondato, come dimostrerà poi il rinvenimento di un dispaccio segreto tra gli effetti di un ufficiale di Schipani caduto negli scontri. Il dispaccio, a firma del generale Basset, ordina appunto allo Schipani di marciare a tappe forzate e portarsi alle spalle di Ruffo, quindi attaccarlo; nel contempo da Napoli partirà l’attacco frontale. Così da schiacciare l’Armata realista tra due fuochi. 

Come sovente accade, quando sono di fronte due eserciti nemici, è lo spirito combattivo di qualche reparto a dare esca alla battaglia generale, malgrado non vi sia stato alcun ordine al riguardo da parte dei comandanti in capo. La stessa cosa si verifica quel fatidico 13 giugno. Sull’onda di un irrefrenabile entusiasmo, appena l’avanguardia realista, formata da tre compagnie di calabresi agli ordini del tenente colonnello Rapini, giunge in prossimità del forte di Vigliena, si decide di slancio di andare all’assalto senza attendere ulteriori disposizioni. 

Difende il settore del Vigliena una legione repubblicana, anch’essa formata di soli calabresi. È da sottolineare che nei giorni precedenti, precisamente il 10 e 1’11, altre bande realiste hanno già tentato inutilmente, facendosi massacrare, d’impadronirsi di quel forte. 

I calabresi sanfedisti serrano sotto, incuranti del fuoco di sbarramento dell’artiglieria nemica, al grido di “viva lu Re, morte a li Giacobbi”. Concorrono al fuoco di sbarramento le cannoniere repubblicane dell’ammiraglio Francesco Caracciolo, portatesi per l’occasione sotto costa. Vuoti paurosi si aprono tra le file degli attaccanti. Quel giorno, sotto gli spalti del Vigliena, si muore alla grande. Per scalare le mura si ricorre alla spettacolare maniera detta alla “greca”, cioè salendo uno sulle spalle dell’altro, in vere e proprie piramidi umane, falcidiate senza pietà dai difensori. Gli opposti combattenti appartengono al medesimo gruppo etnico, molti provengono dagli stessi paesi. Nessuno vuole cedere di fronte all’ altro. Ognuno ne fa un punto d’onore. Il combattimento all’arma bianca trasforma il luogo in un vero e proprio carnaio. Tutti si battono da leoni. E se da un parte vi sono “i bravi calabresi” soldati del re, dall’altra vi sono calabresi con la loro bandiera repubblicana, su cui campeggia il motto “vincere o morire”. 

Appena avuta la notizia dell’assalto al Vigliena, Ruffo si rende conto che ormai è necessario abbandonare ogni indugio ed appoggiare con tutta l’Armata l’azione in corso. Fa quindi suonare l’assalto generale. I reggimenti sanfedisti non aspettano altro. È il momento agognato in tanti mesi di marce e di lotte. Si avventano con decisione contro le difese della capitale. Un intenso fumo, dovuto al nutrito fuoco di fucileria ed alle salve di artiglieria, avvolge in breve i contendenti. Anche i repubblicani si battono bene. 

Nel frattempo il cardinale, sulla strada di San Giovanni a Teduccio, ha incontrato una processione col Santissimo Sacramento. Con stupore del suo stato maggiore, lascia quindi ogni altra incombenza per portare l’ombrello che ripara il Sacramento. Solo al termine della sacra funzione tornerà tra i suoi ufficiali. Questo ritardo, dovuto al suo zelo religioso, gli salva probabilmente la vita, infatti giunge al ponte della Maddalena appena poco dopo l’esplosione della santabarbara del Vigliena, che ha distrutto il forte stesso e seminato un’orribile strage tutt’intorno. 

È accaduto che al Vigliena, dopo il furioso corpo a corpo, i realisti siano riusciti ad aver ragione della testarda resistenza e mentre si esulta per la vittoria così aspramente conseguita, salta in aria la santabarbara del forte. Forse per uno dei tanti incendi, provocati dallo scoppio delle granate, o forse, come sosterrà in seguito orgogliosamente la storiagrafia di parte repubblicana, per l’estremo gesto di un eroico difensore. Comunque le macerie dell’immane disastro seppelliscono in un’unica tomba vinti, vincitori e quant’altri si trovassero nelle vicinanze. Solo il caso, o l’intervento divino secondo i sanfedisti, ha voluto che Ruffo non fosse tra i caduti. 

Intanto la battaglia per liberare Napoli prosegue con accanimento. In uno degli innumerevoli scontri viene gravemente ferito il generale Wirtz, che coordina le difese. Morirà di lì a poco tempo in Castelnuovo. La caduta del Vigliena e il ritiro di Wirtz demoralizzano le truppe repubblicane. Lo sbandamento si traduce alla fine in disordinato ripiegamento, anche per l’insicurezza delle stesse retrovie a causa dell’incipiente insorgenza dei lazzari. 

I signori delle intrepide e sfortunate giornate del precedente gennaio non hanno mai digerito l’occupazione francese, per cui, appena saputo che Ruffo è alle porte, hanno cominciato a rumoreggiare sotto la guida di nuovi capi, quali Taccone e il Cristallaro. Risuona adesso più terribile il canto dei lazzari, foriero di prossima inesorabile vendetta: 

Signò, ‘mpennimmo chi t’ ha traduto
muonece, prievete e cavaliere. 

Il loro sogno di rivincita, covato in sei lunghi mesi, è sul punto di divenire realtà. Inoltre gli ultimi avvenimenti hanno inasprito ancora di più i loro animi. Quella stessa mattina del 13 infatti, con il cieco furore ideologico che li contraddistingue, i puri della rivoluzione hanno proceduto, dopo un processo farsa, all’impiccagione dei fratelli Baccher e degli altri realisti, vittime dell’infame delazione della Sanfelice. Anche quest’inutile e stupido massacro si metterà nel conto. Purtroppo è il momento dei fautori del “sangue chiama sangue”. 

Al calar della sera del 13 giugno 1799 Ruffo e i suoi soldati crocesegnati sono padroni dei nevralgici punti del ponte della Maddalena e di porta Capuana. Ormai Napoli può dirsi liberata. Restano solo i castelli, in cui si è rifugiato quel che resta dello sconfitto esercito repubblicano. A ciò si penserà domani, con la luce del nuovo giorno. Nella notte stessa alcune bande sanfediste percorrono a cavallo le strade della capitale al grido di “chi viva?”. E nell’ombra, una prima timida voce risponde “viva ‘o Rre”. Poi due, tre, cento, mille e mille altre voci le fanno gioiosamente eco. Alla fine un unico immenso grido scuote il cuore della città: “viva ‘o Rre, viva ‘o Rre”. Dai vicoli escono lazzari e popolani. È il segnale che attendono da tempo, troppo tempo. Qualche ultima pattuglia armata di giacobini subitaneamente sparisce. Il popolo si riappropria della sua Napoli. 

L’indomani, 14, è preso di slancio il vicino castello del Carmine, poi giunge l’attesa notizia che la colonna Schipani, che tanto ha turbato i sogni del cardinale, è definitivamente schiacciata: 800 sono stati i prigionieri. Cominciano a vedersi esposti dei quadri di fattura popolaresca, in cui è raffigurato Sant’Antonio che bastona San Gennaro per le sue presunte debolezze filo-giacobine. Ed al divino intervento di Sant’Antonio si attribuisce poi anche il portentoso colpo di cannone che è andato a spezzare di netto l’asta della bandiera repubblicana, sventolante su Sant’Elmo. L’episodio della rovinosa caduta dell’odiato tricolore verrà poi ripreso in tante stampe di oleografia popolare. 

I giacobini che, in passato, hanno seminato tanto vento di discordia, ora raccolgono altrettanta tempesta. Diventano così oggetto di una caccia spietata da parte dei lazzari. Caccia crudele, come sempre nelle lotte fratricide. Lo stesso Ruffo, alieno dagli eccessi, si accorge di essere impotente a fronteggiare l’imponente mareggiata di vendette e rivalse, che si preannuncia all’orizzonte. Il cardinale non vuole sporcare con inutili spargimenti di sangue, ancorché nemico, la sua splendida vittoria. In quest’ottica va inquadrato il suo ordine di condurre nei sicuri sotterranei dei Granili tutti coloro, che vengono presi con l’accusa di essere stati fautori della Repubblica. Centinaia di giacobini verranno salvati così da sicura morte. 

