Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Caccia al massone nella Calabria borbonica

Posted by on Set 17, 2019

Caccia al massone nella Calabria borbonica

Subito dopo la revoca della Costituzione, re Ferdinando I istituì quattro Giunte di scrutinio, con l’incarico di snidare i carbonari e i liberi muratori nelle amministrazioni delle Due Sicilie. Un eccezionale ritrovamento nell’Archivio di Stato di Napoli rivela l’efficienza di questa magistratura speciale, a cui non sfuggiva nessuno. In questo caso, due notabili cosentini finirono sotto torchio

La politica repressiva seguita alla fine dell’esperienza costituzionale del 1820-1821, nel Regno delle Due Sicilie, portò, fra l’altro, all’emanazione del decreto del 12 aprile 1821, con cui Ferdinando I di Borbone istituì quattro Giunte di scrutinio «incaricate di esaminar la condotta degli ecclesiastici, pensionisti e funzionarj pubblici; come anche quella degli autori di opere stampate e le massime in esse insegnate». Con altro decreto del 16 aprile successivo, fu stabilita una Giunta di scrutinio anche per l’esercito e per i «dipendenti del ramo militare», cui si aggiunse, il 24, una Giunta preposta all’esame «degl’individui appartenenti all’armata di mare».

Il compito delle Giunte era quello di passare letteralmente al setaccio, scrutinare appunto, l’intera società meridionale a caccia di sovversivi. Abbondanti testimonianze archivistiche testimoniano l’efficienza raggiunta da queste magistrature, che agirono con rapidità e in modo davvero capillare. Per esempio, all’interno del fondo Ministero di grazia e giustizia, custodito presso l’Archivio di Stato di Napoli, è contenuta un’imponente serie documentaria costituita dalle dichiarazioni degli impiegati di ogni ordine e grado degli uffici giudiziari di Napoli e delle province, attestanti il loro status politico e morale.

Il citato decreto del 12 aprile 1821 stabiliva, infatti, che ogni impiegato fosse tenuto a «domandare lo scrutinio della sua condotta» entro un mese dalla notifica del disposto, pena l’essere considerato dimissionario dalla carica e dall’eventuale pensione di grazia di cui avesse goduto. Nella busta 2071 del suddetto fondo archivistico del Ministero di grazia e giustizia si conservano i documenti relativi allo scrutinio della Camera notarile di Cosenza. Il 15 gennaio 1822 il presidente Pasquale Rossi inviò all’intendente di Calabria Citra i risultati dei quesiti previsti dallo scrutinio degli impiegati: oltre a quelle dello stesso Rossi, erano allegate le risposte di Pasquale Gatti e Nicola Del Pezzo, “componenti”, del cancelliere Tommaso Maria Adami, degli ufficiali di prima classe Giovan Battista Adami e Francesco Rossi, degli ufficiali di seconda classe Francesco Memmi e Giovanni Litrenta, nonché del bidello Giuseppe Pettinati.

Ogni scrutinato rispondeva per iscritto su un foglio prestampato, recante al centro l’intestazione Giunta di scrutinio della Provincia di Calabria Citra. A sinistra del foglio venivano riportate, sempre prestampate, le Domande della Giunta; a destra la Risposta dell’interrogato.

Le domande erano sei:

1.In qual epoca ebbe il primo impiego, ed in quali altre epoche ottenne degli avanzamenti.

2.Se abbia fatto parte della setta Massonica, o di qualunque altra.

3.Se specialmente sia appartenuto alla setta carbonara: se appartenne a quella che sorse nel 1813 od all’altra che si riprodusse nel 1820 oppure ad entrambe.

4.In qual epoca e per qual motivo vi concorse, ed in quale Vendita si ascrisse. Se vi abbia figurato da dignitario: quante volte ad un di presso vi sia intervenuto, e se abbia egli stesso istituite, o tentato d’istituire delle Vendite Carbonarie.

5.Se abbia pubblicati scritti, o stampe sediziose di qualunque genere, sieno proprj o sieno altrui, che offendessero la religione, od i sacri dritti del Re N[ostro]. S[ignore]., o che eccitassero i Popoli agli ammutinamenti, ed alle armi.

6.Se abbia fatte allocuzioni orali, arringhe, o canti estemporanei diretti al medesimo scopo dell’Art. precedente nelle Vendite, o nelle adunanze Popolari.

