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DAMNATIO (O DEPOPULATIO) MEMORIAE? di Erminio De Biase

Posted by on Lug 29, 2020

DAMNATIO (O DEPOPULATIO) MEMORIAE? di Erminio De Biase

I giorni a ridosso della farsa plebiscitaria che si tenne il 21 ottobre 1860 furono particolarmente movimentati nella città di Napoli, non solo a causa della consultazione elettorale ma anche (e forse soprattutto) per l’eccitazione che investì un po’ tutti i “responsabili” ed i vari funzionari del governo di occupazione per l’imminente entrata di Vittorio Emanuele in città.

         Oltre che organizzare i rituali “festeggiamenti”, era primaria necessità eliminare in breve tempo quante più tracce e testimonianze possibili della dinastia borbonica appena rimossa che aveva regnato fino ad un mese prima e che continuava a resistere dagli spalti della fortezza di Gaeta. In un certo senso, era come se si cominciasse a rinnovar la casa con dentro il morto ancora caldo. Dovunque venivano rimossi i simboli dei Borbone: i gigli erano stati dappertutto accuratamente raschiati…[1] o semplicemente ricoperti da grosse pennellate di biacca e di rosso della croce savoiarda.[2] Questi “abbellimenti” durarono per oltre un mese e all’inizio di dicembre l’ampio spazio di Largo di Palazzo era ancor pieno di gigantesche statue di gesso che rappresentavano il conte di Cavour e i generali sardi La Marmora, Cialdini e Fanti.[3] E, come se non bastasse, si notavano anche statue e busti dei generali Cosenz, Medici, Bixio, Türr, Milbitz, Eber e dell’inglese Dunn,[4] tutti personaggi che, con Napoli, c’entravano come cavoli a merenda.

         È in questo clima che, in data 18 ottobre, l’allora Ministro dell’Interno, Raffaele Conforti, (incaricato provvisoriamente dal portafoglio dell’Istruzione Pubblica) scrive al Direttore del Museo Nazionale di Napoli per comunicargli che, in seguito ad una richiesta del Ministro delle Finanze, dispariscano affatto nella corte del Palazzo de’ Ministeri le due statue de’ Borboni[5] (di Ferdinando I e di Francesco I) e che all’uopo ha dato le opportune disposizioni all’architetto Cav. D. Gaetano Genovese, che si metterà di accordo con chi di regola[6] affinché siano conservate nel Museo Nazionale.[7]

         Il problema principale, sia chiaro, non è quello di salvaguardare le due sculture, ma di celarle alla vista della gente. Il giorno successivo, infatti, si assicura al riverit’ufficio[8] del Direttore del Ministero della P. I. che, circa il trasferimento in questo Museo delle statue de’ Borboni,[9] si sono date disposizioni perché fossero ricevute e collocate in sito opportuno non visibile al Pubblico.[10]

         Lo stesso concetto è confermato in una lettera del giorno dopo al controloco aiutante[11] (definizione obsoleta che sta ad indicare una specie di capo-custode) affinché trovi un sito recondito[12] dove, appena giunte, le due statue venghino collocate in modo da non essere visibili al pubblico.[13]

         In solo tre giorni, i simulacri sono trasferiti al museo. Il trasporto, curato da un certo De Marco, non è, però, dei più accurati (ma poco importa, l’importante è che si faccia in fretta) perché alla statua di Francesco I vengono rotte due dita, una alla dritta mano e l’altro alla sinistra ed il pomio della daga,[14] come scrupolosamente verbalizza al direttore del Museo l’incaricato Raffaele Gargiulo, il quale comunica pure che dette effigi sono state collocate nel magazzino sito al lato orientale del museo e perché non fossero danneggiate (sic!) secondo Ella mi ha incaricato di chiudere dette statue dietro un tamburro di legno.[15]

         A rigor di logica, quindi, le due statue avrebbero dovuto trovarsi a pochi metri dall’archivio in cui sono conservati i documenti che ne attestano il trasferimento: nello stesso edificio del Museo Nazionale. Purtroppo, però, non è così: di esse, all’interno della struttura non se ne conosce neppure l’esistenza! Ed allora, che fine hanno fatto?

         Sappiamo bene che, una volta insediatisi nei nuovi territori, i Savoia o chi per essi sono stati peggio delle cavallette… quasi tutto è scomparso, a Napoli come negli altri Stati della penisola. A Modena, per esempio, all’arrivo di Luigi Carlo Farini a Palazzo d’Este, non solo tutta l’argenteria collo stemma ducale fu fatta fondere[16] ma, addirittura, scomparve persino l’intero guardaroba del Duca e della Duchessa. Nel nostro caso, però, trattandosi di materiale non facilmente occultabile, ma di statue alte almeno due metri ognuna, sarebbero dovute rimanere per forza nel museo. Ed invece così non è stato.

In proposito, ad una precisa richiesta in merito, la Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, nella persona della dottoressa Maria Luisa Nava, fa sapere che le due statue dei re Ferdinando I e Francesco I… certamente non sono più conservate in alcun ambiente dello stesso edificio… che probabilmente siano state nel tempo ulteriormente trasferite in uno dei Musei napoletani… ma che manca purtroppo qualunque riferimento a questo ulteriore trasferimento che pure dev’essere sicuramente avvenuto.[17]

Anche nel Museo della Reggia di Capodimonte, dove, agli inizi degli anni ‘50” del secolo scorso, furono trasferiti diversi reperti, non ne sanno niente; così, almeno, risponde la dottoressa Paola Giusti, secondo la quale –anzi- se non è possibile risalire alle statue è colpa dei Borbone che erano un pochino “scombinati” e non certo dei Savoia che, con scrupolosa precisione, si erano preoccupati subito di inventariare tutto quanto avevano trafugato… Da Castel Sant’Elmo, infine, sede della Soprintendenza per i Beni Artistici e Culturali, il dottor Nicola Spinosa, molto gentilmente, non si è nemmeno degnato di rispondere.

Di queste due sculture, dunque, pare essere scomparsa ogni traccia ed a noi non resta altro che fantasticare sulla loro probabile attuale ubicazione; chissà, magari esse si trovano ancora dove furono occultate con tanta solerzia: probabilmente nella rientranza di un muro, dietro quel tamburro di legno, ricoperto poi, a sua volta, da intonaco o forse riassorbito in una più recente parete o in qualche inconsapevole tramezzo sul quale uno spesso strato di polvere ed un intreccio di ragnatele lungo quasi centocinquant’anni ne hanno gelosamente custodito l’oblio…

Erminio  de Biase


[1] G. RODNEY MUNDY – La fine delle Due Sicilie e la marina britannica – Napoli 1966 – pag.241

[2] Come si leggeva sulla stampa napoletana quando, al teatro San Carlo, durante lavori di restauro, fu scoperto lo stemma dei Borbone.

[3] G. RODNEY MUNDY – Op. cit., pag. 254

[4] Ibidem

[5] Archivio del Museo Nazionale di Napoli – Fondo Assan – III D 8 52

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Ibidem

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Ibidem

[13] Ibidem

[14] Ibidem

[15] Ibidem

[16] Filippo Culetti – La verità sugli uomini e sulle cose del regno d’Italia (a cura di Elena Bianchini Braglia) – Chieti 2005 – pp.45 e segg.

[17] Lettera del 15.05.2006 – prot. n. 15964

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