Ruffo, oltre ad essere un fine stratega, è un abile politico, ma soprattutto un cardinale di Santa Romana Chiesa. Resta pertanto sordo, ai richiami dei soliti interessati cortigiani, che vorrebbero, per farsi belli con gli inglesi, procedere ad un’insensata strage di tutti i giacobini e, perché no, al saccheggio dei loro beni. Sa che tali ripugnanti eccessi non giovano per nulla alla causa realista. Per questo opta per la soluzione politica delle trattative, tese ad ottenere la capitolazione dei repubblicani ancora asserragliati in Castelnuovo, Castel dell’Ovo e Sant’Elmo. I patti già sottoscritti della capitolazione verranno poi stracciati dalla perfidia degli inglesi, che perseguono, come sempre, la gretta difesa soltanto dei loro interessi, anche a danno di quelli degli alleati. 

Ruffo ormai fa più paura a certi corrotti ambienti di corte ed alla cricca di Nelson che agli stessi nemici. Egli ha offerto al suo Re la riconquista del regno senza chiedere nulla per sé. Rivendica soltanto, con orgoglio, l’aver tenuto fede al giuramento fatto un giorno, in Palermo, di restituire alla Nazione Napolitana l’indipendenza, oltraggiata dalle baionette francesi. Toccherà ai soliti corvi della Storia tentare di sporcare la sua bella guerra di popolo. Non ci riusciranno, però. 

La lunga marcia di Fabrizio Ruffo continua ancora nel cuore di tutti i meridionali non immemori del loro passato.

(VIVA ‘O RRE!)
di Orazio Ferrara

fonte http://lazzaronapoletano.it/category/0003/0003-0003/page/2/

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Il 1799 e le polemiche sul web

Posted by on Lug 19, 2019

Il 1799 e le polemiche sul web

Impazza in rete il dibattito su un libro, che ancora una volta racconta dell’avanzata dei sanfedisti del cardinale Ruffo nel 1799. E’ la ripetuta narrazione delle violenze sulle popolazioni giacobine nel Molise. Nulla di nuovo, nessun documento sensazionale. Solo un replay, peraltro fuori anniversari dopo l’orgia di pubblicazioni, soprattutto su Eleonora Pimentel Fonseca, che ci travolse nel 1999, anno del bicentenario.

In rete, impazzano le valutazioni sulla Repubblica partenopea, che fu voluta dai francesi e protetta per i sei suoi mesi di vita dalle armi del generale Championnet. Su quelle vicende, pesa molto l’eredità e la lettura che ne fece Benedetto Croce. Il filosofo e storico, che partecipò anche alla fattura del famoso albo pubblicato in occasione del centenario nel 1899, considerò i patrioti della Repubblica, messi a morte dopo il ritorno a Napoli dei Borbone, gli antesignani del Risorgimento. Nel cercare una premessa meridionale all’unificazione, Croce si aggrappò al 1799 che avrebbe anticipato gli ideali unitari.

Peccato che testimoni dell’epoca, come Pietro Colletta e Vincenzo Cuoco, certamente non schierati ciecamente con i Borbone, raccontarono le contraddizioni, le caratteristiche “passive” di una rivoluzione che non fu rivoluzione, ma elitaria occupazione di potere in nome degli ideali francesi. 

Chi era quel popolo che i patrioti volevano emancipare, senza conoscerlo? Erano lazzari e gente povera che, per ben due giorni, si fecero massacrare dai cannoni francesi. Il generale Championnet non riuscì ad entrare agevolmente a Napoli, come gli avevano assicurato. Fu costretto a combattere: i lazzari difendevano la loro città, il loro re, i riferimenti ideali cui si rifacevano. Alla fine, fu lo stesso Championnet a lodarne il coraggio.

I martiri del ’99 sono il condensato della nostra retorica storica, ma anche l’appiglio della cultura laica, contrapposta a quello che si definisce oscurantismo condito da ignoranza popolare. Fin quando la polemica è su questo piano, il dibattito non può che essere fertile. E’ l’eterno discorrere sulla presenza e influenza nella città della Napoli plebea, su cui anche la Ortese ha lasciato pagine memorabili. 

Poi, però, ci sono le manipolazioni storiche. Come le vicende della congiura dei fratelli Baccher, la fuga codarda dei Borbone (come se anche i Savoia, in quegli anni, non siano fuggiti in Sardegna all’arrivo dei francesi), le stragi dell’armata sanfedista. Quella di Ruffo fu una scommessa, partita con pochi suoi contadini e poi arrivata ad 80mila uomini. Tra questi, poche decine di albanesi, che vivevano già stabilmente in Calabria e non erano di certo mercenari stranieri.

Certo, l’avanzata non fu cammino da educande. Le violenze e le uccisioni furono la regola. Ma i sanguinari non si trovavano certo da una parte sola. Sanfedisti e giacobini si comportarono con la stessa spietatezza, con la stessa cecità. Gennaro De Crescenzo pubblicò anni fa un testo: “L’altro 1799: i fatti”. In appendice, decine di documenti di sentenze giacobine di morte nei confronti di fedeli dei Borbone. A Mercogliano, Caserta, Ceglie, Carbonara, Bacoli, Benevento, Briano, Nola, Pomigliano, Pagani, tanto per citare qualche località, i giacobini, coperti dalle armi francesi, furono sanguinari e non certo teneri con i fedeli dei Borbone. Il popolo.

E allora, cos’è la storia? Narrazione di vicende, interpretazione di avvenimenti sulla base di sensibilità nuove e documenti. Senza dimenticare il contesto in cui i fatti si svolsero. E quello del 1799 era un contesto storico che, nonostante la Rivoluzione francese di dieci anni prima, era ancora dominato da sovrani di monarchie assolute. Dopo 15 anni, anche Napoleone fu sconfitto da quelle monarchie in armi. E l’Inghilterra, che tanto influenzò l’unità d’Italia, era contro i francesi in appoggio ai Borbone meridionali. Tanto che fu Nelson a volere, contro il parere di Ferdinando IV, l’uccisione dei patrioti che si erano arresi.

Ma tant’è. Non si tratta di rivalutare nessun passato, né dinastie superate. Si tratta solo di raccontare che le guerre travolgono tutti, la violenza non è mai da una parte sola. Se poi, oggi, si vuole affermare che la cultura laica, intesa come apertura e dialettica del confronto, è da preferire all’oscurantismo e all’assolutismo delle convinzioni (qualunque esse siano), non si può che essere d’accordo. Ma questo è altro discorso, su cui la lettura della storia, intesa come difesa di posizioni di potere, c’entra poco. 

fonte https://www.ilmattino.it/blog/controstorie/il_1799_le_polemiche_web-1372177.html

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ILLUMINISTI, GIACOBINI E TRADITORI

Posted by on Lug 19, 2019

ILLUMINISTI, GIACOBINI E TRADITORI

Breve richiamo di tesi per inquadrare un periodo storico che vide contrapposti in tutta la Penisola l’utopia rivoluzionaria e l’eroismo delle Insorgenze popolari. 

Che il 1700 sia stato il secolo dei lumi è cosa nota a chiunque sia passato tra i banchi di scuola e che i lumi in questione fossero quelli accesi dagli Illuministi è altrettanto pacifico nella memoria di tutti noi. Per il resto, il diciottesimo secolo è quello della Rivoluzione Francese, uno degli episodi più indelebilmente fissati tra le nostre reminiscenze scolastiche. Ovviamente, ciò che ricordiamo è la stereotipata iconografia che ci è stata trasmessa, con la regina Maria Antonietta che parla di brioches, i derelitti rinchiusi alla Bastiglia, la giustizia di Madame la Guillotine.

Ciò che non si ricorda, o meglio non si conosce, è la reale portata e le conseguenze che scaturirono dal pensiero illuministico. Banalmente e falsamente indicato come l’atteso riscatto della Ragione dalla schiavitù dell’ignoranza e della superstizione, l’Illuminismo è ricordato come l’insieme di teorie che scaturirono dal desiderio di uomini emancipati di costruire una società giusta che, attraverso le scienze, aprisse finalmente la porta del Progresso a coloro che languivano negli stretti vincoli sociali, rendendoli liberi, uguali, fratelli.

In realtà, i filosofi del settecento, che si formarono e prosperarono all’ombra delle logge massoniche, non fecero altro che sostituire con idee tanto altisonanti quanto vuote, e tutte scritte categoricamente con la maiuscola, quella fitta ed estesa rete di libertà concrete, di istituzioni naturali, di legami economici, sociali e spirituali che avevano costituito fino ad allora le fondamenta della vita dei popoli in tutte le nazioni europee.

Il vero risultato delle teorie illuministiche, e probabilmente l’unico scopo per il quale erano state elaborate, fu di rendere l’uomo un essere isolato e debole, libero sì ma dalla protezione, dal sostegno e dai diritti e privilegi di cui godeva come membro di una famiglia, di una parrocchia, di un municipio, di una corporazione, di una patria.