Se siasi offerto di prender le armi contro il legitimo potere, e se abbandonando il proprio posto sia partito di fatti coll’Armata rivoluzionaria, e con qual carattere. Talvolta l’interrogato rispondeva ai quesiti con un testo unico, che non riproduceva la divisione delle domande.

Questo, per esempio, è il caso del notaio Nicola Del Pezzo di Cosenza:

Nell’anno 1775, dico mille settecento settanta cinque Notar Nicola del Pezzo cominciò ad esercitare la carica di Regio Notajo in Cosenza sua patria, e così ha continuato, e continua grazie a Dio Signore; tra qual tempo have disimpegnato anche le funzioni di componente la Camera Notariale, e di Vice Presidente della stessa, dopo che furono quelle istallate per tutto il Regno. Ha disimpegnato pure in esso frattempo quasi tutte le ricognizioni di caratteri, che sono occorsi nel Regio Tribunale, Gran Corte Criminale, ed esame di Notari della Provincia, con aver similmente assistito presso del Giudice dell’abbolita [sic] G[ran] C[orte] della Vicaria Ceraldi, allorché dalla Maestà Sua D[io] G[uardi] fui mandato in questa Città di Cosenza per inquirere contra i rei di Stato, per lo giro di mesi nove, senz’averne avuto alcuno compenso, come da documento legale conserva. Finalmente per la morte accaduta al Certificatore Reale Notar Casini, dall’autorità corrispondente è stato assunto alla stessa carica di certificatore ed a quella di componente la detta Camera Notariale, giacché quella di vice presidente s’era annullata colla Legge del 1819. E circa poi gl’altri articoli, tendenti alla setta massonica, ed altre descritte, mai vi have avuto parte, o ingerenza, anzi nemeno [sic] se ne sa da esse quel che in esse si faccia, come da tutta la Città si suol verificare.

Notar Niccola del Pezzo

Una loggia massonica settecentesca al lavoro

La copertina del fascicolo su Cosenza ritrovato nell’Archivio di Stato di Napoli


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Capitolo X – Dopo l’unità d’Italia (ultima puntata)

Posted by on Set 15, 2019

Capitolo X – Dopo l’unità d’Italia (ultima puntata)

1. Il catasto dei fabbricati del 1870 – 2. Una nuova strada mai realizzata – 3. L’esodo ovvero fuga dall’italia unita – 4. Visita pastorale del vescovo Bonaventura Quintarelli – 5. Popolazione nel 1901 – 6. Sant’Anatolia nella prima guida turistica moderna – 7. Seconda visita pastorale del vescovo Quintarelli – 8. Il terremoto del 1904 – 9. Terza visita pastorale del Vescovo Quintarelli – 10. Il terremoto del 1915 – 11. La testimonianza di Pippo Falcioni – 12. Le vittime del terremoto a Sant’Anatolia – 13. La prima guerra mondiale – 14. L’omaggio della Marsica alle salme di due eroici ufficiali – 15. Alfredo Tupone

1. Il catasto dei fabbricati del 1870

Il «Catasto generale dei fabbricati», in seguito denominato «Nuovo catasto edilizio urbano», conservato nell’Archivio di Stato di Rieti, fu realizzato, sulla base della legge 26 gennaio 1865, n. 2136 (1). La legge sulla tassa dei fabbricati, pubblicata in allegato alla legge 11 agosto 1870, n. 5784, stabilì che «la revisione generale dei redditi dei fabbricati» sarebbe stata eseguita nel corso dello stesso anno 1870. «Preordinato a fini essenzialmente tributari», «l’esecuzione e la formazione di esso furono affidati agli Uffici delle imposte».

La differenza fondamentale tra il vecchio catasto e il nuovo fu la diversificazione tra possedimenti di terre e possedimenti di fabbricati. Il nuovo catasto andò a descrivere dettagliatamente la consistenza dei fabbricati e il valore della rendita imponibile al fine di stabilire l’imposta a carico di ogni proprietario.

I tre volumi riguardanti il Comune di Borgocollefegato, redatti nel 1876, furono divisi in partite numerate consecutivamente a partire dalla n. 01, del primo registro, fino alla n. 899 del terzo registro. I registri del comune di Borgocollefegato sono il n.105 (vol.1, partita 1-297), il n.106 (vol.2, partita 299-600) e il n.107 (vol.3, partita 601-899). Ad ogni numero di partita, numerata in alto a sinistra corrispondono due facciate con il numero del foglio in alto a destra.

