Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La modernità degli ingegneri napoletani

Posted by on Lug 20, 2019

La modernità degli ingegneri napoletani

150 anni fa moriva a Napoli Ferdinando Visconti, fondatore del Real Officio Topografico, uno dei tanti vanti scomparsi della civiltà meridionale.

All’epoca in cui Napoli era la capitale di un regno molto più europeo di quanto lo sia oggi l’Italietta in cerca di un ingresso in Europa, giungevano da tutta la penisola ed anche, incredibile a dirsi, dall’estero, in cerca di lavoro.

Fra questi proprio uno degli ingegneri progettisti del nuovo porto di Ischia, Luigi Oberty, figlio di un immigrato nella contea di Nizza, allora sotto dominio sabaudo.

Questi, e tanti degli ingegneri giunti alla fine del ‘700, costituirono il nucleo iniziale della celebre Direzione dei ponti e delle Strade.

Tutta la viabilità del Regno, bisogna ricordarlo, fu costruita sotto i Borbone, ed è quella che, dopo quasi 140 anni, viene prevalentemente percorsa ancora al sud, nella sua impostazione principale.

Officio Topografico e Ponti e Strade lavorarono insieme per la modernizzazione del Regno. Visconti, oggi praticamente dimenticato, all’estero è ancor oggi considerato uno dei più grandi geografi europei.

Era nato a Palermo nel 1772 ed aveva avuto una giovinezza travagliata, come molti spiriti del tempo, dalla diffusione delle idee rivoluzionarie francesi.

Durante il decennio francese aveva prestato servizio nell’esercito della repubblica Cisalpina e nel Viceregno Lombardo. Rientrato a Napoli dopo la restaurazione, aveva visto coronato da successo il suo sogno di creare un Officio Topografico, che avrebbe avuto risonanza internazionale per la preziosità e precisione delle sue carte.

Va ricordato che persino gli inglesi inviavano le loro carte nautiche delle coste napoletane a Napoli per farle correggere ed approvarle.

Rimase sempre affezionato all’idea di una monarchia liberale e costituzionale: venne però allontanato dal servizio, ma Ferdinando II lo richiamò nel 1831 confermandolo alla guida dell’Officio da lui creato, e che guiderà fino alla morte avvenuta il 26 settembre 1847.

A 75 anni moriva un leale servitore della patria e della democrazia, che non avrebbe assolutamente capito la distruzione scientifica della sua opera operata dai piemontesi, che chiusero il suo meraviglioso laboratorio per trasferirne le spoglie a Firenze, capitale del nuovo regno d’Italia, incendiando tutte le carte da loro giudicate inutili.

Anche in questo vi è traccia specifica della “Liberazione del Mezzogiorno”.

Da “Il SUD Quotidiano” del 25/10/97

Lorenzo Terzi

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LA STORIA DEL SUD VISTA DAL SUD di Giuseppe Plnelli

Posted by on Lug 18, 2019

LA STORIA DEL SUD VISTA DAL SUD di Giuseppe Plnelli

C’era una volta il Sud, c ‘era una volta un re. E già, perché è impossibile parlare dei meridionali senza dire dei loro re, ed anche delle loro regine. Per grazia di Dio e volontà della nazione, i re del Sud non svegliavano con un bacio le belle addormentate, spesso non eran biondi né belli e sui cavalli bianchi ci stavano a malapena.

Ma, anche se i loro soprannomi non erano sacrali, anzi talvolta alquanto impertinenti, non furono mai simboli ma persone, con tutti i pregi e le debolezze dei loro sudditi e perciò da essi furono molto amati, come gente di famiglia. Anche quando si ebbero contro mezza Europa, seppero stare ai patti fino in fondo.

Calunniati fino ad oggi con pervicace furore come nessun altro di nessun ‘altra dinastia, anche presso chi non ebbe il tempo di conoscerli si sono conservati, dopo poco più d’un secolo dalla morte in esilio dell’ultimo re, così, quasi a dispetto, un ‘istintiva nostalgia.

Un solo popolo, d’uno staterello raccogliticcio e provinciale, dopo settecento anni, mandato senza nemmeno sapere perché, in un paese che il loro sovrano non aveva visto mai, venne, conquistò, devastò e mai si mescolò coi «cafoni» di cui non capiva una parola.

I sudditi del più grande e più antico regno d’Italia, dei sedicenti liberatori che abitavano di là dell’Appennino tosco-emiliano non conobbero che gli editti autoritari dei generali con la erre francese, gli ordini di requisizione, di confisca e di repressione armata, le condanne a morte dei resistenti, i mandati di cattura dei renitenti alla leva e l’ordine di distruzione d’interi paesi sospetti di simpatie per il vecchio Stato. Non conobbero che i decreti di un parlamento che, da Torino, da Firenze o da Roma, decideva un destino che non passava per il Sud se non attraverso le ordinanze dei prefetti e le manette dei carabinieri.

Del più bel regno d’Europa fu maledetta la memoria. Della più bella e vivace capitale del mondo non rimase che il peggior folclore e lo sberleffo. Dalla più bella reggia del mondo FURON PORTATE VIA ANCHE LE PENTOLE DELLA CUCINA

Al cognato Granduca che gli magnificava i progressi del suo stato, Re Ferdinando, un secolo prima, faceva notare che pure, se di toscani se ne trovava in tutt ‘Italia, di napoletani non se n ‘era mai visti cercar la felicità fuori dal Regno.