Soli e prigionieri della propria libertà, con il rapido decadimento della civiltà stratificata in millenni di cultura e cultura, senza più il baluardo dell’etica cristiana, con il buon selvaggio come modello ideale, gli uomini si sarebbero presto mostrati incapaci di vivere pacificamente associati se gli Illuministi – bontà loro – non avessero inventato la Volontà generale.

Sorta di voce della coscienza sociale che avrebbe dovuto parlare spontaneamente ad ogni individuo, la Volontà generale aveva bisogno di interpreti che dovevano indicarla, spiegarla, divulgarla e, all’occorrenza, imporla ai sordi refrattari che non erano capaci di intenderla da soli. Chi se non gli Illuministi poteva meglio assolvere al gravoso compito? Ecco fatti, dunque, l’uomo nuovo e la società nuova, imperniata sul liberismo economico e morale, sull’uguaglianza fasulla del voto individuale, sulla fratellanza espressa dalle baionette e dalla ghigliottina.

Nel 1789, in Francia, i princípi illuministici trovarono la più radicale applicazione con la Rivoluzione, che decapitò l’autorità civile, mutilò quella religiosa, costrinse i contrari con stragi e deportazioni, devastò la nazione per oltre un decennio, seminò il Terrore ovunque e finì per distruggere i propri figli ed essere sostituita da una copia artefatta e dittatoriale del potere che aveva scalzato.

Per nulla appagata da tanto sangue, la Rivoluzione pretese di essere esportata a tutti i popoli vicini. Iniziò così per l’Europa, tra il 1796 e il 1799, la stagione delle invasioni militari da parte dell’esercito francese, alle quali risposero le eroiche rivolte popolari in difesa dei propri paesi, note come Insorgenze.

Infatti, mentre le idee illuministiche avevano fatto breccia nelle classi più colte e nelle corti attraverso le Logge e le Università, i popoli non ne avevano subito il contagio ed erano rimasti saldamente legati alle tradizioni e alla fede che nei secoli erano stati punto di riferimento costante.

Nella penisola italiana le Insorgenze popolari contro l’esercito francese furono numerose e sparse ovunque: in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, in Toscana, nelle Marche. La maggiore delle insorgenze antigiacobine, e l’unica vittoriosa, ebbe luogo nel Regno delle Due Sicilie, nel 1799, e culminò con la spedizione guidata dal Cardinale Fabrizio Ruffo.

Fu una vera epopea eroica, iniziata dai lazzari napoletani, il popolo minuto, che contrastarono strada per strada e a mani nude l’ingresso delle truppe francesi nella capitale, colpiti alle spalle dai bombardamenti dei vili repubblicani napoletani rinchiusi a Castel Sant’Elmo, pagando l’altissimo prezzo di ottomila vittime in tre giorni. «Uomini meravigliosi, eroi, comandati da capi intrepidi» furono le parole del generale francese Championnet, che li ebbe per avversari. Intanto, mentre il popolo combatteva, i giacobini napoletani – patrioti saranno chiamati in seguito – proclamarono la Repubblica, decisi a imporre la virtù delle nuove idee con l’aiuto delle armi francesi.

Ma l’insorgenza non terminò: dalla Sicilia Ferdinando IV nominò Vicario Generale il cardinale Fabrizio Ruffo, assegnandogli il compito di riconquistare il Regno. Da Punta del Pezzo, in Calabria, Ruffo partì con uno sparuto gruppo di compagni, armati soltanto di una bandiera bianca con lo stemma reale da una parte e la croce dall’altra.

Giusto il tempo di spargere la notizia e ben 1500 volontari, armati alla meglio, giunsero dalle campagne calabresi a costituire l’Armata Cristiana e Reale; ad essi altri si affiancarono strada facendo, oltre le truppe dei Reggimenti regolari. In breve, si costituì un vero esercito popolare, che per divisa aveva una croce bianca cucita sul berretto, e che in soli quattro mesi risalì il Regno liberando paesi e città, provvedendo alle ricostruzione e combattendo eroicamente.

Intanto, le truppe francesi saccheggiavano chiese e palazzi facendo scempio delle ricchezze ed esigendo gravose tasse. I giacobini napoletani, invece, si azzuffavano tra loro per le cariche e per le casse dello Stato e sfornavano vaneggianti leggi che però dovevano essere sempre controfirmate da Championnet per entrare in vigore.

Il 13 giugno, sotto la protezione di Sant’Antonio, il Cardinale Ruffo e della sua Armata della Santa Fede giunsero a Napoli, sconfissero le truppe nemiche al Ponte della Maddalena, e chiusero il tristissimo tentativo di instaurare l’utopia illuminista nel Regno delle Due Sicilie.

Quel che è seguito – la condanna a morte dei traditori della Patria, l’ingerenza degli inglesi negli affari nazionali – ha dato adito a infinite mistificazioni, non spente sul nascere anche a causa della decisione di Ferdinando IV Borbone, divenuto I delle Due Sicilie, di impedire la pubblicazione di opere che ricordassero gli eventi per far calare il silenzio su quella che era stata anche una guerra civile tra napoletani, realisti e giacobini.

La stampa rivoluzionaria europea, al contrario, non mancò di divulgare la propria interpretazione degli avvenimenti, indicando come martiri i traditori e come traditori i patrioti, imponendo la vulgata per la quale nel 1799 sarebbe stata “decapitata la classe dirigente meridionale” creando un vuoto mai più colmato fino ai giorni nostri.

Interpretazione ovviamente ideologica e falsa, inficiata dagli stessi numeri: su circa 8.000 prigionieri, soltanto 124 furono giustiziati, 6 graziati, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio.

Per la maggior parte di essi le pene ebbero durata assai breve – furono tutti liberati entro il 1801 – e, con una clemenza tipicamente borbonica, molti dei condannati furono presto reintegrati nei ruoli dell’Esercito, della Marina e dell’Amministrazione statale. Purtroppo, la clemenza del Re fu ricambiata con nuovi tradimenti, al ritorno dei francesi napoleonici nel 1806.

Dopo oltre due secoli dalla controrivoluzione sanfedista, l’interpretazione storica delle cause e dei fatti continua a dare una rappresentazione stereotipata e faziosa dei fatti e dei protagonisti.

Sarebbe ora, come ha affermato lo storico Renzo U. Montini, di «restituire al sanfedismo originale ed autentico l’innegabile merito di aver rappresentato la spontanea resistenza di popolazioni autenticamente cattoliche e devote alle autorità legittime contro gli abusi, le violenze e l’opera scristianizzatrice di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero, in dispregio di tutte le tradizioni politiche e religiose locali».

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/storia-1799-illuministi-giacobini-e-traditori/

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14 luglio – Presa della Bastiglia …non fatevi prendere in giro: fu tutt’altro che un atto eroico

Posted by on Lug 14, 2019

14 luglio – Presa della Bastiglia …non fatevi prendere in giro: fu tutt’altro che un atto eroico

Si continua a credere che la Presa della Bastiglia (14 luglio 1789) fu un evento popolare, un atto eroico che sarebbe costato chissà quali sforzi e quale coraggio. Nulla di tutto questo. Fu un evento mitizzato successivamente per creare quell’altro enorme mito che risponde al nome di Rivoluzione francese. Leggiamo cosa scrive lo storico Jean Dumont: “Il mito di questo avvenimento (la Presa della Bastiglia) è la prima grande costruzione della propaganda rivoluzionaria, montata nel corso della seduta dell’Assemblea successiva ai fatti accaduti, allo scopo di trasformarli in un avvenimento storico. In realtà, come hanno notato, nello stesso momento in cui accadevano i fatti, alcuni testimoni assolutamente incontestabili, quali i futuri i capi rivoluzionari Jean-Paul Marat e Paul-Francois-Jean-Nicolas de Barras -quest’ultimo in una relazione scritta nel 1789-, lo scrittore e cronista di Parigi Nicolas Anne Edme Rétif, detto Restif de la Bretonne, il futuro cancelliere Pasquier, si è trattato di un’azione di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, soprattutto stranieri, tedeschi e provinciali, come dice Marat, che cercavano munizioni. Come mostrano in dettaglio questi stessi testimoni, il popolo di Parigi si è tenuto ostentatamente alla larga da quell’azione, contrariamente a quanto pretendono di far vedere le illustrazioni appena dopo.

La verità è che nessuno dei capi rivoluzionari che si trovavano nei pressi della fortezza, come Antoine Joseph Santerre, Camille Desmoulins, George Jacques Danton, ha assistito alla scaramuccia descritta nel rapporto strettamente militare del luogotenente che comandava gli svizzeri della fortezza. I capi rivoluzionari fanno la loro comparsa soltanto dopo, quando comincia lo sfruttamento politico. Non si è trattato di nessuna ‘presa’, ma di un ingresso dalla porta, aperta per ordine del governatore.