Ogni partita riporta nell’intestazione il cognome e nome del proprietario, il nome del padre e la frazione del comune di appartenenza. L’elenco e quindi le partite seguono l’ordine alfabetico per cognome. Oltre ai dati di intestazione il foglio riporta l’elenco dei fabbricati posseduti seguendo un tabulato prestampato.

Le partite relative alla frazione di Sant’Anatolia sono le seguenti:

  • Vol. 105 partite n. 9, 10, 11, 12, 13, 151, 152, 178, 189, 219, 233, 234, 237, 239.
  • Vol. 106 partite n. 322, 323, 339, 341, 342, 347, 387, 388, 406, 416, 417, 418, 427, 428, 456, 458, 485, 506, 512, 526, 536, 537, 538, 539, 553, 554, 555, 556, 557, 558, 559, 560, 561, 562, 563, 564, 565, 566, 567, 568, 569, 570, 571, 572, 573, 574, 575, 576, 577.
  • Vol. 107 partite n. 606, 670, 677, 678, 679, 680, 681, 683, 684, 685, 686, 687, 688, 689, 690, 691, 692, 694, 704, 704/2, 709, 711, 712, 752, 760, 763, 766, 777, 778, 779, 780, 803, 804, 805, 806, 807, 808, 809, 810, 811, 812, 821, 822, 823, 824, 825, 841, 842, 843, 844, 845, 847, 873, 895, 896, 898.

In archivio, oltre ai suddetti tre volumi, ve ne sono altri relativi agli anni successivi e ai vari passaggi di proprietà avvenuti nel tempo.

Data l’ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un lavoro a parte (2) ma per avere solamente un’idea dei dati ricavabili si riporta qui di seguito l’elenco dei proprietari delle case si Sant’Anatolia con l’importo della rendita catastale ed a seguire l’elenco delle strade.

continua articolo su fonte originale

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La Storia violata

Posted by on Set 15, 2019

La Storia violata

Gli storici continuano a voler ignorare una storia piena di dolore, disperazione e di morte che da quasi 150 anni aspetta di essere scritta sui testi scolastici. L’esempio più emblematico di questa continua censura storica è il Lager di Finestrelle.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, cosa ha comportato l’Unità d’Italia?
Le cifre ufficiali, anche se molto sotto-valutate, sono terrificanti: 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Una vera e propria repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia e forse la si può definire come la prima pulizia etnica dell’epoca moderna, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti.

Se queste argomentazioni ci indignano, niente può farci venire il ribrezzo più delle vicende che hanno coinvolto il forte di Fenestrelle dal 1860 al 1870. In quel periodo si concretizzò il primo campo di sterminio della storia moderna, in esso trovarono la morte più di 8.000 soldati del Regno delle Due Sicilie, ai quali va aggiunto un numero imprecisato di letterati, preti, briganti e miseri contadini.

Ma tutto ciò continua ad essere ignorato dalle menti illustri della storiografia “ufficiale” italiana e dai letterati; addirittura sul sito dell’Amministrazione Provinciale la fortezza viene presentata come “Monumento simbolo della Provincia di Torino “ (con tanto di foto in notturna per decantarne implicitamente la bellezza), mentre sul sito ufficiale del Forte, si invita alla devoluzione del 5 per mille! Sempre sul sito De Amicis scrive: “Uno dei più straordinari edifizi che possa aver mai immaginato un pittore di paesaggi fantastici: una sorta di gradinata titanica, come una cascata enorme di muraglie a scaglioni, un ammasso gigantesco e triste di costruzioni, che offriva non so che aspetto misto di sacro e di barbarico, come una necropoli guerresca o una rocca mostruosa, innalzata per arrestare un’invasione di popoli, o per contener col terrore milioni di ribelli. Una cosa strana, grande, bella davvero. Era la fortezza di Finestrelle”. Si chiude con “Guardiano immobile e supremo della nostra indipendenza e del nostro onore”.
E’ la pura esaltazione dell’ inferno! Ora immaginate se invece di Fenestrelle si parlasse di Auschwitz , e con in mente il nome del famoso lager nazista rileggete le parole di De Amicis appena sopra riportate!!

