Alta Terra di Lavoro

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

Posted by on Gen 16, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (IV)

I soldati, ben consapevoli del tradimento del generale Nunziante, respinsero con sdegno le parole del traditore e si prepararono alla res…istenza, disconoscendo, purtroppo, che nelle file dell’esercito serpeggiavano altri traditori pronti alla resa

A Napoli alcune navi piemontesi sbarcarono circa 3000 fanti di marina e bersaglieri disposti ad attaccare la città dalla parte del porto. Caduta Salerno, Francesco II decise di lasciare Napoli per evitare un bagno di sangue alla sua amata città. Il 6 settembre il re lasciò la capitale con oltre 40.000 uomini di fanteria, 6000 di cavalleria e 200 pezzi di artiglieria pesante: una forza più che sufficiente per battere Garibaldi che disponeva ancora di poche migliaia di volontari.

Lo scopo del re era quello di concentrare le sue forze tra Gaeta e Capua, costituendo una linea di difesa tra il Volturno e il Garigliano. Neppure immaginando che l’esercito piemontese avrebbe fatto irruzione nel Regno, senza dichiarazione di guerra e violando la neutralità dello Stato della Chiesa.

Maria Sofia avrebbe voluto cavalcare con il re alla testa delle truppe ma Francesco preferì lasciare la città in carrozza. Il re portò con sé casse colme di documenti e atti di governo, il sigillo reale e gli effetti personali trascurando tutti gli oggetti di valore: un’enorme quantità di vasellame di oro e di argento, che rimase al palazzo reale.

Francesco lasciò nel Banco di Napoli anche tutto il suo patrimonio personale: undici milioni di ducati più cinquanta milioni di franchi d’oro (l’enorme somma confiscata da Garibaldi andò a finire nelle casse di Vittorio Emanuele).

Furono confiscati anche i maggiorati dei principi reali, le doti delle principesse ed i beni dell’Ordine Costantiniano, eredità privata dei Borbone, avuta da Casa Farnese.

Furono rubati anche sessantasettemila ducati di rendita, dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Per non parlare poi delle ceramiche di Capodimonte, dei mobili, dei letti d’argento, dei tappeti, dei quadri di palazzo reale che presero la via di Torino per arredare la reggia del cugino Savoia.

La coppia reale raggiunse il porto di Gaeta sulla fregata Il messaggero; solo la nave a vela Partenope seguì i sovrani: tutte le altre navi militari rimasero alla fonda nel porto di Napoli.

Infatti i comandanti si erano venduti all’ammiraglio piemontese Persano con la promessa che sarebbero stati incorporati nella marina sarda con il loro grado ed il loro stipendio (promessa che non fu poi mantenuta).
Solo due navi spagnole si misero sulla scia del Messaggero, a bordo il fedele Bermudez de Castro, che non aveva voluto abbandonare i sovrani di Napoli in quel drammatico momento.

Sulla linea di difesa fra Capua e Gaeta il re venne raggiunto dalle truppe rimaste fedeli: i reggimenti di Von Mechel, tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, 42 pezzi di artiglieria, in tutto 28000 uomini pronti a battersi.

Maria Sofia, che aveva indossato un’uniforme militare, si offrì di cavalcare alla testa delle truppe insieme con il marito ma Francesco preferì affidare il comando al vecchio generale Ritucci. Il primo ottobre del 1860 iniziò la battaglia del Volturno, l’unica vera battaglia di quella strana guerra.

Lo scontro fu durissimo e i garibaldini furono costretti a ripiegare. Furono travolte e messe in fuga anche le riserve di Bixio e lo stesso Garibaldi, caduto dal cavallo che era stato colpito, stava per essere ucciso o fatto prigioniero.

Il re, incurante del fuoco nemico, cavalcò in prima linea esortando i combattenti ad inseguire il nemico ed al momento opportuno lanciò all’attacco la Guardia Reale.

La Guardia Reale napoletana era abituata alle parate in città, ma non aveva alcuna esperienza di combattimento; i soldati erano poco addestrati alle manovre militari e per di più erano stati sempre male comandati da generali inetti ed incapaci.
La prima carica della Guardia fu arrestata dalla fucileria garibaldina e i granatieri reali furono costretti a ripiegare in disordine.

Il re in persona, incurante del pericolo, si gettò fra i suoi uomini incitandoli al combattimento, e fu proprio in quel momento che il tanto vituperato “Franceschiello” dimostrò tutto il suo coraggio.

Postosi al comando di due squadroni a cavallo del 2° reggimento ussari, il sovrano penetrò nelle file nemiche portando lo scompiglio fra le truppe piemontesi che presto si posero al contrattacco utilizzando le riserve di Cosenz; intervennero nella lotta migliaia di bersaglieri e granatieri sardi, mentre le riserve borboniche comandate da Colonna rimasero inattive lungo le rive del Volturno. Il piano di battaglia voluto dal re, perfetto nella sua formulazione, fallì come al solito per la insipienza e la incapacità dei generali napoletani.

Il 3 ottobre Vittorio Emanuele II, alla testa dell’esercito, attraversò lo Stato Pontificio, violando apertamente la neutralità della Chiesa, senza dichiarazione di guerra, portando le truppe sarde alle spalle dei Napoletani. Fu necessario pertanto ripiegare nella fortezza di Gaeta.

Sugli spalti di Gaeta Francesco II e Maria Sofia si guadagnarono gloria, ammirazione e rispetto. Gli storici sabaudi hanno sempre liquidato con poche parole l’assedio di Gaeta e hanno scritto di re Franceschiello e dei suoi poveri soldatini napoletani come delle marionette cui il puparo abbia spezzato il filo.

Quei soldati napoletani, invece, che avevano condotto con coraggio estremo una lunga e disastrosa campagna, dimostrarono a Gaeta come si riscatta l’onore militare di un esercito e di tutto un popolo.

*****
L’esercito piemontese disponeva di un’artiglieria moderna: nel 1850 l’ingegnere balistico Cavalli aveva avuto un intuito fondamentale: dotare di una rigatura elicoidale dapprima i fucili e poi i cannoni; la rigatura della canna consentiva ai proiettili una straordinaria accelerazione e un forte impatto di penetrazione.

A Gaeta, il generale piemontese Cialdini disponeva di tali pezzi di artiglieria mentre i cannoni napoletani sugli spalti della fortezza erano ancora di vecchio modello e con una gittata limitata; nessun cannone era rigato.

La quantità dei proiettili e delle cariche per l’artiglieria era scarsa, mancava il legname per riparare gli affusti in caso di rottura, ipotesi probabile data la vetustà dei pezzi; inoltre mancavano del tutto i sacchetti di sabbia a difesa dei pezzi più esposti sugli spalti della fortezza.

Scarseggiavano, inoltre, i generi di prima necessità, le provviste erano poche e spesso malandate; c’erano centinaia di cavalli e di muli che nel giro di pochi mesi morirono di fame per mancanza di foraggio.

I soldati dormivano sulla nuda terra poiché non c’erano brande, né materassi, né coperte da campo; non c’erano divise di ricambio e neppure biancheria, molti soldati indossavano abiti civili raccattati fra la popolazione tenendo in capo soltanto il berretto militare.

Mancavano i medicinali e le bende per curare le ferite, i pochi ufficiali medici dovevano provvedere lacerando a strisce vecchi lenzuoli e tele da tenda. La situazione a Gaeta era difficilissima, al limite delle capacità umane, eppure in queste condizioni paurose i soldati napoletani si batterono con un coraggio tale da destare il rispetto e l’ammirazione dei nemici.

L’eroina di Gaeta fu la regina Maria Sofia, una fanciulla appena diciannovenne, che a cavallo, incurante dei micidiali bombardamenti del generale Cialdini, correva in mezzo al fumo dei cannoni per arrecare incitamento e portare entusiasmo fra gli artiglieri delle batterie. La giovane regina visitava tutte le batterie di fronte di terra e quella di mare dell’Annunziata.

Un giorno, proprio in quest’ultima batteria, comandata dal 1° tenente Raffaele Mormile, un proiettile nemico scoppiò a poca distanza dalla regina, che si salvò per la presenza di spirito dell’ufficiale che di un balzo l’afferrò per la vita riparandola nella casamatta, mentre lo scoppio distrusse un pezzo del bastione coprendo la sovrana di calcinacci.

Assolutamente non turbata e sorridente, Maria Sofia si limitò a criticare la scarsa precisione dell’artiglieria nemica.

Giorno e notte la regina visitava i feriti che giacevano nell’ospedale centrale di Torrion, portando loro del cibo che ella sottraeva alla sua mensa e che divideva personalmente ai soldati.

Confusa fra gli infermieri e le suore di carità, apprestava le prime cure ai soldati che arrivavano, lavando e disinfettando le ferite meno gravi. Spesso il suo abito di velluto nero brulicava di pidocchi, che i soldati portavano in gran quantità: erano gli stessi infermieri che spazzavano via dagli abiti della sovrana quei disgustosi insetti.

Il 18 novembre il generale Vial, governatore della piazzaforte, scrisse una lettera a Cialdini nella quale si comunicava che sugli ospedali di Gaeta era stata issata una bandiera nera affinché fossero preservati dai bombardamenti gli infermi gravi ed i feriti ivi raccolti. Cialdini chiese che venisse specificato il numero delle bandiere innalzate sugli ospedali, e Vial confermò la presenza di tre bandiere.

Il generale piemontese, preso da una crisi di galanteria per la bellissima regina, invitò Vial ad innalzare una quarta bandiera nera, più grande delle altre, sul palazzo abitato dalla sovrana.

Maria Sofia rispose personalmente a Cialdini chiedendogli di poter esporre la quarta bandiera nera sulla monumentale e preziosa chiesa di S. Francesco, opera dell’architetto Guarinelli, a preservarla dalla distruzione, confermando l’intenzione di fare sventolare la bandiera nazionale con i gigli sul palazzo reale.

Il 19 novembre arrivò a Gaeta il generale Ferdinando Beneventano del Bosco, colui che a Milazzo aveva dato scacco a Garibaldi. L’arrivo di Bosco entusiasmò i soldati, che riconoscevano in lui il carisma del condottiero. Nessuno dei generali borbonici aveva più ascendente di Bosco sulle truppe, ed il generale aveva raggiunto il suo re nel momento più difficile e drammatico per la dinastia.

Consapevole del coraggio e della fedeltà del generale, la regina sperava in un’azione militare incisiva per rompere il cerchio dell’assedio. Purtroppo, per la mancanza di uomini e mezzi, quest’azione non ebbe il successo sperato, ma la presenza di Bosco a Gaeta aiutò moltissimo il morale della truppa, che vedeva in lui il più devoto e fedele servitore del re.

Per i difensori di Gaeta il conforto maggiore era rappresentato dalla visione della bellissima regina che, vestita con semplicità, ogni giorno, appariva loro a cavallo per incitarli e rincuorarli. Maria Sofia era diventata dunque il simbolo vivente dell’assedio.

I giornali diffusero la sua immagine di grande regina in tutta l’Europa, e molti aristocratici, affascinati da quella giovane donna che indossava una vecchia uniforme militare, come volontari le offrirono la loro spada e il loro ardimento.

Maria Sofia visse a Gaeta i giorni più memorabili ed esaltanti della sua lunga vita; la regina porterà in seguito nel suo cuore quei momenti indimenticabili negli anni del suo lungo e doloroso esilio.