Infine, questo ingresso non ha avuto alcun significato nella storia della ‘Liberté’, in quanto nella Bastiglia non veniva custodito nessun prigioniero politico e quindi la sua ‘presa’ non ha liberato nessuno.”

(J.Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese, tr. it., Milano 1990, pp. 12-13). Anche storici dichiaratamente filorivoluzionari come Michel Vovelle sostengono che la “presa” della Bastiglia sia stata fortemente mitizzata (cfr. M.Vovelle, La Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia 1787-1792, tr. it., Bari 1974, pp. 138-139).

fonte http://itresentieri.it/la-presa-della-bastiglia-fu-tuttaltro-che-una-presa/

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Le rivoluzioni francesi e la mobilitazione nazionale

Posted by on Lug 12, 2019

Le rivoluzioni francesi e la mobilitazione nazionale

1. Per capire la rivoluzione nell’età contemporanea, si parte inevitabilmente dall’esperienza francese. Prima del 1789 la parola «rivoluzione» era già usata per i fenomeni politico-sociali, ma in maniera ancora incerta, e solo da qualche decennio. Il suo significato non si era quindi consolidato. Era corrente un uso al plurale: «le rivoluzioni», che designavano le fasi di prevalere del mutamento sulla stabilità, o piuttosto presentavano la storia dei diversi paesi dal punto di vista della trasformazione costituzionale per salti anziché per accumulo istituzionale progressivo.
Solo con la rivoluzione francese si perde definitivamente il valore ereditato dalla metafora astronomica, di ciclico ritorno ad una libertà perduta, e si consolida invece quello antitetico: di rivolgimento radicale, che sovverte dalla base gli equilibri politici, costituzionali, sociali, culturali, per indirizzarli ad un fine ideale completamente nuovo; un rivolgimento che qualcuno – un gruppo dirigente politico e culturale – prepara, o almeno s’incarica di portare a termine. Il plurale delle rivoluzioni che sempre ricominciano sembrava così lasciare il posto ad un singolare fondatore di un percorso totalmente nuovo [1].
Ma un altro plurale, delle diverse componenti del fenomeno rivoluzionario, tornava a presentarsi. L’episodio esemplare dell’irruzione della progettualità razionale nella politica, uno dei momenti da allora più utilizzati a fini pubblici, considerato l’evento fondatore dei valori da imitare, o da recuperare, o da rigettare; paradigma del significato universale della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, della distinzione fra sinistra e destra, poneva un termine alle rivoluzioni che sempre ritornano, ma apriva uno spazio alla pluralità delle diverse sue anime. Il continuo uso politico ha portato, infatti, la rivoluzione francese ad essere pensata in varie maniere, secondo i momenti: come unica, e difesa o rigettata in blocco, o viceversa suddivisa in due o più rivoluzioni diverse, per salvarne una parte, senza farsi carico dell’eredità di altre parti. Nelle pagine che seguono mi sforzerò di discutere questa dialettica tra unicità e pluralità della rivoluzione francese, il suo essere una sola rivoluzione, o due, o tre; inoltre più o meno inscindibili, o invece distinguibili, e riutilizzabili come modello in tutto o in parte. Ritengo che da questa dialettica derivi una parte della longevità della rivoluzione francese stessa, che solo due secoli dopo il suo scoppio poteva, da Furet, essere dichiarata terminata [2], e non è detto che poi lo sia. Distinguerò due grandi stagioni: l’Ottocento liberale e il Novecento marxista, in entrambe le quali la rivoluzione francese è stata pensata come articolata nei fenomeni rivoluzionari diversi dell’Ottantanove e del Novantatré. Uno solo di questi due fenomeni – ma non il medesimo!- è stato di volta in volta ritenuto quello veramente valido come punto di riferimento: la rivoluzione dell’Ottantanove dai liberali ottocenteschi, e quella giacobina dai comunisti del ventesimo secolo. Fra i due diversi momenti di sdoppiamento della rivoluzione francese, indicherò una fase di riunificazione in chiave nazionalista di tutto l’evento rivoluzionario. Infine proporrò un’altra distinzione, più tematica che periodica, la quale mi sembra ricca d’implicazioni relative al Ventesimo secolo: tra rivoluzione della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità.
2. Nell’Ottocento il pensiero liberale ha diviso una rivoluzione buona, della società civile, da un’altra cattiva, della folle progettualità politica. Nel Novecento il pensiero marxista ha di nuovo pensato due rivoluzioni (o addirittura tre, se si include la prerivoluzione aristocratica): una borghese matura e un’altra che anticipa la rivoluzione proletaria; la prima buona e utile per far nascere un capitalismo sano, la seconda ancora migliore, pur nell’anacronismo, perché capace di prefigurare il comunismo [3]. Fra queste due diverse scomposizioni, nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo e nel primo del ventesimo, ci si è ricollegati ad un elemento importante del giacobinismo, relativamente sottovalutato da entrambe le ricostruzioni, liberale e marxista: il paradigma della difesa patriottica, della fraternità nazionale, capace di unificare la rivoluzione in un solo blocco. In Francia questa è l’epoca della Terza repubblica, quando si consolida definitivamente la triade libertà, uguaglianza, fraternità. Propongo quindi la rivoluzione della fraternità come alternativa riunificatrice della rivoluzione francese in chiave patriottica, invece della scomposizione fra rivoluzione della libertà e dell’uguaglianza.
Anche fuori dell’Europa, nello steso periodo a cavallo tra i due secoli, cresce l’identificazione fra rivoluzione nazionale (che propongo di mettere in rapporto con la fraternità) e democratica (della libertà), cioè fra due modi rivoluzionari di rappresentare quanto emerge insieme da due quasi sinonimi, che indicano i processi spontanei di aggregazione: la nazione e la società civile. Oppure si afferma l’identità della rivoluzione nazionale con la rivendicazione egualitaria, eventualmente socialista, governata dalla politica. L’una o l’altra, o entrambe, delle due anime della rivoluzione francese, liberale, o della società civile, ed egualitaria, o dello stato, si sono così rivelate utilizzabili dalla rivoluzione nazionale. Con la ricomposizione in una chiave nazionalista, la rivoluzione francese ha riconsegnato al Novecento una sua vitalità, che avrebbe potuto altrimenti deperire. Se della rivoluzione francese fosse rimasta soltanto la lettura borghese-liberale-costituente dello sviluppo delle forze sociali, oppure solo quella giacobina-statalista della rigenerazione egualitaria in presenza di risorse scarse, la sua universalità avrebbe verosimilmente subito una limitazione. Invece, poiché le regole democratiche e lo sforzo politico dirigista sono stati inquadrati nella necessità della guerra patriottica, il messaggio di fraternità ha potuto investire le comunità nazionali oppresse e superare il traguardo del primo e forse del secondo secolo di longevità del suo messaggio.
Naturalmente la parola fraternità è abbastanza generica da prestarsi a molte interpretazioni. Chi sono i soggetti fra i quali si invoca la solidità del vincolo fraterno? La fraternità ha potuto intendersi come il rapporto solidaristico interno al mondo del lavoro, come in generale dal movimento operaio nascente, e del resto in linea con un’antica tradizione associativa di fratellanze e confraternite: un legame che unisce alcuni contro altri, all’interno della stessa comunità nazionale. Avrebbe anche potuto essere una versione laica del legame cristiano tra i figli dello stesso Dio, come i cattolici democratici lo intendevano, soprattutto intorno alla rivoluzione del Quarantotto. Invece, con la ventata rivoluzionaria nazionalista, la fraternità ha legato i popoli al di sopra dei conflitti di classe, ma al di fuori della fratellanza universale, privilegiando le appartenenze definite nazionali, che avevano il vantaggio di potersi identificare con progetti di costruzione statale.
Le rivoluzioni della prima metà del Ventesimo secolo sono state democratiche-nazionali, o socialiste più o meno attente al problema delle nazionalità. In ogni caso raramente hanno potuto ignorare il problema nazionale. Nella versione cinese la rivoluzione è stata ininterrotta e per tappe: nazionale, democratica e socialista, e nel Terzo mondo questa visione unitaria e per tappe della rivoluzione ha avuto un enorme successo. In questo modo la rivoluzione francese ha potuto conoscere una nuova vitalità implicita, piuttosto diversa dai contemporanei risultati della ricerca storica, legati alla lettura marxista della rivoluzione borghese. Nessuna delle rivoluzioni più importanti del Novecento, prima di quella islamica iraniana, ha potuto avere successo o in ogni modo influire durevolmente nel panorama culturale e politico, se non è stata democratica e nazionale insieme, o sociale e nazionale, o tutte e tre. E il problema più grave del primo dopoguerra italiano, e quindi dell’invenzione del fascismo, potrebbe essere stato quello di non aver potuto coordinare i tre movimenti rivoluzionari attivi e contemporanei, della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.
3. La rivoluzione dell’Ottantanove ha reso compatibili, anzi ha intimamente legato tra loro, la libertà e l’uguaglianza, che nell’antico regime erano quasi il contrario l’una dell’altra. La libertà era stata il diritto che ogni comunità aveva di difendere le proprie prerogative tradizionali; era sinonimo di privilegio: uno statuto particolare concesso e difeso a conclusione di una lunga storia contrattuale; era prerogativa aristocratica, di quella sanior pars, che si incaricava di proteggere la propria comunità. L’uguaglianza era stata invece il contrario, una prerogativa del dispotismo: l’annullamento delle storie individuali delle varie parti che componevano il paese, la fine dei privilegi, delle (al plurale) libertà. La grande invenzione teorica dell’Ottantanove era stata l’identificazione di libertà e di uguaglianza: «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti». Di fraternità non si parlava ancora.
All’inizio del 1793, prima dell’avvento del calendario repubblicano, i documenti politici cominciano ad essere datati «anno quarto della libertà, primo dell’uguaglianza». Si parla anche correntemente a quell’epoca di una seconda rivoluzione dell’uguaglianza (10 agosto 1792) dopo quella della libertà (14 luglio 1789). A quel momento la triade repubblicana non è ancora stata formulata. Lo sarà probabilmente negli ambienti del comune di Parigi fra il sindaco Pache e il Procuratore generale sindaco Chaumette nel corso del 1793. Riceverà una conferma decisiva dalla rivoluzione del Quarantotto, ma sarà stabilizzata definitivamente (o quasi, se si vuol tenere conto dell’intervallo di Vichy) solo dalla Terza repubblica. Nella primavera del 1793 si scrive invece «libertà, uguaglianza, unità indivisibilità della Repubblica», e spesso si aggiunge «o la morte».