Nel 1861, dai porti di Napoli e di Palermo, partirono 6000 emigranti, 6800 emigranti nel 1862, 7000 emigranti nel 1863, 9000 emigranti nel 1864, 11.000 emigranti nel 1865, 18.000 emigranti nel 1866, 21.000 emigranti nel 1867, 26.000 emigranti nel 1868, 32.000 emigranti nel 1869, 40.000 emigranti nel 1870. Prima di essere invaso, il Sud aveva 12 milioni di abitanti. Fino ad oggi gli emigrati meridionali nel mondo sono 20 milioni senza contare quelli sparsi nel resto d’Italia.

«Partene ‘e bastimente pe ‘ terre assai luntane, cantene a bordo, sò napulitane»: oggi i meridionali non cantano nemmeno più.

Gli è rimasta solo la malinconia di non conoscere neanche il perché una volta lo facessero tanto volentieri e il sospetto che per un misterioso complotto qualcuno gli abbia taciuto un profondo sopruso.

Eppure, dopo molte generazioni di sradicati, ovunque nel mondo, anche parlando lingue nuove, i meridionali si riconoscono ancora fra di loro. Basta un’inflessione dialettale, un nome, un santo familiare perché si dichiarino «Paisà!»: sono ancora, a scorno della storia, anche in mezzo ad altri italiani, una nazione.

C’era una volta un paese felice e sembra una favola. Gli uomini meridionali, dicevano i viaggiatori, senza capire, son fieri, generosi, cordiali, contenti della loro vita. Le donne avevano vestiti dai colori sgargianti, pendagli d’argento e collanine di corallo. Rancore, diffidenza, omertà sono rimasti nei paesi desolati. Le nostre donne da più d’un secolo non vestono che di nero.

È su queste premesse che vogliamo raccontare, noi, la nostra storia. Una storia che giunge da quell’Italia che tutti conoscono come depressa e clientelare, terremotata e mafiosa, disoccupata e camorrista, abusivista e criminale, superstiziosa e sfaticata, dove civili sono solo i procuratori antimafia venuti dal Nord, e della quale si dice: «È sempre stata così».

Della quale, molti, di là da quell’Appennino, ormai farebbero volentieri a meno, senza neppur sapere che ciò che vantano come progresso, per buona parte, viene dalle casse rapinate del Sud e dalla fatica e dalle lacrime degli emigrati meridionali.
Dice: ma le lacrime non si trovano nei fondi d’archivio, una storia così non è roba scientifica.

È vero, ma nessuno si sogna di invadere il campo dei professori, le cattedre della scienza dove si costruiscono, ognuno con la sua regola, i tasselli del grande mosaico della vita. Ci mancherebbe altro. Noi, senza credenziali, proprio perché ci ritroviamo qui ad essere analfabeti come i nostri antenati, ci limiteremo solo a metterci nella giusta prospettiva, alla distanza giusta, non così vicini, per guardare tutto questo quadro che effetto fa.

E per capirne il senso ci allontaneremo ancora perché, se siamo convinti che quelle piccole, splendenti, raffinatissime, pur sempre utili ma sempre piccole, tessere di vetro da sole non rappresentano nulla, siamo altrettanto convinti che la nostra storia ha un significato solo se la si guarda con tutto il panorama.

Questa storia non è quindi per gli “addetti ai lavori ” ma è dedicata ai meridionali, soprattutto a quelli giovani, che forse non hanno mai pianto ma che talvolta sono stati costretti a nascondere i loro nomi così sfacciatamente paesani e a correggere la loro cadenza dialettale per far finta di non essere del Sud.

Ma anche a quegli adulti che sono abbastanza giovani da stare a sentire una storia senza pretese di scientificità, soprattutto a quelli che son stufi di considerare la loro dignità di meridionali quasi un abuso. Ed anche qui non parlo solo dei meridionali nati né di quelli che dal Sud se ne sono andati ma di tutti coloro, di qualsiasi parte del mondo, che per qualche ragione, poveri come loro, non si vergognano di considerarsi nonostante tutto, e proprio per questo, dei beati.

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La grande marina mercantile e militare napoletana

Posted by on Lug 18, 2019

La grande marina mercantile e militare napoletana

Il primato delle Due Sicilie sul Mediterraneo si concretizzò

Nella terza flotta al mondo per tonnellaggio e traffici,

rafforzato dalla grande tradizione delle scuole marinare

e da un’industria cantieristica all’avanguardia

Tra le vie del quartiere Flaminio di Roma che portano i nomi di illustri giuristi ve n’è una intitolata al sardo Domenico Alberto Azuni. Essa è situata proprio accanto al Ministero della Marina, quasi a voler ricordare le benemerenze, vere o presunte, del giurista sardo nel Diritto Internazionale Marittimo.

 Non ne esiste invece nessuna intitolata a Michele De Jorio, giurista napoletano autore del primo codice di diritto marittimo, il “Codice Ferdinandeo”.

In una rarissima lettera di Bartolomeo Pagano, nel 1798, il Codice Azuni viene definito “uno sfacciato plagio del Codice Ferdinandeo”; sfacciato perché in molte parti banalmente copiato di sana pianta.

Il Regno delle Due Sicilie fu il terzo paese d’Europa anche nel campo navale: è bene ricordarlo.

Il resto d’Italia viveva stretto tra terraferma e legami stretti con altre realtà statuali, il Lombardo-Veneto gravitava nell’orbita austriaca, pur avendo porti importanti come Venezia e Trieste, ed il piccolo Piemonte vivacchiava di angusti commerci col porto di Genova.

Il Regno del Sud era il più grande e più abitato stato della penisola, con poli di commercio marittimo di importanza internazionale come le Puglie ed i suoi porti di Bari, Brindisi, Gallipoli e Manfredonia.

Intorno a Napoli ferveva la più grande industria navale italiana, e non a caso il primo vapore europeo a solcare il mare, il Ferdinando I, fu qui costruito.