Il 13 febbraio il fuoco delle batterie piemontesi con più di 8000 proiettili distrusse completamente la piazzaforte di Gaeta e buona parte della città.

Un proiettile colpì la polveriera Transilvania, che esplose con le sue 18 tonnellate di polvere. Morirono due ufficiali e cinquanta soldati, morti che si potevano evitare poiché la fortezza era prossima alla resa.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Francesco II firmava la “Capitolazione per la resa della piazza di Gaeta”.

All’alba del 14 febbraio Francesco II e Maria Sofia uscirono dalla casamatta per percorrere lo stretto corridoio che portava alla porta di mare, seguiti dai principi reali, da ministri, generali, diplomatici.

Dietro il corteo reale tutti gli ufficiali con le loro armi e i cavalli, infine i soldati: laceri, feriti, con le stampelle, piangevano senza vergogna, mostrando le armi e gridando: “Viva ‘o re”.

La banda intonò l’inno borbonico scritto da Paisiello; i Piemontesi presentarono le armi in segno di onore per i combattenti di Gaeta, mentre veniva ammainata la bandiera bianca con i gigli.

Molti ufficiali spezzarono le loro spade sulle rocce della strada.

La regina era pallidissima, ma avanzava al braccio del marito con la solita fermezza e la dignità regale, salutando la folla piangente che si assiepava lungo il percorso; rotti i cordoni, molte donne si gettarono a baciare le mani della sovrana, gridando: “Viva ‘o re, viva ‘a reggina”.

Laggiù, sugli spalti di Gaeta, un raggio di gloria venne a posarsi sul capo dell’ultima Regina delle Due Sicilie.

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (III)

Posted by on Gen 15, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (III)

16 gennaio 1860 Francesco II compì ventiquattro anni, e fu grande festa in tutta Napoli; i sovrani accolsero la nobiltà borbonica a palazzo reale, e fu uno spettacolo di divise, grandi uniformi, fregi, ricchi abbigliamenti; ministri, alto clero, diplomatici stranieri; le carrozze della nobiltà fecero la spola tra i fastosi palazzi aviti e la piazza di palazzo reale.

Purtroppo i sovrani di Napoli erano circondati, anche in questa occasione, da una massa di cortigiani, funzionari, militari, uomini di governo ignoranti e incapaci, tutti pronti al tradimento.

Da questi emergeva un solo statista degno di rispetto, quel Carlo Filangeri che, deluso dalle circostanze, aveva abbandonato la barca del governo nel momento in cui si addensavano, paurosamente, le nuvole della tempesta. Maria Sofia, sul trono accanto a Francesco, era splendida, affascinante, la corona reale le riluceva sull’acconciatura dei capelli, opera del più rinomato parrucchiere napoletano, quel Totò Carafa, del quale si serviva la migliore aristocrazia del Regno.

Accanto alla regina sedeva l’ambasciatore di Spagna, don Salvador Bermudez de Castro, un hidalgo dai modesti natali che si era conquistato sui campi di battaglia il favore dei sovrani di Spagna, che lo avevano nominato marchese di Lema e ambasciatore presso il governo delle Due Sicilie. Bermudez de Castro era un uomo affascinante: appena quarantenne, aveva guadagnato l’amicizia incondizionata di Francesco e la simpatia piuttosto interessata della regina.

Le malelingue del tempo, compresa Maria Teresa, lo attribuirono come amante della regina, ma in realtà fra lo spagnolo e Maria Sofia ci fu solo una forte, leale e sincera amicizia, anche perché la regina di Napoli vedeva nel de Castro tutte quelle doti e virtù che avrebbe voluto trovare nel marito.

Il genetliaco del re fu anche l’occasione del varo a Castellammare di Stabia di una potente nave da guerra, la nuova fregata Borbone, che era armata con sessanta moderni cannoni. Una delle migliori navi a vapore del tempo, che andava a rinforzare la già potentissima squadra navale napoletana: la migliore nel bacino del Mediterraneo.

Nel porto di Napoli, una grande città di cinquecentomila abitanti, la quarta metropoli d’Europa, stavano ancorate le navi militari di molti Paesi: la Bretagne, ammiraglia della flotta francese; l’Algeciras, l’Imperial; le inglesi Hannibal, Agamemnon, London; pericolosa intrusa, anche l’ammiraglia della flotta del Regno di Piemonte e Sardegna: la Maria Adelaide, comandata dall’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, che ritroveremo nel mare all’assedio di Gaeta, e poi quale responsabile del disastro navale di Lissa nella guerra del 1866 contro l’Austria.

Fra le navi straniere la Borbone, con il suo gran pavese e i suoi lucidi cannoni schierati, faceva un bell’effetto. Ironia della sorte, la fregata, consegnata ai Piemontesi dal suo comandante traditore e ribattezzata Garibaldi, la ritroveremo con i suoi sessanta cannoni a sparare sulla piazzaforte di Gaeta contro quegli stessi carpentieri e marinai napoletani che l’avevano costruita e varata.

Frattanto gli eventi precipitavano: il Piemonte, dopo l’occupazione della Lombardia con l’appoggio militare francese, aveva conquistato tutta l’Italia centrale: Toscana, Emilia, Romagna (queste ultime terre sottratte allo Stato Pontificio) con il sistema dei plebisciti truccati.

Pio IX aveva comminato la scomunica agli usurpatori: questo atto della Chiesa aveva turbato profondamente il cattolico Francesco, che aveva rafforzato in sé la convinzione che i Piemontesi fossero i primi nemici della fede cristiana in Europa.

Nel marzo successivo giunsero dalla Sicilia i primi segni della crisi che avrebbe sconvolto e distrutto il Regno: le campane del convento della Gancia suonarono a martello annunziando lutti e sciagure. I servizi segreti napoletani avvisarono il re dei preparativi che Garibaldi andava effettuando in Liguria con il tacito consenso del governo sardo. Fu individuato anche il luogo dello sbarco: la Sicilia.

Maria Sofia, consapevole del pericolo più del marito, spinse il sovrano ad emanare disposizioni urgenti per fronteggiare l’imminente aggressione; il re allertò la flotta, concertò personalmente le misure di difesa per bloccare sul nascere l’impresa di Garibaldi.

La squadra navale napoletana era allora la più potente del bacino del Mediterraneo: comprendeva fra navi grosse e piccole 36 vascelli, fra cui 11 fregate (l’equivalente oggi dei moderni incrociatori); a capo della squadra navale era Luigi conte d’Aquila, zio del re.

L’esercito napoletano era il più potente di tutti gli Stati italiani: comprendeva 83.000 uomini bene armati e bene addestrati, senza contare i mercenari svizzeri e bavaresi, che costituivano il nocciolo duro di tutte le forze armate.

Impensabile, dunque, che 1072 borghesi guidati da Garibaldi potessero battere un siffatto esercito. Infatti, il gruppo capeggiato dall’eroe dei Due Mondi era costituito da professionisti: medici, avvocati, ingegneri, commercianti, capitani di marina mercantile, chimici; c’erano pure alcuni preti che avevano abbandonato da tempo l’abito talare.

I Siciliani erano 34:24 palermitani, 3 messinesi, 3 trapanesi, 1 catanese, e rispettivamente uno di Trabia, uno di Gratteri e Francesco Crispi, con la moglie Rosalia, di Castelvetrano.

A comandare l’esercito napoletano erano in tanti: Landi, Lanza, Nunziante, Clary; tutti incapaci, corrotti ed invidiosi l’uno dell’altro. Landi e Lanza erano addirittura ultrasettantenni e non erano più in grado di montare a cavallo: seguirono le operazioni militari in Sicilia seduti in carrozza! Pur tuttavia, se i due generali non fossero stati corrotti e inclini al tradimento, i garibaldini non sarebbero certo riusciti neanche a sbarcare.

Ma Landi, a Calatafimi, pur disponendo di una posizione strategica favorevole, le colline, e di una forza di 3000 uomini di truppa scelta, di un reggimento di cacciatori, di 20 pezzi di artiglieria, di una cavalleria forte di 1500 unità, si ritirò senza combattere, così come Lanza a Palermo consegnando la città a Garibaldi.

Quando giunse a Napoli la notizia che in Sicilia la situazione stava drammaticamente precipitando, la regina chiese a Francesco di intervenire personalmente e lo incitò a mettersi a capo delle truppe per combattere la sfiducia che serpeggiava fra i soldati, già consapevoli del tradimento dei loro generali. Maria Sofia consigliò con energia di fare arrestare Landi e Lanza e farli processare per alto tradimento.

Poi chiese che fosse richiamato a capo del governo il principe di Satriano, l’unico uomo politico in quel momento capace di padroneggiare la situazione che si andava profilando disastrosa.

Il principe di Satriano, convocato dal re, in un primo tempo declinò l’invito poiché l’età e le malattie legate alla vecchiaia non gli consentivano di adempiere con la solita premura ed attenzione all’incarico di primo ministro; cedette poi alle insistenti richieste di Maria Sofia, che si recò di persona nella villa di campagna dove il principe si era ritirato da tempo.

Filangeri dettò subito le sue condizioni, previa accettazione del suo incarico di primo ministro: proclamazione immediata della Costituzione, invio di un contingente di 40.000 uomini a Messina, che dovevano essere guidati dallo stesso re. A queste condizioni, il vecchio generale era disposto ad assumere la carica di Capo di Stato Maggiore.

La regina rinnovò con entusiasmo la sua disponibilità a cavalcare accanto al re, alla testa dei soldati, ma Francesco, sempre dubbioso ed esitante, non si mostrò favorevole alle proposte del principe di Satriano, anche perché la Corte, controllata da Maria Teresa, non vedeva di buon grado la concessione della Costituzione.

Filangeri, deluso ed amareggiato dall’atteggiamento del re, declinò il suo incarico e, sollevato, se ne tornò nella sua residenza di campagna. Furono contattati i generali Ischitella e Nunziante perché assumessero il comando supremo in Sicilia, ma essi rifiutarono.

L’alto incarico fu affidato, pertanto, al generale Ferdinando Lanza.
Francesco II, su consiglio di Maria Sofia, inviò ai comandi di Sicilia delle direttive precise ed avvedute, purtroppo disattese da comandanti incapaci di applicarle, o per inefficienza, insipienza, o per serpeggiante tradimento.

La regina continuò ad insistere affinché il marito concedesse la Costituzione, malgrado l’ostilità aperta della regina madre e di tutta la corte filoaustriaca. Segretamente trattò col Papa, e lo convinse ad inviare una lettera al re di Napoli. Il dispaccio di Pio IX giunse nella reggia di Caserta il 24 maggio 1860.

La parola del Papa fu per il re di Napoli verbo divino, anche perché il Pontefice lo esortava a non fidarsi troppo dei Savoia e di un Piemonte abilmente padroneggiato da Cavour.

Il re convocò i ministri e il Consiglio di Famiglia, ed espose fermamente la sua intenzione, scatenando la fiera opposizione di Maria Teresa, che lo accusò di mancanza di coraggio, di insensibilità e di aver ceduto alle intimazioni dei cugini sabaudi.

