Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

I L    T E M P O    N E L L A    S T O R I A (II)

Posted by on Lug 12, 2022

I L    T E M P O    N E L L A    S T O R I A (II)

Se, infatti, mentre cammino per la strada inciampo in una delle tante radici che deformano i nostri marciapiedi o in un ciottolo che sporge dal piano stradale e mi rompo un braccio, domani – se non ho l’esatta percezione del tempo –  come posso collegare il mio infortunio all’inciampo?

E se dall’infortunio riporto un danno permanente in seguito al quale rimarrò parzialmente o totalmente invalido, come posso non collegare inciampo e caduta alla radice o al ciottolo sporgenti dal piano di calpestio che sono stati la causa del mio sinistro? E se la caduta non è imputabile a mia distrazione, ma all’opera di terzi che avevano proprio lo scopo di farmi cadere, ho il diritto di fare delle ricerche per sapere chi devo “ringraziare” per il mio infortunio? Ma questo lo posso fare solo se – come detto – ho un’esatta percezione del tempo: dimensione entro la quale si è dipanato l’evento relativo al mio infortunio.

    Per la presenza del Piemonte nella nostra antica patria ho usato il termine invadere a ragion veduta, perché, contravvenendo a tutte le  leggi che fin dall’antichità regolavano la materia e comportandosi in maniera da far inorridire perfino le orde barbariche dei cosiddetti secoli bui, il Piemonte invase subdolamente il Regno delle Due Sicilie senza una dichiarazione di guerra e senza nemmeno l’alibi di motivazioni, eventuali colpe commesse dal regno invaso, o eventuali inadempienze nei riguardi di atti di riparazione che giustificassero un intervento armato. A questo punto, incanalandosi nell’alveo di raccomandazioni provenienti da un secolo prima (e questo sempre per rimarcare l’intima connessione dei vari momenti della storia e fugare lo stupore di chi si meraviglia che per spiegare il presente bisogna partire dal passato),per giustificare l’invasione si ricorse ad una campagna diffamatoria, ai tanti falsi storici di cui è infarcita la storia del Risorgimento, come il grido di dolore lanciato dai popoli oppressi (architettato dal Cavour e da Napoleone III durante gli incontri di Plombiers); del furto del Lombardo e del Piemonte dal porto di Genova continuamente sorvegliato dalla polizia sabauda; della lettera di scuse ai signori dei vapori scritta da Garibaldi; delle famigerate lettere del Gladstone del 1851, lettere sconfessate successivamente dallo stesso autore, quando ormai il danno per il quale erano state architettate era stato fatto, la storia cominciava ad essere scritta in un certo modo e le condizioni generali di vita del regno invaso erano già diventate quelle di una colonia[1] o di un “feudo”, per dirla col Nitti.

     Si dirà:<< Ma i documenti per suffragare queste affermazioni dove sono?>>. I documenti ci sono, e tutti – almeno quelli sfuggiti alla secretazione ed alla distruzione – dimostrano che tutti gli avvenimenti e i personaggi del Risorgimento mitizzati dalla storiografia ufficiale sono dei falsi e poi che l’Italia non è stata unita ma è stata unificata con la corruzione, la violenza e la diffamazione.

     Ripeto. Per ogni avvenimento e per ogni personaggio [primo omicidio  di stato (Nievo), violenze (soddisfacimento degli appetiti sessuali di Vittorio Emanuele II), scandali (Ferrovie e Banca Romana), mazzette (Mazzini e Lemmi), collusioni (picciotti e camorra), furti (Garibaldi:Banco di Napoli e Monte dei Paschi di Siena – Farini), rapimenti (Curletti, Cavour), Plebisciti (dichiarazioni di George Rodney Mundy, ammiraglio inglese e alleato del Piemonte; di John Russel, ministro degli esteri inglese; di Henry Elliot, ambasciatore inglese;del deputato Patick Kleys O’ Clery)] esiste una vasta letteratura che basandosi su prove documentali dimostra che la nostra storia ufficiale, oltre al difetto d’origine rappresentato dal fatto di essere scritta dal vincitore, è stata costretta ad adeguarsi  a disposizioni regie risalenti  alla Società di storia patria, fondata da Carlo Alberto (da cui poi discenderà la casa che regnerà sull’Italia fino al 1946) già nel 1833 ed all’ Archivio segreto, istituito dallo stesso, entro i Regi Archivi (1834) [2] che attribuivano al re di Sardegna il potere decisionale di stabilire, tra i documenti da archiviare per la storia patria, quelli da conservare, quelli da distruggere, chi potesse consultarli e, dopo la consultazione, era sempre nella facoltà del re decidere se il risultato delle ricerche potesse essere dato alle stampe oppure no. Queste disposizioni, per l’accennata continuità temporale, vigono ancora oggi, dato che la consultazione dei documenti di  archivio  da parte di ricercatori non allineati o non inseriti nel sistema viene resa molto difficile quando non impossibile. Un episodio del genere è capitato ai giorni nostri all’Archivio di Stato di Torino al professor Giuseppe Gangemi (ordinario di Metodologia e Tecniche della Ricerca all’ università di Padova).[3]