Ebbene anche questo è successivamente stato negato.

In una relazione ufficiale piemontese del 1890 si millantava il primato di un piroscafo sardo che iniziò a navigare su un fiume, e non sul mare, il 6 novembre 1819.

Jules Millenet scriverà nel1834: “In un’epoca in cui la Francia non possedeva alcun battello a vapore, e dove questo sistema di navigazione non era stato ancora adottato in Inghilterra, se non sui fiumi e sui golfi, si costruiva a Napoli il primo bastimento a vapore che abbia attraversato il mediterraneo”.

Dal 1815 al 1830 ebbe il monopolio della navigazione a vapore la “Amministrazione Privilegiata dei Pacchetti a vapore delle Due Sicilie”, società di proprietà del principe di Bufera prima e della Società Sicari, Benucci e Pizzardi, poi.

Ferdinando II decise di abolire il monopolio con un decreto, che accordava anche esenzioni fiscali e facilitazioni “a chiunque, suddito o straniero che, stabilitosi nel Regno, costruisse nei cantieri dello stesso battelli a vapore per destinarli alla marina mercantile delle Due Sicilie”.

Nacquero così tante compagnie di navigazione: nel 1839 Vincenzo Florio fondava l’Amministrazione dei Pacchetti a vapore siciliani, nel 1841 nasceva la Compagnia Andrea De Martino e soci, poi l’Amministrazione Napoletana, la Giglio delle Onde e la Calabro Sicula.

E nel 1853 ancora un primato: il palermitano Salvatore de Pace costituiva infatti la Società Sicula Transatlantica, e con il piroscafo Sicilia iniziava i viaggi periodici con l’America, con scalo a Napoli e Gibilterra, e raggiungendo New York in 26 giorni.

Quelli furono però solo viaggi di affare e di piacere, solo dopo l’unità divennero quella vera e propria tragedia che fu l’esodo di milioni di meridionali verso la speranza di un futuro diverso.

Nel 1860 tutta la flotta mercantile iniziò lo stesso declino che accomunò l’ex Regno delle Due Sicilie.

La società Rubattino di Genova, per intenderci quella che fornì il naviglio a Garibaldi, fu spudoratamente agevolata e nel giro di venti anni divorò la flotta Florio, ed altrettanto accadde per gli altri, che mano a mano scomparirono.

La Marina Militare napoletana era anch’essa tra le migliori del mondo.

Aveva combattuto molto poco, salvo che nella Campagna di Sicilia del 1849, ed era dotata di navi moderne con equipaggi di prim’ordine, fedeli alla patria ed al re, ma non fu altrettanto onorata nei suoi ufficiali.

Il conte d’Aquila, fratello di Ferdinando II, Comandante Generale della marina, non fu mai uomo di polso e lasciò sempre fare agli altri, non nascondendo spesso atteggiamenti frondisti nei confronti dello stesso re.

Solo alla fine, nell’estate del 1860, capì quel che sarebbe accaduto e tentò senza successo di riprendere le redini della situazione, per ristabilire un governo autenticamente nazionale che non facesse da battistrada a Garibaldi e a quel che ne seguì.

Il lavoro di corruzione operato sugli ufficiali di marina fu incessante e continuo, e portò come inevitabile conseguenza al dissolvimento dell’arma nelle vicende finali del Regno: a parte alcuni uomini, come gli ammiragli Lettieri e Del Re ed i comandanti Pasca e Flores, il grosso passò più o meno apertamente al nemico fin dal maggio 1860.

Ma dal punto di vista tecnico e marinaresco i napoletani non furono secondi a nessuno: la piccola marina sarda sembrava una flottiglia di pescherecci disastrati a confronto con quella delle Due Sicilie.

La cantieristica napoletana, oltre a costruire tutto il naviglio interno, eseguiva lavori per mezza Europa.

Il 14 agosto 1852 fu inaugurato a Napoli il bacino di raddobbo per le grandi riparazioni, con una spesa di 300000 ducati, unico del mediterraneo.

Intorno al polo cantieristico, grazie alla ferrovia costruita appositamente per unire la capitale con le realtà industriali, nacquero altre industrie private, oltre Pietrarsa, che prosperarono anche grazie a quel polo, aggiungendo agli oltre 2000 addetti di Castellammare ed ai 4000 di Pietrarsa quelli della Zino & Henry, della Guppy & Co., dello stabilimento Pattison ed altri ancora.

Per non parlare del ferro utilizzato, tutto, proveniente dalle fonderie pubbliche e private della Calabria.

Con l’arrivo dei “liberatori” tutte queste industrie furono sistematicamente portate al fallimento, con decine di migliaia di persone gettate in mezzo ad una strada, come testimoniato dalle prime rivolte operaie represse nel sangue, e cancellando per di più anche il ricordo di tale operosità e ricchezza e iniziando quella serie di luoghi comuni relativi al Sud povero, mafioso ed incapace di iniziative imprenditoriali.

Proprio dove oggi sorge un anonimo museo ferroviario morirono, falciati dal fuoco dei bersaglieri, degli operai che chiedevano solo pane e lavoro, perché non avevano ancora capito di avere perso, oltre a quello, anche la propria dignità di uomini liberi.

