Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

220 ANNI FA A FONDI E NEL SUD TRA FRANCESI E INSORGENZA

Posted by on Mar 23, 2019

220 ANNI FA A FONDI E NEL SUD TRA FRANCESI E INSORGENZA

Si saltano le vicende della insorgenza terracinese e quelle di Monticelli (o Monticello, oggi Monte San Biagio), andando a pie’ pari  a  Fondi. La città, la prima del regno di Napoli sulla strada dei Francesi, fu presa d’assalto la vigilia di Natale e conquistata con un solo colpo di cannone che, dicono le cronache, distrusse [s1] la Porta romana e uccise un contadino che camminava nei paraggi. La furia francese fu terribile: venne incendiato l’antichissimo teatro baronale, risalente al XII-XIII secolo (mai più ricostruito), saccheggiati e bruciati sulla pubblica piazza i documenti dell’anagrafe, dell’archivio comunale, del palazzo baronale, “inclusa la ricca biblioteca”, la maggior parte degli archivi di chiese, dell’episcopio, dei conventi, delle corporazioni, persino dei privati, come la famiglia Calamita, che custodiva il Libro delle Assise con le consuetudini della città. Era la cancellazione della memoria di una comunità. Molte chiese furono incendiate e profanate, opere d’arte distrutte o vandalizzate. L’albero della libertà fu piantato, provocatoriamente, davanti alla chiesa di S. Maria Assunta. Sullo slancio, i francesi assalirono e catturarono il fortino che difendeva Itri nelle Gole di S. Andrea, e penetrarono nel paese, che venne sottoposto a saccheggio e ad uccisioni. Anche il Santuario della Madonna della Civita venne depredato il 30 dicembre. Tra il 30 e il 31 dicembre, si arrese anche la piazzaforte di Gaeta, dopo una trattativa tra il governatore Fridolin Tschudy, il vescovo, i maggiorenti della città e il comando dell’esercito francese. I giacobini gaetani innalzarono due alberi della libertà. I patti di resa scongiurarono gli eccessi, ma un documento dell’archivio episcopale elenca i molti danni arrecati a varie proprietà ecclesiastiche. Nello stesso 30 dicembre i francesi occuparono i borghi di Mola e Castellone, lontano ricordo dell’antica Formiae. La conquista dette ai due centri l’occasione per riunificarsi sotto la Municipalità costituita nel gennaio 1799, con a capo gli Edili; a Mola, lungo la via Appia, fu innalzato l’albero della libertà, una colonna corinzia, poi scomparsa nell’Ottocento e della quale sono state recentemente ricostruite le vicende, con lo spostamento dalla originaria posizione e il ripristino in altro luogo. Il giorno dopo, ultimo di quel 1798, le truppe francesi raggiunsero Traetto, l’odierna Minturno, e, dopo aver lasciato piccoli distaccamenti nei paesi conquistati, si diressero su Capua, dove l’1 1 gennaio affrontarono l’esercito napoletano, sconfiggendolo. Anche a Ponza era stato innalzato l’albero della repubblica: a farsi portavoce dei nuovi sentimenti giacobini era stato il giovane alfiere Luigi Verneau, figlio del comandante della guarnigione. Come è noto, la conquista durò poco. Nella primavera del 1799 la coalizione europea iniziò una forte pressione armata sui francesi, mentre nello stato napoletano si allargava e si fortificava l’insorgenza, che diveniva fenomeno organizzato: nel sud, con le bande sanfediste guidate dal cardinale Ruffo; nel territorio della odierna provincia di Latina, con bande di “scarpitti”, contro la cui crescente aggressività i francesi reagirono duramente. Championnet ricorda che un generale non deve pensare ai lutti altrui, ma ai risultati militari, e dette una concreta e spietata dimostrazione di questo teorema a Traetto e a Castelforte, che vennero messe a ferro e fuoco. Il generale polacco Dombrowski attaccò Traetto alla baionetta la notte di Pasqua, tra il 24 e il 25 marzo 1799, provocando 349 morti. Il canonico Gaetano Ciuffi ne ha lasciato, cinquant’anni più tardi, una cronaca molto vivace. Il sacerdote attribuisce, anzi, a quell’episodio il principio fatale del decadimento di questo bel paese” che “veniva con ragione annoverato tra le più cospicue città del Regno”. Il canonico riferisce che “furono massacrate circa ottocento persone (inclusi gli individui dei paesi circonvicini)” e aggiunge: “I più belli edifici furono rovinati, o totalmente distrutti, tra i quali ricordare si deve la magnifica chiesa di S. Francesco […], distrutte restarono pure la Cartiera e la Faenziera in Scavoli [Scauri], e molti edifici quasi del tutto rovinati, tra i quali la bellissima chiesa di A.G.P. (cioè l’Annunziata) ed il palazzo del duca di Carafa”. Insieme agli edifici, ci fu razzia di beni artistici, arredi sacri, mentre molti dei libri conservati nel convento francescano e nelle chiese finirono distrutti. Tra il 25 e il 26 marzo fu assalita anche Castelforte, che patì molti morti, ma che, stando alle cronache locali, procurò molti problemi agli assalitori, che lasciarono sul terreno circa 600 uomini, cifra che, se vera, è davvero imponente. A Maranola, alle spalle di Formia, e all’epoca ancora comune autonomo, per garantirsi dalla cittadinanza l’erogazione delle vettovaglie i militari presero in ostaggio le donne, episodio che resta nella memoria popolare. Ma non si comporterà molto diversamente Fra’ Diavolo, quando, alla testa dell’insorgenza, qualche mese dopo, si sostituì ai francesi nello stesso comune per sollecitarne contribuzioni forzose. E’, ormai, l’inizio della fine di questa prima avventura giacobina, che viene preannunciata dagli episodi di Traetto e Castelforte, ma che trova riscontro anche nella occupazione di Ponza da parte della flotta britannica, il 15 aprile 1799. La reazione che si scatena sull’isola porta all’abbruciamento dell’albero della libertà, e alla successiva, barbara uccisione, il 6 luglio, al Foro borbonico, di Luigi Verneau, dopo essere stato prima condotto a Procida nel maggio e poi ricondotto a Ponza. Anche a Fondi l’alberoviene abbattuto e sostituito da un obelisco sormontato da una croce, e analoga reazione si ha a Monticelli. I francesi, ormai, si preparano a sganciarsi: Fra’ Diavolo, nel giugno del 1799, colloca il suo quartier generale tra Maranola e Formia, ponendo l’assedio a Gaeta, che conquista il 31 luglio. Da quel momento la ritirata francese non ebbe più soste, ma lasciò brutali segni del suo passaggio.