Noi popolo meridionale abbiamo l’obbligo morale di dire tutte le verità sulla cieca e razzista politica di aggressione che i Savoia e i Piemontesi hanno fatto nelle nostre meravigliose regioni!
Di seguito riporterò la vera storia, quella che non troverete mai nei testi scolastici dei vostri figli, leggetela con attenzione e con una lacrima nel cuore, come quella che avevo io mentre la trascrivevo.

Fenestrelle, storia di un lager sconosciuto

“ Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce” (iscrizione messa in epoca fascista).
E’ l’iscrizione che un visitatore legge oggi su un muro, entrando a Fenestrelle, fortezza ubicata sulle montagne piemontesi dove, dal 1860 al 1870, furono deportati i migliaia di meridionali che si opposero all’unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese.
Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici, gli stessi che sarebbero morti di stenti e vessazioni perpetrati da chi si reputava un liberatore! Un insieme di forti protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala di 4000 gradini scavata nella roccia: ecco cos’era a quel tempo Fenestrelle, una gigantesca cortina fortificata resa ancor più spettrale dalla naturale asperità di quei luoghi e dalla rigidità del clima.


Assassini, sacerdoti, giovani, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura privi di luce e coperte, senza neanche un pagliericcio lottavano tra la vita e la morte in condizioni disumane; perfino i vetri e gli infissi venivano smontati per rieducare con il freddo i segregati.
Laceri e poco nutriti passavano le giornate standosene appoggiati ai muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi di sole invernali, e chissà che in quei momenti non ricordassero con nostalgia il calore di climi più mediterranei. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: le aspettative di vita in quelle condizioni non superavano i tre mesi e spesso i carcerati venivano uccisi anche solo per aver proferito ingiurie contro i Savoia. Nessuna spiegazione logica dunque alla base della loro misera prigionia, molti non erano nemmeno registrati, da qui la difficoltà di conoscere oggi il numero preciso dei morti, processati e non.
E proprio a Fenestrelle furono imprigionati la maggior parte di quei soldati che, subito dopo la resa di Gaeta nel 1861, avrebbero dovuto trovare la libertà. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero, invece, subire un trattamento infame: disarmati, derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi, morirono di stenti. Poi, il 22 agosto del 1861 arriva il tentativo di rivolta: uno sforzo inutile, sventato per tempo dai piemontesi e che ebbe come risultato l’inasprimento delle pene tra cui la costrizione di portare al piede palle da 16 chili, ceppi e catene. L’unica liberazione possibile era dunque la morte, delle più atroci: i corpi venivano sciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca nel retro della chiesa all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

di Valerio Rizzo

fonte http://briganti.info/la-storia-violata/

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Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Valfortore

Posted by on Set 8, 2019

Unità d’Italia: la strage dimenticata di Roseto Valfortore

ROSETO VALFORTORE (FG) – Il lettore che dopo aver visto il titolo si appresta a leggere l’articolo si aspetta la solita storia retorica di altri eroi che si sono immolati per l’Unità d’Italia.

Ma si sorprenderà, invece, nel leggere l’altra storia, quella nascosta, quella censurata, che in questi ultimi decenni sta “urlando” e chiede di venir finalmente alla luce.

E’ una storia come tante che, o per vergogna, o per convenienza, o per quant’altro, è stata per decenni tenuta segregata in un cassetto.

Roseto Valfortore è un paesino di mille anime arrampicato sulle montagne dell’Appennino Dauno, in provincia di Foggia. Un luogo accogliente dove gli abitanti hanno ancora il tempo e la volontà di regalare un sorriso ai visitatori che vi giungono.

Ma è anche un territorio che ha dentro di sé una ferita storica che mai nessuno gli ha riconosciuto; questa è la vicenda di 4 ragazzi di appena vent’anni e di un adulto, padre di famiglia, che furono trucidati dai garibaldini a causa delle loro simpatie per i Borbone.

Tutto avvenne la sera del 7 novembre 1860 quando i 5 furono allineati ad un muro e passati alle armi da chi era appena sopraggiunto e definiva se stesso “un liberatore”. A nulla valsero le suppliche di pietà che i ragazzi invocarono ai carnefici, a nulla valsero le grida delle donne che assistettero impotenti all’esecuzione.