La sfuriata della regina madre mortificò il timido Francesco, che piegò il capo in silenzio senza reagire; reagì, pesantemente, invece Maria Sofia, che rintuzzò con orgoglio e fierezza le parole dell’ex regina ingiungendole con dura voce, appena frenata dalla rabbia, di rispettare il re e di piegare il capo dinanzi alla volontà sovrana. In quel frangente, Maria Sofia si comportò da vera regina dimostrando, ancora una volta, il suo carattere deciso e fermo e la piena lealtà che la legava al marito.

Quel giorno stesso Francesco II promulgò l’atto sovrano di concessione della Costituzione. Ma questa decisione ormai tardiva non suscitò gli effetti sperati; i liberali rimasero indifferenti anche perché i Borbone avevano già concesso altre tre Costituzioni: nel 1812, nel 1820 e nel 1848, tutte disattese nella loro promessa di libertà e riforme.

Quando giunse a Napoli la notizia della conquista di Palermo da parte di Garibaldi, la situazione precipitò drammaticamente: in città scoppiarono tumulti e violenze, ci furono scontri a fuoco fra i filoaustriaci e i liberali, e come al solito furono saccheggiati negozi, abitazioni civili; alcuni commissariati di polizia furono abbandonati e dati alle fiamme. In questo frangente drammatico il re proclamò lo stato di assedio e nominò ministro di Polizia quel Liborio Romano che poi sarebbe passato anche lui, come gli altri traditori, dalla parte di Garibaldi.

Quel momento drammatico segnò anche la divisione della Corte: Maria Teresa, i suoi figli e molti dignitari e funzionari abbandonarono la capitale per rifugiarsi nella fortezza di Gaeta.
Accanto al re rimasero pochi ministri fedeli e l’indomita Maria Sofia, che assunse subito la guida del governo, rivelando, ancora una volta, le sue doti di coraggio, equilibrio e saggezza.

Passato lo Stretto con la complicità delle navi inglesi e americane e con il favore dei comandanti di marina traditori, Garibaldi si affacciò sul continente e avanzò verso Salerno non trovando alcuna seria resistenza ad eccezione delle truppe comandate da Von Mechel e dal colonnello siciliano Beneventano del Bosco.

A Napoli il generale Nunziante, che aveva fatto carriera e accumulato ricchezze sotto i Borbone, prezzolato da Cavour stilò una vergognosa “Proclamazione” per esortare i soldati fedeli al re alla diserzione: Compagni d’arme!

Già è pochi dì, lasciandovi l’addio, vi esortavo ad essere forti contro i nemici d’Italia dar prove di militari virtù nella via aperta dalla Provvidenza a tutti i figli della patria comune… forte mi sono convinto non esservi altra via di salute per voi e per cotesta bella parte d’Italia che l’unirci sotto il glorioso scettro di V. Emanuele: di questo ammirevole monarca dall’eroico Garibaldi annunziato alla Sicilia, e scelto da Dio per costituire a grande nazione la nostra patria…

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA

Posted by on Gen 13, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA

“Femme hèroique qui, reine soldat, avait fait elle meme son coup de feu sur les remparts de Gaete”.

Così Marcel Proust ne “La prisonnière”, canta della regina soldato, la diciannovenne Maria Sofia di Borbone, che sugli spalti di Gaeta non esitò a sostituire un artigliere ferito a morte, continuando il fuoco contro gli assedianti piemontesi.

Il mito dell’eroina di Gaeta non è stato mai offuscato dal passare del tempo, anche se i testi di storia hanno ignorato o addirittura vituperato la figura, la personalità e il comportamento eroico dell’ultima regina delle Due Sicilie. Gabriele D’Annunzio definì Maria Sofia “l’aquiletta bavara che rampogna”, intendendo con queste parole disprezzare la regina che si oppose con tutto il suo coraggio all’usurpazione sabauda del Regno delle Due Sicilie.

Maria Sofia, infatti, tentò di riconquistare sino all’ultimo della sua vita quella patria meridionale che lei, tedesca di nascita, aveva fatto sua e profondamente amata.

Maria Sofia era figlia di Massimiliano e Ludovica di Wittelsbach; Massimiliano duca in Baviera, mentre Ludovica, sua moglie, era una delle nove figlie del re.

“….Quando giunse anche per Maria Sofia il tempo del matrimonio, la ragazza aveva diciassette anni; la duchessa Ludovica, forte del buon esito del matrimonio dell’altra figlia, si adoperò per trovare anche per Maria Sofia una testa coronata. In Germania i partiti disponibili erano scarsi e poco ragguardevoli; per un momento la duchessa madre pensò al principe ereditario di Baviera, il futuro Ludwig II, omosessuale e pazzo, che per le sue stravaganti follie avrebbe portato in seguito il Regno al collasso politico ed economico.

Per fortuna di Maria Sofia l’evento non si concretizzò mai, per cui Ludovica, con l’aiuto della Corte di Monaco, iniziò a scandagliare, con opportune iniziative diplomatiche, i migliori partiti delle case regnanti d’Europa. La risposta non tardò a venire: le comunicarono che il giovane principe ereditario delle Due Sicilie, un regno immerso nel sole del bacino del Mediterraneo, era pronto a convolare a nozze.

Maria Sofia, pur non conoscendo il futuro sposo, fu infantilmente entusiasta della prospettiva di poggiare sul suo capo una corona di regina, e immaginò il suo futuro sposo bello e aitante come il marito della amata sorella.

La giovane Wittelsbach sognò quindi di vivere la stessa favola di Elisabetta e del suo principe azzurro.

Il duca Max, che trascorreva le sue vacanze, come al solito, all’estero, le inviò un telegramma con cui sconsigliava questa unione: evidentemente dal suo frequente vagabondare in Europa non aveva tratto buone informazioni sul principe ereditario delle Due Sicilie.

Le trattative matrimoniali furono condotte dal conte Carlo Ludolf, ambasciatore di re Ferdinando II, e dallo stesso zio di Maria Sofia, il re di Baviera. Re Massimiliano aveva già preso tutte le informazioni possibili sulla vita, le abitudini, il comportamento del giovane Francesco, duca di Calabria.

D’altra parte si sapeva in tutta Europa che l’erede al trono di Napoli aveva ricevuto un’educazione confessionale, che preferiva gli studi di teologia piuttosto che le iniziative politiche, che non amava le donne, la caccia, le feste e gli altri svaghi di corte; preferiva la preghiera, la meditazione, tutto l’opposto del suo sanguigno genitore.

Francesco nutriva una particolare devozione per la madre, Maria Cristina di Savoia, detta “la Santa” dai Napoletani per la sua vita ascetica e di preghiera, ben lontana dalle attività della rumorosa e festaiola Corte Borbonica.

La regina era morta a ventiquattro anni subito dopo il parto, lasciando il figlio privo per sempre dell’amore di madre. Questo avvenimento aveva fortemente inciso sul carattere chiuso, mite e remissivo di Francesco, e lo aveva spinto più ad una vita di meditazione e di pensiero che ad un’attività politica consapevole degna di un principe ereditario.

Anche il padre Ferdinando II, conoscendo il debole carattere dell’erede al trono, non si era occupato della sua educazione come del resto aveva fatto nei confronti degli altri figli avuti dal secondo matrimonio con l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo.
Ferdinando amava moltissimo i suoi figli, ma alla stregua di un buon padre di famiglia borghese e non con la responsabilità di un sovrano di una delle più antiche dinastie d’Europa.

Di conseguenza Francesco, pur essendo l’erede al trono, era rimasto lontano dalla politica: il padre gli aveva inculcato l’idea che il Regno era sicuro e tranquillo, in quanto i suoi confini stavano fra l’“acqua santa” (lo Stato Pontificio) a nord e l’“acqua salata” a sud (le coste e la Sicilia).

I rapporti fra le Due Sicilie ed il papato erano ottimi. Pio IX aveva una particolare predilezione per il re di Napoli, memore della generosa ospitalità del sovrano negli anni del suo esilio da Roma.
Le nozze tra Francesco di Borbone e Maria Sofia furono celebrate per procura, a Monaco, l’8 gennaio 1859; la sposa giunse a Bari a bordo della fregata borbonica Fulminante la mattina del 3 febbraio. Quando la fregata entrò nel porto, tutte le navi alla fonda la salutarono con salve di cannone, mentre sulle banchine una folla impressionante salutava e batteva le mani.

Le strade di Bari erano coperte da bandiere e le campane di tutte le chiese suonarono a stormo. Sulla banchina principale del porto dieci carrozze ospitavano tutta la famiglia reale venuta a rendere omaggio alla futura regina di Napoli.

Maria Sofia, dall’alto del ponte, osservava con trepidazione la città festante cercando di scorgere, fra quella marea di gente, il suo giovane marito. Francesco era già salito a bordo della lancia reale, con la regina madre e tutto il seguito. Mancava solo re Ferdinando, che era rimasto in carrozza perché già colpito dal male che di lì a poco lo avrebbe condotto alla tomba. Francesco indossava l’uniforme di colonnello degli ussari, mentre Maria Sofia sfoggiava uno splendido abito di velluto cremisi appena coperto dalla pelliccia di zibellino.

La fanciulla apparve a Francesco in tutto lo splendore della sua bellezza: occhi turchini, brillanti, i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, il portamento fiero ed elegante. L’avvenenza della sposa fece aumentare la timidezza congenita del giovane principe, che si limitò ad un «Bonjour, Marie» e ad un compassato baciamano.

Nel tardo pomeriggio avvenne la cerimonia religiosa nel palazzo reale della città. Maria Sofia si adornò con i gioielli più fastosi della Corona di Napoli, portati appositamente dalla capitale per ordine di Ferdinando II. La benedizione nuziale fu impartita dall’arcivescovo di Bari, che lesse anche la speciale benedizione di Pio IX. Le navi nel porto spararono a salve e le bande suonarono l’inno di Paisiello.

Il 7 marzo la famiglia reale fece ritorno a Napoli a bordo della fregata Fulminante e raggiunse in carrozza la splendida reggia di Caserta. Frattanto, nel Regno di Piemonte e Sardegna, Cavour, forte dell’alleanza con Napoleone III, si preparava ad una nuova guerra con l’Austria; il 29 aprile 1859 le truppe franco-piemontesi penetravano nel Lombardo-Veneto.

Aveva inizio la seconda guerra dei Savoia contro l’impero asburgico (definita dagli storici “Seconda Guerra d’Indipendenza”), guerra di espansione militare e territoriale nella vasta pianura padana, indispensabile per l’economia e lo sviluppo del piccolo Piemonte chiuso nella morsa fra le Alpi e il mare.

Ferdinando II, malgrado la malattia che si era fortemente aggravata, seguì con apprensione le fasi della guerra, dimostrando un’aperta ostilità verso i parenti piemontesi e raccomandando al figlio di tenersi cara l’alleanza con lo Stato Pontificio e di non fidarsi mai dei cugini Savoia, che egli definiva «Piemontesi falsi e cortesi».

Mai raccomandazione fu più profetica! Il re morì il 22 maggio 1859 a quarantanove anni.

Un anno prima dello sbarco di Garibaldi, Francesco II salì sul trono di Napoli a ventitré anni e Maria Sofia si ritrovò regina a diciotto anni.

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Il benessere nel Regno delle Due Sicilie

Posted by on Gen 12, 2019

Il benessere nel Regno delle Due Sicilie

A più di 60 anni dalla caduta della monarchia sabauda e dalla nascita della Repubblica Italiana, la storiografia tende ancora oggi a sottovalutare un aspetto essenziale: il Regno delle Due Sicilie ha visto il suo tramonto perché oggettivamente rappresentava un elemento storicamente e politicamente superato, e non perché fosse un aggregato di barbari o di cafoni, degno di essere colonizzato e civilizzato da popolazioni portatrici di alte virtù civili, morali e militari.