Ritengo che questo sia un elemento interessante per interpretare il concetto di fraternità, che poi prevale nella triade repubblicana: non la fratellanza degli oppressi nella confrontazione sociale legata al mondo del lavoro, ma il rapporto tra fratelli che hanno fatto la rivoluzione, fra complici dello strappo insanabile, i quali non devono essere divisi, come invece i controrivoluzionari vorrebbero. Nel primo caso, della fratellanza tra gli oppressi, il termine sarebbe usato come esplicitazione e mero rafforzativo dell’uguaglianza. Invece il nuovo elemento della fraternità è introdotto dopo il trauma della condanna del Re. E’ allora che la rivoluzione piomba per così dire nel vuoto, che la strada per tornare indietro è preclusa. Nei giorni del processo del re, la sinistra giacobina e cordigliera ha chiesto che i deputati siano costretti a pronunciarsi per la morte del tiranno, per tagliarsi definitivamente la possibilità di riconciliarsi con i nemici della rivoluzione. Nella Francia di antico regime la volontà sovrana era unica, quella del re. Con la rivoluzione, al sovrano viene sostituita la nazione come motore immobile della politica [4]. Ma la volontà della nazione, proprio come quella del re, deve rimanere una sola, e tutti quelli che vogliono dividere il popolo, articolare le opinioni politiche del sovrano, provocano illegittime divisioni. Dopo il regicidio, a maggior ragione l’unità deve essere garantita: l’unità dei fratelli che insieme hanno assassinato il padre, come nel mito freudiano di Totem e Tabù [5].
L’angoscia per la perdita dell’unità non è conseguenza della guerra civile vandeana o federalista. La precede, e perfino potrebbe essere considerata una delle sue cause. La guerra civile è attesa, e i giacobini ritengono da tempo che i loro avversari la stiano preparando; così, quando scoppia, è interpretata come la logica conseguenza dell’azione dei controrivoluzionari. D’altra parte, dopo la vittoria nelle guerre civili, alla fine del 1793, si è parlato della vittoria della rivoluzione, non di una terza rivoluzione. Si è cominciato in quei mesi a usare il calendario rivoluzionario, datando «anno secondo». L’era rivoluzionaria era cominciata insomma dall’istituzione della repubblica, conseguenza della seconda rivoluzione, quella dell’uguaglianza. L’Ottantanove, la rivoluzione della libertà, era visto in un certo senso come un prologo della rivoluzione, e la rivoluzione vera e propria, quella dalla quale si cominciava a contare il tempo nuovo, era il Novantadue, cioè la rivoluzione dell’uguaglianza. Quanto alla fraternità, progressivamente la nuova dizione andava sostituendo la locuzione «unità e indivisibilità» precedentemente usata. Di fronte alla novità sconvolgente che la rivoluzione dell’uguaglianza rappresentava, si trattava ora di restare uniti, di sentirsi fratelli, di sopportare insieme le conseguenze della lacerazione, del regicidio, della guerra. Il regime giacobino maturo, poi il regime direttoriale che da questo punto di vista lo prosegue, infine il consolato e l’impero, hanno ripristinato una prima volta l’unità della rivoluzione, che all’inizio del ’93 appariva separata tra rivoluzione della libertà e rivoluzione dell’uguaglianza. La rivoluzione dell’uguaglianza – della libertà e dell’uguaglianza insieme – è stata interpretata della libertà e dell’uguaglianza cementate dalla fraternità. Tutta insieme la rivoluzione è stata terminata dal Termidoro, portata alla vittoria patriottica dalle armate del Direttorio, poi conclusa e alla fine negata da Napoleone.
4. Dalla fine del 1792 le armate repubblicane sono alla conquista dell’Europa, pur con qualche battuta d’arresto. Comincia allora il problema di che fare delle popolazioni in teoria liberate dalle armi francesi, ma che in realtà accolgono male la rivoluzione. Dopo qualche dibattito, si consolida l’idea che solo i paesi che hanno conquistato e difeso la propria libertà possono considerarsi «nazioni», mentre gli altri sono soltanto popolazioni selvagge, vittime del dispotismo e della superstizione, come già i vandeani. La repubblica francese non farà loro del male, se non sarà attaccata e contrastata nella sua opera rigeneratrice. Gli americani, i polacchi, gli olandesi, gli svizzeri, forse gli inglesi si sono costituiti in nazione, gli altri no. Costituiti, parola chiave: sono nazioni quei popoli la cui libertà è stata garantita da una costituzione, che si sono quindi messi in grado di difendersi dall’oppressione. I francesi più di chiunque altro popolo si sono rigenerati, costituiti in popolo libero, e difesi contro gli oppressori. Sono quindi la prima delle nazioni, la «Grande nazione». Una volta passati attraverso la rivoluzione, rigenerati e costituiti in nazioni libere, i popoli sottomessi saranno riconosciuti come «repubbliche sorelle», alle quali dunque si potrà estendere il vincolo della fraternità. Questa nuova dimensione internazionale della fraternità, fra popoli anziché fra cittadini, fornisce una nuova dimensione e un’ulteriore conferma del significato che i rivoluzionari francesi assegnavano al legame fraterno: non un vincolo fra sfruttati, ma fra concittadini capaci di difendere la propria libertà/uguaglianza. I francesi acquisivano una posizione che si potrebbe definire di fratelli maggiori, di preminenza nella fraternità, come di quelli che prima e meglio degli altri hanno saputo difendere la loro costituzione.
5. Per tutto il primo quindicennio dell’Ottocento l’ombra della rivoluzione giacobina, poi militare e imperiale, copre la rivoluzione liberale, fino ad assorbire la rivoluzione della libertà in quella di una pseudo-uguaglianza che coincide ormai con la preminenza politica dell’apparato che ha fatto, poi difeso e esportato la rivoluzione. La fraternità si appanna, perché la primogenitura francese in Europa e militare-imperiale in Francia ha reso la «grande nazione» troppo grande per essere ancora percepita in un quadro di fraternità. Tutto il processo storico ha prodotto per i bonapartisti la gloria, per i liberali l’usurpazione napoleonica. Molto opportunamente, nella conferenza del 1817, Benjamin Constant rivendica la differenza tra la libertà dei moderni, come sviluppo della società civile, dalla libertà degli antichi, come imposizione dell’uguaglianza nella partecipazione alla sovranità. La rivoluzione francese è stata per lui un ritorno anacronistico della libertà antica [6]. Un secolo e mezzo più tardi, Furet, dopo aver ammesso l’unità profonda della rivoluzione francese, che prima, quando parlava di dérapage, gli era sfuggita, rileva la centralità del giacobinismo come fenomeno capace di dare un significato complessivo alla rivoluzione, e del pensiero teorico del periodo del direttorio [7].
Un altro sforzo fondamentale per la riunificazione teorica della rivoluzione francese, è quello di Hegel. Non è più l’uguaglianza (o la libertà degli antichi) ad occupare la scena, ma la centralità dello stato [8]. A differenza della rivoluzione inglese, della società civile, quella francese rappresenta per Hegel il trionfo politico dello stato, di cui l’impero bonapartista costituisce il coronamento. Come la maggioranza dei suoi contemporanei, Hegel legge il bonapartismo come il risultato finale della rivoluzione giacobina, e come un punto d’arrivo dell’evoluzione iniziata con i tempi moderni. Più tardi Marx fornirà una lettura rovesciata dell’interpretazione hegeliana della rivoluzione francese concentrata sul giacobinismo e Napoleone. Quello che a Hegel era sembrato il frutto maturo di un’evoluzione secolare: il trionfo dello stato e della politica, a Marx appare il grande enigma dell’autonomia del politico all’interno della rivoluzione borghese, a sua volta frutto della maturazione spontanea di un nuovo rapporto di produzione [9]. Se la società civile, nella sua maturazione, ha prodotto la rivoluzione della libertà nell’Ottantanove; questa stessa rivoluzione ha dato luogo al trionfo della politica e dello stato nel Novantatré, un trionfo che nelle rivoluzioni britanniche di matrice whig non si era verificato, o era stato in ogni caso incompleto.
Una lettura in gran parte diversa è quella della generazione liberale. La rivoluzione francese si sdoppia in un movimento buono, quello della libertà nell’Ottantanove, con l’unanimità, o quasi, della società civile; e in un altro cattivo, della politica giacobina liberticida nel Novantatré. Nel secondo quarto del diciannovesimo secolo, il problema dei liberali è stato quello di rifare l’Ottantanove senza il Novantatré. L’esaltazione del vecchio La Fayette nel 1830 corrisponde ad un sogno impossibile: chiudere subito la rivoluzione prima che degeneri nella tirannia ugualitaria giacobina e poi nell’usurpazione napoleonica. Il Quarantotto segna invece il ritorno puntuale («in farsa» secondo Marx) dello stesso copione. La rivoluzione liberale della società civile dà luogo al ripetersi della tragedia giacobina e bonapartista, segnando ancora una volta la differenza profonda fra la rivoluzione francese e il precedente inglese. La generazione liberale dal parziale insuccesso del 1830 precipita al dramma del Quarantotto, alla vera e propria tragedia del ’71. La guerra civile più lacerante, la repressione urbana più sanguinosa dalla fine delle guerre di religione insanguina la capitale francese. Per molti aspetti il nazionalismo democratico francese sarà ferito a morte e lascerà l’uso dei simboli patriottici alla destra «versagliese».
6. In ogni caso già il romanticismo maturo di Michelet durante il Secondo impero aveva indicato la strada per uscire dal dualismo fra diverse rivoluzioni, unificate dallo spirito del popolo, a sua volta incarnato in Danton. Victor Hugo si era spinto più oltre inglobando addirittura la controrivoluzione dei vandeani in una rivolta popolare unica contro l’ingiustizia e l’oppressione: quasi una rivoluzione di segno contrario che avesse scelto la parte storicamente sbagliata, per condurre però una lotta giusta. Con l’aiuto della mutilazione della patria subita da parte prussiana, la fraternità nazionalista rialza la testa e fornisce una lettura unitaria della rivoluzione francese in chiave di difesa nazionale, che supera la divisione liberale fra rivoluzione buona dell’Ottantanove e cattiva nel Novantatré. Intorno allo scadere del primo centenario, la riunificazione in chiave nazionalista popolare è parzialmente compiuta. Il giudizio sul giacobinismo in questo modo si sposta: non è più sulla libertà degli antichi, anacronisticamente riproposta e brutalmente imposta, né sulla dittatura politica che schiaccia la libertà della società civile; ma diventa se abbia salvato la patria o se l’abbia tradita.
Nel 1891 alla Camera dei deputati viene sollevata la questione della tragedia Thermidor di Victorien Sardou, rappresentata in quei giorni alla Comédie Française, che a giudizio della sinistra infanga la rivoluzione, impegnata nell’estate del 1794 a difendere il paese dall’aggressione delle potenze coalizzate. Secondo il centro-destra, che per l’occasione difende l’eredità dantonista, invece è il regime robespierrista ad aver disonorato la rivoluzione, esponendola ad una guerra alimentata dalla disumanità del regime. In quel dibattito intervenne Clemenceau, con un’espressione poi divenuta celebre:

«Signori, che lo si voglia o no, che ci piaccia o che ci urti, la Rivoluzione francese è un unico blocco, da cui non si può sottrarre nulla, perché la verità storica non lo permette. Dopo cent’anni venite oggi a questa tribuna, per ripetere l’esercizio scolastico di stabilire sovranamente che cosa si può accettare della Rivoluzione francese e che cosa bisogna tirare via. E pensate che un voto della Camera possa cambiare qualche cosa? Credete che dipenda dalla Camera diminuire o aumentare il patrimonio della Rivoluzione francese? Volete eliminare il tribunale rivoluzionario? Eppure sapete in quali circostanze è stato creato. Lo sapete dov’erano gli antenati di questi signori di destra? Mi si dice: erano alla frontiera. Sì, ma dal lato sbagliato. Erano coi prussiani e gli austriaci e marciavano contro la Francia. Marciavano contro la patria, tenendosi per mano col nemico (…). E ora, se volete sapere perché a seguito di questo avvenimento senza importanza di un cattivo dramma rappresentato alla Comédie française, c’è stata tanta emozione a Parigi, e perché ora tanta emozione alla Camera, ve lo dirò io. Il fatto è che questa ammirevole rivoluzione che ci ha prodotti non è finita, ma dura ancora, e noi ne siamo ancora gli attori, e ci sono sempre gli stessi uomini alle prese con gli stessi nemici» [10].

