Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz

Posted by on Mar 24, 2019

Il piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz

Il piemontese conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz era capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale; in armi, aveva partecipato alla distruzione del Regno delle Due Sicilie e al massacro dei meridionali.

Lo aveva fatto (scrisse in “Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863)”, convinto di combattere contro

«la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili, l’ignoranza turpe» e la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, la sregolatezza dei costumi, l’immoralità, le corruttele di impiegati, magistrati e pubblici funzionari, la rapina, il malversare. Insomma: il male.

Questo, gli avevano raccontato, era il Sud.

Capì tardi, ammise, che quel popolo era

«nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta.
Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto».

Perché, con l’invasione piemontese,
«in pochi anni le proprietà si concentrarono a pieno nelle mani dei ricchi, degli speculatori, degli usurai e dei manipolatori… Tu vedi uomini di merito languire. Spopolati gli studi di tanta gioventù».

E i beni delle famiglie erano depredati con tasse di successione così abnormi «che con tre successioni nella famiglia stessa, che possono verificarsi anche in un anno, dalla agiatezza si balza nella mendicità qualunque famiglia».

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Emigrazione e tratta minorile in Basilicata nella seconda metà dell’Ottocento

Posted by on Mar 24, 2019

Emigrazione e tratta minorile in Basilicata nella seconda metà dell’Ottocento

Il problema della tratta minorile in varie nazioni europee, soprattutto Francia e Inghilterra, era tristemente presente, nella seconda metà dell’ottocento, in varie zone d’Italia. Il territorio dell’attuale provincia di Frosinone, ad esempio, fu coinvolto nell’incetta di fanciulli da impiegare come garzoni nelle vetrerie francesi e non furono pochi i casi di coloro che, per i massacranti turni di lavoro e per la vita di stenti, morirono o si ammalarono gravemente, specialmente di tubercolosi1. La questione sollevò molti interventi, sia in Italia che in Francia, ma non servì a bloccare il fenomeno il quale proseguì anche per la mancanza, nei due Stati, di una efficace legislazione di protezione delle vittime.
Anche la Basilicata fu coinvolta, anche se in maniera diversa, nella tratta minorile verso le nazioni europee, ma si registrarono parecchi casi anche oltreoceano. A partire, infatti, dalla metà dell’Ottocento molte città inglesi e francesi vennero invase da un esercito di “fanciulli girovaghi”, provenienti dai comuni di Viggiano, Marsicovetere, Corleto Perticara, Laurenzana, Tramutola, Calvello, Picerno ed appartenenti, per lo più, a famiglie contadine, i quali andavano per strada a suonare l’arpa ed il violino2.
I fanciulli erano, dunque, dediti a “campare” suonando vari strumenti musicali, ma i relativi guadagni giornalieri erano subito ceduti al mercante che li aveva “affittati” con “regolari”contratti per un periodo di tempo variabile tra uno e tre anni. Uno dei primi documenti nel quale si trova traccia del triste fenomeno è il Rapporto sulla situazione dei piccoli italiani della Società Italiana di Beneficenza di Parigi, datato 18683. Tale organizzazione, infatti, preoccupata per la sorte di questi fanciulli, aveva formato, all’interno del proprio Consiglio d’Amministrazione, una commissione di cinque membri incaricata di studiare il problema e di interessare le autorità competenti italiane e francesi. I risultati dei lavori vennero, in seguito, inviati al governo francese, perché operasse per reprimere il traffico a Parigi e nelle altre città della Francia, alla Camera dei Deputati italiana, per sollecitare una discussione pubblica che risvegliasse “l’attenzione del governo e dei funzionari italiani”, allo stesso Ministro d’Italia in Francia, infine,  perché lo trasmettesse al governo italiano.
Già nel 1861 la sorella della società francese, la costituenda Società Italiana di Beneficenza a Londra, aveva censito ben “600 organari da strada semivenduti dai loro parenti in Italia e qui condotti da otto o dieci padroni in Londra residenti e commercianti di professione in questo genere”. Essi rappresentavano quasi un terzo di tutti gli italiani presenti nella capitale inglese. I musicanti meridionali e lucani divennero, poi, più numerosi dopo il 1867 a seguito dell’espulsione di massa degli arpisti e pifferai lucani da Parigi4.
Dalla metà dell’Ottocento, dunque, centinaia di ragazzi lucani, di tutte le età e di ambedue i sessi, partivano dai paesi citati, a gruppi di tre o dieci, condotti da individui che si dicevano “loro parenti o loro padroni”, per raggiungere varie città europee. Erano proprio i genitori a “vendere” o “dare in affitto”i propri figli a gente priva di scrupoli, “veri padroni di schiavi”, in virtù di contratti sottoscritti da ambedue le parti e che le stesse reputavano regolari. Tali accordi prevedevano, generalmente, la “locazione”dei fanciulli per un periodo determinato, mediante il pagamento di una somma annua, oppure di una somma fissata e pagata precedentemente per tutta la durata dell’ingaggio. Era anche stabilito che, terminato l’ingaggio, il “padrone” dovesse  pagare le spese di viaggio per il rimpatrio, ma spesso questo non accadeva e di molti ragazzi si perdevano le tracce.
Di “contratto di locazione d’opera” parla ad esempio il prefetto di Potenza, in una lettera inviata al Ministero degli Affari Esteri il 2 giugno 18705, a proposito di Francesco Antonio Rago, affidato, nel maggio 1866, dal padre Giuseppe Rago, contadino di Viggiano, con “scrittura privata” e per anni tre, a Giuliano Di Trani, suonatore ambulante dello stesso comune di Viggiano, e condotto addirittura nel Nebraska6. Inutilmente il padre, tramite intervento del console generale italiano a New York7, chiedeva il rimpatrio del figlio, “essendo spirato il termine” stabilito dalla “convenzione”, ma il Di Trani “asserisce di averlo perduto”8.
Oltreoceano scompaiono anche i fratelli Michele e Antonio Perrone di Trivigno che vengono ricercati, ma invano, nella città di Montevideo9. Anche di due ragazzi di Corleto Perticara si perdono le tracce. Leonardo De Bona, di anni 11, e Rocco Matarese, di anni 10, sono stati consegnati dai genitori ad un suonatore ambulante che, giunto in Francia, li trasferisce ad altro individuo originario di Laurenzana. I padri interessano, tramite l’amministrazione comunale10, il prefetto che, a sua volta, informa il Ministero degli Affari esteri. Le ultime notizie fornite dai genitori ci riportano a Bordeaux ma in quella città i ragazzi non si trovano, mentre il loro “padrone” riferisce che lo hanno abbandonato “senza alcun motivo” e che, per questo, qualora li ritrovasse, si sente sciolto dall’obbligo di pagare le spese di rimpatrio11. Le cose, in realtà, erano andate diversamente e la paura del padre di De Bona, il contadino Gaetano, che il proprio figlio fosse stato abbandonato “non si sa in  qual’epoca” era tutt’altro che campata in aria. Il Ministero degli Affari Esteri, infatti, informava la Prefettura di Basilicata che il ragazzo era partito, anni or sono, alla volta del Belgio “col suo padrone”, ma che, purtroppo, non si era riusciti a sapere “il nome della città di quel Regno”12.
I gruppi di emigranti, formati dai ragazzi ed i loro padroni, attraversavano tutta la penisola, seguendo il litorale del Mediterraneo, ed approdavano a Nizza ed a Marsiglia; pochissimi sceglievano la via marittima, poiché a Marsiglia lo sbarco dei mendicanti era attentamente sorvegliato. Alle frontiere incominciava la “tratta”. I conduttori, infatti, rivendevano i ragazzi ad altri loschi individui che dimoravano a Parigi o in altre città francesi o anche in altre nazioni. Così, dopo aver provveduto a consegnare la “merce”, i trafficanti ritornavano in Basilicata per altri “acquisti”.
La situazione, in cui si trovavano a vivere i ragazzi lucani, era difficilissima. Giunti nelle città, venivano installati in una promiscuità, che spesso non teneva conto nemmeno della differenza dei sessi, presso albergatori compiacenti, interessati solo al guadagno ad ogni costo13. Ogni mattina si dovevano poi riversare per strada a mendicare o a suonare. Di solito i padroni li seguivano per sorvegliare i guadagni che provvedevano, immediatamente, a strappare loro di mano. Altre volte il ricavo della giornata era affidato al più grande dei ragazzi che, poi, provvedeva a consegnarlo al padrone il quale aveva trascorso l’intera giornata nelle taverne.
Così il rapporto parigino:

Il vagabondaggio dura da mattina a sera. Questi ragazzi vivono di ciò che la pubblica carità dona loro in natura; il numerario debbono renderlo per intero. Giunta la sera, tornano nel loro ricovero sull’imperiale di un omnibus, che serve talvolta di teatro  alle loro imprese. Chi può resistere alle smorfie, alle contorsioni, al riso, alle lagrime di questi poveri diseredati!

Ma spesso quanto guadagnato non era abbastanza ed allora il timore dei cattivi trattamenti costringeva questi poveri diseredati a prolungare il vagabondaggio sino a notte avanzata:

Chi è che non ha incontrato, uscendo dallo spettacolo e tornando la sera in propria casa, questi poveri esseri estenuati, carichi di strumenti più pesanti di loro stessi, trascinando a stento i passi dietro un passeggero in ritardo? Quella volta la giornata è stata laboriosa, e gl’infelici, sfiniti dalla stanchezza, non avendo più la risorsa degli omnibus, privi della forza e del coraggio necessari per camminare fino al loro tugurio, soccombono sovente dalla fame e dal sonno sopra un banco dei boulevards, accanto ad un pilastro, sotto un portone, dovunque sia. Nelle serate d’inverno, per ripararsi dal freddo, si gettano due o tre gli uni sugli altri con a fianco i loro strumenti. Ma il sonno non è mai di lunga durata; gli agenti di polizia s’incaricano quasi sempre di svegliarli e di procurar loro un asilo per la notte.

Né la loro attività si limitava alle sole città, dovendo spesso raggranellare un magro guadagno anche nelle contrade di campagne, particolarmente nei giorni di festa, e rischiando di sovente gli “atti di brutalità” dei contadini.
La situazione sembrava sfuggire di mano alle stesse autorità francesi che non riuscivano ad arginare il fenomeno, nonostante la conoscenza dei nominativi dei principali trafficanti e l’esistenza di alcuni strumenti normativi come, ad esempio, il Decreto del prefetto di Polizia del 28 febbraio 1863 il quale, all’art. 10, recitava: “È espressamente proibito ai saltimbanchi, suonatori d’organi, musici e cantatori ambulanti, di farsi accompagnare da fanciulli di età minore di sedici anni”. In realtà ben poco poteva fare la polizia francese poiché, subito dopo l’arresto e la comunicazione al consolato italiano, sopraggiungeva il “padrone” che, reclamando il ragazzo, ne otteneva il rilascio, mentre lo sfortunato doveva poi ripagarlo dell’esborso monetario con aumento di lavoro.
Si legge nella relazione della società parigina:

Il momento dell’arresto è il più penoso per questi ragazzi. Noi abbiamo assistito sovente a vere lotte fra l’astuzia dei ragazzi e la forza degli agenti, i quali ciò non pertanto li trattano con dolcezza. Essi cercano tutt’i mezzi possibili per scappare, perché il loro arresto produce al padrone una perdita materiale che bisogna più tardi riguadagnare con aumento di lavoro, salvo ad essere severamente puniti.