Riscrivere la storia è un esercizio che viene fatto solo quando c’è di mezzo un interesse politico e economico. Oggi in pochi pensano che ne valga la pena per l’Antico Regno, essendo gli interessi della maggioranza rivolti a tutt’altro e, soprattutto, essendo questi interessi ancora concentrati in quella parte del Paese che abilmente seppe volgere a suo vantaggio la crisi degli Stati indipendenti preunitari. Inoltre, chi si prende la briga di riscrivere, more solito, riscrive a sua volta a proprio uso e consumo, tralasciando quella che dovrebbe essere la caratteristica principale della Storia: l’obiettività.

In questa sede quindi ci piace ricordare che il Regno delle Due Sicilie non era uno staterello nato come contropartita ad una fuggevole alleanza, bensì lo Stato italiano preunitario più antico e più esteso territorialmente, comprendendo tutto il Sud continentale d’Italia: Campania, Calabrie, Puglie, Abruzzi, Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia [1]. La sua situazione economica era, rispetto a quella dei molti altri stati italici, una delle più floride. Lo studio, non preconcetto, della sua storia ci trasmette l’immagine di un Regno e di una società non sradicati dalle correnti del pensiero illuministico europeo, di una amministrazione che cerca, a dispetto del ribellismo popolare e tra gli sconvolgimenti sollevati dalla rivoluzione francese e dalla occupazione napoleonica, di spezzare i tradizionali e duri a morire rapporti feudali e di avviare una industrializzazione, in alcuni settori chiave come la siderurgia, le miniere, l’enologia, la navigazione, ecc. (cfr: I records del Regno delle due Sicilie).

È necessario però tenere presente che stiamo pur sempre parlando di uno stato assoluto, e che la ricchezza, come il potere, era concentrata in poche mani: quelle del sovrano e dell’aristocrazia. Scarsa era la presenza della borghesia, praticamente ininfluente la presenza operaia, non organizzata e priva di una coscienza di classe. Con Carlo di Borbone ed il ritorno alla indipendenza dalla Spagna, si avvia un processo di modernizzazione della macchina burocratica con nuovi codici, leggi e regolamenti. Si avvia la sprovincializzazione della cultura meridionale. Si cerca anche di fare sorgere una coscienza “nazionale”, che tuttavia cozza contro l’atavica contrapposizione tra Napoli e Sicilia, aggravata ancora di più dalle differenti vicende vissute dai due Regni tra il 1799 e il 1815 (La Repubblica Napoletana, il periodo napoleonico, il protezionismo inglese).

Da Carlo III in poi assistiamo allo sviluppo di industrie a carattere artistico, come quella della porcellana, della ceramica e della seta di pregio. Tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, furono costituite le prime società per il funzionamento della ferrovia, della navigazione, dell’illuminazione a gas, per la tessitura. Fu favorito l’allevamento degli ovini, al fine di incrementare la produzione e l’arte della lana, contemporaneamente a quella del lino e del cotone. Molto importante divenne anche la lavorazione del ferro, con la creazione di industrie metallurgiche e meccaniche. Ferdinando II fece impiantare nella città di Napoli un arsenale, un cantiere navale, e delle fabbriche di armi che diedero lavoro a molti napoletani, consentendogli anche di specializzarsi e di venire a conoscenza di alcune tecniche di lavorazione fondamentali. Fu potenziata la lavorazione delle pelli, e per alcuni manufatti, come ad esempio i guanti, si raggiunsero livelli d’eccellenza, favorendo il Mady in Naples nei commerci con l’estero. Sorsero fabbriche per la lavorazione dei vetri e del cristallo, i cui prodotti venivano inviati anche nelle Americhe (cfr: elenco monografie in calce).

Tutto ciò, se ebbe un peso nell’arricchire l’Erario, certamente non influì sulla gran massa della popolazione che rimaneva rurale e in una condizione semifeudale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che il ministro De Medici prima e Ferdinando II poi, hanno avuto il loro bel da fare per cercare di liberarsi dall’influenza inglese (E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Roma 1945). Il Regno si trovò spesso in difficoltà nella grande politica internazionale del tempo, in quanto era veramente difficile acquisire una posizione autonoma nell’ambito dei rapporti tra le varie potenze. Basti pensare ad esempio alla vicenda del “privilegio di bandiera” di cui godevano Inghilterra, Francia e Spagna: Murat lo aveva abrogato, ma poi il Congresso di Vienna si affrettò a ripristinarlo. Bisognerà aspettare il 1845 perché il Regno delle Due Sicilie potesse vedere accolto, nei suoi rapporti commerciali con le altre potenze europee, il cosiddetto “principio di reciprocità”. E non dimentichiamo neppure la umiliazione che Ferdinando II dovette subire in seguito all’affaire Taix-Aycard per il commercio degli zolfi. Episodi di questo genere non impedirono tuttavia al Regno di svolgere i suoi traffici commerciali, in discreta autonomia, e che al suo interno sorgessero numeroso fabbriche ed imprese. Il sito ha dedicato a tale sviluppo numerose pagine. Qui basti ricordare: l’industria metalmeccanica e siderurgica, con circa 100 opifici metalmeccanici, di cui 21 con più di 100 addetti, e l’eccellenza costituita dallo stabilimento di Stato di Pietrarsa; la Cantieristica navale (Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, l’Arsenale di Napoli con annesso bacino in muratura, i Florio con la loro fonderia i loro cantieri e le loro cantine a Palermo); l’industria tessile, capillarmente diffusa in tutto il Regno; le circa duecento cartiere; i pastifici alimentari; le fabbriche di cristalli e ceramiche, tra cui la rinomata Capodimonte.

È possibile analizzare la situazione finanziaria, di bilancio e fiscale del Regno con consapevolezza che le vicende economiche e politiche non sono mai indipendenti le une dalle altre, ma si intrecciano e vanno a formare un complesso sistema, in cui l’evidenza delle cose è solo la punta dell’iceberg.

La documentazione che va dal 1848 al 1859 fornisce alcuni spunti per introdurre la riflessione. Nel 1848 il Regno fu colpito dalla violenza dei moti rivoluzionari, sedati nel 1849. Si determinò una contrazione degli introiti effettivi rispetto a quelli preventivati, e parallelamente un forte aumento delle spese, a testimonianza del processo di ricostruzione e “normalizzazione” seguito alla restaurazione. Variabilità che potrebbe essere stata causata anche, specialmente per i dati degli ultimi anni, dalla crescente ostilità manifestata dal Regno Piemontese, che conduceva la politica di annessione degli stati sparsi sulla penisola italiana, e dalla continua e persistente instabilità della Sicilia, riconducibile alle istanze di autonomia politica che da lì provenivano. Una interpretazione in tale senso ci viene data dallo scritto di Savarese, “Le Finanze Napoletane e le Finanze Piemontesi dal 1848 al 1860”: La storia delle nostre finanze è la storia delle nostre rivoluzioni, e delle restaurazioni che a quelle si sono succedute.

La relazione Sacchi

Subito dopo l’annessione del 1861 delle Due Sicilie al Piemonte, un ministro sabaudo, Vittorio Sacchi, titolare del Ministero delle Finanze in Napoli dal 1° aprile al 31 ottobre 1861, fece circolare un resoconto in cui si sosteneva che nel 1860 l’ex Regno di Napoli avevano presentato un disavanzo di 62 milioni di ducati, dipingendo l’Antico Regno come gravato di debiti, destinato al fallimento, se non fosse intervenuta la “pietosa mano piemontese”.

Un funzionario napoletano, Giacomo Savarese, si sentì in dovere di controbattere, dati alla mano e per iscritto.

La replica del Savarese

La sua prima considerazione è di natura fiscale: con l’ascesa al trono di Carlo III nel 1734, il governo Tanucci avviò una politica tesa all’abbattimento della pressione fiscale e del debito pubblico. Questa politica fu scrupolosamente seguita dai suoi successori, ed identificata quale strumento di stabilità dello Stato, che aveva quali principi basilari il rispetto della proprietà privata, la solidarietà sociale e l’amicizia con gli altri Paesi. Il governo del ministro de’Medici continuò la politica del Tanucci per la quale “le risorse finanziarie non vanno ricercate nell’indebitamento, né in nuove imposte, ma esclusivamente nell’ordine e nella

, perché veramente il miglior governo è quello che costa meno”.

L’imposizione diretta fu fissata come segue (Decreto del 10 agosto 1815):

Tav. 1 – Il prelievo fiscale diretto nel Regno di Napoli (Ducati)

Imposta fondiaria6.150.000
Addizionali per il debito pubblico615.000
Addizionali per le Province307.500
Esazione282.900
Totale 7.355.400

La contribuzione diretta restò uguale fino al 1860. Il prelievo indiretto era così articolato:

Tav. 2 – Gli strumenti fiscali indiretti nel Regno di Napoli

Dazi (dogane e monopoli)
Imposta del Registro
Tassa postale
Imposta sulla Lotteria

La relazione Sacchi

Subito dopo l’annessione del 1861 delle Due Sicilie al Piemonte, un ministro sabaudo, Vittorio Sacchi, titolare del Ministero delle Finanze in Napoli dal 1° aprile al 31 ottobre 1861, fece circolare un resoconto in cui si sosteneva che nel 1860 l’ex Regno di Napoli avevano presentato un disavanzo di 62 milioni di ducati, dipingendo l’Antico Regno come gravato di debiti, destinato al fallimento, se non fosse intervenuta la “pietosa mano piemontese”.

Un funzionario napoletano, Giacomo Savarese, si sentì in dovere di controbattere, dati alla mano e per iscritto.

La replica del Savarese

La sua prima considerazione è di natura fiscale: con l’ascesa al trono di Carlo III nel 1734, il governo Tanucci avviò una politica tesa all’abbattimento della pressione fiscale e del debito pubblico. Questa politica fu scrupolosamente seguita dai suoi successori, ed identificata quale strumento di stabilità dello Stato, che aveva quali principi basilari il rispetto della proprietà privata, la solidarietà sociale e l’amicizia con gli altri Paesi. Il governo del ministro de’Medici continuò la politica del Tanucci per la quale “le risorse finanziarie non vanno ricercate nell’indebitamento, né in nuove imposte, ma esclusivamente nell’ordine e nella

, perché veramente il miglior governo è quello che costa meno”.

L’imposizione diretta fu fissata come segue (Decreto del 10 agosto 1815):

Tav. 1 – Il prelievo fiscale diretto nel Regno di Napoli (Ducati)

Imposta fondiaria6.150.000
Addizionali per il debito pubblico615.000
Addizionali per le Province307.500
Esazione282.900
Totale 7.355.400

La contribuzione diretta restò uguale fino al 1860. Il prelievo indiretto era così articolato:

Tav. 2 – Gli strumenti fiscali indiretti nel Regno di Napoli

Dazi (dogane e monopoli)
Imposta del Registro
Tassa postale
Imposta sulla Lotteria

I tributi diretti ed indiretti non furono mai più aumentati né in numero né in aliquota, tranne in circostanze particolarissime e per tempi limitati, eppure le entrate passarono dai 16 milioni di ducati del 1815, ai 30 milioni del 1859, a dimostrazione della crescita generale di quella fiorente economia. Le entrate pubbliche rimasero strettamente correlate alla ricchezza generale: “entrambi questi patrimoni sono soggetti alle medesime leggi; crescono e decrescono insieme, ma la proporzione rimane sempre la stessa. Or se vi è un paese dove questa regola sia stata rigorosamente applicata, e fino alla superstizione, noi non temiamo di affermare che questo paese è stato il Regno di Napoli”.