     Ora, se volessi trattare più ampiamente anche dei soli fatti appena citati, correrei  il rischio di ripetermi, per cui, dei vari argomenti, mi limiterò a fornire notizie succinte, perché il fine di queste pagine è quello di tracciare un quadro generale che faccia capire a chi è digiuno della materia perché oggi il meridione d’Italia da regno sovrano, politicamente ed economicamente autosufficiente sia diventato una provincia sottosviluppata della nazione Italia.

     Una precisazione necessaria – onde non incorrere nello stesso errore degli storici di regime –  è quella di stabilire che non c’è la minima pretesa di sostenere che la verità risiede solo nelle affermazioni che verranno fatte dalla posizione dei vinti, cioè dalla nostra, attribuendo la patente di falso alla storia scritta dai vincitori. Per ogni personaggio o avvenimento che mi accingerò a trattare, prenderò in considerazione solo testimonianze controcorrente (come quella del Saint Jorioz, del D’Azeglio, ecc.) fatte, però, dai protagonisti , dai comprimari o dai simpatizzanti filo sabaudi .Più corretto di così?!

     Smentite alle lettere di Gladstone (uno dei primi falsi su cui è stata unificata l’Italia) sono in effetti la lettera di Alessandro Dumas, che (come G. C. Abba) era il cronista stipendiato della spedizione dei Mille e quindi dalla parte del vincitore, e le parole della giornalista Jessie White Mario, inglese, garibaldina e antiborbonica. Ma la smentita più eclatante ci viene dal più accanito nemico dei Borbone: Luigi Settembrini, che, relativamente alle condizioni dei condannati nelle prigioni borboniche confessò al suo allievo prediletto Francesco Torraca [4]:  “ … Ebbi non poca parte nella faccenda delle lettere del Gladstone che tanto bene fecero alla causa italiana. Però – soggiungeva – ho letto in molti libri, e di recente nella storia dello Zini, di sevizie patite da noi condannati politici: ciò non è esatto.Nessuno non ardì mai metterci le mani addosso, né prima né dopo la condanna. Ero condannato a vita e non portavo i ferri come li portavano altri condannati a tempo. Una fu la grande sevizia, chiuderci con ladri e con omicidi; i quali, del resto, ebbero sempre grande rispetto per noi.” 

     Dopo questa dichiarazione non ci sarebbe bisogno di riportarne altre, ma, dato che le abbiamo citate, riportiamo anche le altre due. Ebbene, nella lettera del Dumas (che, al contrario del Gladstone, aveva avuto modo di visitare davvero le carceri) questi, rivolgendosi proprio ai detenuti dell’ isola di Nisida (quella in cui il Gladstone avrebbe incontrato il Poerio)[5] li invita a chiedere al Governo dell’isola il permesso di leggere l’Indipendente (giornale pubblicato dal Dumas) nelle ore di riposo. Per cui il Dumas si incaricava di inviarne tre copie: una per la Direzione del penitenziario e due per i detenuti. Oltre a ciò prometteva anche un altro regalo: una biblioteca di una cinquantina di volumi scelti fra i migliori, filosofi, storici, pubblicisti, anche poeti, italiani.

     La White Mario (che anch’essa era stata personalmente nelle famigerate carceri borboniche) afferma che,<< … se si vuotassero le carceri, i detenuti di Nisida commetterebbero qualche reato lieve o grave per tornare ai comodi, agli agi e al piacevole lavoro così ben ricompensato, così gratamente alternato con le passeggiate, coi riposi (c’è concordanza con i riposi citati dal Dumas) e con ogni ben d’Iddio>>.