fonte http://www.pgsblog.it/2018/05/220-anni-fa-a-fondi-e-nel-sudtra-francesi-e-insorgenza/

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1799: Barletta nel turbine della Rivoluzione

Posted by on Mar 23, 2019

1799: Barletta nel turbine della Rivoluzione

Per capire i fatti del ’99, bisogna inquadrarli nel contesto storico del tempo dominato dalla Rivoluzione francese che, partendo da Parigi, con effetto domino, diffuse rapidamente i suoi principî in tutta Europa, un po’ con la forza delle idee, un po’ con quella delle baionette.

Il 23 ottobre ’98, incoraggiato dall’allontanamento di Napoleone, partito per la spedizione in Egitto, Ferdinando IV re di Napoli ruppe gli indugi e dichiarò guerra alla Francia.

I Francesi occuparono gran parte del Reame inducendo il sovrano, il 23 dicembre ‘98, a imbarcarsi con la famiglia sulla “Vanguard”, la nave ammiraglia di Orazio Nelson, diretta a Palermo.

Il 23 gennaio il generale Championnet, alla testa della sua armata, entrò in Napoli dove diede forma repubblicana al distrutto stato borbonico.

Frattanto il governo rivoluzionario affidò all’avvocato Mario Pagano l’incarico di preparare una bozza di Costituzione repubblicana.

Come aveva vissuto, Barletta, quelle tremende giornate, dalla fuga del re all’occupazione napoletana delle truppe francesi? Alla notizia della fuga del re, il 23 dicembre ’98, grande era stato il disorientamento della popolazione che, avendo continui contatti con Napoli, per ragioni amministrative e commerciali, era informata pressoché giornalmente di quanto accadeva nella capitale partenopea.

Si formarono subito due partiti, uno favorevole alla nuova ventata libertaria che soffiava da Parigi, e l’altra invece filoborbonica; ma gli esponenti dell’una e dell’altra parte in quei difficili frangenti di trepidante incertezza, non radicalizzarono le proprie posizioni, ma ognuno rispettando quella della controparte, tennero un atteggiamento di prudente attesa, alla quale concorsero anche i massimi esponenti del governo della città: il governatore civile don Ignazio Capaccio (risiedeva nel Palazzo Pretorio in via della Corte, oggi via Municipio); il castellano comandante militare della piazza di Barletta don Ruggiero Francesco e il portolano don Giorgio Esperti che aveva alle sue dipendenze un certo numero di guardie fiscali (oggi li chiameremmo “finanzieri”). I tre alti funzionari regî si tennero in disparte da quella situazione ancora così incerta e lasciarono che le decisioni venissero prese dal sindaco e dalla civica Municipalità.

Fra i principali fautori del nuovo corso, furono il nobile Francesco Paolo Affaitati, ufficiale di marina che portò dalla sua i marinai del porto, e l’avv. Giuseppe Leoncavallo, nonché sei preti: Luigi Acquaviva, Luigi Campanile, Antonio Casale, Antonio Francia, Carlo Moles e Orazio Raffaele.

All’inizio, i primi giorni dell’anno, la popolazione era, per metà realista e per metà giacobina.

L’incertezza finì quando i barlettani seppero che il governo di Napoli aveva deciso di inviare delegazioni nelle città del Regno per instaurare anche in periferia un nuovo regime libertario ispirato ai principî della Rivoluzione francese.

A quel punto prese decisamente il sopravvento la corrente democratica alla quale quella nobiliare non si oppose, ma anzi con essa concorse a predisporre le nuove determinazioni municipali.

Barletta aderisce alla Repubblica partenopea (2 febbraio)

Barletta fu fra le prime città del Sud ad aderire alla Repubblica partenopea.

E don Camillo Elefante annoterà nella sua Cronaca, con grande perspicacia dei fatti: Si sentono nell’infima plebe de’ sentimenti d’uguaglianza, facendo miscuglio di giacobinismo e di realismo.