La nota rivolta carbonara del 1820, cui seguì l’esperienza costituzionale, la sommossa siciliana, quindi l’intervento e l’occupazione austriaca, costò allo Stato 80 milioni di ducati e gli interessi del debito pubblico consolidato, che nel 1820 erano di 1,42 milioni di ducati annui, passarono a 5,19 milioni di ducati. Ma non si ricorse a nuove tasse, bensì le risorse furono cercate nel risparmio. Rivoluzionario per l’epoca, fu il nuovo regolamento del 15 dicembre 1823, con cui fu introdotta la Tesoreria Unica, sottoponendo le spese allo stretto controllo del Ministro delle Finanze. Inoltre le dogane e la vendita dei generi di monopolio furono dati in concessione (regie interessate), con un aumento del relativo introito da 4,65 milioni di ducati annui a 5,83 milioni.

Nel 1830 Ferdinando II, re a venti anni, promulgò nuove misure a sostegno dell’economia. Il de’Medici era morto e fu nominato Ministro delle Finanze il marchese d’Andrea. In pochi anni gli interessi sul debito pubblico si ridussero a 4,15 milioni di ducati; furono costruiti le prime vie ferrate; si gettarono ponti in ferro sui fiumi; la Marina Militare fu dotata di undici navi a vapore; l’industria progredì ed il bilancio offriva un avanzo di cassa.

Gli avvenimenti degli anni 1848-49, l’intervento a fianco del Piemonte e la composizione della nuova rivolta siciliana, gravarono l’erario per oltre 30 milioni: gli interessi sul debito pubblico passarono da 4,15 milioni a 5,19 milioni e si ebbe un deficit di cassa di ben 15,73 milioni di ducati. Ma anche in tale occasione non si fece ricorso a nuove tasse: il fabbisogno fu colmato con l’emissione di una rendita che fruttò 11,12 milioni, e con la riscossione di crediti per 8,42 milioni.

Nel luglio 1860 fu pubblicato dal Ministero delle Finanze la situazione delle nostre finanze dal 1848 al 1859. Per la storia delle finanze piemontesi, sebbene lì ci fosse un regime parlamentare, l’assestamento definitivo dei bilanci giunge solo all’anno 1853. Savarese, per fare i confronti, usò quindi per l’anno 1854 il conto amministrativo presentato al parlamento, ed approvato con legge del 17 luglio 1858. Per gli anni successivi passò a rassegna tutte le leggi piemontesi di autorizzazione alla spesa. “Così abbiamo potuto stabilire il disavanzo annuale del Piemonte. Ma le nostre cifre dal 1855 in poi debbono necessariamente essere molto al di sotto del vero”. Mancano infatti i dati di disavanzo di cassa; soprattutto non vi è traccia delle approvazioni dei finanziamenti occulti che, come vedremo, furono smisurati.

Tav.3 – Nuovi prelievi fiscali, e aumento degli esistenti, nel Regno di NAPOLI e nel Piemonte, dal 1848 al 1859.

Regno di NapoliRegno di SardegnaData
Nessuna tassa  nuova e  nessun  aumento di tassa esistente             Aumento nel prezzo dei tabacchi 1° febbraio 1850
Aumento del prezzo della polvere da sparo e piombo da caccia 19 febbraio 1850
Tassa per pesi e misure 26 marzo 1850
Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena5 giugno 1850
Aumento del 33 % del prezzo della carta bollata22 giugno 1850
Aumento del 20% dei diritti d’insinuazione22 giugno 1850
Tassa sulle fabbriche31 marzo 1851
Tassa sulle mani morte23 maggio 1851
Tassa sulle successioni17 giugno 1851
Tassa sull’industria 16 luglio 1851
Tassa sulle pensioni28 maggio 1852
Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sulla emancipazione ed adozione 18 giugno 1852
Aumento d’imposta sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra1° gennaio 1853
Aumento d’imposta personale28 aprile 1853
Tassa sulle vetture1° maggio 1853
Tassa per la caccia26 giugno 1853
Tassa sulle società industriali30 giugno 1853
Aumento di tassa sull’industria7 luglio 1853
Tassa sanitaria 13 aprile 1854
Aumento della tassa sulle successioni9 settembre 1854
Aumento del prezzo della carta bollata9 settembre 1854
Aumento della tassa sull’industria13 febbraio 1856

Tav.4 – Disavanzi annui di bilancio del Regno di Napoli e del Piemonte (Lire)

Disavanzo napoletanoDisavanzo piemonteseLegge finanziaria (Piemonte)
184828.588.760,5437.951.431,02Legge del 21 giugno 1856
184938.257.830,7693.032.244,64Legge del 19 luglio 1857
185010.480.075,4823.438.945,75Legge del 19 luglio 1857
18515.708.927,543.716.225,11Legge del 19 luglio 1857
1852 10.676.108,1035.896.368,45Legge del 19 luglio 1857
185318.995.573,2735.024.020,60Legge del 19 luglio 1857
185411.969.226,7822.026.255,27Legge del 17 luglio 1858
18554.782.746,967.915.922,71manca
1856attivo82.858.206,15Legge del 24 marzo 1856
18577.467.561,9212.244.592,88manca
18582.005.311,6015.203.794,01manca
1859avanzo
– 4.591.023,76
126.600.311,04Ferrovie (provvedimenti vari)
134.341.099,19495.908.317,63TOTALE

Tav.5 – Interessi annui sul debito del Regno di Napoli e del Piemonte dal 1848 al 1859

REGNO DI NAPOLIPIEMONTE
DenominazioneRendita (lire)LeggeDenominazioneRendita (lire)Legge
    Rendita consolidata 5%   424.989,3826 aprile 1848Debito redimibile 5%3.044.036,237.9.48 e 26.3.51
2.549.936,252 ottobre 1848Obbligazioni 4%1.194.120,0026.3.1849
76.498,093 agosto 1850Redimibile 5%43.430.398,1612 e 16.6.1849
110.497,2421 agosto 1851Obbligazioni 4%1.080.000,009.7.1850
110.497,241° marzo 1853Redimibile 5%5.416.25026.6.1851
424.989,3826 ottobre 1853Redimibile 3%2.310.386,6613.2.1853
1.062.473,4423 ottobre 1854Prestito inglese2.000.000,008.3.1855
450.246,9813 ottobre 1859Prestito per la carta moneta di Sardegna28.228,9827.2.1856.
Prestito ferrovia di San Pier d’Arena108.050,004.7.1858
SUBTOTALE5.210.128  58.611.470,03 
Interessi al 184717.637.5009.362.707,07
TOTALE 185922.847.628 67.974.177,1

Tav.6 – Beni demaniali venduti dal Regno di Napoli e dal Piemonte dal 1848 al 1859

REGNO DI NAPOLIPIEMONTE
  Nessuna Alienazione   DenominazionePrezzo (lire)Legge
Tenuta di Torino, 6.100.000,008 febbraio 1851
Chieri, Gassino. Casella,2.778.422,3211 luglio 1852
Chiavasso, Genova, Cuneo,4.628.436,2919 maggio 1853
806.137,1323 giugno 1857
Stabilimento di S. Pier d’Arena.800.000,0019 giugno 1853
Lire 15.112.995,74

Tav.7 – Andamento del debito pubblico nel Regno di Napoli e in Piemonte

REGNO DI NAPOLIPIEMONTE
Debito a tutto il 1847Lire317.475.000168.530.000
Debito a tutto il 1859Lire411.475.0001.121.430.000
Incremento nel periodo%29,61%565,42%
Interessi sul D.P.Lire22.847.62867.974.177,1
Popolazione residente6.970.0184.282.553
Debito pro-capiteLire59,03261,86
Reddito pro-capiteLire291
PILLire2.620.860.7001.610.322.220
D.P./PIL%16,57%73,86%
Interessi D.B./PIL%0,87%4,22%

Il Piemonte dal 1848 al 1859 si indebitò per 952,9 milioni di lire (tav.7), ma le spese “legittime” assommano a 495,9 milioni (tav.4). Come fu impiegata la differenza pari a ben 457 milioni di lire? Perché dal 1855 al 1859 non furono più presentati i bilanci per l’approvazione di legge? La risposta di Savarese è che questi “contengono spese ingiustificabili, ovvero spese tali, che un ministro non oserebbe confessare al cospetto del parlamento”.

Al 1° gennaio 1860 la Tesoreria di Stato (Madrefede) disponeva di:

Tav. 8 – Regno di Napoli: disponibilità di cassa al 1° gennaio 1860

Introito dalla vendita dei grani del governo ducati2.335.227,20
Cambiali tratte dal governo per l’approvvigionamento dei grani negli Abruzzi115.000,00
Cambiali tratte per servizio dei grani, dedottone le già soddisfatte1.017.879,94
Resto della rendita iscritta del 13 ottobre 18591.878.300
Resta di Tesoreria e portafoglio al 31 dicembre 1859453.507,27
Totale ducati 5.799.914,41

Pari a 24,65 milioni di lire. Il bilancio dell’anno 1860 prevedeva entrate per ducati 30.135.442, pari a 128,08 milioni di lire. Prevedeva una spesa di ducati 35.536.411,35 pari a 151,03 milioni di lire. Si prevedeva dunque un disavanzo di ducati 5.400.969,35 pari a 22,95 milioni di lire, inferiore al valore in portafoglio (tav. 8). Al termine dell’anno la tesoreria napoletana avrebbe dovuto presentare un avanzo di ducati 398.945,06 pari a 1,70 milioni di lire. L’invasione mutò questa prospera situazione. Dal 1° gennaio al 30 giugno, le entrate si ridussero a ducati 13.563.968,92 e le spese assommarono a ducati 20.080.299,27. Sicché si verificò un disavanzo di ducati 6.516.330,35 pari a 27,69 milioni di lire.

A questo disavanzo si fece fronte come segue:

Tav.9 – Misure per il contenimento del deficit del giugno 1860.

Rendita iscritta in ragione di 111,13 su 53.408.107,07
Rendita pignorata di ducati 16.650333.000,00
Rendita pignorata di ducati 29.132582.640,00
Cessione in pagamento di una rendita di ducati 11.764264.690,00
Buoni della Tesoreria scontati alla cassa di sconto1.345.360,74
Trasferimento dalla Tesoreria582.532,54
Totale ducati 6.516.330,35

Tav. 10 – Situazione della finanza napoletana al 30 giugno 1860

Disponibilità al 31 dicembre 18595.799.914,41
Trasferimento dalla Tesoreria-582.532,54
Buoni del Tesoro-1.345.360,74
Rendita del 1° maggio e 6 giugno (valore in portafoglio) 2.943.168,60
Totale ducati 6.815.189,73

pari a 28,96 milioni di lire al 30 giugno 1860.