Soltanto dopo tre arresti veniva ordinata l’espulsione dal territorio francese, con avviso di rimpatrio dato al consolato italiano che provvedeva a rilasciare alla Prefettura una ricevuta per ciascun fanciullo, ma anche tale provvedimento risultava inefficace perché gli espulsi tornavano tranquillamente, utilizzando un altro posto di frontiera e con una diversa identità14.
Altre volte, nonostante i tentativi dell’autorità consolare di procedere al rimpatrio, erano gli stessi ragazzi che rifiutavano, dichiarando, non si sa con quale convinzione, di essere “soddisfatti” del proprio padrone. È il caso dei fratelli Nicola e Rocco Zito di Calvello, il primo di 13 anni ed il secondo di 10, condotti come suonatori ambulanti in Francia da un losco individuo di Laurenzana, i quali, “eccitati a rimpatriare” per opera del Console italiano a Nantes, lo pregavano di “lasciarli ancora col loro padrone” di cui si mostravano “del tutto soddisfatti”, chiedendo di restare con questi nella città di Reims15. Lo stesso “padrone” aveva, però, condotto ad Avignone altri due ragazzi di Calvello, Colasurdo Rocco di anni 13 e Cutro Donato di anni 14, ma questi ultimi non potevano rifiutare il rimpatrio, perché di essi non si trovò alcuna traccia e lo sfruttatore poté tranquillamente dichiarare la loro sparizione sin dal 186816.
A dimostrazione della poca efficacia delle misure contro i colpevoli di tale mercimonio ed anche della “indulgenza” con cui venivano trattati vi è la testimonianza di un singolare documento. Quando, infatti, a seguito di continue pressioni del Ministro d’Italia a Parigi, la Prefettura di Polizia  mostrò maggiore severità verso i “padroni”, questi ultimi ebbero la sfrontatezza di protestare energicamente, indirizzando al Console d’Italia la seguente lettera, corredata da ben 50 firme17:

Illustrissimo Signor Console Generale, Una determinazione del governo francese, provocata da codesto R. Consolato Generale italiano obbliga i suonatori ambulanti ad abbandonare loro malgrado il suolo ospitale di questa Francia, ove per molti anni essi ebbero e pane e tetto. Lungi dal fare opposizione ai decreti del governo imperiale da codesto R. Consolato Generale Italiano provocati, essi prima di partire credono di compiere loro stretto dovere tutta esternando la loro profonda riconoscenza alla generosa ospitalità parigina, e protestando ad un tempo contro l’autorità consolare italiana, che invece di provvedere agl’interessi dei numerosi suonatori ambulanti italiani ha provocato una tale determinazione in un’epoca, in cui ragazzi, che sono i più fra questi suonatori, avranno a soffrire assai durante un tragitto troppo lungo, un viaggio troppo disagevole, trattandosi specialmente d’individui privi di mezzi, che nella più incomoda stagione dell’anno per la severità dell’atmosfera, per la difficile viabilità si vedono abbandonati da quell’autorità consolare, il cui primo dovere è di proteggere i propri connazionali.

Così, a causa dell’impotenza delle autorità, questi poveri derelitti continuavano ad essere in balìa dei propri sfruttatori ed a pagare spesso con la morte una vita piena di stenti. L’indice di mortalità di questi piccoli emigranti doveva essere molto alta se si deve credere alla testimonianza di un medico napoletano, riportata nel rapporto citato della Società Italiana di Beneficenza di Parigi, secondo la quale, su 100 fanciulli che abbandonavano i loro paesi, 20 soltanto ritornavano alle loro case, 30 si stabilivano nelle diverse parti del mondo, e 50 “soccombevano alle malattie, alle privazioni di ogni sorta ed ai cattivi trattamenti!”.
A proposito di “cattivi trattamenti” in una nota allegata sempre al suddetto rapporto vi è notizia di un ragazzo di Laurenzana, tal Domenico Damasco, musicante girovago, che, nel maggio 1866, venne trovato “da una persona caritatevole nel più deplorabile stato”, in quanto, già da qualche giorno, “legato sotto il cielo dal suo padrone in preda alle più vive sofferenze”. Il fanciullo, infatti, presentava il braccio e le altre parti del corpo interessate dai legamenti completamente tumefatte e solo dopo essere stato ricoverato nella casa del Console Generale d’Italia venne rimpatriato. A nulla servirono le ricerche della Polizia Correzionale per arrestare il colpevole delle sevizie il quale venne condannato, in contumacia, a soli quattro mesi di carcere.
A volte i fanciulli, dopo essere stati sfruttati per anni, venivano abbandonati in condizioni penosissime. Giuseppe Milone, un bambino di Tramutola venduto dai genitori ad un individuo che, dopo averlo utilizzato come suonatore ambulante, lo lasciò cieco su un marciapiede di Rio de Janeiro nel 186918. Lo stesso François Lenormant, famoso archeologo francese che fu in Basilicata varie volte tra il 1879 ed il 1882, racconta che alcuni “di questi infami trafficanti di carne umana arrivavano sino al crimine” quando si imbattevano in un fanciullo la cui voce preannunciava qualità eccezionali, poiché erano pronti a privarli della virilità pur di farne dei soprani, “prodotto artificiale ancora molto ricercato da certi maestri di cappella da cui essi traevano profitto”. Per evitare di essere perseguiti dalla Legge, facevano constatare da funzionari di polizia compiacenti che il fanciullo “era stato mutilato dal morso di un porco mentre dormiva nei campi”19.
Non sempre, però, le ricerche ed i tentativi di rimpatrio erano un insuccesso. Così, ad esempio, si conclude positivamente la vicenda di Allegretti Michele, un dodicenne di Trivigno, condotto come suonatore di violino sulle strade di Montevideo, che il Console italiano riesce a rimandare in patria proprio “per sottrarlo ai continui mali trattamenti che riceveva”20. Interessante la motivazione che accompagna il provvedimento consolare: “… nella speranza pure che servisse questo d’esempio a quei tanti che speculano su questi poveri ragazzi anche in questo paese”21. Spesso, però, coloro che ritornavano nel proprio paese risultavano incapaci di applicarsi ad un lavoro regolare in quanto “corrotti sino alle midolle dall’abitudine alla mendicità vagabonda”22.
Alcune volte gli sfruttatori venivano finalmente colpiti ed espulsi dalla Francia, quantomeno per “vagabondaggio”. È il caso di Nicola Lasco, di anni 33, che aveva condotto in Francia alcuni fanciulli23 e di Francesco Larecca, di anni 52, ambedue di Marsicovetere, i quali vengono condannati dalla magistratura francese a mesi 3 di carcere per “complicità in mendicità”24.
Il fenomeno dei piccoli italiani non era sconosciuto allo stesso Parlamento italiano. Nella sessione 1867-1868 del Senato un progetto legislativo era stato elaborato da una commissione, presieduta dall’Ispettore consolare generale Costantino Nigra, e presentato nel 1868 dal Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Luigi Federico Menabrea25.
Quando alla Canera, sempre nel 1868, venne discussa l’interprellanza di Ercole Lualdi sull’emigrazione, intervenne il deputato Giovanni Arrivabene che denunciò il turpe fenomeno il quale provocaca grande “disonore” a tutta la Nazione. Così precisò: “Intendo parlare della tratta dei bianchi: così appellato dalla stampa estera il commercio che si fa in America e in Inghilterra di quei poveri e infelici fanciulli”. Proseguendo il suo discorso egli fece riferimento alla meraviglia dei magistrati di quei Paesi verso l’Italia che, pur governata con un sistema liberale, non prendeva alcuna misura “onde svellere dalle readici questo male”. Addirittura, constatavano questi ultimi, “la compra di quegl’infelici” si concludeva proprio sul suolo italiano26.
Sempre i deputati, nella sessione del 1871-73 della XI Legislatura, si occuparono del problema, dando l’incarico ad una apposita giunta di presentare un progetto di legge sul divieto di impiegare fanciulli italiani nelle professioni girovaghe27. Ma, nonostante l’approvazione di tutta una serie di disposizioni come la Legge 21 dicembre 1873, il traffico non venne affatto stroncato e proseguì anche successivamente. Del resto la normativa approvata, anche per le pene tutt’altro che severe, non riusciva ad impedire che gli stessi genitori venissero coinvolti nella “vendita” dei propri figli28. L’unica misura che risultava di una qualche efficacia era il rifiuto della concessione dei passaporti. quando si sospettava che l’emigrazione dei genitori fosse rivolta a tale traffico.
Sull’“affetto” di questi genitori vi è da citare il caso di una madre di Marsicovetere che, dopo aver “affittato” nel maggio del 1866 il proprio figlio ad un proprio compaesano, il quale poi aveva provveduto ad abbandonarlo in Francia, avendo saputo che il ragazzo si trovava a Marsiglia, affidato dal Console ad un francese “per fargli apprendere un arte”, si affretta a richiedere l’intervento del sindaco del paese perché vengano compiute opportune ricerche, richiedendo il rimpatrio solo qualora il fanciullo fosse dedito al vagabondaggio. Nel caso invece egli stesse veramente “per apprendere un arte qualunque”, ella consentiva tranquillamente che restasse dov’era29. Ma lo scarso attaccamento materno era destinato ad essere miseramente punito dalla sorte. Il Ministero degli Affari Esteri, infatti, di lì a poco, avrebbe comunicato che il Consolato di Marsiglia non aveva trovato “traccia alcuna” di quel ragazzo che la madre “supponeva” essere stato affidato ad un francese30.
Anche le autorità della Provincia di Basilicata si erano da tempo attivate per bloccare l’infame traffico. Così relazionava al Consiglio Provinciale il prefetto di Potenza Tiberio Berardi, nella seduta di apertura della sessione ordinaria del 13 settembre 1868:

…la Basilicata dà un largo contingente di emigrazione. Fra questa si distingue quella dei fanciulli, che una crudele e vituperevole speculazione conduce in contrade straniere, a vagabondare fra l’immoralità e gli stenti, esercitando l’abbietto mestiere di suonatori ambulanti. Troppo lungo e arduo sarebbe l’investigare le cause, che inducono i genitori a vendere i propri figli pel miserabile prezzo di qualche centinaio di lire: l’abitudine è antica, e trova radice nello stato di degradazione, nella quale un Governo immorale gittava le popolazioni per dominarle ed opprimerle. Si è detto da taluno, che in Basilicata i figli si vendono perché manca il pane da sostentarli. Questa asserzione, che è un onta al paese, se non fosse un artificio meschino per far effetto, sarebbe una indegna menzogna31.