Il 2 febbraio, giorno della festa della Candelora, giunse in città il commissario della Repubblica napoletana, il canonico Ruggero Di Mola, il quale prese alloggio nella locanda “Osteria del Sepolcro” che stava appena fuori Porta Croce. Raccolse quindi sul sagrato della chiesa, su corso Vittorio Emanuele, quanta più gente poté vicina alle idee della rivoluzione e issatosi sul piedistallo di Eraclio, cominciò ad arringare la folla spiegando le ragioni della caduta della Monarchia e dell’instaurazione della Repubblica.

Don Camillo, nella sua Cronaca, registra con sorpresa questo brusco “rovesciamo di valori” da parte del popolo, fino a pochi giorni prima filomonarchico e oggi filorepubblicano.

Infiammatisi gli animi, i rivoltosi in corteo si recarono a casa del mastro-portolano, don Giorgio Esperti, la massima autorità amministrativa della città al quale offrirono l’incarico di presidente della nuova Municipalità, cioè di sindaco.

La mattina del 3 febbraio, di buon’ora, i banditori invitarono il popolo a radunarsi presso l’Albero della Libertà per nominare il nuovo Consiglio comunale che fu così composto: a presiederlo don Giorgio Esperti e 15 consiglieri, che la nuova nomenclatura repubblicana chiamava “decurioni”.

Eletti che furono, i nuovi “municipalisti” formarono un corteo al termine del quale, in piazza della Libertà, l’avvocato Leoncavallo, dal piedistallo di Eraclio, pronunziò un violento discorso contro il re.

Il nuovo Consiglio si insediò il 6 febbraio nel palazzo Pretorio, in via della Corte (oggi via Municipio) dove era anche l’ufficio del regio governatore Ignazio Capaccio. Essendo però il luogo inadeguato, fu deciso che il Consiglio si riunisse nel Castello.

I francesi occupano Barletta e di qui organizzano

la devastazione delle città di Andria e Trani (23 marzo e 1° aprile)

Il sindaco Giorgio Esperti, informato che le truppe francesi erano accampate a Cerignola, pronte ad occupare le città di Barletta, Andria e Trani, consapevole del difficile equilibrio che regnava a Barletta nella pacifica coesistenza fra filo monarchici e filo repubblicani, convocò i rappresentanti di entrambe le parti e spiegò loro che non era opportuno, per una città difesa da poche centinaia di soldati, opporsi ad una forza di occupazione di 8.000 uomini. Per cui suggerì di aprire le porte al generale Broussier, verbalizzando però, negli atti del Comune, che tanto si faceva per preservare Barletta da una sicura devastazione.

Il 16 marzo ’99 il generale Broussier, comandante della piazza di Cerignola, trasferiva il suo esercito a Barletta. All’esercito del generale Broussier (che don Camillo, fra fanti e cavalieri stima fra 4 e 5.000 soldati), si unì la legione napoletana del conte ruvese Ettore Carafa.

Il 23 marzo le truppe francesi occuparono e devastarono prima la città di Andria e poi quella di Trani.

Le truppe francesi abbandonano il Regno (7 maggio)

Il ritorno del regime borbonico

In assenza del generale Bonaparte, in Egitto, re Ferdinando da Palermo, con l’aiuto di Austria, Inghilterra e Russia, intraprese un’azione ritorsiva contro la Repubblica Partenopea, per cui i suoi adepti furono costretti alla resa. Le bande sanfediste del card. Ruffo, intanto, provenienti dalla Calabria e dirette in Puglia, assaltarono e diroccarono molte città pugliesi: Martina Franca, Altamura, Terlizzi… E Barletta?

Come in un primo momento i barlettani – nobili e popolani – s’erano accordati per accettare la Repubblica, allo stesso modo, ora, nell’approssimarsi del pericolo di una devastazione della città, si intesero per manifestare ai realisti borbonici una città interamente devota al re!

Sia durante il tempo del governo democratico che subito dopo, quando subentrerà la Restaurazione, né i popolari si scagliarono contro la nobiltà realista, né questa si rivalse sui primi. Certo non mancarono contrasti tra le opposte fazioni, ma si trattò pur sempre di scontri che non trascesero mai in violenze e saccheggi, e questo per la prudenza dei capi dell’una e dell’altra parte. Infatti al suo interno, pur nella temperie delle passioni che sconvolgevano il Regno e di qualche nascente contrasto fra forze tradizionalmente contrapposte, la città era pacificata.

La borghesia e il ceto popolare rappresentavano infatti forze che per interessi comuni e per idee, pur accettando i principî repubblicani, mantennero tuttavia una posizione moderata che caratterizzerà tutto il periodo dell’occupazione francese, tanto che Barletta, col linguaggio oleografico del tempo, si guadagnerà l’appellativo di “Città della pace”, per aver ospitato alcuni repubblicani che avevano lasciato le loro città devastate dalle rivolte sanguinose, mentre forse, con linguaggio più moderno e spregiudicato, potremmo anche definirla “Città del compromesso”.

I capi barlettani, che pure avevano sottoscritto l’atto di adesione alla Repubblica, non s’erano fatti suggestionare dalla ventata libertaria, raggiungendo gli eccessi oltranzisti vissuti dalle vicine città di Andria e Trani. Avevano infatti la lucida consapevolezza che un inasprimento dei contrasti sociali avrebbe inevitabilmente portato alla guerra civile con incalcolabili danni a cose e persone, prospettiva certo non incoraggiante.