Dal 30 giugno al 7 settembre 1860

In base al rendiconto pubblicato dal piemontese Sacchi si ebbero nel periodo:

Entrateducati3.152.803,80
Usciteducati-10.096.672,23
Disavanzoducati -6.943.868,43

Il disavanzo però era saldato con le risorse riportate in tav.10 ( di ducati). Ciò nonostante il governo Spinelli con due decreti del 6 agosto e del 1° settembre 1860, creava altri ducati 350 mila di rendita iscritta sul gran libro, che rappresentano un valore di 7 milioni di ducati, ossia 29,75 milioni di lire.

Questi soldi, lasciati a Napoli dai regi nella ritirata del 6 settembre, furono subito fagocitati dai piemontesi e da Garibaldi. Francesco II non pensò neanche di ritirare la sua liquidità personale, né la dote materna, che i Savoia restituirono solo in parte 30 anni dopo.

Tav. 11 – Situazione al 6 settembre 1860

NAPOLI
Disavanzo d’esercizioducati13.460.198,78
Disponibilità di cassaducati7.000.000,00
Oro a garanzia monetaducati104.750.000,00

Tav. 12 – 1860: raffronto in milioni di lire

NAPOLIPIEMONTE
Debito pubblico consolidato441,2251.271,43
Interessi annui25,18175,474

Tav. 13 – Valore oro della moneta degli antichi stati italiani al momento dell’annessione

Milioni di lire – oro
Due Sicilie 445,2
Lombardia 8,1
Ducato di Modena 0,4
Parma e Piacenza 1,2
Roma (1870) 35,3
Romagna, Marche e Umbria 55,3
Piemonte 27,0
Toscana 85,2
Venezia (1866) 12,7
TOTALE 670,4

Lo Stato delle Due Sicilie possedeva un “patrimonio” doppio rispetto a tutti gli altri stati della penisola messi assieme.

Dal 7 settembre al 31 dicembre 1860.

L’allegra gestione dittatoriale fece lievitare le spese a ducati 17.422.385,80, mentre le entrate ammontarono a ducati 6.970.347,82. Il disavanzo nel periodo fu perciò fu di ulteriori ducati 10.452.037,98.

Seguiva l’anno 1861, ed il regno d’Italia s’inaugurava a Torino con un altro debito di 500 milioni di lire. Il bilancio per l’anno 1862 prevedeva un nuovo disavanzo di lire 308.846.372,02. Contemporaneamente le provincie dell’Antico Regno furono gravate dalla nuova tassa del decimo di guerra, e da quella del registro graduale, e dalla nuova tassa sull’industria, la mobiliare, e la personale.

Appendice

Relazione del Direttore Generale alla Commissione Parlamentare di Vigilanza

Il Debito Pubblico in Italia 1861 – 1987: Volume I

Parte I – La Storia

Capitolo 1 – La finanza di “emergenza” all’inizio del Regno d’Italia. 1861 – 1872

Dopo l’istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico italiano, avvenuta con legge 10 luglio 1861, n. 94, in cui confluirono i debiti degli stati preunitari si aprì un decennio di fuoco per la finanza pubblica, che dovette ad un tempo far fronte ai costi smisurati di azzardati eventi militari e alla creazione di una struttura unitaria.

Tav. 14 – Periodo 1861-1872

 18611872
Debito Pubblico/PIL45%95%
Spesa Pubblicabase+ 17%
Entrate/Spesa60% 

La classe dirigente dell’epoca non seppe far altro di aumentare le imposte.

Tav. 15 – Contribuzioni introdotte con la proclamazione del regno d’Italia

DenominazioneAnno
Tassa del decimo di guerra1861
Tassa del registro graduale1861
Tassa sull’industria1862
Imposta sui redditi di ricchezza mobile1864
Fondiaria1864
Imposta sul macinato1868
Imposta sui redditi dei titoli pubblici1868

La rapida conquista dell’unità nazionale e la volontà di consolidarla a ogni costo costituiscono il grande evento del decennio e il problema che ossessiona i gruppi dirigenti. Le componenti liberalmoderate della nuova classe politica italiana dedicano le loro energie soprattutto all’unificazione e allo sviluppo del mercato nazionale. In vista di questo obiettivo si procede all’immediato abbattimento delle tariffe doganali interne (1861) e all’estensione all’intero paese della tariffa liberista in vigore in Piemonte. L’unificazione amministrativa viene imposta analogamente attraverso l’estensione e la generalizzazione della legislazione del Regno di Sardegna, che peraltro non è sempre la più avanzata, né la più adatta a regioni molto diverse dal punto di vista dell’economia, dell’assetto sociale, delle consuetudini. Per quel che riguarda l’andamento dell’economia nel decennio, si nota una crescita del prodotto interno abbastanza soddisfacente fino al 1866 e dovuta soprattutto ad annate agricole favorevoli. La guerra del 1866 con l’Austria si rivela però disastrosa per le finanze del giovane regno, già fortemente indebitato: in particolare mostra un maggior dinamismo il settore industriale, che anche in seguito all’introduzione del corso forzoso (cioè la fine della convertibilità della moneta in oro) è avvantaggiato nelle esportazioni. L’aumento dei prezzi, che non è seguito da corrispondenti aumenti dei salari, produce una diminuzione della domanda dei beni di consumo. La drastica cura imposta dalla destra storica al bilancio statale, riducendo l’indebitamento, rende meno necessario il ricorso al credito e alla raccolta del risparmio privato da parte dello stato. Una massa di capitali precedentemente investiti in titoli di stato è così resa disponibile per impieghi produttivi. Contemporaneamente, però, il prelievo fiscale, assai elevato nei confronti dei consumi popolari, frena lo sviluppo del mercato interno. La politica doganale fortemente orientata in senso liberistico, già in vigore da dieci anni nel Regno di Sardegna, accresce gli scambi commerciali con l’Europa, ma crea notevoli difficoltà in ampi settori della produzione manifatturiera nazionale. Ne risultano in particolare danneggiati gli impianti di minori dimensioni, e le grandi industrie meridionali. Nell’insieme la politica delle “porte aperte” si rivela poco efficace, in quanto i danni che produce in alcuni comparti del sistema produttivo non trovano un contrappeso adeguato nella modernizzazione di altri settori. La politica economica dell’età della destra finisce col favorire soprattutto gli interessi dei proprietari terrieri. Infatti la politica doganale serve a incentivare in particolare modo le esportazioni di prodotti agricoli, e quella fiscale è assai blanda nei confronti della grande proprietà fondiaria, mentre si rivela invece severa verso i redditi industriali, commerciali e professionali e decisamente punitiva verso i consumi popolari, dato il massiccio ricorso all’imposizione indiretta che tocca l’apice nel 1868 con l’introduzione dell’imposta sul macinato. Costituito formalmente il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia, la classe dirigente del nuovo stato si trovò ad affrontare una serie di gravi problemi legati ai settori economico e finanziario. La situazione ereditata dal periodo precedente era abbastanza complessa: ai sette stati preunitari corrispondevano infatti ben nove amministrazioni finanziarie (la Sicilia e l’Emilia godevano infatti di uno statuto autonomo), con differenti sistemi monetari e criteri di riscossione delle imposte. Il ministro delle finanze del nuovo regno, Pietro Bastogi, dovette fare i conti con un debito pubblico già piuttosto alto: 111.500.000 lire, di cui il 57% di origine sabauda. Per tentare di contenere il deficit, aggravato dall’abolizione di una gran parte dei dazi doganali che vigevano tra gli stati preunitari, vennero estese a tutto il regno tasse e gabelle proprie del Regno di Sardegna. Mentre, nel frattempo, tutte le aliquote impositive venivano progressivamente inasprite. Per le sconsiderate spese militari, e per opere sproporzionate alle risorse, la spesa aumentò e, al netto degli interessi, restò su di un livello molto elevato rispetto al PIL. Fu quindi inevitabile che il riequilibrio di bilancio provenisse quasi interamente dal lato delle entrate, con l’aumento della pressione fiscale. Ci fu inoltre l’assunzione del debito veneto nel 1868, il pagamento dell’indennità di guerra all’Austria nel 1866 e l’acquisto delle ferrovie dell’Austria meridionale nel 1876, per un totale di poco più di 2 miliardi di capitale nominale e circa 80 milioni annui di rendita. Si procedette alla vendita di beni demaniali ed ecclesiastici del Sud, alla cessione nel 1865 alla Società Alta Italia delle ferrovie per 188 milioni di lire, alla concessione nel 1869 della Privativa dei Tabacchi ad una regìa interessata per 15 anni, contro anticipazione di 180 milioni di lire. In media, nel decennio 1860 le entrate extra tributarie ebbero un’incidenza del 16% circa sul totale delle entrate. Fu così che tra il 1862 e il 1868 le entrate aumentarono del 79%, ed il pareggio di bilancio al netto degli interessi si raggiunse nel 1867. La spesa per interessi, che era però ormai diventata insostenibile, fu coperta solo nel 1872. Di fronte a queste imponenti esigenze di reperimento di capitali, la politica del Debito subì notevoli cambiamenti nel corso del decennio. Il primo prestito di 500 milioni netti fu collocato sul mercato dal Ministro delle Finanze Bastogi nel luglio del 1861 a 70,5 lire effettive per 100 lire di capitale nominale. Doveva servire per colmare il deficit del 1861 e quello previsto del 1862. Durante il corso del 1862, Sella, subentrato a Bastogi, fece molte proposte di aumento delle entrate, fra cui la vendita dei beni demaniali e dei beni della neo­costituita Cassa ecclesiastica, vendita che venne autorizzata nell’agosto 1862. Il risultato finanziario dei provvedimenti presi fu, a breve termine, così scarso che Minghetti si trovò l’anno successivo a dover ricorrere nuovamente ad un prestito di ben 700 milioni netti, collocati a 71 lire. Oltre a ciò, veniva allargata la circolazione dei Buoni del Tesoro, che passarono tra il 1861 e il 1862 da 38,9 a 227,5 milioni di lire, restando poi sempre su cifre molto elevate. Con il ritorno di Sella l’anno dopo al Ministero delle Finanze, si iniziò a cercare delle alternative alla emissione dei prestiti assai onerosi, precedentemente collocati. Sella, concluse una convenzione con una neo­costituita Società Anonima per la vendita di beni demaniali, in base alla quale tale società anticipava 150 milioni al Governo. La “novità” di Sella venne ampiamente discussa in Parlamento, dove si levarono molte critiche, ma alla fine la convenzione venne approvata il 20 novembre 1864. L’anno dopo, il Sella non poté evitare di proporre un nuovo prestito per 425 milioni netti, oltre alla alienazione delle ferrovie per 185 milioni circa. Non vennero risparmiati sarcastici commenti in Parlamento. “A me pare ­ dichiarò l’on. Lazzaro nella seduta del 13 aprile 1865 ­ che in quattro o cinque anni dacché stiamo qui riuniti, la questione finanziaria non ci abbia presentato null’altroché una serie di illusioni, e per conseguenza una serie di disinganni; e si potrebbe ancora dire che i diversi Ministeri si sono demoliti gli uni e gli altri; i precedenti illudevano sé e il paese; ed i successori demolivano i primi mostrandosi illusi, aspettando gli altri che li demolissero a volta loro dimostrando il disinganno”. “Nell’amministrazione finanziaria, ­ rilevava l’On. La Porta ­ che cosa abbiamo noi osservato? Un sistema che si puntella sui prestiti ogni due anni: un prestito al 1861, un prestito al 1863, un prestito al 1865! Due miliardi di lire!”. Crispi osservava: “Contrarre degli imprestiti per le spese ordinarie è uno di quei fatti anomali di cui a noi sembra dato privilegio. Gli imprestiti si fanno per le spese straordinarie, in caso di guerra, per grandi lavori pubblici, per esigenze eccezionali, e che non è possibile soddisfare con mezzi normali; ma quando si tratta di avere, bisogna tenersi a quello che si ha”. E il senatore Siotto­Pintor concludeva: “il malcontento è grave, un senso di malessere si diffonde in tutte le classi della società. Le sorgenti della ricchezza vanno a disseccarsi. Noi facciamo il lavoro di Tantalo o di Penelope. Il signor Rothschild, re del milione, è, finanziariamente parlando, re dell’Italia”. Il miglioramento nel bilancio corrente che nel frattempo si era registrato venne vanificato dagli eventi del 1866. In primo luogo una crisi finanziaria internazionale fece precipitare le quotazioni della rendita italiana all’estero, dalle 66 lire di marzo alle 49 di fine aprile. Le banche restringevano il credito; s’iniziava la corsa agli sportelli. Fu in questo clima che il Ministro delle Finanze Scialoja fece approvare il 30 aprile un disegno di legge che accordava “al governo la facoltà di provvedere per via di decreti reali, anche con mezzi straordinari, ai bisogni della finanza”. Il 1° maggio successivo fu emanato un decreto che obbligava la Banca Nazionale a dare un mutuo al Tesoro di 250 milioni di lire al tasso di interesse dell’1,1/2%, proclamando al contempo il “corso forzoso” di tutti i biglietti di banca in circolazione. Questa decisione si rivelò determinante per i destini del Debito Pubblico italiano: se, infatti, prima di tale provvedimento, l’unica alternativa al collocamento di prestiti consolidati (e di Buoni del Tesoro) era stata l’alienazione di patrimoni pubblici, ora si presentava anche percorribile il canale della creazione di moneta. Intanto, però, dobbiamo ricordare che nel giugno 1866 era scoppiata la guerra con l’Austria che fece notevolmente lievitare le spese.