Concludeva affermando che, grazie alle disposizioni del Governo, alla Società di Beneficenza di Parigi, allo zelo dei rappresentanti italiani all’estero e alla vigilanza delle Autorità politiche del Regno, le frodi che prima si commettevano su larga scala, stavano “grandemente scemando”, ed i fanciulli andavano man mano rientrando in patria, “richiesti talvolta da quegli stessi genitori, che con snaturato consiglio gli avevan venduti”.
Nel 1874 intervenne lo stesso governo francese, il quale varò un provvedimento che vietava l’impiego di fanciulli nelle professioni girovaghe, mentre anche in Inghilterra erano prese iniziative simili. Solo con tale concertazione legislativa, dunque, il traffico subì un duro colpo testimoniato dai dati ufficiali32. Secondo i calcoli del conte Tornello, ambasciatore italiano a Parigi, nel 1870 i musicisti ambulanti italiani presenti sul suolo francese erano oltre 3.000, mentre nel 1875 non risultavano più di 800 ed alla fine del secolo erano stimati in 200-250, di cui 2 o 3 dozzine a Parigi33. Anche in Inghilterra gli “organgrinders” italiani nel 1891 erano stimati in 2.600, mentre alla fine del secolo ne erano rimasti solo un quarto. In tale nazione si era anche ridimensionato un altro turpe fenomeno, quello di giovani fanciulle che, iniziando come “dancing girls” al suono degli strumenti musicali, venivano poi avviate alla prostituzione34.
Alla fine dell’Ottocento Francesco Nitti accennava al problema nel suo L’emigrazione e i suoi avversari (1888), quando parlava dei padri che, “con regolari contratti, cedevano a persone ignote i bambini che non potevano mantenere, e che andavano a Parigi, a Vienna o in America a disonorare il nome italiano”. Sempre lo statista lucano riferiva, poi, che New York era piena di piccoli girovaghi, lustrascarpe, spazzacamini e strilloni di giornali, ceduti giornalmente ad un prezzo compreso tra i 100 e 200 dollari per i maschi, mentre le femmine, specialmente se graziose, dai 100 ai 500 dollari35.
In Parlamento, intanto, il problema veniva risollevato dalla interrogazione del deputato Socci, presentata il 30 novembre 1897 ed esaurita il 27 gennaio 189836, nonché da altri successivi interventi ed interpellanze, mentre in Francia è da segnalare l’efficace azione di Raniero Paulucci di Calboli, segretario dell’ambasciata italiana a Parigi, il quale, in vari articoli di stampa, denunciava la questione all’opinione pubblica francese, dando inizio ad una vera e propria campagna contro la “tratta dei piccoli vetrai”, ripresa dalla stampa francese e italiana37.
Alla fine dell’Ottocento, dunque, in Basilicata il fenomeno era ancora tristemente presente. Così, infatti, l’8 gennaio 1898 relazionava il procuratore del re in merito ad minori abbandonati, costretti a lasciare la madrepatria e a recarsi nelle lontane Americhe

con persone mercenarie che lì li trasportano per farne turpe, inverecondo mercato o almeno mezzo di speculazione e di guadagno. La formula in tali riscontri usata, anche quando si tratti di ragazzi sui 4 o 5 anni è la seguente: ‘Poiché il minorenne mostra una intelligenza non comune e potrebbe svolgersi con profitto nelle Americhe, esprime parere favorevole perché emigri’. E così col mezzo di cotali sconclusionate ed antipatriottiche deliberazioni tanti e tanti minorenni abbandonano la patria, alla quale niun affetto li lega e li attrae, ed essi, a differenza di altri che pure emigrando colla patria nel cuore, alla patria mandano dalle regioni transoceaniche il loro sospiro, danno il contingente maggiore della emigrazione permanente, ch’è la piaga più sanguinante di questa provincia38.

L’impegno legislativo contro i traffici dei minori all’estero sarebbe proseguito anche con l’inizio del nuovo secolo. Venne, infatti, approvata una legge organica sull’emigrazione, la n. 23 del 31 gennaio 1901, il cui articolo 2 vietava di arruolare, condurre o mandare all’estero, a scopo di lavoro, i fanciulli di età inferiore ai 15 anni che non risultassero provvisti del libretto di lavoro, rilasciato previa visita medica dalle autorità municipali competenti. Ma l’intervento si dimostrò alquanto inefficace: le pene erano esigue e i minori, pur giungendo al confine sprovvisti di libretto di lavoro, riuscivano facilmente ad ottenerlo dalle autorità municipali di confino. Inoltre i gruppi di fanciulli, poi, riuscivano spesso ad eludere ogni sorveglianza, espatriando senza passaporti e senza libretti di lavoro.
Comunque, agli inizi del ‘900 il fenomeno non era stato ancora debellato in Basilicata. Nella seduta del Consiglio Provinciale del 23 aprile 1902, infatti, il consigliere Francesco Dagosto di Moliterno, futuro deputato, denunciò la “tratta di piccoli bianchi”, in virtù della quale molti genitori letteralmente vendevano i propri bambini39.

A.S.E.I.

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Emigrazione e tratta minorile in Basilicata nella seconda metà dell’Ottocento

11 Aprile 2008 Michele Strazza ArticoliIl problema della tratta minorile in varie nazioni europee, soprattutto Francia e Inghilterra, era tristemente presente, nella seconda metà dell’ottocento, in varie zone d’Italia. Il territorio dell’attuale provincia di Frosinone, ad esempio, fu coinvolto nell’incetta di fanciulli da impiegare come garzoni nelle vetrerie francesi e non furono pochi i casi di coloro che, per i massacranti turni di lavoro e per la vita di stenti, morirono o si ammalarono gravemente, specialmente di tubercolosi1. La questione sollevò molti interventi, sia in Italia che in Francia, ma non servì a bloccare il fenomeno il quale proseguì anche per la mancanza, nei due Stati, di una efficace legislazione di protezione delle vittime.
Anche la Basilicata fu coinvolta, anche se in maniera diversa, nella tratta minorile verso le nazioni europee, ma si registrarono parecchi casi anche oltreoceano. A partire, infatti, dalla metà dell’Ottocento molte città inglesi e francesi vennero invase da un esercito di “fanciulli girovaghi”, provenienti dai comuni di Viggiano, Marsicovetere, Corleto Perticara, Laurenzana, Tramutola, Calvello, Picerno ed appartenenti, per lo più, a famiglie contadine, i quali andavano per strada a suonare l’arpa ed il violino2.
I fanciulli erano, dunque, dediti a “campare” suonando vari strumenti musicali, ma i relativi guadagni giornalieri erano subito ceduti al mercante che li aveva “affittati” con “regolari”contratti per un periodo di tempo variabile tra uno e tre anni. Uno dei primi documenti nel quale si trova traccia del triste fenomeno è il Rapporto sulla situazione dei piccoli italiani della Società Italiana di Beneficenza di Parigi, datato 18683. Tale organizzazione, infatti, preoccupata per la sorte di questi fanciulli, aveva formato, all’interno del proprio Consiglio d’Amministrazione, una commissione di cinque membri incaricata di studiare il problema e di interessare le autorità competenti italiane e francesi. I risultati dei lavori vennero, in seguito, inviati al governo francese, perché operasse per reprimere il traffico a Parigi e nelle altre città della Francia, alla Camera dei Deputati italiana, per sollecitare una discussione pubblica che risvegliasse “l’attenzione del governo e dei funzionari italiani”, allo stesso Ministro d’Italia in Francia, infine,  perché lo trasmettesse al governo italiano.
Già nel 1861 la sorella della società francese, la costituenda Società Italiana di Beneficenza a Londra, aveva censito ben “600 organari da strada semivenduti dai loro parenti in Italia e qui condotti da otto o dieci padroni in Londra residenti e commercianti di professione in questo genere”. Essi rappresentavano quasi un terzo di tutti gli italiani presenti nella capitale inglese. I musicanti meridionali e lucani divennero, poi, più numerosi dopo il 1867 a seguito dell’espulsione di massa degli arpisti e pifferai lucani da Parigi4.
Dalla metà dell’Ottocento, dunque, centinaia di ragazzi lucani, di tutte le età e di ambedue i sessi, partivano dai paesi citati, a gruppi di tre o dieci, condotti da individui che si dicevano “loro parenti o loro padroni”, per raggiungere varie città europee. Erano proprio i genitori a “vendere” o “dare in affitto”i propri figli a gente priva di scrupoli, “veri padroni di schiavi”, in virtù di contratti sottoscritti da ambedue le parti e che le stesse reputavano regolari. Tali accordi prevedevano, generalmente, la “locazione”dei fanciulli per un periodo determinato, mediante il pagamento di una somma annua, oppure di una somma fissata e pagata precedentemente per tutta la durata dell’ingaggio. Era anche stabilito che, terminato l’ingaggio, il “padrone” dovesse  pagare le spese di viaggio per il rimpatrio, ma spesso questo non accadeva e di molti ragazzi si perdevano le tracce.
Di “contratto di locazione d’opera” parla ad esempio il prefetto di Potenza, in una lettera inviata al Ministero degli Affari Esteri il 2 giugno 18705, a proposito di Francesco Antonio Rago, affidato, nel maggio 1866, dal padre Giuseppe Rago, contadino di Viggiano, con “scrittura privata” e per anni tre, a Giuliano Di Trani, suonatore ambulante dello stesso comune di Viggiano, e condotto addirittura nel Nebraska6. Inutilmente il padre, tramite intervento del console generale italiano a New York7, chiedeva il rimpatrio del figlio, “essendo spirato il termine” stabilito dalla “convenzione”, ma il Di Trani “asserisce di averlo perduto”8.
Oltreoceano scompaiono anche i fratelli Michele e Antonio Perrone di Trivigno che vengono ricercati, ma invano, nella città di Montevideo9. Anche di due ragazzi di Corleto Perticara si perdono le tracce. Leonardo De Bona, di anni 11, e Rocco Matarese, di anni 10, sono stati consegnati dai genitori ad un suonatore ambulante che, giunto in Francia, li trasferisce ad altro individuo originario di Laurenzana. I padri interessano, tramite l’amministrazione comunale10, il prefetto che, a sua volta, informa il Ministero degli Affari esteri. Le ultime notizie fornite dai genitori ci riportano a Bordeaux ma in quella città i ragazzi non si trovano, mentre il loro “padrone” riferisce che lo hanno abbandonato “senza alcun motivo” e che, per questo, qualora li ritrovasse, si sente sciolto dall’obbligo di pagare le spese di rimpatrio11. Le cose, in realtà, erano andate diversamente e la paura del padre di De Bona, il contadino Gaetano, che il proprio figlio fosse stato abbandonato “non si sa in  qual’epoca” era tutt’altro che campata in aria. Il Ministero degli Affari Esteri, infatti, informava la Prefettura di Basilicata che il ragazzo era partito, anni or sono, alla volta del Belgio “col suo padrone”, ma che, purtroppo, non si era riusciti a sapere “il nome della città di quel Regno”12.
I gruppi di emigranti, formati dai ragazzi ed i loro padroni, attraversavano tutta la penisola, seguendo il litorale del Mediterraneo, ed approdavano a Nizza ed a Marsiglia; pochissimi sceglievano la via marittima, poiché a Marsiglia lo sbarco dei mendicanti era attentamente sorvegliato. Alle frontiere incominciava la “tratta”. I conduttori, infatti, rivendevano i ragazzi ad altri loschi individui che dimoravano a Parigi o in altre città francesi o anche in altre nazioni. Così, dopo aver provveduto a consegnare la “merce”, i trafficanti ritornavano in Basilicata per altri “acquisti”.
La situazione, in cui si trovavano a vivere i ragazzi lucani, era difficilissima. Giunti nelle città, venivano installati in una promiscuità, che spesso non teneva conto nemmeno della differenza dei sessi, presso albergatori compiacenti, interessati solo al guadagno ad ogni costo13. Ogni mattina si dovevano poi riversare per strada a mendicare o a suonare. Di solito i padroni li seguivano per sorvegliare i guadagni che provvedevano, immediatamente, a strappare loro di mano. Altre volte il ricavo della giornata era affidato al più grande dei ragazzi che, poi, provvedeva a consegnarlo al padrone il quale aveva trascorso l’intera giornata nelle taverne.
Così il rapporto parigino:

Il vagabondaggio dura da mattina a sera. Questi ragazzi vivono di ciò che la pubblica carità dona loro in natura; il numerario debbono renderlo per intero. Giunta la sera, tornano nel loro ricovero sull’imperiale di un omnibus, che serve talvolta di teatro  alle loro imprese. Chi può resistere alle smorfie, alle contorsioni, al riso, alle lagrime di questi poveri diseredati!

Ma spesso quanto guadagnato non era abbastanza ed allora il timore dei cattivi trattamenti costringeva questi poveri diseredati a prolungare il vagabondaggio sino a notte avanzata:

Chi è che non ha incontrato, uscendo dallo spettacolo e tornando la sera in propria casa, questi poveri esseri estenuati, carichi di strumenti più pesanti di loro stessi, trascinando a stento i passi dietro un passeggero in ritardo? Quella volta la giornata è stata laboriosa, e gl’infelici, sfiniti dalla stanchezza, non avendo più la risorsa degli omnibus, privi della forza e del coraggio necessari per camminare fino al loro tugurio, soccombono sovente dalla fame e dal sonno sopra un banco dei boulevards, accanto ad un pilastro, sotto un portone, dovunque sia. Nelle serate d’inverno, per ripararsi dal freddo, si gettano due o tre gli uni sugli altri con a fianco i loro strumenti. Ma il sonno non è mai di lunga durata; gli agenti di polizia s’incaricano quasi sempre di svegliarli e di procurar loro un asilo per la notte.

Né la loro attività si limitava alle sole città, dovendo spesso raggranellare un magro guadagno anche nelle contrade di campagne, particolarmente nei giorni di festa, e rischiando di sovente gli “atti di brutalità” dei contadini.
La situazione sembrava sfuggire di mano alle stesse autorità francesi che non riuscivano ad arginare il fenomeno, nonostante la conoscenza dei nominativi dei principali trafficanti e l’esistenza di alcuni strumenti normativi come, ad esempio, il Decreto del prefetto di Polizia del 28 febbraio 1863 il quale, all’art. 10, recitava: “È espressamente proibito ai saltimbanchi, suonatori d’organi, musici e cantatori ambulanti, di farsi accompagnare da fanciulli di età minore di sedici anni”. In realtà ben poco poteva fare la polizia francese poiché, subito dopo l’arresto e la comunicazione al consolato italiano, sopraggiungeva il “padrone” che, reclamando il ragazzo, ne otteneva il rilascio, mentre lo sfortunato doveva poi ripagarlo dell’esborso monetario con aumento di lavoro.
Si legge nella relazione della società parigina:

Il momento dell’arresto è il più penoso per questi ragazzi. Noi abbiamo assistito sovente a vere lotte fra l’astuzia dei ragazzi e la forza degli agenti, i quali ciò non pertanto li trattano con dolcezza. Essi cercano tutt’i mezzi possibili per scappare, perché il loro arresto produce al padrone una perdita materiale che bisogna più tardi riguadagnare con aumento di lavoro, salvo ad essere severamente puniti.

Soltanto dopo tre arresti veniva ordinata l’espulsione dal territorio francese, con avviso di rimpatrio dato al consolato italiano che provvedeva a rilasciare alla Prefettura una ricevuta per ciascun fanciullo, ma anche tale provvedimento risultava inefficace perché gli espulsi tornavano tranquillamente, utilizzando un altro posto di frontiera e con una diversa identità14.
Altre volte, nonostante i tentativi dell’autorità consolare di procedere al rimpatrio, erano gli stessi ragazzi che rifiutavano, dichiarando, non si sa con quale convinzione, di essere “soddisfatti” del proprio padrone. È il caso dei fratelli Nicola e Rocco Zito di Calvello, il primo di 13 anni ed il secondo di 10, condotti come suonatori ambulanti in Francia da un losco individuo di Laurenzana, i quali, “eccitati a rimpatriare” per opera del Console italiano a Nantes, lo pregavano di “lasciarli ancora col loro padrone” di cui si mostravano “del tutto soddisfatti”, chiedendo di restare con questi nella città di Reims15. Lo stesso “padrone” aveva, però, condotto ad Avignone altri due ragazzi di Calvello, Colasurdo Rocco di anni 13 e Cutro Donato di anni 14, ma questi ultimi non potevano rifiutare il rimpatrio, perché di essi non si trovò alcuna traccia e lo sfruttatore poté tranquillamente dichiarare la loro sparizione sin dal 186816.
A dimostrazione della poca efficacia delle misure contro i colpevoli di tale mercimonio ed anche della “indulgenza” con cui venivano trattati vi è la testimonianza di un singolare documento. Quando, infatti, a seguito di continue pressioni del Ministro d’Italia a Parigi, la Prefettura di Polizia  mostrò maggiore severità verso i “padroni”, questi ultimi ebbero la sfrontatezza di protestare energicamente, indirizzando al Console d’Italia la seguente lettera, corredata da ben 50 firme17:

Illustrissimo Signor Console Generale, Una determinazione del governo francese, provocata da codesto R. Consolato Generale italiano obbliga i suonatori ambulanti ad abbandonare loro malgrado il suolo ospitale di questa Francia, ove per molti anni essi ebbero e pane e tetto. Lungi dal fare opposizione ai decreti del governo imperiale da codesto R. Consolato Generale Italiano provocati, essi prima di partire credono di compiere loro stretto dovere tutta esternando la loro profonda riconoscenza alla generosa ospitalità parigina, e protestando ad un tempo contro l’autorità consolare italiana, che invece di provvedere agl’interessi dei numerosi suonatori ambulanti italiani ha provocato una tale determinazione in un’epoca, in cui ragazzi, che sono i più fra questi suonatori, avranno a soffrire assai durante un tragitto troppo lungo, un viaggio troppo disagevole, trattandosi specialmente d’individui privi di mezzi, che nella più incomoda stagione dell’anno per la severità dell’atmosfera, per la difficile viabilità si vedono abbandonati da quell’autorità consolare, il cui primo dovere è di proteggere i propri connazionali.

Così, a causa dell’impotenza delle autorità, questi poveri derelitti continuavano ad essere in balìa dei propri sfruttatori ed a pagare spesso con la morte una vita piena di stenti. L’indice di mortalità di questi piccoli emigranti doveva essere molto alta se si deve credere alla testimonianza di un medico napoletano, riportata nel rapporto citato della Società Italiana di Beneficenza di Parigi, secondo la quale, su 100 fanciulli che abbandonavano i loro paesi, 20 soltanto ritornavano alle loro case, 30 si stabilivano nelle diverse parti del mondo, e 50 “soccombevano alle malattie, alle privazioni di ogni sorta ed ai cattivi trattamenti!”.
A proposito di “cattivi trattamenti” in una nota allegata sempre al suddetto rapporto vi è notizia di un ragazzo di Laurenzana, tal Domenico Damasco, musicante girovago, che, nel maggio 1866, venne trovato “da una persona caritatevole nel più deplorabile stato”, in quanto, già da qualche giorno, “legato sotto il cielo dal suo padrone in preda alle più vive sofferenze”. Il fanciullo, infatti, presentava il braccio e le altre parti del corpo interessate dai legamenti completamente tumefatte e solo dopo essere stato ricoverato nella casa del Console Generale d’Italia venne rimpatriato. A nulla servirono le ricerche della Polizia Correzionale per arrestare il colpevole delle sevizie il quale venne condannato, in contumacia, a soli quattro mesi di carcere.
A volte i fanciulli, dopo essere stati sfruttati per anni, venivano abbandonati in condizioni penosissime. Giuseppe Milone, un bambino di Tramutola venduto dai genitori ad un individuo che, dopo averlo utilizzato come suonatore ambulante, lo lasciò cieco su un marciapiede di Rio de Janeiro nel 186918. Lo stesso François Lenormant, famoso archeologo francese che fu in Basilicata varie volte tra il 1879 ed il 1882, racconta che alcuni “di questi infami trafficanti di carne umana arrivavano sino al crimine” quando si imbattevano in un fanciullo la cui voce preannunciava qualità eccezionali, poiché erano pronti a privarli della virilità pur di farne dei soprani, “prodotto artificiale ancora molto ricercato da certi maestri di cappella da cui essi traevano profitto”. Per evitare di essere perseguiti dalla Legge, facevano constatare da funzionari di polizia compiacenti che il fanciullo “era stato mutilato dal morso di un porco mentre dormiva nei campi”19.
Non sempre, però, le ricerche ed i tentativi di rimpatrio erano un insuccesso. Così, ad esempio, si conclude positivamente la vicenda di Allegretti Michele, un dodicenne di Trivigno, condotto come suonatore di violino sulle strade di Montevideo, che il Console italiano riesce a rimandare in patria proprio “per sottrarlo ai continui mali trattamenti che riceveva”20. Interessante la motivazione che accompagna il provvedimento consolare: “… nella speranza pure che servisse questo d’esempio a quei tanti che speculano su questi poveri ragazzi anche in questo paese”21. Spesso, però, coloro che ritornavano nel proprio paese risultavano incapaci di applicarsi ad un lavoro regolare in quanto “corrotti sino alle midolle dall’abitudine alla mendicità vagabonda”22.
Alcune volte gli sfruttatori venivano finalmente colpiti ed espulsi dalla Francia, quantomeno per “vagabondaggio”. È il caso di Nicola Lasco, di anni 33, che aveva condotto in Francia alcuni fanciulli23 e di Francesco Larecca, di anni 52, ambedue di Marsicovetere, i quali vengono condannati dalla magistratura francese a mesi 3 di carcere per “complicità in mendicità”24.
Il fenomeno dei piccoli italiani non era sconosciuto allo stesso Parlamento italiano. Nella sessione 1867-1868 del Senato un progetto legislativo era stato elaborato da una commissione, presieduta dall’Ispettore consolare generale Costantino Nigra, e presentato nel 1868 dal Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri Luigi Federico Menabrea25.
Quando alla Canera, sempre nel 1868, venne discussa l’interprellanza di Ercole Lualdi sull’emigrazione, intervenne il deputato Giovanni Arrivabene che denunciò il turpe fenomeno il quale provocaca grande “disonore” a tutta la Nazione. Così precisò: “Intendo parlare della tratta dei bianchi: così appellato dalla stampa estera il commercio che si fa in America e in Inghilterra di quei poveri e infelici fanciulli”. Proseguendo il suo discorso egli fece riferimento alla meraviglia dei magistrati di quei Paesi verso l’Italia che, pur governata con un sistema liberale, non prendeva alcuna misura “onde svellere dalle readici questo male”. Addirittura, constatavano questi ultimi, “la compra di quegl’infelici” si concludeva proprio sul suolo italiano26.
Sempre i deputati, nella sessione del 1871-73 della XI Legislatura, si occuparono del problema, dando l’incarico ad una apposita giunta di presentare un progetto di legge sul divieto di impiegare fanciulli italiani nelle professioni girovaghe27. Ma, nonostante l’approvazione di tutta una serie di disposizioni come la Legge 21 dicembre 1873, il traffico non venne affatto stroncato e proseguì anche successivamente. Del resto la normativa approvata, anche per le pene tutt’altro che severe, non riusciva ad impedire che gli stessi genitori venissero coinvolti nella “vendita” dei propri figli28. L’unica misura che risultava di una qualche efficacia era il rifiuto della concessione dei passaporti. quando si sospettava che l’emigrazione dei genitori fosse rivolta a tale traffico.
Sull’“affetto” di questi genitori vi è da citare il caso di una madre di Marsicovetere che, dopo aver “affittato” nel maggio del 1866 il proprio figlio ad un proprio compaesano, il quale poi aveva provveduto ad abbandonarlo in Francia, avendo saputo che il ragazzo si trovava a Marsiglia, affidato dal Console ad un francese “per fargli apprendere un arte”, si affretta a richiedere l’intervento del sindaco del paese perché vengano compiute opportune ricerche, richiedendo il rimpatrio solo qualora il fanciullo fosse dedito al vagabondaggio. Nel caso invece egli stesse veramente “per apprendere un arte qualunque”, ella consentiva tranquillamente che restasse dov’era29. Ma lo scarso attaccamento materno era destinato ad essere miseramente punito dalla sorte. Il Ministero degli Affari Esteri, infatti, di lì a poco, avrebbe comunicato che il Consolato di Marsiglia non aveva trovato “traccia alcuna” di quel ragazzo che la madre “supponeva” essere stato affidato ad un francese30.
Anche le autorità della Provincia di Basilicata si erano da tempo attivate per bloccare l’infame traffico. Così relazionava al Consiglio Provinciale il prefetto di Potenza Tiberio Berardi, nella seduta di apertura della sessione ordinaria del 13 settembre 1868:

…la Basilicata dà un largo contingente di emigrazione. Fra questa si distingue quella dei fanciulli, che una crudele e vituperevole speculazione conduce in contrade straniere, a vagabondare fra l’immoralità e gli stenti, esercitando l’abbietto mestiere di suonatori ambulanti. Troppo lungo e arduo sarebbe l’investigare le cause, che inducono i genitori a vendere i propri figli pel miserabile prezzo di qualche centinaio di lire: l’abitudine è antica, e trova radice nello stato di degradazione, nella quale un Governo immorale gittava le popolazioni per dominarle ed opprimerle. Si è detto da taluno, che in Basilicata i figli si vendono perché manca il pane da sostentarli. Questa asserzione, che è un onta al paese, se non fosse un artificio meschino per far effetto, sarebbe una indegna menzogna31.

Concludeva affermando che, grazie alle disposizioni del Governo, alla Società di Beneficenza di Parigi, allo zelo dei rappresentanti italiani all’estero e alla vigilanza delle Autorità politiche del Regno, le frodi che prima si commettevano su larga scala, stavano “grandemente scemando”, ed i fanciulli andavano man mano rientrando in patria, “richiesti talvolta da quegli stessi genitori, che con snaturato consiglio gli avevan venduti”.
Nel 1874 intervenne lo stesso governo francese, il quale varò un provvedimento che vietava l’impiego di fanciulli nelle professioni girovaghe, mentre anche in Inghilterra erano prese iniziative simili. Solo con tale concertazione legislativa, dunque, il traffico subì un duro colpo testimoniato dai dati ufficiali32. Secondo i calcoli del conte Tornello, ambasciatore italiano a Parigi, nel 1870 i musicisti ambulanti italiani presenti sul suolo francese erano oltre 3.000, mentre nel 1875 non risultavano più di 800 ed alla fine del secolo erano stimati in 200-250, di cui 2 o 3 dozzine a Parigi33. Anche in Inghilterra gli “organgrinders” italiani nel 1891 erano stimati in 2.600, mentre alla fine del secolo ne erano rimasti solo un quarto. In tale nazione si era anche ridimensionato un altro turpe fenomeno, quello di giovani fanciulle che, iniziando come “dancing girls” al suono degli strumenti musicali, venivano poi avviate alla prostituzione34.
Alla fine dell’Ottocento Francesco Nitti accennava al problema nel suo L’emigrazione e i suoi avversari (1888), quando parlava dei padri che, “con regolari contratti, cedevano a persone ignote i bambini che non potevano mantenere, e che andavano a Parigi, a Vienna o in America a disonorare il nome italiano”. Sempre lo statista lucano riferiva, poi, che New York era piena di piccoli girovaghi, lustrascarpe, spazzacamini e strilloni di giornali, ceduti giornalmente ad un prezzo compreso tra i 100 e 200 dollari per i maschi, mentre le femmine, specialmente se graziose, dai 100 ai 500 dollari35.
In Parlamento, intanto, il problema veniva risollevato dalla interrogazione del deputato Socci, presentata il 30 novembre 1897 ed esaurita il 27 gennaio 189836, nonché da altri successivi interventi ed interpellanze, mentre in Francia è da segnalare l’efficace azione di Raniero Paulucci di Calboli, segretario dell’ambasciata italiana a Parigi, il quale, in vari articoli di stampa, denunciava la questione all’opinione pubblica francese, dando inizio ad una vera e propria campagna contro la “tratta dei piccoli vetrai”, ripresa dalla stampa francese e italiana37.
Alla fine dell’Ottocento, dunque, in Basilicata il fenomeno era ancora tristemente presente. Così, infatti, l’8 gennaio 1898 relazionava il procuratore del re in merito ad minori abbandonati, costretti a lasciare la madrepatria e a recarsi nelle lontane Americhe

con persone mercenarie che lì li trasportano per farne turpe, inverecondo mercato o almeno mezzo di speculazione e di guadagno. La formula in tali riscontri usata, anche quando si tratti di ragazzi sui 4 o 5 anni è la seguente: ‘Poiché il minorenne mostra una intelligenza non comune e potrebbe svolgersi con profitto nelle Americhe, esprime parere favorevole perché emigri’. E così col mezzo di cotali sconclusionate ed antipatriottiche deliberazioni tanti e tanti minorenni abbandonano la patria, alla quale niun affetto li lega e li attrae, ed essi, a differenza di altri che pure emigrando colla patria nel cuore, alla patria mandano dalle regioni transoceaniche il loro sospiro, danno il contingente maggiore della emigrazione permanente, ch’è la piaga più sanguinante di questa provincia38.

L’impegno legislativo contro i traffici dei minori all’estero sarebbe proseguito anche con l’inizio del nuovo secolo. Venne, infatti, approvata una legge organica sull’emigrazione, la n. 23 del 31 gennaio 1901, il cui articolo 2 vietava di arruolare, condurre o mandare all’estero, a scopo di lavoro, i fanciulli di età inferiore ai 15 anni che non risultassero provvisti del libretto di lavoro, rilasciato previa visita medica dalle autorità municipali competenti. Ma l’intervento si dimostrò alquanto inefficace: le pene erano esigue e i minori, pur giungendo al confine sprovvisti di libretto di lavoro, riuscivano facilmente ad ottenerlo dalle autorità municipali di confino. Inoltre i gruppi di fanciulli, poi, riuscivano spesso ad eludere ogni sorveglianza, espatriando senza passaporti e senza libretti di lavoro.
Comunque, agli inizi del ‘900 il fenomeno non era stato ancora debellato in Basilicata. Nella seduta del Consiglio Provinciale del 23 aprile 1902, infatti, il consigliere Francesco Dagosto di Moliterno, futuro deputato, denunciò la “tratta di piccoli bianchi”, in virtù della quale molti genitori letteralmente vendevano i propri bambini39.

1 Sui fanciulli italiani, specialmente del circondario di Sora, facente parte oggi della provincia di Frosinone, si veda l’interessante saggio di Maria Rosa Protasi, I fanciulli italiani nelle vetrerie francesi: emigrazione e tratta minorile nel circondario di Sora agli inizi del Novecento, “Studi Emigrazione”, 134 (1999), pp. 194-241.

2 Cfr. John Zucchi, The Little Slaves of the Harp, Montreal-Kingston, McGill- Queen’s University Press, 1992; Id., “Les petits Italiens”. Italian child street musicians in Paris, 1815-1875, “Studi Emigrazione”, 97 (1990), pp. 27-52. Sul fenomeno dei piccoli italiani girovaghi, già presenti nei primi anni dell’Ottocento in Inghilterra, si veda anche Massimo Angelini, Suonatori ambulanti all’estero nel XIX secolo, considerazioni sul caso della Val Graveglia, “Studi Emigrazione”, 106 (1992), pp. 309-318.

3 Società Italiana di Beneficenza di Parigi Rapporto sulla situazione dei piccoli italiani presentato dai signori amministratori, membri della Commissione Bixio, Cerreti, Fortina, Ronna, Cavaglion, Potenza, Tip. Santanello, 1868, riportato in La Basilicata e il “Nuovo Mondo”, a cura di Enzo Vinicio Alliegro, Potenza, Quaderni di documentazione regionale, 2001, pp. 463-481.

4 M. Angelini, Suonatori ambulanti, cit.

5 Lettera del prefetto di Potenza al Ministero degli Affari Esteri del 2 giugno 1870, in Archivio di Stato di Potenza (d’ora in poi ASP), Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

6 Lettera di Giuseppe Rago al prefetto di Potenza del 4 maggio 1870, in Archivio di Stato di Potenza, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13. Per le liste dei musicanti italiani negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento si veda Ministero Affari Esteri, Archivio storico-doplomatico, B. 770.