Barletta, a quel tempo, era economicamente florida e i suoi traffici commerciali, oltre a renderla benestante, avevano contribuito a sviluppare una città tollerante nei rapporti fra le classi sociali, in modo che i contrasti nel governo, così accentuati nei centri vicini, qui erano invece temperati dalla compartecipazione alla cosa pubblica della classe nobiliare con quella artigiana e mercantile. Per questo nella pratica quotidiana della conduzione degli affari amministrativi, il patriziato locale e le classi popolari avevano imparato a convivere, cioè non solo per ragioni di civica tolleranza, ma anche per la convenienza che veniva ai loro affari.

Commenterà Giuseppe Maria Galanti, un conservatore con tendenze illuministiche: Tutti ostentano di essere repubblicani, ma al minimo cambiamento di scena tutti diventeranno realisti, perché in realtà ciò che soprattutto gli importa, è di garantire il proprio stato, le proprie fortune, le proprie prerogative.

fonte https://www.barlettanews.it/1799-barletta-rivoluzione/

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La democrazia degli intelettuali? Finisce in tirannia

Posted by on Mar 23, 2019

La democrazia degli intelettuali? Finisce in tirannia

La repubblica partenopea del 1799, nata sull’esempio della rivoluzione francese, segnò il trionfo del giacobinismo meridionale. Ma guai a chi lo dice!!!!

Abbasso il tiranno viva la Repubblica, abbasso la tradizione viva la Costituzione, abbasso la fede viva la Cultura, abbasso le feste popolari viva la stampa. E a sud viva la rivoluzione degli incorruttibili.
Sembra il manifesto dell’eroica lotta contro il berlusconismo, e invece è il sunto epico della repubblica partenopea del 1799.

Se la storia è maestra di vita, la rivoluzione napoletana è un monito perfetto per il nostro tempo. Elogiata dalla storiografia dominante, portata a esempio di progresso, giustizia, libertà e cultura contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere, è il paradigma rovinoso di una dittatura intellettuale.

Di recente ne tesseva gli elogi il Corriere della sera e ne accennava con favore lo storico Luciano Canfora, ma non c’è intellettuale «illuminato» che non esalti la rivoluzione del 1799. Invece io vorrei raccontarvi quel che i testi scolastici o canonici non scrivono. Una storia più cruenta delle terribili repressioni a sud postunitarie, di cui oggi tanto si parla.

Dunque, torniamo a Napoli nel ’700. Grande capitale europea con grandi sovrani, fiorisce la cultura in città e l’industria. Poi la decadenza. La monarchia borbonica si chiude in un paternalismo autoritario, feste farina e forca, superstizioso e diffidente verso la cultura. Brucia l’esempio della rivoluzione francese, il patibolo per i reali, parenti dei sovrani napoletani. Gli intellettuali di corte con i loro giornali invece s’innamorano di quel che succede a Parigi e rovesciano la monarchia. Piantano l’albero della libertà, arriva la repubblica a Napoli. Basta con la tradizione, il re e la religione. E chi non ci sta, sono dolori. Intere popolazioni insorgono contro la repubblica e contro gli intellettuali giacobini, e allora comincia la mattanza. Le città rimaste fedeli al re e alla religione vengono distrutte dai soldati francesi e dai loro collaborazionisti napoletani, i giacobini. Decine di migliaia di morti di cui nessuno parla; si parla invece delle decine di condannati a morte dal Borbone.

Avevano la sola colpa di restar fedeli al loro Re e alla loro Fede; alle loro pigre superstizioni, se non volete parlare di tradizioni. I rimedi per liberarli da trono e altare furono peggiori del male, più cruenti. Erano rozze le bande sanfediste del cardinale Ruffo che ad esempio uccisero alcune decine di patrioti repubblicani ad Altamura, tuttora ricordati; ma si dimentica che prima di quel massacro migliaia di abitanti dei centri vicini, di Trani, Andria, Carbonara, Gioia del Colle, Ceglie, Mola di Bari, furono sterminati da giacobini e francesi. Come in Vandea. Comitati, monumenti, libri, film, fiction, opere teatrali raccontano la Repubblica illuminata e il sacrificio di ferventi rivoluzionari. Ma nessuno ricorda quella gente. Marmaglia, vittime di una calamità naturale chiamata progresso, giustizia, illuminismo, emancipazione.

«Lo spettacolo è terribile. Cadaveri da per tutto, nelle strade e nelle case, tutti o parte bruciati dal fuoco delle case che sono state molto danneggiate; dei quartieri non più esistono, le fabbriche cadono, il teatro bellissimo è incenerito… la desolazione, il terrore vi comandano. Seguitano colà le uccisioni… gli orrori circa le violenze alle donne sono inesprimibili… pure le monache». La cronaca è tratta dal diario di un testimone dell’eccidio di Trani, seguito a quello di Andria, il magistrato Gian Carlo Berarducci. Fu pubblicato solo cento anni dopo. «I morti seppelliti finora, parte alla Madonna del Pozzo presso Bisceglie, parte verso Barletta, diconsi circa 2000. Altri ve ne sono», mentre centinaia di scampati si nascosero nei sotterranei di Santa Maria la Neve, «si diede l’orina da bere ai bambini, in altri luoghi si uccisero quelli che piangevano».

