Alta Terra di Lavoro

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ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL FENOMENO DEL BRIGANTAGGIO INSORGENTE

Posted by on Nov 1, 2017

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL FENOMENO DEL BRIGANTAGGIO INSORGENTE

La criminalità è una piaga sociale che, al pari della prostituzione, è vecchia quanto il mondo. Essa, come noto, si articola in diverse forme, che, però, non prenderemo in esame, poiché, del fenomeno, ci interessa in particolare solo un aspetto, quello relativo al brigantaggio. Per parlare del brigantaggio, come di qualunque altro argomento, è necessario innanzi tutto, inquadrarlo etimologicamente. Prima di fare ciò, però, con dolore e con grande amarezza, sento il dovere di fare una precisazione. Appena si tenta una ricerca e si completa o il vocabolo “brigante” o quello di “brigantaggio”, anche se si precisa che la ricerca è interessata ad indagare un’ età diversa da quella contemporanea o un’area differente dall’Occidente, le fonti sfornano come per incanto le vicende relative al mezzogiorno d’Italia, come se i briganti e il brigantaggio fossero un prodotto esclusivo del Meridione e le altre aree del mondo non avessero mai conosciuto il fenomeno. Ciò detto, vediamo come definisce il “brigantaggio” il Dizionario Storico Treccani: <<Fenomeno caratteristico di tutti i Paesi in determinate fasi di squilibrio sociale e  politico, il brigantaggio ha spesso superato il piano della pura delinquenza, configurandosi come manifestazione di uno stato di disagio economico e sociale e inserendosi in più complessi movimenti politici … L’ azione del brigantaggio meridionale, spietatamente repressa sotto G. Murat e riapparsa in modo sporadico dopo il 1815, si manifestò da ultimo, dopo il 1860 e la nascita della Italia unita, sotto il manto del lealismo borbonico>> .

Come si può facilmente evincere dalla definizione del termine data dall’autorevole fonte divulgativa citata, il brigantaggio nel Regno delle Due Sicilie è presentato come fenomeno che, “sotto il manto del lealismo borbonico”, ha trovato il terreno fertile per la sua affermazione. Ovviamente ci si è guardati bene dal definire legittima la volontà di Francesco II di riappropriarsi di un regno che gli era stato proditoriamente sottratto con una guerra non dichiarata e ricorrendo successivamente a misure di una ferocia così inaudita da rendere necessaria un’infinita serie di falsi storici per nascondere azioni che avrebbero fatto impallidire perfino i tribunali della Santa Inquisizione o i capi della Gestapo. Mentre infatti, all’inizio, come causa del fenomeno si individua correttamente uno squilibrio sociale e politico senza però ravvisare in esso la risposta ad una violenza (sempre di ordine sociale, come può essere lo stato di indigenza generato dall’ appropriazione indebita di fondi), appena dal generale si scende al particolare, il fenomeno viene subito presentato nella stessa maniera distorta in cui viene tuttora insegnata la storia relativa al “Risorgimento” ed all’ “Unità”. Nemmeno un accenno alla repressione piemontese che assunse subito le caratteristiche di una vera e propria pulizia etnica, caldeggiata dalle parole di Farini, di d’Azeglio, di Bixio, di Bombrini, che poi avrebbe dovuto trovare il naturale epilogo nella deportazione, operazione per la quale il Menabrea spese buona parte della sua vita, senza riuscirci, fortunatamente, per la ripugnanza e il ribrezzo che l’insistente richiesta aveva suscitato nelle cancellerie di tutti gli Stati a cui era stata rivolta.

Ora facciamo alcune considerazioni sulle cause del fenomeno, su chi erano i criminali (provenienza sociale, età, sesso) e chi le vittime.

Tra le prime cause del fenomeno vi sono da annoverare le condizioni di miseria (egestas) e di estremo bisogno di individui collocati ai livelli più bassi della scala sociale che gettano gli interessati in uno stato di disperazione tale da non fargli intravvedere altra soluzione per la sopravvivenza che quella di delinquere o di perire. In un tale stato alterato di coscienza chi delinque, sotto il profilo etico, non può essere ritenuto responsabile delle proprie azioni, poiché, come concausa del delinquere, è da comprendere la disattenzione degli organi dello Stato preposti ad eliminare e non acuire le condizioni di disagio dei meno abbienti. Cosicché proprio costoro sono destinati a diventare criminali quasi fatalmente. Per potersi imporre, però, è necessario disporre di buone energie per essere in grado di affermare con la forza le proprie ragioni, cosa che riesce meglio ad un giovane che ad un vecchio e meglio ad un uomo che ad una donna. Le donne, per sopravvivere, avevano trovato altri sistemi, e quelle diventate poi “brigantesse” lo diventarono molto più tardi e quasi sempre perché costrette a una tale scelta o per sfuggire alle attenzioni di qualche prepotente di turno, una volta che non potevano più contare sulla difesa dei propri uomini, o per poter sopravvivere materialmente ricongiungendosi ad un proprio caro, costretto a darsi alla macchia, o ad una persona anche sconosciuta, che, però, per affinità culturale, non aveva riserve per accoglierle nel gruppo.