Lo sforzo di mobilitazione nazionale dei francesi, impegnati a ricostruire la loro presenza di grande potenza in Europa dopo lo shock della guerra persa con i prussiani, era dunque visto come la prosecuzione del cammino intrapreso con la rivoluzione. La triade rivoluzionaria: libertà, uguaglianza e fraternità, che in quegli anni si stabilizzava, riprendeva il valore di un grande programma di disciplinamento e di legittimazione in vista della riscossa della patria. Una ventina d’anni più tardi scoppiava la Grande guerra, e Clemenceau diventava il leader della Francia mobilitata nella guerra nazionalista, per poi essere fra i massimi artefici delle condizioni di pace terribili per la Germania sconfitta, e quindi causa non tanto indiretta della vittoria nazista e della tragedia della Seconda guerra mondiale. La rivoluzione-blocco passava nell’armamentario della difesa nazionale, lasciava alla passata generazione liberale i contenuti democratici e censurava la questione dell’uguaglianza, per assumere la gestione monopolista dell’identità nazionale [11].
7. Nel 1905, a partire dalla vittoria giapponese contro i russi, prima riscossa extraeuropea contro una potenza colonizzatrice, Sun Yat-Sen cominciava ad elaborare i suoi tre principi del popolo: l’identità nazionale, i diritti, e la sopravvivenza, poi rielaborati nelle conferenze del 1924 [12]. Negli anni seguenti, il dibattito si arricchiva sulle colonne del giornale che preparava la rivoluzione nazionalista: il Min Bao. Più tardi, il crollo del Celeste impero, poi la Grande guerra e la rivoluzione russa arricchivano il pensiero di Sun di riflessioni sulle connessioni fra le diverse esperienze rivoluzionarie. Allo stesso tempo riportavano i suoi tre principi ad assimilarsi con tre vecchie conoscenze del pensiero politico occidentale: il nazionalismo, la democrazia, il socialismo. Nel testo del 1924, quando ancora il vecchio leader era alla testa del Kuomintang e manteneva vivo il rapporto con i comunisti, la riflessione si allargava alla triade ereditata dalla rivoluzione francese. Ma quella triade non andava bene: di libertà, intesa come rispetto delle potenzialità dell’individuo, ce n’era stata fin troppa in Cina. I cinesi erano «come la sabbia del mare»: ognuno sciolto da qualunque vincolo nei confronti degli altri. Si trattava al contrario di rafforzare i legami sociali, di trasformare quella sabbia in cemento. Anche di uguaglianza ce n’era stata troppa: era diventata appiattimento delle risorse individuali. Bisognava invece che emergessero i talenti, e che si restasse all’uguaglianza dell’accesso alla politica, cioè alla democrazia. La fraternità compare alla fine della trattazione del primo e più importante dei tre principi, il nazionalismo, quello che deve consentire la sopravvivenza del popolo cinese, minacciato secondo Sun addirittura di distruzione fisica dall’imperialismo occidentale e giapponese. Si lamenta la scomparsa dai templi della religiosità popolare di una delle due parole chiave della religione tradizionale cinese: chung, la lealtà. Rimane solo l’altra: hsiao, la pietà filiale. La fraternità è vista come una rielaborazione della tradizionale lealtà, iscritta nel culto degli antenati, e che ora non è dovuta più all’imperatore, il quale non c’è più, ma al popolo. La fraternità è l’equivalente del «vasto amore», l’«amore senza discriminazioni» col quale l’imperatore ricambia la lealtà del suo popolo [13]. Si potrebbe dire che ora il popolo deve a se stesso lealtà e amore, e che questa è per Sun Yat-Sen la trasposizione cinese della fraternità nazionale.
Più avanti, discutendo il secondo principio, quello della democrazia, il pensiero di Sun si complica, e la traduzione nell’esperienza cinese dei tre principi della triade rivoluzionaria francese dà luogo ad alcune oscillazioni che dimostrano la sostanziale unità dei tre principi del rivoluzionario cinese, nonché il loro valore complessivo come programma di mobilitazione. La democrazia riassume in sé il principio nazionale. E’ insieme libertà e uguaglianza, vita spirituale e materiale del popolo, che, secondo la tradizione confuciana, si trovano inscindibilmente legate. La democrazia è l’insieme di regole che permette al principio nazionale di svilupparsi in tutte le sue conseguenze; e in questo senso è l’equivalente della libertà della rivoluzione francese. Del resto il pensiero di Sun si fa oscillante. Il nazionalismo sembra la traduzione dell’uguaglianza, in quanto garantisce a tutti i cittadini pari diritti [14]. In realtà è l’unica forma di uguaglianza possibile, essendo esclusa l’uguaglianza naturale.
8. Lo scopo di queste considerazioni non è quello di stabilire l’una o l’altra delle eventuali affinità, fra la triade della rivoluzione francese e quella della rivoluzione nazionalista cinese. Ma di mettere l’accento sulla profonda unitarietà di entrambi i complessi simbolici, rispetto alla definizione e alla mobilitazione della comunità nazionale, caratterizzata da legami di fraternità o lealtà reciproca. Non si costruisce una mobilitazione rivoluzionaria, senza un programma che disciplina e legittima lo sforzo di fare appello a tutte le risorse materiali e politiche del paese. Questo programma ha in entrambe le rivoluzioni il ritmo ternario di uno slogan che raccoglie in sé la necessità di regole per l’accesso alla politica, di regole per l’accesso alle risorse e di coesione comunitaria nazionale.
NOTE
1- Sulla storia del termine «rivoluzione» cfr. K. Griewank, Il concetto di Rivoluzione nell’età moderna, Firenze, La Nuova Italia, 1979; R. Koselleck, Revolution, in Geschichtliche Grundbegriffe. Historisches Lexikon zur politisch-sozialen Sprache in Deutschland, Stuttgart, Klett, 1984; A. Rey, “Révolution”. Histoire d’un mot, Paris, Gallimard, 1989.
2- F. Furet, Critica della Rivoluzione francese, Roma-Bari, Laterza, 1980.
3- Tamara Kondratieva fornisce una buona sintesi del peso che l’esperienza giacobina assumeva per i bolscevichi: Bolcheviks et Jacobins, Paris, Payot, 1989.
4- Ho discusso già più volte questi problemi. Cfr. fra l’altro, P. Viola, Il trono vuoto, Torino, Einaudi, 1989.
5- Cfr. L. Hunt, The Family Romance of the French Revolution, Berkeley, University of California Press, 1992.
6- B. Constant, De la liberté des anciens comparée à celle des modernes, ripubblicato in De la liberté chez les modernes, Paris, Pluriel, 1980.
7- Aveva parlato di dérapage nel manuale scritto insieme a Richet nel 1965. Il giudizio è corretto in Critica della rivoluzione francese… citata.
8- Cfr. J. Ritter, Hegel e la rivoluzione francese, Napoli, Guida, 1970.
9- Cfr. F. Furet, Marx e la rivoluzione francese, Milano, Rizzoli, 1989.
10- Annales de la Chambre des Députés. Cinquième législature. Débats parlementaires. Sessione del 29 gennaio 1891, vol. I, pp. 177-197.
11- Cfr. S. Luzzatto, La “Marsigliese” stonata. La sinistra francese e il problema storico della guerra giusta (1848-1948), Bari, Dedalo, 1992.
12- Sun Yat-Sen, I tre principi del popolo, a cura di E. Collotti Pischel, Torino, Einaudi, 1976.
13- Ibid., pp. 94 sgg.
14- Ibid., p. 152.

fonte http://www.sissco.it/articoli/rivoluzioni-1087/le-rivoluzioni-francesi-e-la-mobilitazione-nazionale-1091/

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Calvi e la guerra franco-napoletana del 1798 – 1799

Posted by on Lug 4, 2019

Calvi e la guerra franco-napoletana del 1798 – 1799

Calvi si trovò direttamente coinvolta per la sua eccellente posizione strategica nei tragici eventi della guerra franco-napoletana del 1798 – 1799.
Nonostante l’accordo di pace tra il Regno delle Due Sicilie e la Francia sancito il 5 giugno 1796 a Brescia e firmato il giorno dopo a Milano, il 23 ottobre del 1798 il Regno di Napoli entrò ancora una volta in guerra contro i francesi appoggiato dalla flotta inglese al comando del lord Horatio Nelson, l’ammiraglio britannico più famoso di tutti i tempi. L’esercito napoletano, affidato alla guida del generale austriaco Karl Mack, barone di Leiberich, e composto da 70.000 uomini reclutati in poche settimane, invase la Repubblica Romana con la dichiarata intenzione di ristabilire l’autorità papale.
Dopo un’iniziale avanzata fino a Roma, l’armata napoletana, composta da truppe inesperte e mal addestrate, fu sconfitta dall’esercito francese numericamente inferiore ma agguerrito e risoluto.
Lo scontro decisivo di Civita Castellana del 5 dicembre 1798 vide fronteggiarsi il grosso delle milizie partenopee e quelle transalpine del generale Étienne Macdonald; l’esercito borbonico, frazionato in diverse colonne separate, venne progressivamente battuto e completamente sbaragliato dai francesi opportunamente concentrati dall’abile generale d’oltralpe.
L’evento riportato da molti libri di vecchia data “ Calvi in Terra di Lavoro … I francesi capitanati dal Macdonald, a’ 9 dicembre 1798, s’impadronirono di Calvi dopo aver sconfitta la miglior parte dell’armata napoletana presso le sue mura  rappresenta un falso storico perché la battaglia in questione si svolse a Calvi dell’Umbria.
Intanto, Ferdinando IV, preoccupato per l’avvicinarsi dell’armata nemica alla capitale del regno, nominò il 21 dicembre 1798 vicario generale del regno il principe Francesco Pignatelli Strongoli, conte di Acerra e marchese di Laino, senza lasciargli tuttavia disposizioni precise.
In quella notte, la famiglia reale borbonica, l’ambasciatore britannico e il suo entourage, alcuni nobili napoletani (il Duca di Calabria, il Principe di Salerno e le principesse Maria Cristina, Maria Amalia e Maria Antonia) e la maggior parte dei mercanti e gentiluomini inglesi per un totale di circa 600 persone s’imbarcarono sulla nave della marina reale britannica HMS Vanguard affidata al comando del contrammiraglio Nelson e protetta da alcune navi da guerra napoletane.
La Vanguard salpò dalla rada di Napoli il 23 dicembre per approdare a Palermo il 26 dicembre. A bordo della nave, il 25 dicembre trovò la morte il principe Alberto di Napoli e Sicilia, figlio del re Ferdinando VI e di sua moglie Maria Carolina d’Austria.
Sul fronte di guerra, i napoletani, durante la precipitosa evacuazione del territorio pontificio, abbandonarono nel porto di Anzio una flottiglia di 15 barche a vela cariche di viveri e si ritirarono demoralizzati a Capua dietro la profonda linea del Volturno. Di contro, i francesi, ritornati a Roma quasi increduli, decisero di invadere il Regno di Napoli attraverso cinque direttrici principali. Nel settore costiero, le truppe del generale Gabriel Venance Rey marciarono su Gaeta passando per Terracina e Fondi. Sulla sua sinistra avanzò il generale Macdonald che dagli Abruzzi raggiunse Sora e Arpino. Al centro l’ala diretta dal generale Jean Étienne Championnet proseguì alla volta di Valmontone, Frosinone, Ferentino e Ceprano. I reparti di Louise Lemoine si spinsero a l’Aquila, Sulmona e Popoli. La divisione di Guillaume Philibert Duhesme, respinto il nemico a Pescara, si riunì con quella del Lemoine per proseguire alla volta del sud della penisola.
Nei primissimi giorni del 1799, il comandante in capo dell’armata di occupazione transalpina Championnet e il Macdonald si ricongiunsero a San Germano (l’odierna Cassino) in Terra di lavoro. Il giorno seguente, la brigata del generale Maurice Mathieu si spinse in avanti a Calvi sulla strada di Capua, all’altezza di San Secondino, all’incrocio delle strade per San Germano e Roma.
Il 4 gennaio 1799, il comandante Championnet, approfittando di favorevoli circostanze, occupò la posizione di Calvi.