Trani e Andria avevano rifiutato di issare la bandiera giacobina e avevano sventolato la bandiera del regno borbonico e la bandiera nera in segno di resistenza a oltranza; ma diventò il sigillo del loro lutto. «Trani arde e il fumo giunge fin qui» scrive Berarducci. Le città vicine, spaventate dai massacri, preferirono la resa. Così Cetara fu distrutta, scempi nell’entroterra campano. Così in Molise o in Terra di Lavoro, nonostante fra’ Diavolo, meridionalista inconsapevole. Il Terrore. Quando il cardinale Ruffo riconquistò il sud, anch’egli con l’aiuto di stranieri, la flotta russo-turca al largo dell’Adriatico, vi furono feste popolari e religiose: «In Trani, Bisceglie, Corato, Ruvo, in tutti i luoghi vicini si sta nell’allegria massima». Il proclama reale dei ritornati borbonici elargiva non per magnanimità ma per riconquistare consensi e stabilità, «perdono generale alle città e individui, salvo alcune eccezioni».

La rivoluzione napoletana colonizzò il sud imponendo un modello astratto ed estraneo. L’esito fu la sanguinosa frattura tra la repubblica settaria delle élite e degli intellettuali giacobini e il popolo meridionale. Quella rivoluzione segnò la definitiva rottura tra riforme e tradizione, avvelenò la monarchia, creò un abisso tra élite e popolo, e in quel vuoto precipitò la borghesia meridionale. Lasciò il regno di Napoli in condizioni peggiori di come l’aveva trovato. «La ruina», come la chiamò Vincenzo Cuoco, cominciò con la Rivoluzione e proseguì con la Restaurazione. Cuoco in un primo tempo seguì la rivoluzione, ma poi da liberale si dissociò e sostenne che le rivoluzioni importate e calate dall’alto sono rovinose per i popoli.

Quando cadde la Repubblica esplosero i peggiori istinti della plebe e la dinastia borbonica finì in balìa dei suoi cinici alleati, gli inglesi. Le repressioni seguenti furono volute soprattutto dall’ammiraglio Nelson (una curiosità: il primo Mac Donald sbarcato al sud duecento anni prima dei fast food fu un generale britannico che fece a polpette gli insorti). La reazione borbonica risentiva del tragico esempio francese: il regicidio, il massacro della Vandea e la ghigliottina. Cuoco osservò: «Il male che producono le idee troppo astratte di libertà è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire». Si sacrifica l’umanità reale a un’umanità ideale. Difatti con la repubblica partenopea fu instaurata a Napoli la censura e furono eliminati i Sedili del popolo che rappresentavano, pur rozzamente, le istanze popolane. Memorabile è l’ordine che Eleonora Fonseca Pimentel e i giacobini dettero all’arcivescovo di Napoli: fingere che il sangue di San Gennaro si fosse sciolto per dare l’illusione alla plebe che il protettore di Napoli non fosse ostile alla repubblica. Fu un esempio di manipolazione del consenso attraverso l’uso cinico e superstizioso della fede.

Ingannare il popolo in nome della libertà e del progresso è un tratto tipico dell’ideologia giacobina. Da più di due secoli i peggiori crimini contro l’umanità si compiono a fin di bene. Questa fu la dittatura degli intellettuali, che seppe distruggere ma non costruire.

fonte http://www.ilgiornale.it/news/democrazia-degli-intelettuali-finisce-tirannia.html

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Le brioches di Maria Antonietta? Non sono mai esistite

Posted by on Mar 20, 2019

Le brioches di Maria Antonietta? Non sono mai esistite

Maria Antonietta e le sue brioches… un panettiere particolarmente fantasioso potrebbe ricavarci un ottimo prodotto. Peccato che Maria Antonietta non abbia mai risposto al popolo affamato che, in assenza di pane, oteva ricorrere alle brioches. Si tratta di un altro luogo comune storico duro a morire: una leggenda nata nella Rivoluzione per screditare la regina di Francia.

«La Rivoluzione ha capito, dai primi giorni, che per essa c’è un solo pericolo: la Regina. La sua intelligenza, la sua fermezza, la sua testa, il suo cuore, ecco il pericolo»[1], spiegavano i fratelli de Goncourt. In effetti, re Luigi XVI non aveva le capacità per spegnere l’incendio in atto in Francia; debole, timido, incapace politicamente, avrebbe però potuto contare sull’appoggio della moglie. I rivoluzionari lo capirono perfettamente, impedendo a Maria Antonietta qualunque margine di intervento politico: i libelli, le immagini diffamatorie, i giornali, le pubblicazioni di ogni tipo… tutti la vedevano protagonista delle più assurde sconcezze, condannando il suo modo di vivere, il lusso, le frivolezze. Lusso che c’era, è vero, ma che non era diverso da quello degli altri sovrani europei; mentre in merito alle accuse di immoralità e di depravazione, la storia ha lentamente contribuito, già negli anni della Restaurazione, ad una riabilitazione della regina. E Luigi XVI? Il re passava in secondo piano: per i rivoluzionari, il vero nemico da sconfiggere era lei, l’Austriaca.