Questa triste vicenda, ancora una volta, non sarebbe mai venuta fuori se non ci fosse stata la caparbietà e la voglia di sapere di uno studioso, il prof. Michele Marcantonio, che scrisse nel 1983 un libro in cui raccontava l’eccidio (Abbasso la guerra, ossia tre passi a ponente Italia Letteraria, Milano 1983).

Libro, ancora una volta, corredato da documenti storici ufficiali che provavano l’accaduto, ma che furono deliberatamente ignorati. I padri della patria, infatti, dovevano apparire ancora una volta senza macchia e senza peccato! Questo fu l’ordine impartito agli storici.

Proprio grazie a tali testimonianze scritte si è potuta realizzare una ricostruzione dettagliata di cosa avvenne quel triste giorno; si riporta integralmente uno stralcio tratto da Il Frizzo, giornale di Lucera:

“I cinque vennero allineati lungo il muro che guardava alla torretta, di fronte al plotone. L’aria rigida, la pioggia, che ora con furia, il vento, fatto ora cattivo, che tempestava il viso dei condannati con bordate d’acqua gelida e dura come grossi grani di sabbia, e, forse, il contenuto di quel biglietto consigliarono il generale a far presto, a sbrigarsi.
Nell’estremo tentativo di muovere a pietà, tre dei condannati, cioè Giuseppe Cotturo, Vito Sbrocchi e Leonardo Marrone, s’inginocchiarono nel fango:
– Pietà! Siamo innocenti!
Parole e lacrime alla pioggia e al vento che mugghiava nella siepe e sui tetti.
– Pietà di noi! –, fece Nunzio.
Il quinto, più di là che di qua (è Liberato Farace, 22 anni appena, ferito a morte presso la propria abitazione dalle camicie rosse) era ricaduto in un’assenza totale e si teneva ritto al muro come un tronco senza vita. Il sergente rizzava in alto la sciabola come un ricurvo dito d’acciaio guardando fisso il generale.
Il sergente non batteva ciglio.
Ecco…
Il generale fece con l’indice un cenno distratto, quasi meccanico.
La sciabola piegò verso terra.
Fuoco!
I primi tre, a partire dall’angolo, caddero fulminati.
Al quarto un secondo colpo.
Il quinto, Liberato Farace, indenne.
Il fuciliere di grazia esplose su di lui il terzo e il quarto colpo. Solo quest’ultimo spinse fuori da quel giovane corpo il lieve alito di vita residuo.”

E’ ora di iniziare a raccontare una storia diversa del Risorgimento: è iniziata al Sud un’inarrestabile “rivoluzione culturale” atta a far sì che si cancelli la retorica e che si guardi in faccia la realtà di quello che successe 150 anni or sono.

Documenti come questo e come tanti altri devono servire per risvegliare la voglia di verità che gli storici, assoggettati al potere, hanno perso.

E’ una questione soprattutto di libertà: soltanto quando uno studioso potrà scrivere le verità storiche senza dover seguire una “linea comune”, allora si sentirà libero.

fonte http://briganti.info/unita-ditalia-la-strage-dimenticata-di-roseto-valfortore/

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LA DINASTIA CAPETINGIA

Posted by on Set 8, 2019

LA DINASTIA CAPETINGIA

Sacro Romano Impero fu diviso in tre parti, tra le quali il Regno di Francia, con re Luigi V. Alla sua morte la nobiltà si rivolse a Ugo Capeto, che si assicurò consenso distribuendo terre ai suoi elettori. Nonostante i nobili francesi non avessero intenzione di avallare la fondazione di una dinastia dei Capetingi, Ugo, con il sostegno della Chiesa, riuscì ad affermare la sua autorità e a far incoronare coreggente suo lio Roberto II: i Capetingi si assicurarono la successione alla corona per discendenza maschile per oltre tre secoli (987-l328).

