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Gli assedi di Gaeta del 1799 e del 1806 di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 18, 2021

Gli assedi di Gaeta del 1799 e del 1806 di Alfredo Saccoccio

                               

Dei tredici assedi sostenuti, iniziati nell’846 (i Saraceni l’assediano per circa due anni) e finiti con quello del 1860-61, tratterremo solo quelli del 1799 e del 1806.

   Caduta la Repubblica Partenopea, Michele Pezza, detto “Fra’ Diavolo”, riprese a bloccare, coni suoi seguaci,, la fortezza di Gaeta scompaginando, con innumerevoli azioni di guerriglia, i francesi. Fu autorizzato dall’Ispettore di Campagna, con lettera del 4 giugno 1799, ad esigere soccorsi dai Comuni del basso Lazio. Due giorni  prima, il Pezza, con 600 uomini, avvisato dalle spie , sorprese e sbaragliò 300 francesi che avevano fatta una sortita dalla piazzaforte, il giorno di San Marciano. Come scrive Domenico Petromasi, vicario generale di S.M. Siciliana, in “Storia della spedizione dell’eminentissimo cardinale D. Fabrizio Ruffo…”, “furono allora pochissimi, cui toccò la sorte di ricondursi a Gaeta”.

   Egli trasferì il suo quartier generale, sin dal 20 giugno, nel palazzo della marchesa Patrizi, a Formia. Il cardinale Fabrizio Ruffo, con il foglio 2 luglio 1799, preavvisò il Pezza che doveva dipendere, per il buon servigio della causa borbonica, dal comandante della flottiglia, Emanuele Lettieri. Il marchese Corrado Malaspinadi Fosdinovo,aiutante reale del cardinale, scriveva a “Fra’ Diavolo”, in data 14 luglio, per avvertirlo che il Ruffo, per le spese occorrenti per la felice riuscita della presa di Gaeta, gli inviava seicento ducati, da pagarsi alla truppa, dopo una rivista passata dal Lettieri. Questi dette l’incarico, il 23 dello stesso mese, al capitano Emanuele Del Corte, che si addossava le funzioni di Commissario.  \

   Michele Pezza passò continue ispezioni delle truppe, il cui numero cresceva costantemente,: i 967 uomini del 1° maggio diventarono 1707, il 29 del medesimo mese.

   Durante l’alloggiamento dei soldati nei quartieri militari, presso Gaeta, alcuni insorti trascesero in violenze e in ricatti estorcendo denaro ai ricchi adducendo il pretesto che fossero giacobini. Il Cayro faceva notare che “andava all’assedio gente d’ogni sorta, ed anche  qualche volta per tre o quattro giorni, per farvi una mangiata di pesce, e ritornati  (a casa, n. d. r.) se ne facevano una risata”. E soggiunse che il guerrigliero soffocò i disordini. Spesso, però, egli era fuori e ignorava queste soperchierie. Quando ne veniva informato, puniva i bricconi. Un giorno,cadde nelle mani degli insorti un francese. Essi gli tagliarono il naso e le orecchie. Poi lo appesero “come un porco scannato al macello”.

   Il blocco della fortezza di Gaeta divenne sempre più efficace, per cui, dopo la capitolazione di Capua, seguiva quella di Gaeta. I francesi chiesero  ed ottennero di non aprire le porte a “Fra’ Diavolo”, riconosciuto dal sovrano Ferdinando IV capo dell’assedio di terra di Gaeta, ma agli inglesi, che giungevano dalla parte del mare.

   Le trattative non furono fatte con il Pezza, perché lo aveva impedito il cardinale Ruffo, Per centrare l’obiettivo, Michele Pezza aveva sborsato, di tasca sua, per la paga alle masse (tre carlini a testa giornalmente, senza alcuna distinzione, ad ufficiali e a soldati), ben 13.000 ducati, cifra che non gli verrà risarcita dall’ingrato re di Napoli, con la scusa che erano effetti di guerra, cioè di un fatto di forza maggiore e dovevano, perciò, porsi in oblìo. L’itrano protestò per questo espediente di malafede e chiese al sovrano, che gli aveva concesso le rendite di vari immobili, di poter vendere una parte di questi, per soddisfare personalmente quei creditori.