Continuiamo a sfogliare l’essenziale Storia di Maria Antonietta dei fratelli de Goncourt, perché essi dicono bene quando affermano: «Di tutti questi nomi, di tutti questi pettegolezzi, degli aneddoti, delle cronache, dei discorsi, delle canzoni, dei libelli, di questa congiura della calunnia contro Maria Antonietta, cosa è restato? Un pregiudizio»[2]. È il pregiudizio che, duecento anni dopo, ci porta ad immaginare questa regina come una stolta viziosa, come una frivola civetta, come una maniaca del lusso e una dea della moda. È in virtù di questo pregiudizio che la modernità crede ciecamente alla frase: «Se il popolo ha fame, che mangi le brioches!». Si tratta, in verità, di un  falso storico: la frase «S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche», attribuita a Maria Antonietta, è in realtà già citata nelle Confessioni di Rousseau; il filosofo ginevrino narra un aneddoto di una principessa, che raccomandò ai contadini di mangiare brioches al posto del pane ormai finito. La principessa non poteva essere Maria Antonietta, che all’epoca non era ancora nata. A qualcuno, questa storia piacque; forse era una freddura che già girava di bocca in bocca da tempo; forse, qualcuno, aprendo le Confessioni di Rousseau, decise di sfruttarla contro l’odiata regina. Et voilà: già nel 1792, giravano libelli in cui si riportavano queste parole di Maria Antonietta. Ne parlò per primo, sembra, Le Père Duchesne, di Hébert[3]; sorpresa: egli fu anche uno dei più accaniti sostenitori della pena capitale per Maria Antonietta. Fu proprio Hébert che accusò Maria Antonietta di pratiche incestuose con il figlio, il delfino Luigi Carlo. Se Hébert arrivò a tal punto, possiamo credere alla sua buona fede, quando scrisse per la prima volta l’innocente battuta delle brioches? La domanda è puramente retorica: basta sfogliare Le Père Duchesne per rendersi conto che è letteralmente imbevuto di insulti gratuiti. «Foutre», “cazzo”, è l’intercalare più usato dal raffinato giornalista. Lessico banale, frasi brevi e concise, adatte al popolo, ma ancor più: al ventre del popolo. Hébert è prodigo di epiteti vergognosi nei confronti della regina e del re. Le famose brioches nascono probabilmente da questo autore; che, in tema di moralità e di rettezza d’animo, non poteva certamente dare lezioni.

Fonti:

[1] E. e J. De Goncourt, Storia di Maria Antonietta, Sellerio, Palermo, 2017, p. 266.

[2] Ivi, p. 204

Enrico Cavallo

http://www.altrastoria.it/2018/02/18/136/ s

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“IL 1799 E LA REPUBBLICA NAPOLETANA TRAETTO E SCAVOLI:STRAGI E DEVASTAZIONE”

Posted by on Mar 19, 2019

“IL 1799 E LA REPUBBLICA NAPOLETANA TRAETTO E SCAVOLI:STRAGI E DEVASTAZIONE”

L’ Ass. Id. Alta Terra di Lavoro sabato 23 marzo alle ore 17;00 presso il Castello Ducale di Minturno organizza in collaborazione con il “Comitato Luigi Giura” e con il Comune di Minturno un importante convegno  “IL 1799 E LA REPUBBLICA NAPOLETANA TRAETTO E SCAVOLI:STRAGI E DEVASTAZIONE”

    Interverranno Eduardo Esposito del Comitato “Luigi Giura”, Claudio Saltarelli Pres. Ass. Id. Alta Terra di Lavoro, Fernando Riccardi storico, saggista, membro della Società di Storia Patria di Napoli e Terra di Lavoro e Pres. dell’Ist. Di Ricerca delle Due Sicilie.

     Per i saluti istituzionali interverrà il Sindaco di Minturno Gerardo Stefanelli

     Nel convegno verrà presentato un importante testo che l’ Ass. Id. Alta di Lavoro ha di recente ristampato, in copia anastatica, l’opera scritta da Domenico Petromasi risalente al 1801, “Storia della spedizione del Cardinale Ruffo

     E’ la prima volta che nel nostro paese si compie un’impresa del genere: c’era già stata, infatti, in passato, qualche altra edizione della stessa opera, ma mai una ristampa anastatica, riproducente il testo nella sua versione originale.

     Tale libro, che contiene un corposo ed assai circostanziato saggio introduttivo a firma del suddetto storico Fernando Riccardi, ricostruisce, passo dopo passo e in maniera dettagliata, la straordinaria impresa che nel 1799 portò il cardinale calabrese Fabrizio Ruffo a riconquistare il Regno di Napoli, invaso dai giacobini, con la sua “armata reale e cristiana”, composta esclusivamente o quasi di volontari raccolti strada facendo sotto l’emblema della Santa Croce.

     Una vicenda che la vulgata storiografica dominante non ha trattato, nel corso degli anni, con la dovuta obiettività, gettando sulla stessa una densa patina di oblio.

     La preziosa cronaca di Petromasi, invece, restituisce la giusta proporzione a quegli accadimenti, che molto interessarono anche il territorio del Cilento e la stessa Calabria senza mai sconfinare nella partigianeria oppure distorcere gli eventi.

     Considerata l’importanza dell’opera, che costituisce un “unicum” a livello nazionale, considerato che “Michele Arcangelo Pezza alias Fra’ Diavolo”  e il Popolo di Traetto sono stati principali protagonisti di quel tumultuoso semestre e considerato che l’allora Traetto, oggi Minturno, anche in questa vicenda ha scritto una importante pagina di storia universale è importante che i Minturnesi si accostino ad una vicenda storica, quella del 1799, che ancora oggi resta assai poco conosciuta.