     Sul sistema carcerario che era la vera  negazione di Dio, cioè le prigioni del Regno sardo-piemontese si leggano le testimonianze dello stesso Bellazzi incaricato del regno sardo di condurre uno studio sull’attuale situazione delle carceri a unificazione avvenuta nel 1866[6], cioè sotto i Savoia; di un deputato del governo;[7]degli ambasciatori e dei ministri inglesi, che, però, per come venivano gestite l’informazione e la disinformazione, non ebbero la stessa risonanza delle lettere di Gladstone.![8]

     Come detto, per ogni bugia inventata dai protagonisti del Risorgimento per coprire le loro efferatezze esistono dei documenti, e quasi sempre questi documenti sono prodotti dalla parte dei vincitori, per cui, dovendoli necessariamente citare per dimostrare il mio assunto,cercherò di ridurne al minimo il testo inserendoli nelle note a pie’ di pagina, per non appesantire la lettura e per dare nel contempo un’indicazione a chi volesse approfondire le ricerche[9].

     Un’altra raccomandazione mi preme far presente a coloro che si degneranno di leggere queste pagine o di ascoltarne il contenuto. Tutte le bugie e le diffamazioni sono state concepite e messe in pratica, oltre che per coprire le infamie di cui si macchiarono tutti quelli tramandati come eroi e padri della patria, con il preciso intento di infangare e diffamare la nostra terra per farla apparire come il regno della corruzione e del male assoluto, mentre tutto quello che è stato diffuso a livello planetario contro di noi , come denunciato dagli stessi protagonisti (Saint Jorioz), era totalmente riferibile a chi lo ha messo in circolazione.

     Sulla strombazzata arretratezza del Meridione non faccio ricorso né alle conclusioni del Savarese né a quelle del De Sivo (che potrebbero sembrare di parte, anche se molto obiettive), ma al trattato del conte Alessandro Bianco di Saint Jorioz, capitano di Stato Maggiore dell’esercito sabaudo, che ci fa sapere che la situazione del Regno delle Due Sicilie non corrispondeva per nulla a quella che gli era stata descritta in Piemonte. “Il 1860 trovò questo popolo del 1859 vestito, calzato, industre, con risorse economiche … tutti in propria condizione vivevano contenti del proprio stato materiale[10].  Questa era la condizione della nostra patria e dei suoi abitanti prima che i piemontesi decidessero  di venirci a liberare, perché, dal momento stesso dell’ invasione – il 1860 richiamato dal Saint Jorioz – lo stesso ci fa sapere Adesso è l’opposto … sconforto dappertutto”.


[1] Che il Sud sia una colonia non è un’esagerazione. E’ sufficiente guardare la composizione del nostro Consiglio dei Ministri dove esiste – come i vecchi viceré – solo il Ministro per il Sud.

[2]  Istituto Storico Italiano per l’Età moderna e contemporanea, , vol. XVIII, 28 ottobre 1861, n.401, citato da Umberto Pontone in”Due Sicilie”, 2\2003.

Abolito l’istituto della luogotenenza, a lui (Enrico Cialdini) successe, nell’ottobre 1861, il generale La Marmora che assommò su di sé la carica di prefetto di Napoli e il comando militare della repressione del brigantaggio. A costui il primo ministro Bettino Ricasoli, succeduto al Cavour, scrisse il 28 ottobre una missiva dandogli il compito di provvedere alla censura dei documenti diplomatici delle Due Sicilie: ”Il Governo di S.M. crede suo debito di richiamare l’attenzione di V.E. sull’importante argomento degli archivi del cessato Ministero degli Esteri napoletano … che contengono carte di somma rilevanza politica. La consegna di queste all’Archivio generale potrebbe essere sommamente pericolosa, specialmente ove si consideri che per legge del 1818 l’Archivio generale è aperto al pubblico, e ciascuno può liberamente prendervi copia di qualunque documento. Ora il Governo del Re il cui desiderio è di chiudere l’epoca delle dissensioni italiane, non può permettere che si getti un continuo pascolo alle recriminazioni retrospettive, mediante una pubblicità di cui egli solo può determinare l’opportunità e le forme” 

[3] Giuseppe Gangemi “ In punta di baionetta. 1860 – 1870: le vittime militari della Guerra Meridionale nascoste nell’Archivio di Stato di Torino” Rubbettino editore, 2021