Les circostances étoient favorables: on marche de Cajanello sur Calvi dont on occupe la position. (1)

In aggiunta, la 12° mezza brigata di fanteria agli ordini del generale Antoine Girardon lasciò Vairano per attestarsi a Calvi sulla destra della Regia Strada d’Abruzzo (l’odierna Casilina). La 97° mezza brigata di fanteria di linea, comandata dallo chef de brigade Claude Nérin, era già arrivata a Calvi e disposta alla sinistra della grande via.
Il generale Rey ricevette l’ordine di discendere da Calvi per occupare la posizione più avanzata. Lasciata una riserva a Calvi, la divisione occupò Caiazzo, le alture di Gerusalemme e supportò la sua destra sulla grande strada di Capua.

Le général Rey … recut l’ordre de descendre de Calvi et de venir prendre la position suivante. Cette division occupa Cajazzo, la montagne de Jérusalem, et appuya sa droite à la grande route de Capua … Una réserve fut placée à Calvi. (1)

Per mantenere le comunicazioni tra Calvi e Venafro fino all’arrivo del comandante Lemoine, il generale Forest occupò Vairano con un reggimento di truppe leggere.

Le général Forest, jusqu’à l’arrivée du général Lemoine, et pour tenir les communications de Calvi avec Venafro, occupa avec un régiment de troupes légéres, le poste intermédiarie de Vairano. (1)

Nella cittadina calena, il generale Championnet ricevette le informazioni che i generali Duhesme e Rey avevano occupato rispettivamente Pescara il 24 dicembre e Gaeta il 31 dicembre 1798.
La posizione di Calvi era eccellente. La città dominava tutta la piana di Capua ed era difesa da un burrone molto profondo e ripido. I francesi, cultori dell’arte antica, notarono sulla destra le vestigia dell’anfiteatro romano di Cales e a sinistra considerarono l’eventualità di sfruttare il vecchio castello come baluardo di difesa.

La position de Calvi est exellente: elle commande toute la plaine de Capoue et se trouve defendue par un ravin très profond et très escarpé: il y a à droite les vestiges d’un cirque et à gauche un vieux chateau fort dont on peut tirer parti pour [constituer] des moyens de defense”. (2)

In quello stesso giorno, dall’agro caleno il generale Macdonald decise di attaccare con irruenza gli avamposti nemici con i granatieri delle 11° e 97° mezze brigate e di impossessarsi della piazza di Capua. Diede così inizio ad una operazione rischiosa ed avventata che poi, in serata, definì di “ricognizione”. Dopo alcuni brillanti assalti, concesse imprudentemente, su richiesta del Mack, una breve tregua per consentire il transito della vettura dell’ambasciatore cisalpino. Il comandante napoletano ristabilì le sue posizioni ed ordinò alla cavalleria di inseguire le truppe d’oltralpe in ritirata verso Calvi. Il generale Mathieu riportò la rottura del braccio destro per un colpo di biscaglino (antica arma da fuoco consistente in un grosso moschetto).
Le chef de brigate Poitou, con il suo reggimento e la sua artiglieria, lasciò Venafro per raggiungere Calvi aumentando la riserva.

Le chef de brigate Poitou, avec son régiment et son artillerie, quitta Venafro pour venir à Calvi augmenter la reserve. (1)

In seguito, considerando un rapporto inviato allo stato maggiore francese, le truppe partenopee furono sul punto di assaltare il campo di Calvi con gli avamposti già radunati a Rocchetta distante due o tre miglia dal bivacco. Lo Championnet chiese l’invio di un distaccamento di soldati a Rocchetta e Croce. La compagnia doveva dirigersi, se fosse stato possibile, fino a Roccaromana sulla riva destra del Volturno. L’ufficiale, inviato in quelle zone, doveva informarsi sulle reali intenzioni del nemico di attaccare il campo collocando delle sentinelle sulle montagne più alte, che controllassero se i fuochi fossero numerosi.

Un rapport m’arrive a l’instant, Citoyen, que l’ennemi marchait sur le camp de Calvi et que les avant postes étaient déjà arrivés a Roquetta, distant de vostre bivouaque de 2 à 3 miles; vous sentez qu’un rapport de cette nature mérite d’etre approfondi.
En conséquence, au recu du présent ordre, faites partir un détachement qui se diriger sur la Roquetta [et] qui poussera, s’il est possible, jusqu’a Romano, sur la rive droite du Volturne: l’officier que vous enverrez dans cette partie doit bien s’informer si l’ennemi marche pour attaquer le camp; il placera sur les plus hautes montagnes des sentinelles, qui reconnaitront si les feux sont nombreux. Enfin, rien ne doit échapper à la surveillance de l’officier que vous enverrez. (2)

Due compagnie di granatieri del 12° ed una della 97° furono inviate sul posto. Superando Rocchetta, si spinsero su un versante fino al monte San Salvatore e sul fianco opposto ai boschi di Riardo, ma non trovarono traccia del nemico.
Mentre a sud di Calvi si attestava la linea del fronte, a nord bande di ribelli attaccarono le truppe straniere. Tre compagnie ricevettero l’ordine di dirigersi senza indugio, da Calvi passando per Teano, verso i villaggi di Marzano Appio, Caianello e Campagnola per disarmare nei campi di questi comuni chiunque fosse trovato in possesso di armi. In caso di resistenza, la disposizione prevedeva di incendiare i villaggi e di fucilare i ribelli.

…. Avec trois Compagnies, il se dirigera sur les villages de Marzano, Cajanello et Campagnola; il passera de Calvi par Teano, où il prenda un guide pour se diriger vers les dit villages. Il a ordre de faire désarmer sur le champs ces communes, si elles sont trouvées en armes. En cas de résistance, l’ordre précis du General en chef est qu’il brule ces villages et qu’il fusille les rebelles. Cette mission remplie, il rentrera dans son camp et m’en rendra compte. (2)

Le tre compagnie subirono l’assalto dei contadini insorti lungo la strada. I ribelli uccisero tre uomini, tra i quali il tenente Poinset, per poi ritirarsi sulle montagne. I tre villaggi furono trovati abbandonati.
L’8 gennaio 1799 altre truppe francesi si distribuirono sul teatro di guerra. La 97° mezza brigata rimase al campo di Calvi. L’11° si stabilì a sinistra della grande strada a un miglio da Capua prolungandosi fino a Taverna Marotta; la 12° alla sua destra; la 30° si stanziò sul Monte Gerusalemme. I soldati del generale Rey e la legione polacca agli ordini del comandante Kniaziewicz occuparono la destra della via fino a Brezza e Cancello ed Arnone. Il parco d’artiglieria era posizionato a Pignataro Maggiore.
Il nemico, al contrario, ritirò tutte le proprie truppe sulla riva sinistra del Volturno. All’alba il generale Boisgérard, comandante del genio, e il colonnello Darnault, condottiero dell’omonima brigata, marciarono con una compagnia di granatieri allo scopo di ispezionare la riva del Volturno. Caddero in un’imboscata e furono fatti prigionieri. Il Boisgérard, ferito, morì dopo alcuni giorni. Ciò incoraggiò i napoletani ad attaccare Bellona con l’intento di arrivare a Pignataro per Pantuliano, in prossimità del grande accampamento di Calvi. I francesi, dopo un’iniziale fase di sbandamento, ricacciarono i borbonici fin dietro alle posizioni occupate precedentemente.
L’assedio della piazza di Capua durò alcuni giorni perché l’11 gennaio 1799 fu stipulato l’armistizio di Sparanise, casale della Regia Città di Calvi.
Ma di questo ne riparleremo in seguito.

1) C. Bonnamy, Coup d’oeil rapide sur les opérations de la campagne de Naples jusqu’à l’entrée des Français dans cette ville, Paris, 1800
2) “Le patriotisme et le courage”. La Repubblica napoletana del 1799 nei manoscritti del generale di brigata Antoine Girardon, a cura di Georges Segarini e Maria Pia Critelli, Presentazione di Anna Maria Rao, Napoli, Vivarium, 2000

fonte http://www.lorenzoizzo.it/calvi-e-la-guerra-franco-napoletana-del-1798-1799/

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