Roberto Maria Selvaggi

fonte http://www.adsic.it/2001/12/19/la-grande-marina-mercantile-e-militare-napoletana/#more-77

Da “Il SUD Quotidiano” del 20/12/97

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Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Posted by on Lug 17, 2019

Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Partivano dalla Campania viaggiando mesi, in carrozza, attraverso le Alpi e i Paesi dell’Europa dell’Est. Fino ad arrivare a San Pietrobuorgo, dove nel Settecento erano tra i compositori più richiesti. Da Cimarosa ad Araja, ecco chi erano i musicisti più richiesti dalle famiglie imperiali russe Un filo diretto, in note. Che annoda Napoli e San Pietroburgo. Nel Settecento alla corte delle imperatrici Anna, poi Elisabetta e infine Caterina II c’era la musica napoletana. Artisti alla corte delle zarine, punto più alto di un mecenatismo che richiamava il Rinascimento, tra artisti, scenografi, architetti. Dall’Italia ma soprattutto dalla capitale del Regno di Napoli. In viaggio per sei, anche sette mesi verso la Russia, in carrozza, c’era da attraversare le Alpi, poi i pezzi dell’Europa dell’Est prima di arrivare nelle corti ricche, affamate di bellezza e arte. I russi cercavano Napoli. Offrivano una ricca vita di corte, compensi impensabili in altre parti del Vecchio Continente. E ci fu così un flusso di partenopei a corte. “Addirittura la tarantella veniva riscritta anche da ognuno dei musicisti del Gruppo dei Cinque. Miliij Balakirev, Cesar Cui, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Nikolaj Rimskij-Korsakov, la musica popolare russa lontana dai suoni dell’Occidente ma innamorata di quella napoletana”, spiega il Maestro Enzo Amato, musicista, chitarrista, famoso studioso della musica settecentesca e presidente dell’Associazione Domenico Scarlatti di Napoli.

Il Maestro ripercorre con noi il cammino musicale dei napoletani in Russia. Nei prossimi giorni – l’11 novembre 2015 – è in programma una sua conferenza sul tema al Centro Russo (Russkij Mir) all’Università L’Orientale di Napoli e qualche giorno dopo prenderà la parola anche all’Università La Sapienza di Roma. Perché per i russi, tanto nella capitale quanto a San Pietroburgo, la musica lirica nel Settecento parlava, anzi suonava italiano. Soprattutto napoletano. “Basti pensare che la prima opera scritta per Anna I e poi tradotta in lingua russa era di Francesco Araja, a San Pietroburgo per circa 15 anni. C’era la voglia, anche l’esigenza di europeizzarsi – continua il Maestro -. C’era anche da abbattere l’immagine di un Paese arretrato, medievale, poco incline alla bellezza dell’arte occidentale. Per questo motivo le Imperatrici non badavano a spese”. Ma Napoli non era solo il simbolo della lirica ma anche dell’architettura. “Ed è stato proprio un architetto napoletano, Carlo Rossi, figlio di una ballerina russa con papà nativo di Sessa Aurunca (provincia di Caserta) che ha progettato il Palazzo che è ora sede del Museo russo di San Pietroburgo, così come lo stesso architetto ha ideato l’assetto del Palazzo d’Inverno, la residenza degli Zar, e del Teatro Aleksandriskij” aggiunge il Maestro Amato. Araja componeva 12 opere in Russia, compresa Cefalo e Procri, interamente in lingua russa, ispirata alle Metamorfosi, il capolavoro del poeta latino Ovidio. E nelle rappresentazioni non c’erano cantanti con grande estensione vocale, quindi veniva utilizzato il coro, che caratterizzerà la produzione, lo stile delle opere russe. Dopo Araja, Tommaso Traetta. Sette anni di soggiorno alla corte di Caterina II, prima di lasciare la Russia per il clima gelido, verso Londra. E tre opere, soprattutto l’Antigona. Scriveva in italiano ma la parte recitata era omessa per consentire la comprensione al pubblico che seguiva le arie con la traduzione dei libretti in lingua russa. E dopo Traetta, Giovanni Paisiello, 11 opere in Russia e che scriverà il Barbiere di Siviglia nel 1782, precedendo Gioacchino Rossini. E poi Gaetano Andreozzi, uno dei tre musicisti di Aversa, a pochi chilometri da Napoli, assieme a Domenico Cimarosa, Niccolò Iannelli. Per la corte di San Pietroburgo, la Didone Abbandonata nel 1784 e l’anno successivo Giasone e Medea. Infine, Domenico Cimarosa, chiamato da Caterina II, 11 opere e il requiem per la moglie dell’ambasciatore italiano a San Pietroburgo, eseguita alla cappella della corte dell’Imperatrice.

fonte https://it.rbth.com/rubriche/Mosaico/2015/10/23/quando-gli-zar-cercavano-la-musica-di-napoli_533095

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Giustino Fortunato – Il Mezzogiorno e lo Stato italiano 2°

Posted by on Lug 16, 2019

Giustino Fortunato – Il Mezzogiorno e lo Stato italiano 2°

RICERCA EFFETTUATA DAL Prof. Renato Rinaldi su “Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910)” – Giustino Fortunato

…omissis…

Pag 82. IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO

L’abolizione della feudalità con rescritto del 2 agosto 1806, non senza distinzioni che affievolivano il rigore della regola, si compi ne’quattro anni susseguenti più per via di fatto che per virtù di legge; che, tolte le relative controversie ai tribunali ordinari, con decreti dell’11 novembre 1807 e del 27 febbraio 1809 fu comandato a un magistrato speciale di sette persone, detto Commissione feudale, di giudicare inappellabilmente per tutto l’agosto del 1810 senza forme giudiziarie, ma col ministero di un procuratore generale a patrocinio dei Comuni, delle cause feudali di qualunque natura intentate o da intentare: spediente tenuto allora e poi, tanta fu la fama della fermezza e dell’attività spiegate nelle decisioni da quel magistrato, un capolavoro di civile sapienza.
Queste decisioni, quasi tutte dipendenti dalla norma suprema dell’espresso titolo a giustificazione del possesso legale, e prescritte a base di simili controversie per l’avvenire dinnanzi ai tribunali ordinari, si possono riassumere nella piena libertà concessa alle antiche difese od a quelle legalmente costituite dopo la prammatica aragonese, nella divisione con le Università dei demani feudali illegalmente ridotti a difese, e nella restituzione dei demani universali usurpati od illegalmente alienati.