<< … La biblioteca reale e la relativa politica furono gestite con assoluta continuità da soli quattro intellettuali, del tutto organici alla dinastia e fra loro, dall’inizio dell’età carlo-albertina fino alla Prima guerra mondiale, ovvero, da circa trent’anni prima dell’Unità a quasi sessanta dopo. Quei “sabaudisti” sono i fondatori e i padroni della nostra storia e del modo di farla. Gli archivi del Regno furono diretti, oltre che da Gaspare Michele Gloria, tra la Restaurazione e il 1850 da suocero e genero, Gian Francesco Galeani Napione e Luigi Nomis di Cossilla: aristocratici, intransigenti, anzi intolleranti difensori del trono e dell’altare … in un quarantennio formarono un’intera generazione di archivisti. Per un tempo analogo, Costanzo Gazzera, un prete, dal 1819 al 1859, domina la biblioteca universitaria, di cui diviene prefetto, mentre Lodovico Sauli d’Igliano, dal 1812 alla morte, nel 1874, per 62 anni! Guida la biblioteca dell’accademia delle Scienze e poi anche quella dei Regi Archivi. Quindi un ristretto gruppo di aristocratici impegnati in politica, alti funzionari dell’amministrazione statale di “comune matrice cattolica”, “assoluta fedeltà dinastica”, “comunanza ideologica in un modello politico aristocratico tardo settecentesco” e persino imparentati fra loro (e si può dire?, di imbarazzante longevità: a momenti i figli dovevano sparare a papà per prenderne il posto!) furono i primi storici e archivisti e allevarono “la generazione successiva, esercitando contemporaneamente un ferreo controllo sulle istituzioni culturali (governando) la possibilità di accesso ai libri e alle carte necessari per scrivere di storia … Nel Regno di Sardegna il passaggio a un uso pubblico degli archivi fu  assai più lento e tortuoso che altrove (perché il re Carlo Alberto) accentuò una prassi di consentire un accesso modesto e non integrale alla documentazione ai soli studiosi le cui opere potessero essere funzionali alle scelte politiche … (Carlo Alberto) esercitò una effettiva e diretta azione di tutorato sulla produzione storiografica, fatta di frequenti e minuziosi suggerimenti interpretativi ai soli studiosi ammessi, per il tramite dei funzionari, di ordine di fornire o di occultare documenti, che spesso leggeva personalmente prima di pronunciarsi, di disposizione per la distruzione di lettere proprie e talvolta di remoti antenati; persino di interventi sulle bozze di autori peraltro accreditati come il conte Litta … Al termine di un simile percorso ad ostacoli i non molti studiosi ammessi perché considerati di fiducia disponevano in realtà solo di notizie, il che non significava automatica divulgazione e stampa>>. (Umberto Levra, ordinario di storia risorgimentale all’Università di Torino – “Politica e cultura nel Risorgimento italiano” in Pino Aprile “Carnefici” Ed. Pickwick, 2021)

[4] “Notizie su la vita e gli scritti di Luigi Settembrini raccolte da Francesco Torraca”, Presso A. Morano libraio-editore, Napoli 1877, pp. 44-45.

[5] Avvocato. Condannato il primo febbraio 1851 alla pena di anni trenta di ferri, mentre << avrebbe dovuto lasciare la testa sul palco se il Re tiranno non avesse ordinato che dove più rei fossero dannati nel capo, si designassero uno o due soli più meritevoli  di patibolo>> [Ernesto RAVVITTI, Delle recenti avventure d’Italia, vol.I, Tip. Emiliana, Venezia 1864, p. 195], quattro giorni prima della morte di Ferdinando II (cioè del re che lo aveva graziato!), il 18 maggio 1859, da Torino, in una lettera al Panizzi, scriveva:<< Molto è stato già fatto, e più si spera, quando il maledetto esalerà l’anima infame e putrida più del suo vivente cadavere>> (in in Louis FAGAN, Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823 – 1870 Ed. G. Barbera, Firenze 1880 p. 305)