   Chi fa una figura migliore, in questo episodio, il re o il “brigante”?

   La resa fu convenuta tra il generale di brigata Antoine Girardon per i francesi, il generale John Edward Acton, avventuriero irlandese, baronetto dello Shropsiew,, e l’ammiraglio Oratio Nelson per gli inglesi.

   Le truppe francesi, 3.000 soldati, uscirono dalla fortezza con tutti gli onori di guerra, perché la piazza era stata soltanto bloccata e non assediata, per trasferirsi in Tolone.

   Il Pezza si era comportato bene dal punto di vista militare, ma Acton riteneva, a torto, che la resa di Gaeta era dovuta alle misure da lui prese e non dall’azione di “Fra’ Diavolo”. Le fonti francesi fanno, invece, rilevare il ruolo decisivo sostenuto dalle masse  del capomassa, il quale masticava amaro per questa umiliazione, che gli era rimasta sul gozzo. Egli non solo non partecipò ai negoziati per la capitolazione del fortilizio, ma gli fu proibito dal Ruffo di entrare in Gaeta con i suoi  uomini. La città venne occupata  da un contingente inglese e da reparti regolari sbarcati dalle navi siciliane Per le succitate azioni,  però,il capomassa  fu ricompensato  con il grado di colonnello ed una pensione annua.

   Sette anni dopo, i francesi, al comando del maresciallo Andrea Massena, duca di Rivoli, principe di Essling, tornano nel reame di Napoli e sono, in data 16 febbraio, dinanzi a Gaeta, la cui fortezza poteva disporre di 130 bocche di cannone e di seimila soldati. La colonna del generale-conte Giovanni Luigi Reynier attacca la piazzaforte già il giorno dopo. Reynier  invia un’ambasceria alla piazzaforte intimando la capitolazione  della stessa in un giorno. Il governatore di Gaeta, il principe Luigi d’Hassia-Philippstadt,  cugino della sovrana Maria Carolina, risponde che “Gaeta cadrà quando non  avrà più un braccio che la difenda” e organizza la resistenza ad oltranza, anche grazie  all’appoggio delle navi inglesi, che riforniscono le truppe borboniche. Egli, alle continue intimazioni dei transalpini, inviò loro un barile di polvere da sparo e un grosso pesce fresco, per far capir loro che i difensori di Gaeta potevano contare su  abbondanza di munizioni e di  provviste e che la piazzaforte non poteva essere ridotta per fame. Il valoroso governatore, che aveva il solo difetto di alzare spesso il gomito, disobbedisce agli ordini della Reggenza rifiutando ogni  patteggiamento con i francesi, volendosi difendere fino agli estremi.

   Ancora protagonista Michele Pezza (questa volta  egli non è un assediante , come nel 1799, ma un assediato) , che, esponendosi ai maggiori rischi, si spingeva,  con un coraggio da leone, lui che non aveva paura né del Diavolo né della Versiera, in faccia al nemico per provocarlo o deriderlo.  Lo faceva con frequenza, divenendo sempre più  intrepido negli agguati e nelle insidie, man mano che cresceva l’impeto dei francesi, forti di quattordicimila uomini. Il 16 febbraio 1806 Michele Pezza catturò, con sei barche, quattro velieri carichi di viveri, portandoli a Gaeta. Una settimana dopo, il colonnello e duca di Cassano allo Ionio operò, assieme al fratello capitano, Nicola,  un’altra sortita dalla Real Piazza,, per  ordine del governatore di Gaeta, Philippstadt, per esplorare le posizioni dei nemici. Il giorno seguente, fece un’ulteriore sortita, con 80 uomini del corpo franco degli” aggraziati”, riuscendo a porre in fuga gli avamposti francesi e ad impadronirsi di armi dei medesimi, con utensili e commestibili. Il comandante della piazzaforte di Gaeta, però, era scontento del Pezza , perché non voleva viveri ma ceste di teste di francesi.