Questo, in linea di massima, il profilo dei criminali. Le vittime, invece, prima che il fenomeno acquistasse anche una connotazione politica e religiosa, erano prevalentemente persone benestanti. Ovviamente l’esistenza di tale divario tra le due classi non autorizzerebbe a giustificare le azioni criminose condotte contro le persone e la proprietà privata se la condizione di agiatezza avesse avuto origini lecite. Ma poiché buona parte degli immensi latifondi era stata acquisita con l’appropriazione delle terre concesse ai meno abbienti per usi civici, obiettivamente non si può non convenire sul fatto che si trattò di un’azione scorretta dal punto di vista morale, e  anche essa altrettanto criminale dal  punto di vista giuridico. Quelli che sarebbero diventati “galantuomini” non si comportarono diversamente da come, per reazione, si comportarono i “cafoni” nel tentativo di riprendersi quanto gli era stato sottratto e che, riducendoli alla fame e alla disperazione, li aveva costretti a diventare ciò che non erano nati, criminali, banditi, grassatori e, alla fine, briganti.

Se il brigantaggio fosse stata quella malattia endemica che, sull’onda dei deliranti principi antropologici della scuola lombrosiana, i “liberatori” hanno voluto per forza appiopparci, non si spiega come mai esso sia esploso, solo <<dopo il 1860 e  la nascita dell’ Italia unita>> in maniera così massiccia (tanto da richiedere l’invio di un esercito di 120.000 uomini, tribunali di guerra e più di un lustro  di tempo).  Trecentoottanta bande di “briganti” non sono cosa da poco.

Ora, se – come i catalizzatori per le reazioni chimiche – non fosse successo qualcosa di scatenante  <<dopo il 1860 e  la nascita dell’Italia unita>> probabilmente del brigantaggio non se ne sarebbe parlato né esso sarebbe diventato argomento di storia e materia di scontro fra scuole di pensiero diverse. Sarebbe rimasto, forse, un fenomeno di pura delinquenza, di microcriminalità, limitato sia numericamente che geograficamente, ma senza assumere le proporzioni che invece raggiunse. Sarebbero rimasti in azione solo sparuti gruppi di “briganti” veri, di gente, cioè, che senza motivazioni politiche o ideologiche viveva abitualmente di sequestri di persona, di ricatti, di rapine e così via. Ma se esso, tranne i simpatizzanti per il nuovo regime, riuscì a coinvolgere la quasi totalità della popolazione duosiciliana, acquisendo tutte le caratteristiche di una vera e propria rivolta popolare, spontanea, non possiamo parlare di un fenomeno squisitamente delinquenziale, ma bisogna analizzarlo da quello che è l’unico punto di vista possibile: <<  la nascita dell’ Italia unita>> che, imposta con la forza, generò la giusta reazione di chi venne improvvisamente attaccato a tradimento, privato di ogni bene e di ogni libertà e costretto a subire violenze di ogni genere. Non so, tra noi moderni, come avrebbe reagito chi si fosse trovato a sperimentare quella situazione.

Purtroppo, appena si tenta di far luce su qualunque aspetto poco chiaro del “Risorgimento”, si osserva una compatta levata di scudi e si viene subito tacciati, in primis, di non essere abilitati all’operazione per mancanza di titoli specifici. Poi ogni storico accademico negazionista apre il proprio testo sacro e si mette a lanciare anatemi a destra e a manca. Ora, se è vero che, tra quelli che tentano di fare chiarezza, possono sicuramente esserci persone prive di titoli accademici specifici, non possiamo ammettere, per esempio, che un medico, un ingegnere, un fisico, un avvocato, un giornalista, solo perché sprovvisti di una laurea in storia, non siano capaci di leggere ed interpretare pagine, interventi, semplici giudizi o comportamenti espressi o messi in atto da chi si apprestava ad unificare e ha poi unificato l’Italia.

Non vorrei ripetere citazioni che ormai sono diventate così abusate da dare la nausea. Ma i giudizi di d’Azeglio[1] sul meridione e i meridionali così come sulla necessità di imporre e mantenere con le baionette un regime che con la massima chiarezza tutto il popolo aveva fatto capire di non volere li ha espressi lui e non altri. E così per quelli di Bombrini, [2]di Castagnola [3], di Bixio[4] … e, purtroppo, di tanti, tanti altri!