<< … Quando noi agitavamo l’Europa e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di quest’orrida dinastia; avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori dell’Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile, cui quell’orco di Ferdinando II divorava cruda ad ogni pasto. Inventammo allora Poerio! Poerio era un uomo d’ingegno, un galantuomo, un barone. Portava un nome illustre, era stato ministro di Ferdinando, complice suo in alcune gherminelle del 1848. Poerio era stato Deputato, ed era fratello di Alessandro. Ci sembrò dunque l’uomo più opportuno ed acconcio per farne l’antitesi di Ferdinando. E il miracolo fu fatto! La stampa inglese e francese stuzzicò l’appetito di quel distinto filantropo ed uomo di Stato d’Inghilterra che è  sir Gladstone, il quale recandosi a Napoli, volle vedere da vicino quella specie di nuova maschera di ferro. La vide. Si mosse a pietà. E Gladstone fece come noi: magnificò la vittima, onde rendere sempre più odioso l’oppressore; esagerò il supplizio, onde commuovere a maggior ira la pubblica opinione. E Poerio? Il Poerio, che oggi si mescola ad ogni minestra, fu da noi creato da cima a fondo. Il Poerio reale ha preso sul serio il Poerio fabbricato da noi per dodici anni continui in articoli di giornali, e a quindici centesimi la riga! Lo hanno preso sul serio coloro che lessero di lui, senza conoscerlo da presso. L’ha preso sul serio quella parte della stampa, che si era fatta complice nostra, credendoci sulla parola. Ma capperi! Quello che più mi sorprende, è che l’abbia preso sul serio anche il Conte Cavour … Poerio è una pretta invenzione convenzionale rivoluzionaria della stampa anglo – francese e nostra>>. (Confessione del Deputato Petruccelli della Gattina inviata da Napoli a Torino il 17 gennaio 1861 perché fosse pubblicata sul giornale L’Unione. Il testo riportato è stato pubblicato da La Civiltà Cattolica, Vol. X, Serie VI, fasc. 412, Roma 1867, p. 493)[G.32]

[6]Federico Bellazzi “Prigioni e prigionieri del Regno d’Italia” – Firenze, Tipografia militare, 1866

[7] Il deputato Macchi, relatore della Commissione per il riordino delle prigioni nell’Italia ormai sabauda già da tre anni: << Lo stato delle prigioni, massime in alcune province, è tale che fa veramente raccapriccio. E’ un continuo oltraggio alla moralità:è un’onta alla civiltà del secolo>

[8] << … Nelle carceri di Sardegna generalmente ho notato difetto d’aria, di luce, di mondizia, tanto circa al locale, che circa alle persone dei detenuti, difettiI L    T E M P O    N E L L A    S T O R I A di nutrimento e della necessaria varietà di cibo … la non sufficienza dei soccorsi igienici … Quasi tutte le carceri di Sardegna da me vedute sono luride, sudice, oscure e puzzolenti. In una sola carcere, e spesso non spaziosa, trovansi talora ristretti da 10 fino a 50 detenuti … tanto sudice che le mura formicolavano di fastidio, dal quale erano talmente afflitti i poveri carcerati, che alcuni ne erano coperti di piaghe … A queste carceri non è addetto né ospedale né chirurgo. Io vidi con orrore un carcerato che, essendo ferito nel petto, giacevasi sul nudo suolo senza soccorso alcuno. … In verità non vorrei che il mio cane fosse sottoposto a simile pena … Ho pur veduto alcuni detenuti anche ignudi … Il difetto delle vesti e della mondizia sono poi fuor di dubbio>>. (Lettera di lord Vernon del 31 marzo 1851,antecedente alle false lettere di Gladstone).

<< Trovavansi da tanto tempo in prigione, che i loro abiti non erano più portabili … Alcuni di essi erano in tale stato di nudità che non potevano alzarsi dai propri sedili … Alcuni di essi non avevano letteralmente né pantaloni, né scarpe, né calze, nulla … Era uno spettacolo compassionevole: il fetore era orribile … Il cibo che veniva loro somministrato non si sarebbe dato un Inghilterra nemmeno alle bestie. Lanciai un pezzo del loro pane sul pavimento e lo calpestai con i piedi, ma era così duro che non mi riuscì di spezzarlo>> (Denuncia di lord Henry Lennox al Parlamento inglese, 8 maggio 1863)

[9] << Abbiamo gridato a tutto il mondo che i Borbone ci avevano imbarbariti e imbestialiti; e tutto il mondo ha creduto che noi davvero eravamo barbari e bestie … e coloro che vengono a vederci si fanno meraviglia a trovarci uomini>> (L. Settembrini – Ricordanze

[10] “Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863: studio storico – politico”

Lucio Castrese Schiano

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