    Raimondo Rotondi reciterà in lingua Laborina monologhi teatrali

Claudio Saltarelli

Associazione Identitaria “Alta Terra di Lavoro

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FRA DIAVOLO, SCHERZO A CARNEVALE di RINO RELLI (12)

Posted by on Mar 18, 2019

FRA DIAVOLO, SCHERZO A CARNEVALE di RINO RELLI  (12)

1

Le maschere escono (13) ballando. (Sull’aria della Carmen)

Coro:                      Viva, viva Carnevale, cantiam tutti con amor

Viva il nume del liquore che ci fa sempre cantar.

Onori rendiamo a te Carnevale

Con blande canzoni le danze tue intrecciamo.

Con tazze e bicchieri, con te noi brindiam.

Gran nume del piacere te solo adoriam.

Lui con l’orgia e con il riso ci trasporta in paradiso.

Bis°.

Oh Carneval giocondo quando passi tu

Ride il cielo, ride il mare, gaio di gioventù

Piedimonte e una canzone che noi qui canterem

È una malia è una follia

Per noi bella è l’allegria e ci infischiam del mondo intero.

È Carnevale. Questo si fa.

Signora:                             Si sente bussare alla porta, ma non diamogli retta, cantiamo.

[Coro]                                Tutti i dolori per noi niente son. Inneggiamo cantiamo

                                           L’ eterne tue canzon

                                           Per noi bella è l’allegria e vogliamo sempre cantar

                                           È Carnevale, vogliam cantar.

Sig.ra:                                 Di nuovo si sente bussare alla porta, vediamo

                                            chi è questo volgare insultatore che insiste di

                                            entrare  qui a rompere la nostra compagnia.,

                                            lo facciamo entrare? 

Tutti:                                   Si, si, facciamolo entrare.

2-

Uno:                                  Avanti, entrate.                                                                                                                                                               

Spagnolo:                          C’è permesso?

Tutti:                                  Avanti.

Spagnolo:                          Sono entrato qui attratto da questo rumoroso baccano

                                           E vedo che proprio voi ne siete gli autori

                                           Mi permettete che vi esprima il mio giudizio ?

Tutti:                                  Avanti, spiegatevi.

Spagnolo:                          Voi inneggiate ad un dio falso e bugiardo il quale è questo

                                           Carnevale, mito a me sconosciuto. Inneggiate piuttosto ad un

                                           Uomo che fra poco lo vedremo giungere in mezzo a noi

                                           Per chiedervi un po’ di ospitalità.

Uno:                                   E chi è costui ?

Spagnolo:                           È Fra Diavolo, amici, evviva Fra Diavolo.

                                           O bella, nessuno mi risponde? Ebbene, fra poco lo vedrete

                                           E imparerete ad amarlo.

(rullano i tamburi)

Fra Diavolo:                     Tremate, tremate. Spalancate gli abissi. Sono io che sorgo

                                           Dal regno delle pene. Tremate, tremate.

(Si balla)                             ………………………………………………

Capo sala:                         Oggi mi sembra giornata delle meraviglie, ora col C’è permesso ?”

                                           Ora col “Tremate”. Signore, a nome di tutti vi dico: Chi siete e che

                                           Cosa Volete ?”

Fra Diavolo:                      Appunto. In poche parole vi spiego tutto. Il nome mio è noto a tutti

                                           Ed eccomi pure in mezzo a voi per un istante a festeggiare  questo

                                           Carnevale che non è stato festeggiato [mai] con tanto splendore come

                                            [in] questo anno. Da elegantissime maschere mi vedo circondato

                                            E vorrei per sempre restare in mezzo a voi, ma, ahi sorte crudele

                                            Che mi perseguita, è che io nel più bello della mia vita debbo

                                            Abbandonarvi per procedere per altre regioni, ma prima che io

                                            Vi abbandoni ascoltate con attenzione la mia parola. Io voglio 

                                            Cantarvi il mio carme, il mio preferito madrigale.

3-

(Canta Fra Diavolo)

                                           Quell’uom dal fiero aspetto guardate sul cammino               Re m.

                                           Lo stocco ed il moschetto ho sempre a me vicin,

                                           Guardate il fiocco rosso che io porto sul cappello

                                           E di velluto indosso ricchissimo mantel.

                                           Tremate, fin dal sentir del tuono                                             La.

                                           Che dell’eco viene il suono. Diavolo, Diavolo, Diavolo…

Si balla.                              ………………………………………………..

Fra Diavolo:                       Se do minaccia spesso a chi guerra mi fa

                                            Di me verso il bel sesso un più gentil non v’è…

                                            Più di una che io sorpresi la Nina lo può dire

                                            Tornata al suo paese col cuor pien di sospir.

Nina:                                   Tremate, dinanzi a lui sapete

                                            Quel che ognun di noi ripete Diavolo, Diavolo, Diavolo…

Un Cavaliere:                      Amici, ora che abbiamo conosciuto il caro Fra Diavolo,

                                             Cantiamoci inni, e brindiamo alla sua dipartita.

Tutti:                                     Si, si facciamoci brinnisi…

                                              Si,  facciamoci brinnisi.

Una donna:                          Attenzione ai bicchieri !