7 Lettera del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale dei Consolati e del Commercio, alla Regia Prefettura di Basilicata del 2 settembre 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

8 Lettera del prefetto di Potenza al Ministero degli Affari Esteri del 2 giugno 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

9 Lettera del Ministero degli Affari Esteri alla Prefettura di Basilicata del 14 gennaio 1871, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

10 Lettera dell’Amministrazione Comunale di Corleto Perticara al prefetto di Potenza dell’08 luglio 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

11 Lettera del prefetto di Potenza al sindaco di Corleto Perticara del 25 maggio 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

12 Lettera del Ministero degli Affari Esteri al Prefetto di Potenza del 15.12.1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

13 A Parigi gli alberghi erano, in genere, situati presso piazza Maubert ed al Pantheon.

14 Il 27 dicembre 1867 la Prefettura di Parigi fece tradurre al Consolato Generale d’Italia per rimpatrio i seguenti ragazzi lucani, musicanti girovaghi che esercitavano a Parigi l’accattonaggio “per conto di speculatori”: Dell’Aquila Raffaele di anni 9 di Calvello, Guerrieri Antonio di anni 9 di Calvello, Varallo Giacomo Antonio di anni 14 di Marsicovetere, Leone Nicola di anni 10 di Laurenzana, Di Pasquale Lorenzo di anni 13 di Marsicovetere, Passalacqua Luigi di anni 10 di Marsicovetere, Spacuccio Rocco di anni 9 di Marsicovetere (Allegato al rapporto della Società Italiana di Beneficenza di Parigi).

15 Lettera del Ministero degli Affari Esteri alla Prefettura di Basilicata del 20.12.1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

16 Lettera del Ministero degli Affari Esteri alla Prefettura di Basilicata del 20.12.1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

17 La lettera è allegata al rapporto della Società Italiana di Beneficenza di Parigi.

18 Gregorio Angelini, Progetto di ricerca regionale sull’emigrazione, “Basilicata Regione Notizie”, n. 1-2 (1998), p. 124.

19 Francois Lenormant, A travers l’Apulie et la Lucanie. Notes de Voyages, Paris, Levy, 1883. Per la traduzione in italiano cfr. Giustino Fortunato, Venosa e Melfi, Roma, Botta, 1883.

20 Lettera del prefetto di Potenza al Ministero degli Affari Esteri del 27 gennaio 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

21 Comunicazione della Questura di Genova alla Prefettura di Basilicata del 22 ottobre 1869, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

22 F. Lenormant, A travers l’Apulie et la Lucanie, cit.

23 Lettera del Ministero degli Affari Esteri alla Prefettura di Basilicata del 9 maggio 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

24 Lettera del Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, al prefetto di Potenza del 14 maggio 1868, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

25 Atti Parlamentari, Senato del Regno, Sessione 1867-1868, n. 183.

26 Zeffiro Ciuffoletti – Maurizio Degl’Innocenti, L’emigrazione nella storia d’Italia, 1868/1975, Firenze, Vallecchi, 1978, I, pp. 10-11.

27 Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, XI Legislatura, Documenti, Relazioni, Disegni di legge, sessione del 1871 – 73, stampato n.142. La Giunta, presieduta, da Piroli, era composta dai deputati Boselli, Lacava, Oliva, Ruggeri, Ricci, Guerzoni. Alla relazione, presentata alla Camera il 19 marzo 1873, era allegato un interessante Elenco nominativo delle persone che sogliono condurre fanciulli all’estero. Anche Raniero Paulucci di Calboli si occupò della questione nello scritto, pubblicato a Città di Castello nel 1893, I girovaghi  italiani in Inghilterra ed i suonatori ambulanti. Appunti storico – critici.

28 L’articolo 1 della Legge 21 dicembre 1873 recitava “Chiunque affidi o, a qualsiasi titolo, consegni a nazionali o stranieri individui dell’uno o dell’altro sesso minori di anni diciotto, benché propri figli o amministrati, e chiunque, nazionale e straniero,  li riceva allo scopo di impiegarli nel regno in qualunque modo e sotto qualunque denominazione nell’esercizio di professioni girovaghe, quali quelle di saltimbanchi , ciurmatari, ciarlatani, suonatori o cantanti ambulanti, saltatori di corda, indovini o spiegatori di sogni, espositori di animali, questuanti o simili , sarà punito col carcere da uno a tre mesi e con la multa da cinquanta a duecentocinquanta lire”.

29 Lettera del sindaco di Marsicovetere al prefetto di Potenza del 18 marzo 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

30 Lettera del Ministero degli Affari Esteri alla Prefettura di Basilicata del 9 maggio 1870, in ASP, Pubblica Sicurezza, 1870, Cat.13.

31 Per l’intervento del Prefetto cfr. Atti del Consiglio Provinciale di Basilicata per l’anno 1868, Potenza, Stab. Tip. Vincenzo Santanello, 1869.

32Secondo John Zucchi (vedi nota 2), invece, la drastica riduzione del fenomeno, più che il risultato delle iniziative legislative, sarebbe stata la conseguenza soprattutto dei cambiamenti economici e sociali, intervenuti tanto nei Paesi di destinazione, quanto in quelli di partenza. Furono, infatti, atre mete migratorie ed altre occupazioni lucrative quelle cui aspirarono gli emigranti italiani e gli stessi fanciulli vennero attratti in un mercato produttivo (vedi industria tessile) che, pur continuandoli a sfruttare, non dava più problemi di ordine pubblico. La tesi finale dell’autore è quella che “l’accettabilità sociale” del perdurante sfruttamento minorile avrebbe, in definitiva, svelato la effettiva preoccupazione, di mero ordine sociale, che vi era dietro la consueta pietà per la sorte dei piccoli italiani.

33 M.R. Protasi, I fanciulli italiani nelle vetrerie francesi,. cit.

34 Si veda in proposito Tratta di fanciulli e di fanciulle nel Mezzogiorno, “Corriere della Sera”, 29 novembre 1901. Anche il Rapporto sulla situazione dei piccoli italiani (vedi n. 4) fornisce una testimonianza a riguardo, allegando una lettera del console generale d’Italia a Londra al sotto-prefetto del circondario di Chiavari nella quale si parla di una ragazza sedicenne, deceduta nel giugno del 1867 in un ospedale londinese ed “affetta da mal venereo”, passata “all’altra vita senza neanco ricevere i conforti della Religione, e ciò per l’incuria e trascuratezza del detto tristo padrone, il quale ha presentato un conto di spese di vitto, di medicine, di spese fatte per farla accompagnare dai dottori, e per farla seppellire…”.

35 Francesco Saverio Nitti, L’Emigrazione e i suoi avversari, Torino-Napol,i L. Roux e C., 1888 (ora in Scritti sulla questione meridionale, Bari, Laterza, 1958).

36 Camera dei Deputati, Atti Parlamentari,  XX Legislatura, 1° sessione, 1897-98 (Discussioni: Piccoli operai italiani in Francia), Interrogazione del deputato Socci.

37 Cfr. La traite des petits Italiens en France, “Revue des Revues”, 1 settembre 1897.

38 Discorso inaugurale dell’Amministrazione della Giustizia del Circondario di Potenza, Potenza, Tip. Arcangelo Pomarici, 1898.

39 Enzo Vinicio Alliegro, Emigrazione e processi di mutamento nelle culture locali. Problemi e prospettive per la ricerca storico-antropologica, in AA.VV., Zanardelli e la Basilicata cento anni dopo, Potenza, Consiglio Regionale della Basilicata, 2003, p. 29.

fonte https://www.asei.eu/it/2008/04/emigrazione-e-tratta-minorile-in-basilicata-nella-seconda-meta-dellottocento/

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Storia: il mito di Garibaldi e la realtà in Sud America

Posted by on Mar 20, 2019

Storia: il mito di Garibaldi e la realtà in Sud America

(Lettera Napoletana) Il mito di un Garibaldi eroe buono e disinteressato in Italia è sempre più incrinato da studi ed articoli di divulgazione che hanno scavato nella sua biografia. Ma in America Latina, dove Garibaldi visse diversi anni, combattendo per diverse bandiere e svolgendo anche l’attività di mercante di schiavi, la sua leggenda è contraddetta da numerosi episodi, mentre la memoria popolare lo ricorda come un oppressore ed un violento. Così lo descrive una canzoncina, “Garibaldi Pum !”, che circola in più versioni dal Perù all’Argentina.

Sugli anni di Garibaldi in Sud America e sulla sua immagine nel ricordo popolare LETTERA NAPOLETANA ha rivolto alcune domande allo studioso e giornalista peruviano Julio Loredo, responsabile per l’Italia dell’Associazione per la difesa della Tradizione Famiglia Proprietà (TFP).

D – Gli anni trascorsi da Garibaldi in Perù smentiscono l’immagine del disinteressato combattente per la libertà dei popoli nei “due mondi”?

R. Non solo gli anni trascorsi in Perù ma, in realtà, tutta la sua vita contraddice quell’immagine. Garibaldi era, senz’altro, una forza della natura. Aveva una grande vitalità e l’ansia irrefrenabile di realizzare grandi progetti. Purtroppo, ha messo tale vitalità al servizio del male, impegnandosi nelle cause massoniche e rivoluzionarie.

Proprio la sua vitalità, unita alla totale mancanza di scrupoli, lo portava a essere prepotente e altezzoso. Era una persona sgradevole ed aggressiva. A Lima, Garibaldi lasciò un’immagine di tipo violento e vendicativo, soprattutto quando era in ballo il suo smisurato ego. Il celebre scrittore peruviano Ricardo Palma (1833-1919) racconta un tipico episodio di iracondia garibaldina, del quale fu testimone. Il giornalista Carlos Ledos, di “El Correo de Lima”, si era permesso di criticarlo. Accecato dalla rabbia, Garibaldi si presentò nella redazione del giornale e prese Ledos a bastonate, lasciandolo sanguinante e tramortito.

D – Come si spiega il fatto che a Garibaldi siano dedicate piazze e strade anche in diversi Paesi del Sud America? Si può dire che la memoria popolare in Perù ed in altri Paesi latino-americani è diversa dalla leggenda creata in Italia ed in Europa?

R. Il motivo è molto semplice. Esattamente come è successo nel Meridione italiano, la storia peruviana l’hanno fatta i vincitori, cioè i liberali repubblicani. Eppure, come dimostrano recenti studi, all’epoca dell’indipendenza (1821-1824) c’era una larga maggioranza monarchica. Va ricordato che il Reale Esercito del Perù, fedele ai Borbone, lottava su due fronti: contro Simón Bolívar, al Nord, e contro José de San Martín, al Sud. Vittorioso per molti anni – lo chiamavano “l’Esercito Invitto” perché in 15 anni non perse una sola battaglia – alla fine fu schiacciato dalla tenaglia repubblicana. E questo soltanto perché ai vertici ormai dominava la È risaputo che l’ultimo Viceré del Perù, Don José de la Serna, un noto massone, portò la resa già pronta e firmata prima ancora di ingaggiare la battaglia decisiva di Ayacucho, offrendo quindi una resistenza appena proforma prima di capitolare.