Il ministro Scialoja decise dunque di ricorrere ad un prestito redimibile forzoso interamente collocato in Italia. L’anno dopo l’attenzione del Parlamento fu polarizzata dalla liquidazione dell’Asse ecclesiastico, una delle questioni più lunghe ed intricate della storia della finanza (e dell’agricoltura) italiana. Per quanto riguarda i suoi effetti sul Debito Pubblico, nel giugno 1866, era stata decretata la conversione dei beni delle corporazioni religiose, ma fu nel 1867 che si discusse come effettuarla. Durante la sua breve permanenza al Ministero delle Finanze, Ferrara concluse una convenzione con il banchiere Erlanger, che avrebbe dovuto versare al Tesoro italiano 600 milioni e avrebbe dovuto provvedere alla liquidazione dei beni. La convenzione suscitò la opposizione parlamentare e fu accantonata. Fu invece approvato il disegno di legge Rattazzi (15 agosto 1867) che prevedeva l’emissione d’obbligazioni per 500 milioni nominali per 395 milioni di ricavo netto, obbligazioni da accettare in pagamento dei beni dell’Asse ecclesiastico acquistati dai privati e quindi da annullare. Ma l’accoglimento presso il pubblico di queste obbligazioni non fu buono, così che i 150 milioni della prima tranche vennero depositati presso la Banca Nazionale a garanzia di un anticipo di 100 milioni concesso al Tesoro nel 1868. Nello stesso anno, si pensò di varare un’altra operazione che sistemasse ad un tempo l’amministrazione poco florida del monopolio dei tabacchi e alcuni buchi di bilancio. Fu Cambray­Digny a concludere, nel 1868, con la Società Generale di Credito Mobiliare, la creazione di una Regìa cointeressata dei tabacchi alla quale veniva ceduto per 15 anni l’esercizio del monopolio dei tabacchi: la proposta di Cambray­Digny sollevò una grossa battaglia parlamentare, ma alla fine venne approvata. Dopo un anno (il 1869) di relativa calma, nel 1870 Sella, ritornato al Ministero delle Finanze, si ritrovò di nuovo di fronte al problema del ripianamento dei deficit residui, comunque meno preoccupanti di quelli dei suoi primi ministeri. Nella sua esposizione finanziaria davanti alla Camera dei deputati del 10­11 marzo 1870, Sella concludeva di avere bisogno di altri 200 milioni. “Come si fa, o signori ­ si interrogava ­ a trovare questi 200 milioni? Ecco la questione. Volete procacciarvi tutta questa somma con prestiti? Combinateli con rimborsi, o senza rimborsi, fate quel che volete, se esaminate la cosa attentamente, voi troverete che questi prestiti a rimborso hanno costato tutti assai caro alla finanza, salvo il Prestito Nazionale che fu imposto al paese, e gliene furono quindi imposte le condizioni …Vorreste procedere per prestito forzato, o signori? Una misura di tal genere, per regola, è bene riservarla per i momenti gravissimi pel paese, e poi crederei impossibile di ottenerla oggi”. Sella propose quindi una convenzione con la Banca Nazionale per il versamento di altri 122 milioni, il che avrebbe portato il debito totale del governo verso la Banca a 500 milioni. Nel contempo, si annullarono tutte le obbligazioni ecclesiastiche ancora invendute e si stabilì l’emissione di una nuova serie d’obbligazioni per 333 milioni nominali. Questo prestito venne dato in garanzia alla Banca Nazionale, la quale doveva provvedere al suo collocamento, il cui ricavato sarebbe andato a diminuire l’esposizione del Tesoro nei confronti della Banca. Altri 80 milioni (netti) vennero ricavati con un normale prestito. l “rubinetto” della Banca Nazionale era assai allettante e, in un primo tempo, sembrava privo del tutto di effetti collaterali negativi che non fossero quelli dell’aggio dell’oro. Mentre il deflatore implicito del PIL aumentò in 10 anni (1861­71) di meno del 10%, mostrò poi una forte crescita nel 1872­73 (nei due anni aumentò del 23%). Il mercato dei capitali, praticamente monopolizzato dai titoli pubblici, non lasciava spazio ai titoli privati. Si continuò in tale direzione per sistemare gli ultimi buchi di bilancio, evitando la crescita esponenziale della spesa per interessi che si era verificata nei primi 10 anni: tra il 1862 e il 1871 essa si era pressoché triplicata! Le operazioni di credito con la Banca Nazionale erano però diventate ormai di importo talmente consistente, che la Banca si prestò a farle solo contro deposito in garanzia di titoli di Stato, ossia seguendo il metodo instaurato nel 1870 in occasione della convenzione relativa alle obbligazioni ecclesiastiche. “Sebbene a caro prezzo…. –concludeva J. Tivaroni ­ il Governo allontanava così la necessità di ricorrere a nuovi ingenti debiti per far fronte ai disavanzi dei bilanci e sino al 1881 non troviamo stipulati altri debiti a tale scopo”. I “biglietti di Stato” ascesero nel 1872 a 790 milioni di lire, per raggiungere 940 milioni nel 1875: il tasso d’inflazione s’impennò, passando dal 2 per cento del 1871 al 12 per cento nel 1872. Si chiuse in questo modo il primo grande ciclo della storia del Debito Pubblico italiano, durante il quale si registrò una violenta crescita dello stesso e una progressiva diversificazione delle sue fonti di finanziamento.

Note

[1] Il territorio era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia


Bibliografia e fonti

  • Relazione “Sacchi”, Ministero delle Finanze, Torino 1861
  • Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Giacomo Savarese, Napoli – tipografia Gaetano Cardamone – 1862
  • Annuario ISTAT 2002
  • Relazione del Direttore Generale della Banca d’Italia alla Commissione Parlamentare di Vigilanza, Roma, 2001.

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L’eccidio di Montecilfone

Posted by on Gen 11, 2019

L’eccidio di Montecilfone

“In Luglio del 1861 alcuni avanzi del disciolto esercito reclutati e diretti da un tal Francesco Saverio Farano, che avea assunto il fastoso titolo di Generale, costituivano in Montecilfone il nucleo di una vasta insurrezione. Occulti agenti, ai quali le novelle politiche istituzioni non andavano a sangue, davano loro impulso con lo scopo di sociali sconvolgimenti, e ne eccitavano le passioni per usufruttuarle a proprio vantaggio. La banda in quel principio era scarsa di numero, ed impotente; ma ingrossata da numerosi forestieri, che o per effetto di un piano preordinato, o per avidità di bottino convenivano giornalmente sul luogo, acquistò minacciose proporzioni. L’ardor della stagione, l’impunità dei primi tentativi, e la sete della rapina porgevano continuo fomite a quella fucina reazionaria, e gli elementi incomposti e discordanti che ebollivano senza posa, non tardavano a scoppiare in aperta rivolta. La furibonda plebaglia si recò in piena balia in Comune ed iniziò le sue imprese con gli incendi, i saccheggi, le requisizioni e col sangue. La casa di D. Giuseppe d’Inzeo Flocco venne messa a ruba, ed a fuoco, ed egli medesimo sia per diversità di opinioni politiche, sia per rancori antecedenti, ricercato a morte. La sua giovine figlia, posasi in fuga, per preservarsi l’onore e la vita, venne per lungo tratto inseguita da due insorti, e si sottrasse da quel pericolo pel ricovero offertogli dal congiunto Michele Gallina. Il baccano anarchico, che attentava alle basi più sacre di ogni consorzio civile, e che venne susseguito dalle aggressioni dei paesi limitrofi, ebbe breve durata. La Truppa accorse prontamente, e con l’energia dell’opera disperse gli insorgenti e ristorò l’impero della legge. Però i disastri di Montecilfone erano ancora in sul nascere, e la reazione avvenuta dovea porgere cagione ed addentellato a scene più deplorevoli e più luttuose. D. Giuseppe d’Inzeo Flocco, uno di quegli uomini, che nel tempo delle commozioni civili riassumono gli sbagli, le intemperanze, ed anche i deliri delle moltitudini e che intendono a qualunque costo rappresentarvi una parte qualsiasi spirò al nome di proscrittore della sua patria. I probi uditi spargono una sinistra luce sul suo conto; e il Certificato di perquisizione rivela che una tempera proclive alla vendetta e poco avezza a risentire gli scrupoli e il freno delle leggi. I pericoli corsi, le violenze sulla figlia, e il saccheggio sofferto gl’ispirarono il desiderio di fiere rappresaglie, e di un ampio indennizzo, e sotto l’ossessione di tale idea la fucina di quell’anima divenne il cratere di un vulcano interno contro coloro che reputava autore dei suoi mali. Predominato da questi pensieri, egli immagina un piano di sterminio a danno dei suoi concittadini, e rientra con la Truppa in Montecilfone. Sorde voci pari a rumori del popolo, che precorrono gli avvenimenti, annunziavano i suoi rancori, e i suoi propositi, e tutti coloro che conoscevano la sua natura e sospettavano di essere designati, corsero ad occultarsi nelle campagne.