I primi sovrani capetingi rimasero sottomessi ai principi feudali: su di loro riuscì a imporsi, alla fine dell’XI secolo, Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia e vassallo del re Filippo I. Toccò al successore di Filippo, Luigi VI, consolidare definitivamente il potere nell’Ile-de-France, la regione al cui centro si trova Parigi, reprimendo sistematicamente l’opposizione feudale. Nel 1137 egli combinò il matrimonio tra il lio, il futuro Luigi VII, ed Eleonora, erede al ducato di Aquitania, assumendo così il controllo di vasti territori tra la Loira e i Pirenei. L’unione si rivelò però priva di eredi maschi: alcuni anni dopo il papa concesse l’annullamento del matrimonio e successivamente Eleonora sposò Enrico tageneto, conte d’Angiò e duca di Normandia, che nel 1154 divenne re d’Inghilterra col nome di Enrico II. In tal modo l’Aquitania passò dalla corona francese a quella inglese e i domini di Enrico in terra francese superarono notevolmente per estensione quelli di Luigi VII.

La dinastia dei Capetingi conobbe miglior fortuna sotto il successore di Luigi VII, Filippo II Augusto. Grazie al suo primo matrimonio, egli ottenne i territori settentrionali della Francia.

La possibilità di muoversi contro il regno angioino gli si presentò quando Giovanni Senzaterra, re d’Inghilterra, sposò una principessa già promessa a un altro vassallo di Filippo. Filippo convocò Giovanni alla sua corte tre volte e, poiché questi non si presentò, dichiarò alienati i suoi feudi. Nel 1204 egli intraprese la conquista militare della Normandia e dell’Angiò, conclusa dieci anni dopo con la sconfitta degli eserciti alleati di Inghilterra e Sacro romano impero nella battaglia di Bouvines (1214).

L’occasione di intervenire al sud fu fornita invece da una setta religiosa eretica. Contro questi papa Innocenzo III promosse una crociata nel 1209, promettendo ai crociati le terre che avrebbero sottratto agli eretici. La camna militare fu condotta con successo dal lio di Filippo Augusto, Luigi VIII: i possedimenti reali si estesero così fino a comprendere i territori costieri del mar Mediterraneo.

Morto Luigi VIII nella crociata, salì al trono il dodicenne Luigi IX che subito si trovò a fronteggiare la ribellione della nobiltà locale. Il sovrano si garantì tuttavia la fedeltà delle province conquistate, estendendo e migliorando l’amministrazione del regno e inviando ispettori nelle province, in funzione di controllo nei confronti dei funzionari regi.

A Luigi IX, morto di peste a Tunisi durante una crociata, succedette Filippo III.

Filippo IV il Bello, ultimo grande re capetingio, rafforzò notevolmente i poteri della monarchia. Vescovi, baroni e città furono costretti alla collaborazione con il sovrano, in materia sia di giustizia sia di finanze. Filippo si assicurò l’annessione della Franca Contea, di Lione e di parti della Lorena, ma non riuscì a imporre il suo controllo sulle Fiandre: quest’ultimo intervento fu inoltre tanto oneroso da indurlo a tentare di imporre tributi al clero, entrando così in contrasto con papa Bonifacio VIII: la disputa, che verteva sostanzialmente sul principio di sovranità, si aggravò fino a sfociare nell’oltraggio di Anagni, dove il papa venne imprigionato dai francesi. Nel 1305, alla morte di Bonifacio, grazie all’influenza di Filippo fu eletto un papa francese, Clemente V, che trasferì la sede papale da Roma ad Avignone nel 1309 .

La grande necessità di denaro spinse Filippo all’espulsione degli ebrei dal regno e alla confisca dei loro beni; per la stessa ragione egli perseguitò e sciolse l’ordine dei templari. Tra il 1314 e il 1328, si succedettero al trono tre li di Filippo IV (Luigi X, Filippo V e Carlo IV), nessuno dei quali lasciò un erede maschio.

fonte http://www.epertutti.com/storia/LA-DINASTIA-CAPETINGIA11656.php


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LA MASSONERIA E IL DISPOTISMO ILLUMINATO, IL REGNO DI FEDERICO II IN PRUSSIA, L’AUSTRIA DI MARIA TERESA, LE RIFORME DI GIUSEPPE II

Posted by on Set 8, 2019

LA MASSONERIA E IL DISPOTISMO ILLUMINATO, IL REGNO DI FEDERICO II IN PRUSSIA, L’AUSTRIA DI MARIA TERESA, LE RIFORME DI GIUSEPPE II

LA MASSONERIA E IL DISPOTISMO ILLUMINATO

Le nuove idee, anche grazie alla stampa si diffusero oltre i confini della Francia. Ruolo importante nella diffusione del pensiero illuministico va attribuito alla massoneria, un’associazione segreta ispirata ai FREE-MASONS(i liberi muratori),che accolse le idee anticlericali e deiste, liberali e antiassolutistiche. La massoneriaaccoglieva nobili ma anche borghesi, intellettuali, professionisti e anche imprenditori animati da spirito progressista. “dispotismo illuminato” descrive un atteggiamento di alcuni sovrani che accolsero importanti ISTANZE DI MODERNIZZAZIONE dell’apparato amministrativo e di abbattimento dei privilegi legati all’ordine feudale.