Per convincere i monarchici ad appoggiare la giovane repubblica, misero come primo presidente Don José de la Riva Agüero y Sánchez Boquete (1783-1858), un noto monarchico, imparentato con l’alta nobiltà europea, che voleva restaurare la monarchia, portando sul trono del Perù un principe europeo. Fu deposto dai liberali, e il partito monarchico si dissolse.

Cominciò allora un crescente flusso di immigrazione italiana, per lo più ligure. Mentre alcuni arrivavano semplicemente per tentare fortuna, altri venivano con l’intenzione di esportare le idee del Risorgimento. Si formarono in questo modo decine di cellule della Giovine Italia, della Carboneria e della Massoneria. Il naturale dinamismo della razza fece sì che molti italiani diventassero in poco tempo persone di spicco nella società e nell’economia peruviana, e anche nella politica. Un esempio tra mille: furono gli italiani a formare uno dei primi corpi moderni di pompieri di Lima, la “Compagnia Pompieri Garibaldi.

La fortuna della “leggenda garibaldina” in Perù è da attribuire all’influenza di questo dinamico settore, in sinergia con i liberali creoli. In altre parole, l’esaltazione del rivoluzionario nizzardo era parte integrante della propaganda liberale tesa a consolidare la repubblica peruviana. Mentre, però, a livello ufficiale la memoria di Garibaldi era portata allo zenit, la gente ricordava invece il vero personaggio, prepotente, iracondo e mercante di schiavi. (LN132/19).

Leggi l’articolo Don José Garibaldi ciudadano peruano

Ascolta la canzone popolare Garibaldi Pum !”, in versione argentina

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/storia-il-mito-di-garibaldi-e-la-realta-in-sud-america/

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Orrore turco ed eroismo cristiano a Famagosta

Posted by on Mar 18, 2019

Orrore turco ed eroismo cristiano a Famagosta

L’indomabile conflitto tra veneziani e turchi nel Mediterraneo è costellato di episodi di eroismo. Il 29 maggio 1453 il Sultano Maometto II entra a Costantinopoli, in un mare di sangue, ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente. Il Sultano, in spregio al nome cristiano, irrompe a cavallo nella Cattedrale di Santa Sofia (in seguito riattata a moschea) e scoppia con Venezia la guerra per Negroponte. Al Comandante veneziano Paolo Erizzo Maometto II aveva promesso salva la testa, se si fosse arreso: per non venir meno alla parola data, il barbaro lo fa segare in due.

Il Sultano Selim II trascorreva le giornate ubriaco nel suo harem. Invaghito del vino di Cipro o per desiderio di conquista, pretese la consegna dell’isola dai veneziani. Al loro rifiuto Mustafà Pascià (settembre 1571) occupò la capitale Nicosia. Bilancio: 20.000 morti, gran parte della popolazione schiava.

Mentre in Europa sorge la Lega Santa su impulso di Venezia e del Papa san Pio V, che avrebbe poi trionfato a Lepanto, a Cipro la situazione era disperata. Il Comandante Marcantonio Bragadin, men che 50enne, decise la resa per risparmiare la popolazione.

Il giorno dopo doveva iniziare l’imbarco dei veneziani per Creta. Bragadin chiese udienza al Pascià per la usuale cerimonia di consegna delle chiavi: adirato per lo scacco subito ad opera poche centinaia di soldati, lui con i suoi 250.000 guerrieri, con false accuse gli si avventò contro, mozzandogli naso e orecchie.

Inizia un incredibile crescendo di atrocità. Il Pascià fa impiccare tre volte il colonnello Martinengo; ordina di uccidere tutti i veneziani e gli abitanti dell’isola (i risparmiati finiscono schiavi) e le teste mozzate dei veneziani si accatastarono davanti alla sua tenda. Altri comandanti veneziani e greci sono bastonati, impiccati, squartati, le loro membra date in pasto ai cani.

Uno dei più atroci martìri della storia

Ma la sorte più tremenda attende Bragadin, l’eroico Capitano Generale di Famagosta: un lungo martirio che solo la forza della Fede, l’assuefazione al sacrificio e l’appartenenza a un illustre casato potranno fargli sostenere.

Il capo del Comandante era divorato dall’infezione che, dalle orecchie e dal naso mutilati, si era propagata a tutta la testa; era stato lasciato in una gabbia al sole, dove si sarebbe consumato per 12 giorni sino alla fine. “Se ti fai musulmano avrai salva la vita”, gli propongono gli aguzzini il quarto giorno.

Al deciso rifiuto, per indurlo ad apostatare lo legano a lungo sull’antenna di una nave; è ripetutamente tuffato in mare, fin quasi a soffocare; lo massacrano con cento frustate; poi è condotto per le strade, rinnovata via crucis, portando sulle spalle una grande cesta, zeppa di sassi e sabbia; incede fra lo scherno dei vincitori, finché non ha un collasso; infine, incatenato a una colonna sulla piazza principale di Famagosta, è scuoiato vivo a partire dalla testa, quindi squartato. Era il 17 agosto 1571 il giorno in cui il patrizio veneziano coglieva la palma del Martirio in cielo.

La sua pelle, riempita di paglia e rivestita delle insegne militari, è esibita quale macabro trofeo per le vie di Famagosta, insieme alle teste di altri tre capitani veneziani, indi issata sul pennone di una galea e portata fino al Sultano, a Costantinopoli.

Anni dopo un pugno di coraggiosi marinai veneziani s’impadronisce dei resti di Bragadin e li riporta a Venezia. Dal 1596 il Martire riposa nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, sacrario delle glorie dogali. Ma il sacrificio del Bragadin non fu vano. Lo sdegno per l’atroce assassinio commesso si diffuse ovunque e rese incrollabile il mondo cristiano nella volontà di sbarazzarsi del Turco.

Le ultime glorie veneziane

Nel 1645 tocca a Candia, capitale di Creta, investita da 60.000 turchi; ne segue un assedio di ben 22 anni, alleggerito da strepitose vittorie veneziane sul mare. Nel 1656 una squadra navale veneta forza addirittura lo stretto dei Dardanelli e bombarda Istanbul.

E anche l’ultima impresa della Serenissima, solo dieci anni prima della caduta, è la spedizione contro i pirati barbareschi (1786) che infestavano i porti nordafricani.

Salvatore Russo

fonte https://www.radioromalibera.org/cultura-cattolica/storia/orrore-turco-ed-eroismo-cristiano-a-famagosta/

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La storia dei ‘piccoli disgraziati sanniti’ e i Fanciulli delle Mainarde

Posted by on Mar 18, 2019

La storia dei ‘piccoli disgraziati sanniti’ e i Fanciulli delle Mainarde

Ovvero quando i bambini molisani, e non solo, erano “venduti” per miseria ed erano la vergogna d’Italia.

Quella che vado a raccontare è una storia sconosciuta ai più. È, senza dubbio, la pagina più drammatica dell’emigrazione molisana. Vide per protagonisti tantissimi bambini provenienti dal Circondario di Isernia, specificatamente dalla valle del Volturno e da San Polo Matese, territori accomunati dalla tradizione della zampogna. L’ho ricostruita sulla base di documenti conservati negli archivi che ci raccontano della “vendita” , da parte dei genitori, dei propri figli a quelli che venivano definiti “padroni”.

La scomparsa, il rapimento, lo sfruttamento, il maltrattamento e la morte accompagneranno per diversi decenni questa vicenda dimenticata. Era il 12 settembre 1885 quando, in un lungo articolo di fondo sul Corriere della Sera, viene affrontato un argomento molto sensibile per le elite dell’epoca: quale ruolo e quale immagine per l’Italia a pochi anni dall’unificazione. Il contenuto dell’articolo ci riguarda in quanto viene ripresa una lettera inviata alla Rassegna da Raffaele De Cesare intitolata “La morale dell’esposizione di Anversa”. Per il Corriere “ha toccato di quel disgustoso spettacolo che dappertutto all’estero, e anche nell’Olanda e nel Belgio, offrono quei poveri sciagurati fanciulli che vanno attorno rompendo gli orecchi e le tasche al pubblico col canto delle canzonette e col suono di qualche organetto.” Purtroppo per quei ragazzi, le loro miserabili storie si scontravano con la “Storia”. Si svolgeva in quell’anno ad Anversa l’Esposizione Universale che avrebbe visto tra i suoi padiglioni oltre 4 milioni di visitatori: una manna per chi viveva di accattonaggio. Allo stesso tempo le Esposizioni erano il luogo in cui mostrare i progressi scientifici ed economici delle nazioni.

Ecco, i nostri emigranti girovaghi erano lo spettacolo più visibile che l’Italia dava di sé durante l’anno nelle principali città del mondo, vanificando buona parte della retorica nazionalista. Riprendendo la lettera alla Rassegna il Corriere prosegue: ”È nel Belgio, che è il paese più ricco d’Europa e in Olanda, che, dopo l’Inghilterra, è il paese più commerciale del vecchio mondo, che si sarebbe continuato a giudicare l’Italia e gli italiani dallo spettacolo degradante che danno in quei paesi tribù intere di piccoli pezzenti, maschi e femmine che nelle birrerie e nei trattori affollatissimi suonano l’organetto, e che interrogati dagli astanti e da noi stessi di qual paese fossero, vi rispondono: “Di Roma”. E invece sono nativi del Molise, di quella derelitta provincia di Campobasso, che dà il maggior contingente alla peggiore emigrazione, che vive di accattonaggio o peggio. I soli poveri che io abbia incontrato in due mesi circa di dimora nel Belgio, sono stati questi piccoli e disgraziati sanniti, prigionieri di avidi menrcanti, ai quali furono venduti da genitori disumani, e la cui vita è una pagina di pianto e di vergogna. Ne ho incontrati a Ostenda sulla diga, a Bruxelles, a Gand, a Liegi e in ogni grande città del Belgio; ne ho incontrati a Rotterdam, a Amsterdam, all’Aja e sulla spiaggia di Scheveningen, dappertutto noti come “i piccoli italiani” o “i piccoli romani”. In realtà i girovaghi italiani (arpisti lucani, zampognari e suonatori molisani e ciociari, birbanti chiavarini, espositori di animali, commedianti e commercianti di inchiostro dalle province di Genova, La Spezia, Parma e Piacenza, figurinai lucchesi) erano un mondo molto variegato che si distribuiva lungo tutto l’Appennino. Una cosa però li accomunava: provenivano tutti da quel mondo contadino in cui il “disagio di vivere”, così come descritto in un bellissimo libro di Costantino Felice, li spingeva costantemente ad individuare forme integrative del reddito. Si potevano ottenere attraverso lavori che venivano definiti, alternativamente, produttivi o improduttivi secondo la morale del lavoro dell’epoca.