Ma non cosi avventurata come l’abolizione della feudalità fu la divisione a prò dei Comuni dei demani feudali, e la ripartizione di essi,insieme con quegli universali, a favore dei cittadini: il compito di semplice esecuzione dei giudicati riusci molto più scabroso del compito affidato ai giudici di cognizione. La legge del settembre 1806, con cui fu dichiarata e la divisione degli uni e la ripartizione degli altri, rimase priva di effetto, sia perché non diede norme sicure per valutar diritti e compensi, sia perché l’esecuzione fu affidata ai Consigli d’Intendenza. È vero che sovvenne ad essa il decreto dell’8 giugno 1807, che informandosi all’editto del 1792, prescrisse che la divisione dei demani feudali con le Università si avesse a compiere secondo una scala proporzionale degli usi civici, e la ripartizione dei feudali pervenuti per tal via ai Comuni, e degli universali, avesse a farsi tra i cittadini con preferenza dei più bisognosi, dietro classificazione dei ruoli della fondiaria e col peso di un annuo canone redimibile al cinque per cento. Ma tardi apparve il decreto del 23 ottobre 1809, che inviava nelle province per eseguir le divisioni, con i poteri dei consiglieri d’intendenza, cinque Commissari ripartitori, contro i cui giudicati non si ammetteva gravame se non alla Corte dei Conti; né l’opera loro, checché ne abbia scritto il Colletta, fu poi cosi attiva e proficua come quella della Commissione feudale. Giudicando, d’ordinario, senza recarsi personalmente sui terreni soggetti alle divisioni, essi delegarono più volte i loro poteri ad agenti subalterni,o ignoranti o, quel che è più, facilmente corruttibili. Usciti di carica sul finire del 1811, i rappresentanti il Governo nelle province ne assunsero le facoltà, riconfermate ad essi dalla legge borbonica del 12 dicembre 1816 e dalla legge italiana del 20 marzo 1865, che riconobbe questa unica eccezione, nella soppressione del Contenzioso amministrativo, in omaggio al diritto pubblico interno napoletano, per il quale è imprescrittibile il demanio comunale: imprescrittibilità, che proclamata con le prammatiche 1^ De Salario e 2^ De Baronibus del 1443 e del 1536, fu sanzionata con gli articoli 176 e 177 della legge del 12 dicembre 1816.

Sono scorsi settantasei anni, e la questione non è ancora esaurita! Quali le cagioni di cosi lungo ritardo?
Senza dubbio, l’argomento meriterebbe una larga profonda disamina. Su lo scorcio del secolo passato era già sorto numeroso nell’Italia meridionale il ceto della borghesia, né già come altrove per l’esercizio delle armi o per il commercio o per l’industria, ma solo per mezzo del fòro, della chiesa e del fitto: era già sorto audace nei Comuni ed organato nelle città, nemicissimo ai baroni. Quando la monarchia diede l’ultimo crollo al decrepito feudalismo, quel ceto, che nelle leggi di abolizione le fu di valido aiuto, si trovò solo a rappresentare i diritti del Comune e dei contadini, solo a caldeggiare i nuovi ordini francesi, solo addirittura e padrone in quel subbuglio vertiginoso di mutamenti civili e di politici avvenimenti. In breve, ai baroni seguirono i borghesi maggiorenti, cui più tardi, mediante la creazione del capitale per via dell’industria pastorale e del risparmio, non mancò l’assunzione di pubblici uffici, non mancaron titoli di nobiltà. A questo modo ebbero inizio, nel maggior numero delle province, le presenti classi dirigenti, cui si accomunarono a mano a mano tutte le famiglie della borghesia minuta, che delia
stentata professione e del piccolo commercio e dello scarso capitale, impiegato in prestiti ad alta ragione, fecero scala sempre difficile, ma non sempre sicura, alla possidenza territoriale, e sole ormai costituiscono ivi l’unico centro di gravitazione politica e amministrativa dello Stato: lontano accenno, e dubbio ancora, di una lenta laboriosa formazione di migliori classi direttive.
I più gravi ostacoli al compimento delle leggi per la divisione de’ demani furon dunque suscitati da’novelli possessori, più o meno recenti, più o meno facoltosi, il cui interesse personale, e prima e poi, fu sempre opposto ad ogni pronta decisione; né con l’andare degli anni si palesò diverso, per altre ragioni, l’interesse politico del Governo borbonico. Il quale, non potendo far capo dall’aristocrazia, che già prima della rivoluzione aveva distrutta, né potendo far cieco assegnamento su la borghesia, che non esso ma il Murat avea spinta e menata al potere della cosa pubblica, si piacque segretamente di tener viva quell’arruffata questione, che in sua mano, ad ogni moto di ribellione, era facile divenisse sorgente inesausta di guerra civile. E cosi, mentre che da un lato i Borboni si fecero leva (l’osservazione è di uno storico illustre, l’Amari), or di Sicilia contro Napoli e or di Napoli contro Sicilia, dall’altro in fondo alle province più derelitte non intesero se non a seminare odio e disprezzo, né mancavan certo i motivi, fra contadini e borghesi.