Considerate le convinzioni personali e le motivazioni ideologiche che animavano i “liberatori” e avendo appreso dalle loro stesse pagine che con le popolazioni che andavano a “liberare” si sono ispirati proprio ad esse non è difficile immaginare la reazione a un tal modo di pensare e di comportarsi. Del resto, centoventimila militari ed altrettante guardie nazionali non sono roba da poco e se decidono che l’unico modo per aver ragione di una popolazione che non ne vuole sapere è quella di ridurla alla ragione con i tribunali militari e le leggi speciali, non bisognerebbe meravigliarsi che, portato all’esasperazione, il bucolico contadino metta via vanga e zappa ed imbracci il fucile![5]

Su esempi e pagine “edificanti” come quelli riportati nelle note, e specialmente nella nota n.5, è nata l’Italia, perciò non riusciamo ancora a sentirci fratelli, e chissà se ciò avverrà mai.

Ma, per tornare alla nota n. 5, riuscite ad immaginare un onesto padre di famiglia che, ricco della sola forza delle sue braccia, con la vanga sulle spalle, vaga per le campagne in cerca di qualche “galantuomo” che ne chieda una prestazione con cui assicurare un tozzo di pane alla propria famiglia? E questo sventurato ha la disgrazia di incontrare una pattuglia di militari che senza alcun motivo lo prendono per il collo, lo costringono a pronunciare parole che egli, non condividendo, si rifiuta di pronunciare;gli ordinano di scavare una fossa dentro la quale poi lo sotterrano fino al mento e poi, per giunta, lo gravano di sassi e massi tutt’intorno e sopra la testa … poi, dicendogli che può andarsene, ma che si deve dissotterrare con le proprie  mani, si allontanano ridendo! Un figlio di costui, un fratello, ma addirittura la moglie, ritrovando il proprio caro in quelle condizioni, è mai possibile che non sentano il bisogno di rendere pane per focaccia? Questi che reagiscono alla violenza subita, però, sono stati definiti, per omnia saecula saeculorum, briganti e quelli liberatori.

Possibile che pagine di tale portata sfuggano agli storici titolati? Già uno solo di questi avvenimenti giustificherebbe una reazione di pari ferocia e belluinità. Per cui si trovi finalmente il coraggio di chiamare le cose col proprio nome e si punti l’obiettivo da qualche altra parte se si vuole davvero  inquadrare i ” briganti”.

Castrese L. Schiano

 

[1] “ Unirsi ai napoletani è come andare a letto con un lebbroso. … A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il Sovrano per stabilire un governo basato sul consenso generale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti per contenere il Regno, sessanta battaglioni, ed è notorio che, briganti o non briganti, nessuno vuole saperne di noi … ma con che diritto, al di là del Tronto, li si impiccano prima di processarli?”

[2] “ I meridionali non dovranno essere più in grado di intraprendere”

[3] “ Prima di tornare nel passato, si brucino tutte le città;si bruci la stessa Napoli e si spargano le ceneri al vento!”

[4]  Al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento. E’ un paese che bisogna distruggere o almeno spopolare, mandarli in Africa a farsi civili”

[5] INV.34/Bracci 30 luglio 1861-  Pattugliando da 6 ore con un forte caldo arrivammo nei campi di Casalduni e qui scorgendo un cafone nella campagna decisi di far riposo sfruttando quel momento. Afferratolo per il collo gli intimai di dirci chi nel suo paese fosse contrario alla nuova Italia. Guardando fisso nel basso non pronunciava alcunché bensì ansimava. Ed allora gli ordinai di urlare viva Vittorio Emanuele. Ma niente. Poi afferrata la pala gli ordinai di scavarsene la fossa e questi quasi a compiacersene si diede a farlo di gran lena. Finito il lavoro il sergente Bertacchi ridendo di cuore lo fece entrare nello sterrato ed il disgraziato eseguì e prese a pregare come se stesse per finire di li a qualche momento la sua esistenza. Poi fu ricoperto con la terra fino al mento e con sassi e massi intorno e sopra la testa. Solo in quel momento, con poca voce ripeteva quanto prima gli era stato comandato. Allora il sergente gli disse di essere libero e di andarsene ma con le sue forze. Fu un gran ridere per tutti ed il cafone starà ancora là ad invocare il nostro amatissimo sovrano ed a cercare di uscire dalla sua tomba. (Fonte sudindipendente.it)

 

 

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