Quello dei girovaghi era, per definizione, del secondo tipo. Già prima dell’Unità d’Italia, emigrando clandestinamente, i suonatori di zampogne e ciaramelle avevano raggiunto dapprima i medi e grandi centri urbani italiani per poi andare all’estero. E’ dopo il 1860 che diventano un problema. Come detto prima, la nascente nazione italiana voleva dare una nuova immagine di sé nel mondo. Purtroppo, l’unica immagine conosciuta era la moltitudine di bambini che mendicavano al suono dei loro strumenti per le strade di Londra, Parigi, New York e in tante altre città. Non solo chiedevano l’elemosina ma, spesso, erano soggetti a maltrattamenti. Notizie di questo tipo erano riportate con enfasi dalla stampa e vanificavano gli sforzi del Governo italiano tesi a migliorare la percezione del nuovo stato. Nel solo 1867, a Parigi, in occasione dell’esposizione universale, furono individuati 1.500 bambini e 150 padroni. La maggior parte di essi provenivano da San Biagio Saracinisco, comune nelle immediate vicinanze di Filignano. Avevano con sé sia propri figli sia ragazzi che venivano “ceduti” dalle famiglie ad incettatori che battevano campagne e paesi alla ricerca delle famiglie più povere.

Spesso si trattava di madri vedove che di fronte alle estreme difficoltà si vedevano costrette ad affidare i loro figli a personaggi sui quali non avrebbero avuto più alcun controllo. Si stilava un contratto in cui erano descritti gli obblighi dei “padroni” e dei ragazzi con tanto di penali. Veniva specificato l’impegno a non maltrattare i minori e i compensi che venivano riconosciuti alla famiglia. Avere una o due bocche in meno da sfamare per una madre allo stremo era un grande risultato economico ad un costo umano e sociale altissimo. Una volta partiti, non vi era alcuna possibilità di controllo. Dopo lo scandalo parigino, sei anni dopo, fu approvata una legge che vietava l’utilizzo di minori in professioni girovaghe. Non era una legge a difesa e a garanzia del lavoro dei ragazzi che continuavano a lavorare negli opifici, nelle solfatare o nei campi. Semplicemente mirava a stroncare il “turpe commercio”. Ed è proprio grazie a questa legge e ai processi che si celebrarono presso il Tribunale di Isernia che noi oggi possiamo dare uno sguardo all’interno dell’”emigrazione immorale” che avveniva nel Molise.

Da un punto di vista geografico, tutta la vicenda si svolse nella valle del Volturno che costituiva un vero e proprio bacino di reclutamento dei bambini con epicentro il comune di Filignano e quello di Castellone con i territori limitrofi. “Un’altra emigrazione di altra natura, quasi sempre clandestina è quella che si avvera in alcuni paesi dei Mandamenti di Venafro e di Castellone che mandano i loro contingenti di uomini e fanciulli che esercitano professioni girovaghe ed anche di suonatori ambulanti. Due casi di contravvenzione sonosi nel semestre ora decorso verificati a carico di genitori contravventori alla legge che vieta l’impiego di fanciulli minori di 18 anni in professioni girovaghe, ed a carico di coloro che li avevano per l’oggetto assunti al loro servizio, ed i relativi provvedimenti penali trovansi in corso”. Così si esprimeva il Sottoprefetto di Isernia nel 1877, quattro anni dopo l’entrata in vigore della legge che vietava le professioni girovaghe. E di nuovo, nel 1887: “La massa degli emigranti è rappresentata di una falange di accattoni vagabondi che invadono quasi tutte le città d’Europa menando seco dei monelli minorenni che loro abbandonano genitori snaturati per bassa speculazione; i quali muniti di un organetto o di un piffero vanno suonando per le vie, con uno strazio a danno delle orecchie altrui e chieggono la carità”.

Purtroppo per i bambini, nei decenni successivi nessuna delle cause alla base di tale pratica era stata eliminata. I processi che furono celebrati erano solo la punta di un iceberg. Raramente i procedimenti si attivavano su iniziativa dei genitori: quest’ultimi temevano le conseguenze penali del loro comportamento. Fa eccezione il caso che si verificò a San Polo Matese, unico comune al difuori della valle del Volturno in cui ci sia traccia di una di “cessione”. Ne è prova la disperata lettera di denuncia che una madre di San Polo Matese indirizza al Procuratore del re il 6 dicembre 1898. In essa troviamo tutta la drammaticità che deriva dal non sapere per mesi del proprio figlio ed era divisa in due parti: nella prima viene denunciato il fatto, mentre nella seconda troviamo l’appello vero e proprio: “Annamaria Liberatore, del fu Giuseppe, di anni 40, infelice contadina di S.Polo Matese, l’espone: essendo ella madre di un figlioletto a nome Giuseppe Vacca e vedova, siccome il medesimo quantunque appena in sul dodicesimo anno ben istruito a suonar la così detta ciaramella, glielò stappò dal fianco il compaesano Liberato D’Egidio di Salvatore, per condurlo in America del Nord, come col fatto ve lo strascinò, e se ne rese garante, giusto che risulta dalle fedi di imbarco esistenti presso una delle agenzie di emigrazione di Napoli. Il barbaro e crudele mallevadore D’Egidio, uomo fedifrago e rotto alle più grandi dissolutezze, giunto con il povero e disgraziato ragazzetto della esponente, si mise a bivaccare nelle osterie col denaro che andava procacciando al giorno il giovincello, da £10 a £15 al giorno, e lo bastonava da orbo. Una delle due; non si sa se per impulso di brutale malvagità, o per immeritato abbandono da parte del troppo colpevole D’Egidio, o per uccisione commessa da lui, il fatto sta che lo sventurato giovincello è sparito dalla scena del mondo. E’ una madre vedova che alla S:V.Ill.ma si rivolge, con esporre querela davanti la S.V.Ill.ma contro il ripetuto Liberato D’Egidio, di Salvatore, onde il medesimo sia punito con tutto il vigore della vigente legge penale…..” Poi, di pugno, con evidente mano tremante aggiunge: ”La supplicante Annamaria Liberatore, alzando i suoi occhi lacrimanti al Cielo prega la Vergine Ssa. dei sette dolori, perché come la tutta santa dopo di aver disperso il suo unigenito Gesù, appunto quando costui aveva appena 12 anni, così la volesse consolare di ritrovare il figliolo sperduto”.

Aveva validi motivi, la donna, per essere preoccupata. Partito da Napoli, il D’Egidio aveva condotto con sé a New York il giovinetto. In quella immensa città viveva pure il fratello insieme alla propria famiglia. Richiesto di notizie circa la sorte del nipote, le scrisse di aver saputo che questi era assolutamente terrorizzato dallo sfruttatore mai soddisfatto di quanto l’infelice riusciva a raccogliere durante il giorno vestito di cenci e scalzo. Sapeva, per averlo appreso da un compaesano, che il ragazzo era caduto malato e che il “padrone” era tornato a New York. Qualche giorno dopo l’invio della lettera alla sorella, alla stessa fu inviato un telegramma in cui si preannunciava il ritorno in Italia del D’Egidio. Avvisata la Questura, ad attenderlo a Napoli vi erano le guardie di P.S. che, fermatolo, lo interrogarono immediatamente circa la sorte di Giuseppe. Rispose che questi, di sua volontà, era rimasto a Fitchisburg(?) nello stato del Mass., dimorante presso una locanda di un italiano e lì suonava per le strade. Non era la prima volta che il D’Egidio portava con sé dei minori. Era successo già dieci anni prima e di quel bambino che gli era stato affidato non si erano avute più notizie. A sostenerlo erano i Reali Carabinieri di Bojano che aggiungevano, particolare molto importante, nessuna denuncia era stata mai sporta per il grave fatto. Nonostante la Questura di Napoli richiedesse notizie al Consolato d’Italia a New York, che a sua volta le girò, tra gli altri, alla polizia del luogo della sua ultima residenza conosciuta, del ragazzo non si ebbero altre notizie.

Abbiamo conferma, quindi, con il caso di San Polo Matese dell’intima connessione tra l’areale di diffusione della zampogna e la “tratta dei fanciulli”. Al momento, non risultano altri casi riguardanti il Matese, ma il riferimento a precedenti casi ascrivibili al D’Egidio ci fa ritenere che la pratica avesse una qualche diffusione.

Questioni di spazio mi impediscono di andare oltre. Potrei raccontarvi di tanti altri casi con epiloghi altrettanto tristi. Quella che fu definita “la tratta dei piccoli schiavi bianchi” ebbe evoluzioni successive ancora più drammatiche. Vale la pena accennare alla fase successiva. Per motivi legati ai sempre più frequenti controlli di polizia, i padroni pensarono bene di togliere i bambini dalle strade di mezzo mondo. Il passo successivo fu quello di mandarli nell’inferno delle vetrerie francesi dove le famiglie d’oltralpe non mandavano più i loro figli. Ma di questo parleremo in una prossima puntata.

Nicola Paolino

fonte https://www.isnews.it/cultura/56913-la-storia-dei-piccoli-disgraziati-sanniti.html?showall=1&limitstart=

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Il “Reddito di Cittadinanza”? Fu inventato a Napoli nel 1831 dai Borbone.

Posted by on Mar 17, 2019

Il “Reddito di Cittadinanza”? Fu inventato a Napoli nel 1831 dai Borbone.

Sono trascorsi 184 anni e nessun rappresentante politico della Prima e Seconda Repubblica Italiana ringrazia, menziona, attribuisce, etc. la Legge Borbonica: Decreto n°131 del 4 gennaio 1831 (Regolamento per la Real Commessione de Beneficenza). Il Decreto Reale conferisce un “assegno di  disoccupazione per coloro i quali non possono assolutamente con il loro travaglio sostenere se medesimi e la di loro famiglia”.

Una legge semplice, efficiente, efficace e molto applicata nel Regno delle Due Sicilie (1734-1860 circa), che attualmente è ben custodita presso l’Archivio di Stato di Napolisez. Archivio Borbone: Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie – giusto per far comprendere l’elevata professionalità giuridico-amministrativa nel redigere tali leggi borboniche.

Tal Decreto stabiliva “assegni di disoccupazione e invalidità provvisori o a vita”, a disposizione della popolazione in difficoltà economiche. Nel 1831, vediamo già un moderno welfare molto avanzato e lungimirante, che teneva conto della discrezione (l’identità personale di tutti coloro che avevano diritto all’assegno restava segreta forse anche più di oggi, con l’attuale “Legge Privacy e successive modifiche”).

Il mio personale pensiero è che:…Se vogliamo far funzionare il Sud Italia, basterebbe ri-applicare ciò che abbiamo ereditato dalla famiglia reale dei Borbone: Leggi e Regolamenti compresi».

fonte https://michelefilipponio.blogspot.com/2015/09/il-reddito-di-cittadinanza-fu-inventato_13.html

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