Ogni moto politico non fu distinto se non dal desiderio della borghesia di aver libere, una buona volta, le mani; e que’moti, immancabilmente, finirono uno per uno, specialmente nel 1848 (De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma, 1863, voi. I, L. VI.), tra le grida selvagge delle reazioni sociali dei contadini. Re e galantuomini, ad ogni loro conflitto, facevano a gara vane mostre, col mezzo di larghe promesse di ripartizioni demaniali, per ingrazionirsi con i contadini: ma questi mostravano, quasi sempre, di aver fede maggiore nella parola del Re, forse perché sicuri a ogni sommossa della pronta apparizione di un delegato speciale, certo perché increduli e diffidenti del ceto borghese. L’ultimo atto del dramma, terribile ne’suoi episodi e nei suoi effetti, che parvero spezzare ogni vincolo di civile comunanza, è la storia del brigantaggio, succeduto alla rivoluzione del 1860: lugubre storia, che soltanto nei primi suoi venti mesi a quanto si legge in documenti ufficiali (Massari, Relazione della Giunta parlamentare su la inchiesta per il brigantaggio nelle province napoletane, Torino, 1863. ), numera mille fucilati, duemila cinquecento morti in conflitto, poco meno che tremila condannati al carcere o alla galera!

Un decreto luogotenenziale del  1 gennaio 1861 assegnò per compito a nuovi commissari governativi speciali la reintegrazione de’demani usurpati e la quotizzazione fra i proletari de’terreni ancora indivisi; e dando loro facoltà di scegliere agenti subalterni, e di convertire le usurpazioni in colonie perpetue ne’casi dell’articolo 51 della circolare 3 luglio, impose, come termine improrogabile, nel corso dell’anno, la definizione di tutte le pendenze demaniali. E li per li si diè opera a definir liti e a rettificare divisioni; poi, soppressa la Luogotenenza, tornò l’antica noncuranza, perché, senz’altro, passarono a’prefetti le attribuzioni de’commissari. — E si capisce facilmente il perché.
« Reso autonomo il municipio con voto conceduto ai soli borghesi, e raddoppiate perciò nei Comuni le vecchie ire delle famiglie e delle clientele, fu nuovo originale trovato di guerra muovere da un lato a vanvera liti e contese demaniali, dall’altro frammettere a bella posta indugi senza fine a ogni pronta espletazione di giudizi: novella spada di Damocle, — la legge elettorale fu fatta, cosi, cieco strumento di vecchi odi e di vecchi rancori,mezzo sovrano di mantener viva e accesa una questione per sé stessa ardente e corruttrice. E ciò, d’ordinario, nel caso in cui la minuta borghesia abbia preso la mano all’alta borghesia; che neill’ipotesi contraria, i titoli di possibili diritti o di possibili azioni sono messi a dormire negli archivi comunali il sonno dei giusti, quando, una volta per sempre, non vengano sottratti alla chetichella dagli stessi amministratori, ignoranti o noncuranti i prefetti neill’intentare di piena autorità l’azione pubblica, del cui diritto sono investiti eccezionalmente. Di qui la ormai quasi totale esclusione dai municipi dei maggiori censiti, la dannosissima incertezza dei privati domini, quella nube di non so quale triste sospetto, che involge, quasi da per tutto, l’origine e il progresso della possidenza territoriale, per cui si avvera tuttavia ciò che or sono ottant’anni, non sfuggi all’occhio sagace di un pubblicista e patriota di Basilicata del 1799, il Lomonaco, al quale parve l’esistenza del ricco proprietario meridionale esposta, senza eccezioni di sorta, alle insidie della calunnia
( Lomonaco, Rapporto al cittadino Carnet, Milano, anno IX.), a’ si dice, agli aneddoti coniati Dio sa dove e da chi. Di qui il sobillare indefesso all’orecchio dei contadini, cosi proclivi alla credulità, per diritti o realmente o bugiardamente conculcati, di falsi tribuni gaudenti a spese del gravoso bilancio comunale; le occupazioni a mano armata dei boschi del Gargano; i dolosi incendi delle selve cedue de’Principati. Di qui, insomma, o lo scandalo vivo e perenne di sindaci e di consiglieri usurpatori e di usurpazioni impunite, ovvero, nel più dei casi, lo spettacolo corruttore di giudizi famosi, minacciati a semplice spauracchio dei gonzi, non sempre mossi da sereno spirito di equità, affrettati o sospesi a seconda delle occasioni, sostenuti per una parte e per l’altra da avvocati politici ritenuti di grande influenza (1), autori di prolisse allegazioni da azzeccagarbugli, infarcite di vecchi aforismi dottrinali, assolutamente contrari ad ogni verità storica: causa necessaria, inestinguibile, indomabile, di abusi e di vendette senza nome e senza esempi. Chi scrive può sicuramente affermare di piena esperienza, che Comuni di montagna, anche poveri di entrate patrimoniali, sono bene amministrati e concordi, se liberi da ogni contesa fra possidenti e municipi, mentre che popolose città di Puglia, civili e ricchissime, sono da più anni in preda all’anarchia e alla guerra civile, se coinvolte in grosse annose liti demaniali (2). E, dopo tutto, l’ultima circolare del 14 ottobre 1879 parla del « concorso illuminato » dei Comuni, e della « vigorosa iniziativa » dei prefetti; forse per fare riscontro al censimento e alle quotizzazioni della Sila di Calabria,« affidate » nel 1875 ai Consigli provinciali di Cosenza e di Catanzaro! O che viviamo nel regno della luna?