Coll’atteggiarsi a vittima della reazione il Flocco si guadagna la fiducia degli Ufficiali che prendono alloggio in sua casa; all’ombra dei medesimi s’investe dell’ambito titolo di Capitano della Guardia Nazionale, si fa prestare il giuramento di fedeltà e di obbedienza; ottiene la destituzione del Sindaco e la nomina di un suo congiunto a quell’ufficio; e proclamandosi Re di Montecilfone ed arbitro assoluto della cosa pubblica e privata, assume una dittatura senza limite. Appena giunge nel paese da ordine d’incendio, e di saccheggio, porgendo egli medesimo l’esempio coll’appiccar fuoco alla casa di Gennaro gallina, e manifesta sinistri disegni contro talune famiglie. Indi chiude l’abitato come in un cerchio di ferro, prescrivendo, che tutti vi si riconducessero, e che a niuno fosse lecito uscirne senza suo permesso e pose mano alle fucilazioni ed agli arresti. I suoi decreti furono quasi sempre di morte; involse nella stessa sorte nemici antichi e recenti; e le sue disposizioni vengono ciecamente eseguite perchè era invalsa in tutti gli animi la opinione della sua onnipotenza. Fra le prime vittime sceglie l’onesto giovine Michele Gallina, il salvatore della figlia, gl’innocenti Gennaro ed Antonio padre e figlio Ricciuti, Antonio Pennacchio perché non piaceagli l’incesso e Giuseppe Papiccio, reo di avergli reciso anni dietro il ramo di un albero. L’esecuzioni succedevansi alla giornata; e degli eccessi conghietturavano e le fonti di convincimento in quelle serali pronunzie erano per tutti i prospetti, le tendenze verso la vittima e le relazioni chi avea tenuti con la stessa. In questo alternarsi d’incendi, di saccheggi, di arresti, di fucilazioni, il Flocco non dimentica i danni subiti e nella brama di ristorarsene, bandisce una requisizione di generi, di animali, che asseriva dovere accorrere per la Truppa, ed esige dichiarazioni di debiti, cessioni e vendite simulate di fondi. Per la riscossione dei generi adibisce i congiunti Giorgio e Maria Peta individui rotti agl’intrighi, raggiri ed altre scaltrezze e nella casa dei quali l’Istruttore Signor Squadrilli ne rinvenne una quantità non lieve e negli atti relativi alle cessioni, vendite e dichiarazioni di obblighi adopera la figura del congnato D. Nicola Graziani di Palata. Non pochi nell’intendimento di scongiurare novelli infortuni si rassegnarono all’esigenze del Flocco e pagarono le taglie imposte mentre i ruderi delle case incendiate erano ancora fumanti ed ancora calde le ceneri dei parenti immolati. Coloro che riluttarono alle dure condizioni non ebbero tregua ed addivennero il bersaglio di arbitrari temperamenti. Le requisizioni poi degli animali praticavansi per via di tasse perentorie, e nel caso di riluttanza e di ritardo al mezzo più spedito della cattura adibendosi all’uopo individui reclutati con la minaccia dell’arresto e della fucilazione. I supplizzi individuali non bastavano, ed a decapitare il paese ed a scuotere via meglio il sentimento pubblico bisognavano quelli in massa. Nella Domenica del 22 luglio il Capitano Pastore Comandante della Truppa riuscì nella casa del Flocco, dove dimorava i notevoli del paese e lesse una lista di tutti costoro che a suo giudizio meritavano d’esser mandati alla morte. I convocati e segnatamente il Parroco, inorridiscono a quel progetto di eccidio; rimostrano contro quelle esecuzioni sommarie ed alla rinfusa in cui facilmente gli innocenti si confondevano coi rei, e rilevavano la necessità di procedere lentamente e con più maturo consiglio in affare, che rifletteva l’esistenza di molti cittadini. Il Flocco trasse una lista conforme alla prima. Si turba per quegli scrupo e sostiene della proposta misura era indispensabile. Per la divergenza degl’intendimenti e dell’opinione, l’assemblea si sciolse senza niente risolvere; ma poco dopo il suddetto fatto del Servente comunale bandisce l’ordine che tutti doveano convenir nella Chiesa principale per assistere alla pubblicazione dell’indulto concesso dal Generale Cialdini pei fatti della reazione. Per rendere più credibile quell’annunzio era stato affisso alla porta del Tempio una copia di un decreto di amnistia che le indagini istruttori hanno accertato di non essere stato giammai emesso. Quei naturali o perché abituati ad eseguir ciecamente i voleri del Flocco, o perché stanchi di una vita  trascorsa continuamente fra i palpiti e fra le incertezze, accorrono fidentemente per udir la sperata parola di perdono e di sicurezza. Il Flocco percorse gli angoli della Chiesa e li passa mutamente in rassegna come per investigar se qualcuno mancasse. Indi la soldatesca ne occupa le uscite, il Capitano Pastore, manifestando che solo i quattro autori del massacro del Sergente Iannotti andrebbero al supplizio e che gli altri sarebbero posti alla dipendenza del potere giudiziario, incomincia a leggere a voce alta un notamento di nomi. Il silenzio che succedeva a ciascun nome pronunciato lasciava indeggiar nell’anima di tutti la speranza di essere omesso o il timore di essere nominato. Di coloro che risposero sessantanove vennero arrestati, e il Flocco assegnano a ciascuno il posto che pel Destino precedentemente segnato, gli toccava, li distribuisce in due colonne. Trentaquattro furono senza indugio fucilati e gli altri tradotti nelle prigioni di Larino e Guglionesi. Nel giorno seguente facevasi firmare dai notevoli del Comune una deliberazione senza data da cui appariva che quell’esecuzioni erano state precedentemente risolute e disposte.

Montecilfone decimata dai supplizi, dagli arresti e dalle fughe, tremò a quel tristo spettacolo e presentì la sua rovina. Ogni sicurezza era scomparsa; e le vite e le sostanze dipendevano dal volere di un solo che non riconosceva niun limite ai suoi poteri e ne gli ordini del Comandante militare del Circondario. Proclamò contro il suo proscrittore e le autorità scisse dalle querele di desolate famiglie, disposero il suo arresto. In questo dramma doloroso che ormai ha una trista celebrità nella Provincia non morivano i saturnali, le orgie e gli atti di deplorevole violenza. Femmine impure ed uomini rapaci che nel tempo dei civili perturbamenti sbucano dal fondo delle masse pel desiderio della preda, derubarono e saccheggiarono. Qualche donzella andò soggetta a brutali tentazioni, alcune donne che il pericolo dei loro congiunti trasse nella casa del Flocco, ebbero turpi proposte e richieste; ed alcune altre che implorarono mercì e clemenza, percosse ed ingiurie. Le vittime di quell’esecuzioni aumentarono a cinquantanove; numerosi furono gli arrestati e coloro che pagarono le taglie e non poche le case che subirono l’incendio ed il saccheggio.

Il Flocco nell’interrogatorio deduceva che il suo arresto era stato provocato dall’opera e dalle influenze di D. Primiano Minni di Larino. Che le fucilazioni attribuitegli erano state disposte dagli Ufficiali della Truppa i quali nell’entrare in Montecilfone recavano le liste di tutti coloro che pei fatti della reazione meritavano il supplizio. Addebitava ai medesimi le requisizioni e le altre misure praticate e respingeva qualsiasi partecipazioni alle une ed alle altre e qualsiasi fatto di cui potesse essere ribadito. Le investigazioni istruttorie hanno smentito i maneggi rimproverati al Minni e le influenze dello stesso sulle Autorità del Circondario…”

fonte http://www.historiaregni.it/leccidio-di-montecilfone/

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Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore al soldo dei piemontesi

Posted by on Gen 10, 2019

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore al soldo dei piemontesi

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore al soldo dei piemontesi E’ ora di dire “basta” a questa paccottiglia su Garibaldi! In un’era in cui si revisiona la Resistenza e la Costituzione (le basi della nostra repubblica), si inizi a picconare quel falso mito del Risorgimento.

Che cosa diremmo oggi se un nugolo di avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

E’ possibile nel 2016 sorbirsi la stessa retorica delle camice rosse e dei “mille” e non ricordare che il “merito” di questi pseudoeroi mercenari (come Garibaldi) , foraggiati dalla massoneria e dai servizi segreti britannici, fu solo quello di invadere uno stato sovrano, prospero e secolare come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale? Ma dove è questa impresa? Ma chi li voleva i “liberatori” gari

baldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? E da chi? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti questi storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi vadano a tirar fuori i dagherrotipi e i documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria (insomma di quasi tutto il Sud) e restino scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello che al storiografica dell’Italietta ottocentesca definitì “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione repressa nel sangue! Al confronto degli artefici di queste “imprese” Kappler, Reder e Priebke sono dei dilettanti!

Tutti noi ricordiamo (e anche giustamente – Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti a Castelduni, Pontelandolfo, a Gaeta, a Civitella del Tronto e ai centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito invasore piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a così tanta barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e al mercenario Garibaldi, che furono solo dei criminali di guerra. Sì, anche Garibaldi perché la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la con

quista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico?

Perché non ricordare che i tanto celebrati “Mille” vennero a patti con la Mafia siciliana e con la Camorra napoletana per comprarsi i potentati locali? E perché non ricordare che il popolo, quello vero, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Le gesta di schiere di cafoni e di cosiddetti “briganti” (Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco), che nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale? Anzi, diciamola tutta: la vera Resistenza, intesa come lotta di popolo, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65!

Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Invece di allestire mostre sui “cimeli” garibaldini, gli storici e i curatori di musei, facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di donne stuprate, di uomini massacrati, torturati, decapitati, di villaggi incendiati, di montagne deforestate.

Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la nascente industria settrentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per ripianare il debito pubblico del Piemonte? Perché non riveliamo che subito dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori degli invasori e ad issare di nuovo la loro vera e legittima bandiera, il giglio borbonico?

Perché non ammettiamo che i famosi plebisciti del 1861 furono una farsa in quanto vi parteciparono solo il 2% della popolazione in seggi elettorali che erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, busti del “re” cosiddetto “galantuomo” e di tricolori che ben presto di sarebbero macchiati del sangue dei meridionali? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che l’eroe dei due Mondi aveva il vizio di andare a “rompere le scatole” – come diremmo oggi – agli stati sovrani, prendendosela anche con lo Stato pontificio (1866) che al tempo non aveva nulla da invidiare all’Iran degli Ayatollah in quanto a … liberalismo, ma era pur sempre uno stato sovrano i cui sudditi non smaniavano certo di passare sotto i Savoia? Perché questa sinistra che si professa libertaria, si impossessa del “mito Garibaldi” o del mito della repubblica partenopea, di realtà che in fondo erano solo l’esplicitazione della repressione delle patrie e dei popoli?

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, bisogna una volta per tutte, anche a scapito del meriodionalismo straccione e piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire tranquillamente come “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia quale era considerato l’ex Regno delle Due Sicilie.

Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese e arruffona che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccolo borghesi avidi di affari al seguito del mercenario Garibaldi, Nel XXI° secolo è ora di celebrare i patrioti e gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati.

Quanti sanno che a Fenestrelle, vicino Cuneo, operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali borbonici, capi contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria! A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (pur suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito di popolo fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo (sul modello francese) e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

Fonte: orgoglio sud

Tratto da: La Verità di Ninco Nanco

fonte https://www.jedanews.it/blog/garibaldi-invasore-eroe-inventato/?fbclid=IwAR15Rm09yQoac6xgJTfAeDB6qDxQxet_1Q9sN_b4Y0lWoAUyjPlqrDgQm3g

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