Tutti in coro: (sul motivo di piccolo vagabondo )

                                           Viva viva Fra Diavolo, Uomo pieno di conforto

 Prima che lo abbandoniamo  vogliamo a lui brindare

 Con l’orge e l’allegria cantiam le sue canzoni

 Viva viva Fra Diavolo ed il suo buon umore

 Viva il bandito Fra Diavolo, uomo sempre spensierato

 Cosa importa che sei bandito? Tu sollevi i nostri affanni

 Siamo nati per morire, con te vivere beato

 E felice per mille anni, per mille anni

 Tu ci trasformi(14) con ebbrezza, la tua eterna contentezza,

 Tu ci trasformi con ebbrezza, la tua eterna contentezza.

Balletto                                            ………………………………………………..

Tutti in coro:                      Tu ridoni ai nostri cuori,tu ridoni ai nostri cuori

 La dolcezza e l’esultanza, la dolcezza e l’esultanza,

 Ravvivi i nostri amori, con la fe’, con la speranza

 Tu col dolce tuo sorriso, ci trasporti in paradiso …           Bis

4-

(Quartetto della Lucia di Lammermoor)

(Canta Fra Diavolo)    

                                           Grazie, grazie a voi pure, miei seguaci spensierati,

                                           Degli elogi che voi fate, a me nume, a me nume del piacere.

                                           Viva le maschere,

                                           Amici evviva, evviva l’armonia, amici evviva, evviva il buon umore

                                           Viva il buon umore.

Tutti:                                  Viva il liquor, Viva viva l’amor

                                           Noi non siamo le maschere Tal proprio segnate,

                                           Siamo esse ammirate sul suolo e sul mare…

(Brinneso)

Fra Diavolo:                       Viva, viva il liquor,  viva l’amor…

Tutti in coro:                       Per questo bel signore nostro compagnone maschere allegre

                                            Siamo, Beviam, beviam, beviam,

                                            I calici ricolmi di questo bel liquore                                    Fa mg.

                                            Tutto d’un fiato vogliam tracannar

                                            Evviva Fra Diavolo.

Solo fra Diavolo:                Evviva voi tutti, lo sapete, perché no?

                                            Perché col bel liquore previen l’orgia e cantare

                                            Maschere allegre siamo beviam, beviam, beviam.

Tutti:                                   Perché col bel liquore previen l’orgia e cantare

                                            Maschere allegre siamo beviam, beviam, beviam.                                                                                                                                                              5-

                                             Con i liquori belli, belli e scintillanti

                                             Che nelle coppe limpide, limpide e brillanti

                                             Evviva, evviva l’armonia, l’allegria, il buonumor

                                             Evviva, evviva l’allegria, l’armonia, il buonumor.                (Bis)

                                             Or che noi siamo in buon umore, in buon umore

                                             Ti salutiamo Fra Diavolo con cuore

                                             Evviva, evviva , evviva il Fra Diavolo, il Fra Diavolo, il Fra Diavolo.

                                             Or che siamo in buonumore, evviva il liquore

                                             E di casa il buon padrone.

                                             E a questo eccelso nume facciamogli onor.

Quadriglie                           ……………………………………

                                                                                                                    Firma indecifrabile.

————–

1- Cfr. O. Casale –a cura di– Canti carnascialeschi napoletani, Roma, Bulzoni, 1977. 2- Da G. Miranda, Breve storia del Carnevale a Napoli, Napoli, 1893, in AA. VV., Monumenti e miti della Campania, Felix. Le feste, Napoli, Pierro, 1996, pp. 63-76)   3- Cfr. P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri, 1976. A. Rossi, R. De Simone, carnevale si chiamava vicienzo, Roma, De Luca, 1977. 4- D. Marrocco, Piedimonte. Storia – Attualità, Napoli, Treves, 1961, pp. 404 e 406-7. 5- Cfr. documenti in F. Barra, Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815, Napoli, SEM, 1981, pp. 297-301 e in P. Pecchia, Il Colonnello Michele Pezza,( fra Diavolo), Fondi, Kolbe, 2005, pp. 21-91. 6- R. Di Lello, Briganti in Irpinia al tempo dei Borbone, in “Otto pagine”, Avellino, L’Approdo Ed., XIII (2007) 222, p. 19;  228, p. 7;  235, p. 7; 242, p. 9. 7- Cfr. documenti in P. Pecchia, pp. 226,228 e 231. Cfr. altresì B. Amante, Fra Diavolo e il suo tempo, Firenze 1904 – Napoli, ABE, 1974, pp. 370-372. 8 Cfr. P. Pecchia, pp. 181-191. Id., Cimeli di frà Diavolo. Memorie del bicentenario della morte di Michele Pezza (1806-2006) Fondi, Kolbe, 2009, p.70. 9  Cfr. G. Dauli, Fra Diavolo, Milano, Aurora, 1934,  p. 174) 10- Cfr. AA.VV., Brigantaggio Lealismo Repressione, s.l., Macchiaroli, 1984, pp. 302-303, n. 622;  307, n. 631; 308-309, nn. 633-635; 310, n. 640. 11- Fornitomi in fotocopia con le musiche, per la pubblicazione, dalla professoressa Netta Antonucci da Piedimonte, la quale l’ebbe, quando prese parte a una recita, nel 1967. 12- Pseudonimo di Gennarino Caprarelli. 13- Modo di dire che allude all’uscita sulla scena. 14- Forse da leggere: trasfondi, anche nel verso seguente.

fonte http://www.visitaitri.it/rosario_di_lello.htm

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