(1) Dal n. 32 dell’anno I della « Rassegna » di Roma tolgo quanto segue a proposito degli avvocati politici:

« L’avvocato, il quale entra in Parlamento, compie, indipendentemente dal suo grado più o meno elevato di scienza e di moralità, un passo gigantesco nella sua carriera d’avvocato. Nella opinione dei clienti possibili esso aggiunge, ipso facto, alla dottrina, all’abilità, alla integrità, un altro merito, valutato in reputazione e in
contanti quanto e più degli altri, l’influenza. Chi ha pratica dei nostri Tribunali e delle nostre Corti sa che, non dappertutto nella stessa misura, ma dappertutto in misura notevole, gli affari più gravi non si trattano senza che all’avvocato ordinario si unisca un avvocato politico aggiunto, il quale talvolta è invitato a
sussidiare la difesa con la sua dottrina, ma per lo più è invitato a sussidiarla col suo potere. Si ammetta pure ad onore della nostra magistratura, che il potere reale degli avvocati politici è di gran lunga inferiore a quello che la voce pubblica loro attribuisce, e il presente stato di cose dipende in buona parte da difetto di senso morale nei clienti piuttosto che negli avvocati. Ma fatte queste riserve, non si può negare che tra il pubblico e il Foro si è stabilita una serie di sottili correnti di corruzione, che si alimentano da una parte e dall’altra, senza che se ne possa discernere esattamente l’origine. E può infatti non sentirsi a disagio il giudice, che deve sentenziare, quando l’avvocato ha potuto ieri, o potrà domani direttamente, può oggi forse indirettamente, favorire od avversare, in modo decisivo, la sua carriera ? È lecito presumere in qualunque condizione sociale l’eroismo permanente? Si possono in tali casi impedire i sospetti e le malignazioni ? D’altra parte, si può chiedere che i molti rimasti fuori della condizione privilegiata, cerchino, a qualunque patto, di conseguirla, mossi non dall’ambizione di governare il paese, ma dall’ambizione di fare carriera? E dove si giungerà, se si farà sempre più generale il concetto, che la vita politica sia un mezzo per la vita economica, se, secondo il detto famoso di Rabagas, non si tratterà più di questioni sociali, ma di posizioni sociali? Tale è il problema, gravissimo. Si tratta dell’onore e della dignità degli avvocati, dei magistrati, degli stessi uomini politici.
Si tratta di tenere alta e intatta dinnanzi al paese la reputazione della Camera e quella della magistratura. Si tratta di salvare la fiducia, già scossa, nell’amministrazione della giustizia, senza la quale non v’è Stato, libero o non, che possa durare ».

(2) Giova al proposito, come a conferma di queste affermazioni, riferire qui testualmente quanto è detto nel n. 325 dell’anno XXII del « Pungolo » di Napoli:

« Due sono, per solito, i casi possibili in tutti quei Comuni, che non hanno ancora risolute le loro liti demaniali. O si trovano alla direzione del municipio gli usurpatori stessi dei demani, e allora vien meno da parte dei Comuni ogni interesse di por fine alle contese, i cui atti e le cui pratiche sono messe a dormire nei polverosi laceri scaffali dell’archivio, quando, come avviene d’ordinario, i documenti non vengano addirittura sottratti e trafugati. Ovvero a capo del municipio è una rappresentanza di piccoli borghesi, nemicissimi dei possidenti e desiderosi di esser padroni assoluti dell’azienda pubblica, e allora, pur movendo le azioni e pur rinfocolando i sospetti nell’animo delle plebi, ma non curando poi né punto né poco di menare innanzi e di compiere i giudizi, allora tutto l’interesse del Comune par si limiti ad avere viva e terribile questa minaccia, che esclude dai Consigli tanta parte di cittadinanza, e apre un fomite inestinguibile di odi, di vendette, di calunnie: vera guerra civile, che perturba tutta la vita sociale dei nostri Comuni di provincia. Epperò, nell’un caso e nell’altro, quanto dissidio e quanta ipocrisia nell’animo dei cittadini, quanta incertezza nei titoli di proprietà, quanta incuria d’ogni miglioria agricola, quanto sciupio della finanza comunale, quanti tranelli, quante menzogne, quante birbonate! In una parola, la questione demaniale è nell’ Italia meridionale come un campo inesauribile di corruzione, in cui sguazzano allegramente gli usurpatori e i prepotenti, i mestieranti e i politicanti di ogni genere, gli avvocati e i medici senza clienti, tutti coloro, insomma, che vogliono mantenere o dar la scalata al potere per impinguare le proprie tasche: vasto campo di corruzione, in cui non primeggia se non un don Rodrigo o un tribuno da strapazzo, a danno dei proprietari onesti e dei lavoratori di buona fede;corruzione, che forse pur troppo venne favorita, non certo combattuta, dalle nuove leggi sul’ordinamento
comunale del 1865! I lettori di provincia posson dire in buona fede, se noi esageriamo menomamente le tinte del quadro. Ed essi soli possono mettere un confronto fra l’ambiente sano e civile dei Comuni affatto liberi da ogni contesa demaniale, con la vita paurosa, incerta, ricca di tristi ricordi e di tristi presagi, dei Comuni
tuttora commossi e agitati dallo spettro d’una questione demaniale ».

Né basta. La circolare, fiduciosa nella « provvida opera » delle leggi del 1806, fa voti perché al proletariato meridionale non sia ulteriormente ritardato « un beneficio, che innalzi il bracciante allo stato di agricoltore ».