Gli obiettivi e la riforma erano di ridurre i privilegi fiscali del clero e della nobiltà e dei particolarismi per arrivare ad una uniformità del diritto.

IL REGNO DI FEDERICO II IN PRUSSIA

Federico II, Re di Prussica venne considerato il modello del sovrano illuminato e si meritò l’appellativo di grande. Egli riorganizzo l’apparato amministrativo, infatti i procedimenti furono resi più snelli, venne abolito l’uso della tortura e della pena di morte e ridotte le pene corporali.

Trasformò la vecchia aristocrazia terriera degli JUNKER nella principale componente dell’esercito. In campo economico, nel settore agricolo, il suo scopo era quello di selezionare le colture e migliorare la resa dei terreni. Per quello che riguarda l’ambito commerciale, si ispirò alle teorie mercantilistiche. Numerose furono le sue iniziative in campo culturale: infatti si deve a lui l’apertura dell’accademia delle Scienze di Berlino e l’obbligatorietà dell’istruzione elementare dai 5 ai 13 anni. Alla sua morte Federico II il Grande, lasciò un regno potenziata sia economicamente che  militarmente.

L’AUSTRIA DI MARIA TERESA

L’imperatrice Maria Teresa si adoperò per limitare i poteri delle assemblee regionali. Sul piano sociale cercò di evitare il contrasto con la nobiltà. La riforma sociale colpiva in modo decisivo i privilegi della nobiltà e del clero. In campo economico l’imperatrice adottò provvedimenti orientati per il superamento delle strategie mercantilistiche, per liberalizzare i commerci e facilitare il mercatodel lavoro. In campo religioso furono intrapresi coraggiosi provvedimenti allo scopo di eliminare i privilegi del clero. Agli ordini religiosi, fu fatto divieto di acquistare beni immobili, venne aumentato il numero delle parrocchie. Le festività religiose furono ridotte. Nel 1773 venne soppressa la Comnia di Gesù: i beni dell’ordine vennero incamerati dallo stato per finanziare le riforme dell’istruzione.

LE RIFORME DI GIUSEPPE II

Nel 1780 Maria Teresa morì e il potere passò al lio Giuseppe II. Lui aveva uno spirito riformista e fu il sostenitore di posizioni radicalmente anticlericali e antifeudali. Particolarmente radicale fu la sua posizione nei confronti dei privilegi ecclesiastici, ispirata alle teorie giurisdizionaliste. Con il termine giurisdizionalismo si intende la tendenza dei sovrani a estendere la propria giurisdizione, anche in ambito religioso. Una delle più importanti iniziative di Giuseppe II fu la concessione della libertà di culto, con la “PATENTE DI TOLLERANZA”. Per mezzo di questo decreto, protestanti e ortodossi ottennero diritti che non avevano eguali in nessun’altro paese d’Europa.  Vi fu anche un rafforzamento  del potere  centrale anche in campo amministrativo. Venne adottata la lingua tedesca in sostituzione del latino negli uffici ministeriali imperiali ( eccetto Italia e Paesi Bassi).

Nel 1787 un nuovo codice penale eliminava la tortura così, venivano meno le differenze di trattamento tra nobiltà e ceti popolari. Venne anche abolito il SERVAGGIO. Nel 1790 vi fu una violenta rivolta dei Paesi Bassi che portò alla nascita degli Stati Uniti e del Belgio. Il generale malcontento dimostrava il fallimento del dispotismo illuminato di Giuseppe II e delle sue riforme. Per questo Leopoldo II, suo successore finì con il ripristinare privilegi e consuetudini, indirizzando la politica in senso moderatamente conservatore.

fonte http://www.epertutti.com/storia/LA-MASSONERIA-E-IL-DISPOTISMO-75352.php

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