   L’assedio di Gaeta, uno dei più gloriosi della storia gaetana, durò a lungo, violento, ostinato.  Intanto il Pezza preparava una spedizione in Calabria. L’assedio attirò sulla cittadina  aurunca,  l’unica che resisteva a Napoleone, l’ammirazione di tutta l’Europa, che pareva si fosse piegata alla volontà del Bonaparte. Esso si protrasse  per vari mesi ed è citato  come uno dei più gloriosi della storia, a cui partecipò lo stesso Joseph Bonaparte. Il principe Luigi d’Hassia- Philippstad, un ometto tarchiato, dal naso aquilino, mediocre cortigiano, donnaiolo, crapulone, un devoto di Bacco in maniera straordinaria, ma soldato coraggioso e testardo, oltre che di ferreo carattere, era divenuto l’oggetto  dell’ammirazione generale  per la vigorosa resistenza e per lo spirito di fedeltà  al suo dovere,  contro cui non erano valse neppure le offerte più generose  di corruzione. Una volta Philippstadt salì sugli spalti avanzati, munito di un altoparlante, mettendosi a gridare verso il campo nemico: “Gaeta non si arrende! Gaeta non è Ulm. Philippstad non è Mack!” Il governatore alludeva alla vergognosa resa della piazzaforte danubiana, nell’ottobre del 1805,capitolazione dovuta al pusillanime maresciallo austriaco Carl Mack, barone von Leiberich. Una ventura, però, non permise un’ulteriore resistenza: Philippstadt, il 10 luglio, ferito gravemente alla testa da una scheggia  di ferro di bomba nemica sulla batteria che ne porta il nome, dovette imbarcarsi  sul vascello inglese “Le Tonnant”, che era nella rada, e partire per Napoli. Il principe Luigi d’Hassia,comandante in capo negli eserciti napoletani, di nobilissima stirpe alemanna, morì il 15 febbraio  1817.

   Il colonnello Francesco Hotz, il vice del principe Luigi d’Hassia- Philippstadt, che prese provvisoriamente il comando della piazzaforte, il 18 luglio alzò bandiera bianca.  Avendo le artiglierie dei francesi rese praticabili due brecce,  la fortezza si era arresa, nonostante i difensori di Gaeta fossero ancora settemila e in rada fossero giunte le navi dell’ammiraglio inglese Sidney Smith ( 4 vascelli e 6 fregate, oltre alle minori). Il bilancio generale dell’assedio segna che, tra i borbonici, avevano perso, tra morti  e feriti, novecento uomini, mentre i francesi  lamentavano la morte di millecento soldati ed ufficiali, tra i quali il quarantaduenne generale di brigata Joseph-Secret-Pascal Vallongue, comandante del genio, colpito il 12 giugno e deceduto quattro giorni dopo, tumulato sugli spalti della cosiddetta “Breccia”, e  il generale Grigny, cui, nei primi giorni di febbraio,fu troncato il capo da una “palla da sedici”.

  Il re di Napoli,  Ferdinando IV,  per perpetuarne la memoria, fece coniare per i valorosi difensori di Gaeta  tre medaglie:due d’argento  con appiccagnolo ed una di bronzo fuso dorato con appiccagnolo. Il parlamento siciliano riconobbe il valore dei difensori di Gaeta conferendo una spada per il principe Philippstad e due pistole e un coltello da caccia indiamantato per l’indomito colonnello Michele Pezza, che la regina di Napoli, Maria Carolina,chiamava “anima onesta e brava”.

   Si erano scagliati dodicimila colpi ed altrettanti ne aveva sparati il nemico, munito di 70 cannoni, di 50 obici e mortai e di quindicimila uomini. Le cannonate  erano rimbombate cupamente incessanti, dal mare ai monti, e i diarii cassinesi annotavano, ogni giorno,  che ne giungeva l’eco fino all’abbazia benedettina.

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