In verità, per quanto è noto all’universale, quei contadini che dal 1806 in poi ebbero amica la sorte nelle ripartizioni demaniali, non sono punto usciti ancora « dall’abietta condizione di cafoni »; tutt’altro (Franchetti, Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane, Firenze, 1875). Le quote assegnate ai contadini, che variano da ottantatre are a un ettaro e mezzo, secondo la fertilità del terreno, sono troppo piccole per dare sussistenza a una famiglia; ed anche ammessa una estensione maggiore, manca loro assolutamente il capitale necessario per consacrare alla terra cure assidue e per assicurare i prodotti annuali. La produzione è scarsa, la terra presto si esaurisce; ma corre pur sempre l’obbligo del canone al Comune e della fondiaria allo Stato. Allora, o la quota vien ripresa dal Comune per inadempiuto pagamento, o è venduta per pochi soldi a un proprietario del luogo, o infine è ceduta all’usuraio per debiti contratti : e ciò, senza parlare delle frodi che sono accadute e accadono nelle divisioni a vantaggio dei più abbienti, delle usurpazioni che si sono avverate e si avverano per opera dei proprietari limitrofi dei demani già passati ai Comuni, ma non per anche quotizzati (VILLARI, Lettere meridionali, Firenze, 1878. ).

A dir tutto, le quotizzazioni, come furono prescritte dalle leggi, non hanno agevolato nell’ Italia meridionale se non il monopolio dei terreni nelle mani dei proprietari; esse, insieme con le nuove leggi d’ imposte, accrescono, di giorno in giorno, le grandi proprietà a danno delle piccole. E valga al proposito ciò che afferma uno degli uomini più sereni del Mezzogiorno, che onora in Roma l’Amministrazione dello Stato (Racioppi, Contadini e proprietari nel Napoletano, Napoli, 1877.). « Il Governo del decennio (egli scrive) credè, con le teorie ancora fisiocratiche delle pubbliche amministrazioni, che bastasse aver due braccia sane al lavoro e il possesso di un pezzo di terra al sole, per avere tutti i giorni la mensa domenicale del buon Re di Francia; illusioni! Data la ripartizione dei demani ai nullatenenti di ogni classe, il possesso di un breve pezzo di terra, che è sempre dell’infima qualità, non cambia la condizione economica della classe dei contadini. Ha questi in mano un certo valore, senza dubbio; ma il giorno dopo, per vivere lungo l’anno, l’avrà venduto o dato in pegno; e, per- ché egli non lo vendesse, fu escogitata quella curiosa clausola delle leggi demaniali, che immobilizzano coteste terre diventate morte.
Ma le leggi non giungono a vincere tutto il complesso delle necessità naturali ; non possono vincerle, e il contadino trova facile modo di cedere questo possesso ingannatore per un piatto di lenti! ».

[…] pag.89

prima parte

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/il-brigantaggio/giustino-fortunato-il-mezzogiorno-e-lo-stato-italiano-2/

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LA SPIGOLATRICE DI SAPRI riscritta da un Duosiciliano, Morando Morandi

Posted by on Lug 16, 2019

LA SPIGOLATRICE DI SAPRI riscritta da un Duosiciliano, Morando Morandi

E se la letteratura e la storia del nefasto periodo risorgimentale l’avessero scritta gli amanti delle Due Sicilie cosa avremmo letto e ascoltato? Non solo la narrazione degli accadimenti storici sarebbe stata differente, ma anche l’immaginario delle opere “di penna” avrebbe denunciato la verità negata in tante produzioni letterarie degli scrittori asserviti al nuovo potere savoiardo.
Questo è l’input che ha motivato il prof. Morando Morandi, noto otorino laringoiatra , Dir. Resp. dell’U.O. di Chirurgia dell’Orecchio presso la Divisione Otorinolaringoiatra dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, a scrivere e regalarci questo suo elaborato.

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Me ne andavo un mattino a spigolare

quando ho visto una barca in mezzo al mare,

era una barca che andava a vapore

e issava una bandiera tricolore.

Non era proprio egual a quella odiata

ma solo in una tinta era cambiata!

All’isola di Ponza si è rifornita,

imbarcato i detenuti ed è ripartita!

È ripartita ed è venuta a terra

sceser con l’armi pronti alla guerra!

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

E liberi ormai baciaron il suolo

pronti a commetter ogni duolo!

Ad uno ad uno li guardai in faccia

senza scorger alcuna umana traccia.

Dai ghigni brutali sul loro volto

capii che ci avrebber offeso molto:

Eran ladri e assassini usciti dalle tane

pronti a rubar finanche il pane.

Li sentii levar un solo grido:

“ Finalmente liberi su questo lido!”

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Con gli occhi scuri e i capelli neri

il capo loro li facea guerrieri

Mi resi ardita e avvicinandomi piano

gli chiesi: “Cosa volete oh capitano?”

Guardommi e mi rispose: ”Madamigella,

questa Patria per me è una cella!

La mia sarà una vendetta furibonda

per lavar l’ indigerita onta!”

Io mi sentii tremar tutto il core

e tra me e me pensai: “Ci aiuti il Signore!”

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Quel giorno non potei più spigolare

e dietro di loro mi misi a camminare.

Feroci aggrediron li gendarmi

riuscendo a rubar tutte le armi!

Canaglie vocianti per la strada

volevano incendiar ogni contrada!

Ma non bastaron a metterci paura

perché tutta la gente capì la congiura

e tra forconi, spari e scintille

piombammo su di loro in quasi mille!

Eran trecento erano orridi e forti

e sono morti!

Allora i trecento provaron a fuggire

ma l’ira del popolo li portò a morire.

Periron si col ferro in mano

e avanti a loro correa sangue il piano

Erano belve uscite dalla gabbia

ora agonizzanti sulla sabbia

Finché pugnar vid’io, per noi pregai

ma, ad un tratto, poi, mi rallegrai:

io non vedeva più, in mezzo ai masnadieri,

quegli occhi scuri e quei capelli neri!

Eran trecento erano orridi e forti

e sono morti!

fonte http://www.comitatiduesicilie.it/?p=13328

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